Ricerche PhD Aristotele (prima parte)

Linee di ricerca: Categorie e Metafisica Z 

Nella dottrina della sostanza esistono tre piani distinti, tali da richiedere in prima istanza soluzioni indipendenti, ma interconnessi. Derivano tutti dalla relazione che intercorre tra ontologia logica propria delle Categorie ed ontologia scientifica della Metafisica. In ordine di generalità decrescente abbiamo:

  • rapporto tra metafisica generalis e metafisica specialis – cfr. Moraux;

  • il primato della sostanza e la scienza dell’essere in quanto essere;

  • il primato della forma sostanziale.

In questione è lo statuto della filosofia prima in quanto scienza e la possibilità di contrapporsi alle istanze platoniche fondate sulla relazione uno-molti. Attraverso la problematizzazione della questione sul primato della forma sostanziale si può avviare una prima linea di ricerca che muove dalle Categorie e pone al centro la seguente questione: in che modo la forma è sostanza prima nell’ontologia scientifica se le specie e i generi erano considerate sostanze seconde? E questo in che modo è connesso con l’universalità e particolarità delle forme? Sono molti i percorsi che si possono intraprendere per affrontare il problema. Il più interessante è quello che conduce al nesso forma-anima e può essere delineato così:

1) nelle Categorie il concreto è sostanza prima, ente massimamente reale, in Metafisica Z almeno in due passi è detto sostanza prima. 2) in Z,3 il criterio di determinatezza è posto come requisito minimo di sostanzialità e sembra utile per distinguere ciò che è forma nelle Categorie da ciò che è forma nell’ontologia scientifica. 3) Se la forma è sostanza prima allora si deve decidere se è universale e particolare. Ciò ci introduce al problema della sua definibilità, dal momento che nelle Categorie la conoscibilità era riservata alle sostanze seconde, introducendo il noto problema dell’inconoscibilità di ciò che è massimamente reale. Come viene impostato il problema in Metafisica Z? Come si concilia la definizione per genere e differenza (Z,12) con le istanze che indicano la definizione (e conoscibilità) anche del particolare? 4) La teoria della materia come principio di individuazione accanto alla affermazione di Z,8 secondo cui la forma è identica in quanto indivisibile in Socrate e Callia sembra deporre a favore delle tesi universaliste. Come rispondono i particolaristi? 5) Anche l’eternità delle forme sembra spingere nella direzione dell’universalismo, visto che è il sinolo che si genera e corrompe. In questo caso non solo si deve rendere conto della sezione 7-9 ma anche dei risultati raggiunti nelle scienze speciali e dunque al di fuori della filosofia prima. 6) Z,13 complica di molto la situazione con l’esplicita negazione di ogni sostanzialità agli universali. In questo caso i punti precedenti non saranno argomenti così forti, se gli universalisti non giungono a rendere coerente il capitolo; si tratterebbe di distinguere una universalità platonica da una aristotelica mostrando come questa sia immune dagli argomenti di Z,13. 7) Tutto il percorso conduce alla valutazione della tesi del sinolo in universale e, a seconda dei modi in cui si interpreta il processo di universalizzazione qui impostato, si avranno non solo interpretazioni divergenti (vi saranno forme che richiedono o meno di essere universalizzate) ma si avranno forme che saranno di per se stesse particolari o universali. 8) Tutto questo conduce all’anima: l’anima di Socrate gli è senza dubbio peculiare e costituisce la sua identità, è Socrate stesso in quanto forma ed è mortale; ma essa è definita solo come anima razionale, solo in quegli aspetti strutturali che sono i medesimi analogicamente nei diversi individui, e dunque conserva una certa indipendenza rispetto al particolare. Per essere in qualche modo universale l’anima deve essere intesa al modo del sinolo in universale?

Dobbiamo analizzare l’opposizione stessa dell’universale al particolare come opposizione metafisica, tra due modi, gerarchizzati come si voglia, dell’essere: se si tratta di modi, infatti, questi saranno modi che eventualmente la forma potrà assumere nell’essere sostanza prima e che avranno senso soltanto come declinazioni della forma. Anzitutto è opportuno dare un nome alle diverse interpretazioni per offrirne una prima schematizzazione: Frede-Patzig: formulazione canonica dell’individualità logica delle forme, che è diventata patrimonio della comunità degli specialisti. La tesi opposta ha avuto diverse declinazioni. Quella che identifica la specie (eidos in senso logico) con la forma sostanziale (eidos in senso ontologico) e si rintraccia nel commento dei Londinesi; quella che distingue specie e forma e quella che vede nella forma un universale che si predica della materia soltanto. Vi sono poi diversi tentativi di mediazione che separano gli aspetti logico-empirico da quello propriamente metafisico, ma questa distinzione di piani è una dato metodologico indispensabile e non può essere assunta come spiegazione ultimativa. Tutto questo ricorda, certamente, la discussione antica sullo statuto degli universali per quanto esistano esempi nella storia della filosofia che hanno addirittura disconosciuto il valore stesso dell’opposizione universale-particolare e chi, invece, è rimasto nell’indecidibità.

Al contrario, Aristotele accetta questa opposizione come base metafisica fondamentale: il punto semmai consiste in questo. L’universalità ed individualità della forma è la controparte metafisica di un problema “fisico” che riguarda l’identità nel mutamento: se c’è una proprietà che costituisce l’identità della cosa, questa non sarà il sue semplice essere una unità numerica ma una proprietà differente sul piano qualitativo. Sarà la regola o condizione della contabilità dei contabili. L’identità sarà vincolata al persistere nel tempo di una proprietà essenziale che sarà la base della continuità diacronica e condurrà alla tematizzazione dell’essenza nei suoi rapporti con l’anima.

La sostanza nelle Categorie

Le Categorie si collocano all’apertura dell’intero corpus aristotelico per come esso ci è giunto nella sistemazione di Andronico. Pur facendo parte a pieno titolo della logica aristotelica, non costituiscono un trattato di teoria dell’inferenza ovvero non sono logica nell’accezione moderna del termine né di epistemologia o metodologia della ricerca scientifica. Si tratta di un trattato di ontologia, ed anzi forse il trattato di ontologia di Aristotele più spesso commentato e discusso in ambito analitico, specialmente laddove si consideri l’ontologia generale come la metafisica stessa. Wedin ad esempio, parla della dottrina esposta nelle Categorie, o almeno nella loro prima sezione, come di una meta-ontologia. Di meta-ontologia, in riferimento però a Zeta, parla anche Furth. Un primo problema concerne il significato da dare al termine “meta-ontologia”, senza che questo ricada nella distinzione tra metafisica generale e speciale. Credo preferibile intendere il discorso categoriale come una ontologia, seppure elementare. Anche nel caso non considerassimo le categorie come partizioni dell’essere, ma semplicemente come sistemi di predicazioni, di predicati, o come una semplice classificazione di forme linguistiche, questo non inficerebbe una lettura ontologica del trattato. Come ha mostrato Frede 1981, anche in questo caso sarà possibile confinare la formulazione esplicita di una teoria delle categorie così intesa ai Topici (in particolare al capitolo 9 del primo libro), circoscrivendo alle Categorie una funzione “ontologica”si tenga presente che nell’antichità esso era anche noto con il titolo di Ciò che viene prima dei Topici.

Il termine kathgoriva e il verbo corrispondente vengono usati a connotare non solo quelle che generalmente intendiamo come categorie (introdotte appunto in Topici I, 9), ma anche i predicabili (genere, definizione, proprio ed accidente), che Aristotele introduce nel capitolo 8, di modo che tipi di predicazione sembra essere la traduzione preferibile del termine. Tipi, in quanto atto ad indicare anche le più generali relazioni di predicabilità, e tipi di predicazione, in quanto la loro introduzione risulta dall’analisi della struttura predicativa minimale soggetto-predicato e dalla sua articolazione. Frede, inoltre, preferisce parlare di predicazione piuttosto che di predicati, per due ordini di ragioni: in primo luogo testuali, perché l’analisi delle diverse occorrenze del termine sembra spingere ad enfatizzare l’atto della predicazione più che il suo contenuto; in secondo luogo teoriche, perché nella prima delle categorie, il che cos’è, vengono a rientrare non solo i predicati della sostanza, ma anche quelli che, sotto altri rispetti (ovvero considerati alla luce di altri atti enunciativi) competono alle categorie non sostanziali. Anche i predicati della qualità e della quantità, infatti, come anche di tutte le altre categorie, possono costituire delle risposte alla domanda che cos’è?, se noi li consideriamo haplos e non in riferimento ad una qualche sostanza: anche il bianco e il liscio, infatti, sono, tutto sta a vedere quale sia il loro modo di essere. Se si accetta questa posizione, e la prima categoria will contain predicates and not individuale: the categories of the Topics cannot be identified with the ultimate genera of what there is (…) and in a way there is no category of substance in the Topics. Di nuovo, the categories of being cannot be identified with the categories themselves, ed in ultima analisi the evidence that there is a category of substance is circumstantial.

Vi saranno allora tanti usi del verbo “è” quante sono le categorie e questi stessi usi, nella misura in cui rientrano tutti nella prima delle categorie, saranno usi per sé; tuttavia, se consideriamo il fatto che le categorie sono accidenti delle sostanze, essi saranno rispetto ad esse usi accidentali, e vi sarà un uso per sé di è entro la prima categoria, uso tuttavia non ancora messo a fuoco con gli strumenti forniti da essa. Il modo d’essere delle sostanze, infatti, is not just the accidental being of something else non è cioè tale (per sé) solo perché viene considerato haplos (questo implicherebbe la sostanzialità di ogni ente), ma perché è essenzialmente e in modo diverso un che di semplice, un individuo concreto. Le categorie, dunque, richiedono una analisi ontologica che ad un primo livello viene già svolta nelle Categorie e viene poi ripresa ed approfondita nella Metafisica, che nel capitolo quarto del libro Z sembra richiamarsi alla concezione dei Topici e superarla decisamente: Aristotle in his later writings does restrict the first category to substances, but (…) this is due to a development: this does not affect the very notion of a category itself.

Anche accettando queste tesi di Frede, si potrà tuttavia parlare di ontologia e dottrina della sostanza nelle Categorie, così come se ne potrà parlare nel caso si ammetta, più tradizionalmente, la presenza di una teoria categoriale avente portata ontologica, mentre quello che sembra più difficile sostenere è una teoria puramente logico-linguistica delle categorie.

Una spiegazione cronologica o evolutiva sembra soltanto spostare il problema. Burnyeat 2001 suggerisce un metodo più proficuo spostando l’attenzione sulle relazioni tra piano logico e metafisico (ilemorfico). Le Categorie sarebbero quel basic tolkit for beginners risultando ancillary to the Topics.

L’essere-sostanza e l’essere-accidente vengono introdotti in relazione ad un modo di predicazione (in senso lato), ovvero un modo di essere soggetto, l’essere in o inerenza, e questo viene correlato ad un secondo modo, l’essere detto di o predicazione in senso stretto. L’espressione aristotelica con ‘in un soggetto’ intendo ciò che sussiste, non come parte, in qualcosa che non può esistere separatamente da ciò in cui è di Categorie 1a24-25 rivela una intrinseca problematicità, se assunta come definizione, poiché in essa si crea tra definiendum e definiens una evidente circolarità che sarà compito degli interpreti sciogliere. Secondo Valore in abbozzo potremmo dire che l’inerenza è un tipo di predicazione: a) inter-categoriale –benché tale qualificazione non dica molto, essendo propriamente le categorie non sostanziali ad essere individuate per via di inerenza alla sostanza; b) non transitiva (se la palla è blu e blu è un colore non ne segue che la palla è un colore); c) non sinonimica poiché non conserva l’identità di definizione. Al contrario la predicazione in senso stretto è transitiva, sinonimica ed intra-categoriale (inerenza riguarda la coppia soggetto-accidente, l’altra la coppia individuale-universale).

Ackrill contesta a ragione l’interpretazione tradizionale secondo cui soggetto indicherebbe il mero soggetto grammaticale nella frase said of a subject and substrate in a subject dal momento che “soggetto” funziona come veicolo per qualunque cosa è detta di o è in qualcosa. Il soggetto sostanziale viene dunque isolato sulla base delle relazioni reciproche, assunte come primitive (piuttosto che in base alla loro costituzione interna), tra quattro classi di enti tra cui i maggiori problemi derivano dalle proprietà individuali. Come possono le proprietà denotare individuali?

La posizione tradizionale fa capo ad Ackrill: la definizione di essere in un soggetto viene letta come implicante una separabilità molto forte e dunque risulteranno non ripetibili. L’inerenza va dunque letta come rapporto tra classi di individuali (ma andrebbe distinta qui la dipendenza ontologica dalla non ricorrenza delle proprietà). L’articolo del 1965 di Owen contiene una serie di argomenti contro l’interpretazione di Ackrill. In primo luogo ci sarebbe il rischio di far coincidere tutte le proprietà e categorie non sostanziali con i relativi (il paradosso del breakdown of categories) e la teoria nominalistica implicata nel paradox of implication. Ackril in ultima analisi aveva rifiutato l’esistenza di proprietà generali inerenti ad individui. La posizione di Owen prevede che le proprietà individuali non ricevono la loro individualità dal fatto di avere come soggetto una sostanza individuale, ma dal fatto di essere la specificazione ultima della qualità che inerisce a un soggetto, delle sfumature o gradazioni – wink – e la definizione dell’essere in affermerebbe soltanto che esse devono essere in un qualche soggetto, questo o quest’altro che sia. Senza contare che questa teoria ha implicitamente una tonalità antiplatonica.

Frede ha richiamato l’attenzione su alcuni passi, 2b3 ss e 2b37 ss in cui si afferma che tutto il resto ha come soggetto di inerenza o di predicazione le sostanze prime e come le sostanze prime stanno a tutto il resto così genere e specie stanno ad ogni altra cosa. Tutto, compresi gli accidenti universali, ha come soggetto le sostanze prime. Ogni cosa che occorra in un soggetto avrà una pluralità di soggetti nel senso che ci sarà almeno un soggetto individuale di una specie e di un genere in modo che queste fissino il dominio peculiare a quei soggetti di proprietà. Le proprietà individuali sono ricorrenti appunto perché appartengono a più di un soggetto e questo comporta anche che le proprietà individuali are not peculiar to the individuals whose properties they are. Non pensiamo più ai termini delle proprietà come nominalizzazioni di proposizioni in cui il soggetto è il portatore in modo da tradurre la proposizione Socrate è bianco in la bianchezza peculiare a Socrate è in Socrate. In ultima analisi, riprendendo il quadro esemplificativo delle grandezze intensive ed applicando questo ragionamento alla forma, Frede ritiene che non sia necessario postulare in aggiunta alle temperature anche temperature individuali per quanto questo non ci debba spingere a considerare la forma stessa come analoga ad una temperatura, cioè a qualcosa di (relativamente) accidentale. Il punto è sollevato da Frede se si considerano le parole di Owen: and to say that pink or a particolar shade of pink cannot exist apart from what contains it i sto say, as Aristotles always says against Plato, that something must contai nit if it i sto exist at all. Al contrario Frede ritiene che per ogni termine inerente si può sempre specificare un soggetto senza il quale il termine stesso non esisterebbe. Owen per questo è indotto ad aggiungere un requisito di non separabilità delle specie e ritiene che per questo aspetto siano analoghe alle proprietà individuali esemplificate dalle grandezze intensive con il risultato che viene messo da parte il concetto di forma mentre la differenza tra proprietà ed oggetti diventa difficilmente governabile (Frede mette in luce un’eccezione concernente le differenze specifiche che sembrano non poter esistere indipendentemente da ciò di cui sono differenze). Abbiamo dunque il seguente schema:

Frede tematizza in modo continuo la dipendenza tra Colore-bianco-Specie-Individuo, mentre Ackrill ravvisa una dipendenza tra individui, contra Owen che la legge come dipendenza tra proprietà ed oggetti interne allo schema. Frede sembra l’unico a connettere le linee di predicazione e di inerenza in modo non riduttivo (the two distinction do not collapse into one) giungendo a tematizzare una individualità debole per le sostanze prime delle Categorie, in linea con la definizione meramente negativa di 2a11-13 (the only problem was to make a cut within this given set of entities). La stessa definizione di inerenza viene perciò interpretata come definizione di una classe di enti e non come condizione sufficiente per individuare enti diversi ed operare tagli ontologici di diversi tipi.

La questione può essere letta grazie ad Owen anche in termini di priorità naturale e logica. La priorità naturale funziona come una conditio sine qua non ed è ricostruita negativamente a partire dal fatto del condizionato, presupponendone dunque la datità: se è dato B allora deve essersi verificato A. Si mostra così una connessione senza per questo mostrarne le ragioni essenziali. L’esempio maggiormente perspicuo è dato dalla sequenza platonico-pitagorica, punti, linee, piani, solidi in modo da individuare l’elemento primo della catena: l’aspetto per cui A è un x si risolve nella presenza per metessi di x-stesso in A, x quindi non si declina. La priorità naturale intesa come retaggio, resta presente nel concetto di analogia che non risulta in grado, al contrario delle esegesi scolastiche quali quella di Brentano, di superare la dicotomia sinonimia-omonimia, costituendo invece una semplice proporzione matematica incapace di effettuare una riconduzione forte ad un termine focale e di motivarne l’eventuale separatezza. Al contrario, il significato focale viene introdotto da Aristotele in piena maturità teoretica: ciò che in esso si mostra sono le ragioni essenziali per l’istituzione di nessi non riduzionistici tra i modi d’essere e la possibilità di superare la dicotomia rigida omonimia-sinonimia incorporando una nuova importanza per la dialettica. Con ciò si offre un banco di prova per dimostrare la priorità della sostanza all’interno del più ampio discorso intorno all’essere e correlativamente dell’essere universale in quanto prima della scienza dell’essere in quanto essere, ma non spiega ancora perché Aristotele scelga la teologia come scienza prima della sostanza in quanto questo avverrebbe per ragioni molto differenti. La genesi di questo concetto, per quanto embrionalmente presente negli argomenti contro le idee di relativi, viene riportata ad Aristotele, perché i platonici non sembrano considerare la possibilità che questi argomenti possano rispondere al paradosso del terzo uomo, ed incorrono ad ogni modo in altri errori logici. Il tentativo aristotelico di definire questa procedura sembra essere stato in grado di specificare soltanto le condizioni necessarie e non sufficienti al suo utilizzo, e di mostrarlo in atto nel lavoro metafisico. Dunque la priorità della teologia della sostanza e della forma potrebbero essere intese alla luce del discorso sul focal meaning, per quanto poi queste, sostanza e forma, vengano indipendentemente articolate nelle scienze speciali. L’ambiguità del to hòn contiene in sé quel piano di analisi in cui è possibile superare la mera priorità logica e condurre l’analisi focale dei modi d’essere.

Se la individuazione di due livelli di analisi è il punto, allora questa in qualche modo è implicata nelle Categorie: in senso assoluto ciò che è indivisibile e numericamente uno non si dice di alcun soggetto, nulla però impedisce che alcune di queste cose siano in un sostrato. Ma questa unità numerica resta ancora sullo sfondo. I composti, tradizionalmente, sono identificati con i concreti particolari, ma i concreti particolari sono composti di materia e forma e di un largo numero di accidenti ciascuno dei quali è un oggetto di una certa grandezza, peso, colore. La non inerenza è dunque un criterio incapace di rendere conto della complessità del soggetto, come delle relazioni tra proprietà essenziali ed accidentali – se è vero che un oggetto sussiste in senso proprio solo a partire dalle sue proprietà essenziali: nelle Categorie vi sarebbe dunque una nozione di individuo nella sua atomicità che ricorda l’atomicità delle infimae species platoniche e dunque sarebbe proprio in questo senso “dimostrata” la nozione debole di individuo con cui si chiude il trattato: in senso metafisico l’individuo potrà essere tale solo essendo al tempo stesso principio della individualità degli indivisibili e dovrà spiegare l’identità di un oggetto lungo l’arco di tutte le variazioni possibili che si danno per esso, l’identità diacronica: if forms are individual, the question arises, in what sense are they individuals. Resta il fatto che la distinzione tra universale e particolare in Platone avrebbe del tutto assorbito quella tra soggetto e proprietà che viene invece posa in primo piano proprio da Aristotele. A questa mossa è del tutto correlativa l’introduzione degli accidenti individuali dato che, se la partecipazione è l’inverso dell’essere detto di un soggetto, e se ci sono forme non solo di oggetti, vi dovranno essere gli accidenti individuali, forme di proprietà.

Criteri di Sostanzialità: dalle Categorie a Zeta

Nello svolgimento dell’analisi aristotelica anche in merito agli accidenti individuali si potrebbe scorgere quella coppia concettuale che apre la Fisica e che prevede una dialettica tra ciò che è primo strutturalmente e ciò che lo è geneticamente, per noi; in questo ambito potremmo collocare quel livello solo logico e linguistico delle Categorie (l’analisi categoriale dei Topici secondo Frede, si colloca proprio a questo livello) e rappresenta quella linea di continuità e rotture tra l’antichità ed il medioevo.

Nell’analisi che Wedin dà del libro Z la funzione dei capitoli primo e secondo è proprio quella, rispettivamente, di mettere a tema l’essere per sé inteso secondo le figure delle categorie come significato focale dell’essere – con priorità ulteriore della categoria di sostanza (Z 1) e di inaugurare l’analisi di quest’ultimo non tanto in merito all’estensione dei concetti in gioco (quali sostanze esistono?), quanto alla loro valenza intensionale (che cosa è la sostanza, ovvero, quale è la sostanza della sostanza? Cfr. Z 2). Quest’ultima domanda è quella che farà da guida all’analisi di Z 3, il cui fuoco non è più l’ essere delle categorie, né semplicemente il ti esti (che comprende ogni ente, anche non sostanziale, in quanto essente), ma quel particolare che è sostanza a sua volta articolato in una domanda relativa ai caratteri distintivi della sostanza e una relativa ai portatori di sostanzialità, ossia i candidati al ruolo di sostanza. In un certo senso, dunque, con queste coppie di domande correlate, viene portato avanti il metodo definitorio abbozzato nelle Categorie, che non è né puramente estensionale né puramente intensionale, ma in certo modo intermedio, dal momento che, perché la predicazione risulti essenziale, deve essere fondata tanto nelle cose quanto nella loro concettualizzazione (in opposizione agli eleati ed ai platonici i cui ragionamenti erano arcaici).

In questo quadro, Metafisica Z 3 è sovente considerato il luogo in cui Aristotele espone la sua posizione a proposito della nozione di materia, se Bonitz, nell’Index Aristotelicus del 1870 cita questo capitolo per indicarne la definizione ed in cui si avrebbe un passaggio di livello di indagine che Frede ravvisa anche in Zeta 4. Il contesto del passo è quello in cui si pone come requisito della definizione l’avere un oggetto primario ed unitario, in modo da non dare semplicemente ed indiscriminatamente un nome ad un discorso più lungo, perché a questa stregua il titolo, l’Iliade, sarebbe una definizione. Si traccia così la distinzione tra definizione di enti sostantivi e denominazione di enti sostantivabili che possono sempre essere messi in forma di unità senza che sia chiaro ciò da cui dipende tale unità. Anche questo farebbe pensare alla individuazione di un senso primario responsabile dell’unità e consistenza del definito della categoria di sostanza, poiché in tale senso essa only applies to substances. In questi termini dunque in Z,1 si passa dalla domanda dell’essere a quella della sostanza. A partire da Thithenai ta phainomena l’analisi strutturale della sostanza in Zeta 3 muove all’articolazione del concetto logico descritto nelle categorie per giungere ad una sua fondazione metafisica. Frede-Patzig, Wedin e soprattutto Burnyeat evidenziano il ruolo chiave di Z.3 nell’indagine ousiologica di Z. Sono qui infatti distinti i diversi modi, o specificazioni logiche (tre o quattro a seconda delle letture che distinguono od identificano il ghenos con l’universale) in cui si dice la sostanza, e sono dunque aperte le tre linee argomentative che strutturano il seguito del libro. Per B. si tratta di direzioni concettualmente indipendenti e parallele, per quanto in ultima analisi convergenti, ad un livello ulteriore e METAFISICO, nell’affermazione della sostanzialità prima della forma. Nella MAPPA si vuole dunque mostrare che in Z in modo NON lineare si produce la necessità di un passaggio dal piano logico a quello metafisico, che, in ogni caso, mette capo all’individuazione della forma COME sostanza. Il termine logico viene inteso primariamente da Burnyeat in quello che egli indica come il terzo senso rintracciato da Simplicio, ovvero come ciò che «procedes from generalities rather than from principles peculiar and appropriate to the subject»; in questo senso egli parla perciò di un livello logico preliminare di indagine in cui si collocherebbe lo stesso Organon e da cui Z stesso prenderebbe le mosse: for the aim of Aristotle’s procedure is show that each of his four starting points leads independently to the same conclusion: substantial being is form. Indubbiamente si tratta di una metodologia SPECIFICA degli scritti aristotelici, in parte responsabile delle oscurità dei testi, ma non sarebbe altro che l’applicazione, a livello metafisico, delle procedure di indagine tipiche dello scienziato aristotelico: it retraces the mobement that any aristotelian scientist must follow to get to form.

Questi, infatti, sempre attento alle partizioni naturali dei fenomeni, ne seguirebbe analogicamente gli sviluppi, attestandone la convergenza eventuale: se infatti i principi delle scienze sono propri e correlativamente vi è una molteplicità di generi, non sarà possibile forzare in un campo ciò che viene attinto da un campo e una scienza differenti, ma potranno essere constatate eventuali analogie funzionali di sviluppo, seppure sempre come un risultato e mai come una premessa della scienza che si studia. Mentre nella Fisica un procedimento siffatto mette capo alla individuazione della natura come principio di mutamento interno nelle sostanze, qui, allo stesso modo, esso nette capo alla forma, come principio primo dell’essere delle cose. Per queste ragioni Z.3 appare come il punto in cui l’intera indagine di Z viene impostata programmaticamente, ed anche, seppure per breve tratto, svolta; possiamo infatti vedervi il sommario delle specificazioni logiche del concetto di sostanza che Z andrà via via in modi diversi recuperando a livello metafisico –ovvero la sostanza come essenza, genere, universale e soggetto – e lo svolgimento del ramo di indagine relativo al soggetto. Su queste linee Burnyeat ricostruisce la mappatura di Z:

  • A1, Z.3: sostanza come soggetto;

  • A2, Z.4-6, Z.10-11: sostanza come essenza;

  • A3, Z.13-16: sostanza come genere o universale.

A queste sezioni si aggiungerebbero altre trattazioni correlative, forse inserzioni posteriori, che affrontano il tema della sinonimia della forma nel corso dei mutamenti e dunque il problema dell’identità processuale (Z.7-9) ed anticipano il problema dell’unità della definizione di Z.12, focalizzato qui nei termini che ne consentono una soluzione soltanto in H.6. L’inserzione della struttura ilemorfica rappresenta la chiave di volta per il patagio da un piano all’altro in CIASCUNA delle linee argomentative mappate. Solo con la mediazione dell’ultima linea argomentativa, rappresentata da Z.17, relativa alla forma come causa e principio, ed attraverso la tematizzazione del concetto di NATURA di una sostanza – e si può vedere come questo contrariamente a quanto suppone B introduca fortemente il dettato di Z.7-9, con l’implicito recupero di Fisica II.1 nei piani di indagine di Z – è effettuato l’ultimo passaggio che apre a H: our current chapter divisions have no ancient (or medieval) authority. In H la struttura a due livelli e la non linearità spariscono ed anche per questo si è stati condotti ad una valorizzazione della linea di indagine contenuta in Z 17.

Si tratta di impostare un’analisi strutturale della sostanza vagliando i candidati a tale ruolo in funzione dei criteri isolati, ma anche, come appare nel caso della materia, i criteri in funzione dei candidati stessi: quello che conta è, in ultima analisi, l’articolazione del concetto logico di sostanza ereditato dall’Organon e la sua fondazione metafisica: questa sembra essere anche, secondo Burnyeat 2001, la ragione dell’intera struttura di Z. Le Categorie studiano l’essere un soggetto ultimo come un test del suo essere una sostanza prima: questo uomo e questo cavallo. Nell’ousiologia incontriamo un significativo approfondimento in merito all’articolazione interna dei soggetti categoriali: tra le determinazioni logiche viene infatti presa in esame quella del soggetto, fatto che comporta già a questo livello l’introduzione di un primo criterio di sostanzialità: l’essere un soggetto primo di inerenza e di predicazione. A questo aspetto del soggetto se ne affianca però immediatamente un altro, quello fisico, nel senso aristotelico del termine, di sostrato dei mutamenti, dal momento che ci si è collocati sul piano d’indagine dei composti. Va notato che è proprio attraverso l’analisi della predicazione essenziale e del mutamento attraverso l’apparato causale che l’analisi ilemorfica viene introdotta nella Fisica –con la stessa messa a tema del criterio del soggetto si introduce quindi quel nuovo livello d’indagine che Burnyeat chiama metafisico ma non per semplice giustapposizione a quello logico, ma indicando nel soggetto/sostrato la via della sua ricognizione. Il ruolo di Z. 3 sarà allora addirittura ancora più ampio di quello che sembra trasparire dalla mappa, nella misura in cui la struttura a due livelli riceve qui la sua prima articolazione. L’apertura del capitolo 3 determina dunque lo sviluppo successivo dell’intero capitolo tranne che per Z 17.

L’argomentazione di Z, 3, riassunta in H, 1, 1042a25-30, riafferma il criterio del soggetto cercando un ulteriore candidato che lo soddisfi – in aggiunta al passo di Z 3, solo H 1 afferma il ruolo di soggetto delle forme. In Z 3 Aristotele si esprime come se soggetto potesse avere vari significati o, quanto meno, che il ruolo di soggetto ultimo, nel senso stabilito dalle Categorie, possa essere ricoperto da uno dei tre candidati. Tra le determinazioni logiche viene inizialmente presa in esame quella del soggetto fatto che comporta già a questo livello l’introduzione di un primo criterio di sostanzialità ereditato dalle Categorie, l’essere un soggetto primo di inerenza e predicazione; subio si affianca un altro significato di soggetto, quello fisico di soggiacente al mutamento. Ma è proprio attraverso l’analisi della predicazione essenziale e del mutamento grazie all’apparato causale, che l’analisi ilemorfica era stata introdotta nella fisica. L’ordine di increasing generality che Burnyeat sembra rintracciare tra le determinazioni logiche può forse essere spiegato così, in relazione alla necessità teorica di una partenza dal soggetto della predicazione e del mutamento, ovvero dalle sostanze sensibili, le quali sono poi le sostanze che fanno da base ontologica alle Categorie.

Dopo aver mostrato i quattro modi di dire la sostanza (1028 b 33-36) – essenza, universale, genere e soggetto ed una volta definito il soggetto primo e stabilito che da qui si debba partire, poiché la sostanza è soprattutto un soggetto primo (1028 b 36 1029 a 2), si approda al livello metafisico di indagine, con l’introduzione dei tre modi in cui si dice il soggetto: la forma, la materia e il composto ed una loro prima esemplificazione nel caso della sfera di bronzo (1029 a 2-5). Z 3 procede quindi al vaglio della materia come candidato al titolo di sostanza (prima) attraverso una argomentazione che Wedin scandisce efficacemente in tre tappe: priority argument, reductio argument ed auxiliary argument. Passiamo ora ad uno schematico riassunto della trattazione della materia a partire dalla scanzione argomentativa proposta dallo studioso:

  • priority argument (1029a5-7): se la forma è prima della materia ed è più reale, allora per la stessa ragione viene prima del composto (ha il carattere di una premessa stabilita indipendentemente per la reductio ad falsum).

  • Reductio section:

(a1) reductio argument (a10-20):

livello 1: togliendo tutti gli attributi, prodotti e capacità restano

i corpi tridimensionali.

livello 2: togliendo tutte le determinazioni residue resta la materia

falso perché è in contrasto con il priority argument.

(a2) auxiliary argument (a20-26): le altre cose sono predicate della sostanza

e questa dalla materia.

  • Indipendence section (a27-33): il sinolo è posteriore e più chiaro.

  • Paragrafo metodologico (a33-b12): occorre partire dai sensibili.

In queste righe il criterio del soggetto viene sottoposto a critica nella misura in cui, di per sé, implicherebbe la sostanzialità della materia e solo della materia (pertanto è detto non ijkanovn in 1029 a 9): dunque, non solo i criteri determinano i candidati, ma anche viceversa. L’esclusione della materia, d’altra parte, non deve essere considerata troppo rigidamente; come ad esempio è stato rilevato da Frede-Patzig 1988, è sbagliato vedere in questa sezione di Z una definitiva presa di commiato dalle Categorie e interpretare tale criterio come se fosse vincolato a quella trattazione esclusivamente, perché tale criterio viene soddisfatto non solo dalla materia, ma anche dalla forma e dal composto per quanto proprio tale aleatorietà rappresenti la sua insufficienza come criterio metafisico. Frede si esprime al riguardo molto chiaramente: «Aristotle now clearly thinks that the assumption that substances are the ultimate subjects does not settle the question of what is going to count as a substance. For he now lists as candidates for substancehood that could play the role of ultimate subjects matter, form and the composite of both». Il criterio del soggetto, secondo questa interpretazione, non sarebbe attaccato di per sé; l’idea di Frede-Patzig sembra essere che il criterio del soggetto da un lato completi la trattazione delle Categorie, perché si tratta pur sempre del soggetto di accidenti, d’altra parte la superi, perché si tratta di un soggetto primo, e perciò implica il passaggio dall’oggetto concreto all’oggetto stesso analizzabile come forma, materia o composto. Per quanto riguarda la materia, correlativamente, le interpretazioni troppo rigide, che la vedono come definitivamente messa fuori gioco con il reductio argument di Z 3, cozzano contro H 1 e L 3, che ne affermano la sostanzialità (cfr. anche Z 10 1035 a 1-2). Vediamo ora i passi del ragionamento.

Priority argument. Aristotele scrive in 1029 a 5-7 che, se la forma viene prima della materia ed è più reale (più essere) di essa, allora per la stessa ragione viene prima del sinolo che risulta dalla composizione con la materia (questo argomento verrà messo in gioco come una premessa indipendente in relazione alla quale verrà condotta la reductio ad falsum a seguire). Il passo, apparentemente così semplice, nasconde notevoli difficoltà teoriche, perché sembra configurare una serie di sostanzialità lineare materia-sinolo-forma. Questa apparente linearità darebbe infatti luogo alla conseguenza che la forma è più reale del composto, fatto che va contro le affermazioni di H secondo cui il sinolo è ciò che è massimamente reale. Inoltre è vero che soggetto (se la sostanza è in prima istanza soggetto ultimo), è sia la forma, sia la materia, sia il composto, e che l’apparente linearità di cui si è detto sembrerebbe discendere dall’ordine di predicazione che si dà tra di essi, ma l’essere soggetto della forma e l’essere soggetto del sinolo presuppongono l’istituzione di un principio di determinazione per cui prima la forma si predica della materia, e indirettamente la materia della forma, e poi, costituito il sinolo, questo si predica delle determinazioni categoriali: occorre insomma partire da una qualche determinazione attuale. All’interno di questo argomento, sembra sorprendente che Aristotele consideri in un certo senso la forma come sostrato primo.

Invero, nel caso dei viventi, l’affermazione acquista pregnanza teorica se si considera il sostrato primo come il composto integrale in contrapposizione alle sue determinazioni. La forma può essere sostrato primo poiché in un certo senso coincide con il composto di cui è forma. Il significato del passo sembra essere il seguente. Posto che (a) il bronzo, lo schema della sua configurazione e la statua sono il correlato ontologico di concetti teoretici quali materia, forma e composto, di conseguenza, se (b) la forma è concettualmente prioritaria ed è esplicativamente più fondamentale della materia allora (c) per le stesse ragioni la forma lo sarà anche in relazione al composto. Ma a differenza delle Categorie, in cui la priorità era una relazione tra le sostanze prime ed altre distinte entità empiricamente riconosciute, ora la priorità è una relazione che si gioca all’interno della sostanza prima. Mentre, come abbiamo detto, il primo tipo di priorità concerne una relazione in cui il soggetto è di tipo atomico ed unidimensionale – tutto ciò che è primo in questo senso può esistere separatamente, Socrate può esistere separatamente, ma il bianco no in quanto esiste solo perché è in qualcosa (Socrate) -, il secondo tipo di priorità chiama in causa una relazione tra il soggetto e i livelli ilemorfici in cui si scandisce la sua articolazione mereologica – Abelardo, Tommaso. Gli individui sono 1) composti da materia e forma e, in essi, 2) la forma si predica della sua materia. Vi deve essere allora un altro criterio che renda conto di un ordine non lineare, che va dalla forma al sinolo passando per la materia (e non quindi dalla materia al sinolo alla forma) e che ponga l’esser soggetto del sinolo rispetto alle determinazioni categoriali su di un altro piano, che sia capace di render conto del suo essere choristos haplos. La forma sarebbe pertanto, come interpreta Wedin, più reale della materia e per questa ragione, ma indirettamente, prima rispetto al composto. Il tipo di priorità chiamato in causa nel passo è oggetto di vivaci discussioni. Mentre la priorità che caratterizza le Categorie è di matrice ontologica (ciò che è primo esiste separatamente, ciò che non lo è non esiste separatamente), il tipo di priorità assegnato alle forme non sembra lo stesso. Aristotele nega che le forme possano esistere separatamente da ciò di cui sono forme. A questo proposito, si può riflettere sul significato di mallon on. Cosa significa che x è mallon on di y? Significa che, rispetto a y, x è esplicativamente più fondamentale di y. Dal punto di vista ontologico, invece, il composto mantiene la sua priorità in quanto esiste separatamente. La priorità della forma si gioca primariamente sul piano epistemologico. La clausola esprime un condizionale che assume una funzione preparatoria per l’argomento di 1029a30-32 in cui Aristotele si pronuncia sui motivi di questa priorità. Se, come sostengono Frede e Patzig, con tou eis anfoin Aristotele non sostiene tanto la priorità della forma sulla materia, ma solo a partire da questa, la priorità della forma sul composto, la funzione della sezione a5-7 nel contesto del capitolo è preparatoria, non si tratterebbe ancora di provare che la forma è, per gli stessi motivi, contemporaneamente prioritaria alla materia ed al composto. La priorità epistemologica della forma sulla materia, e dunque sul composto, può essere tradotta come segue: la forma è prioritaria sulla materia perché è più reale (ma’llon o[n) in quanto è esplicativamente più fondamentale della materia e, dunque, anche del composto. Inoltre, trattandosi di una priorità di ordine epistemologico (la forma è causa e principio) e non ontologico (la forma non esiste separatamente dal composto di cui è forma), possiamo sin d’ora sostenere che sarà il composto integrale e non la forma ad essere soggetto delle percezioni.

Reductio argument. Si potrebbe esprimere in questi termini generali il vaglio che qui è condotto del criterio del soggetto: da un lato esso indica che la materia è sostanza in senso assoluto solo se è assunto di per sé, d’altra parte la materia è in un certo modo sostanza. Un problema concerne la natura dell’hupocheimenon proton. Frede- Patzig fanno notare che in 1029a15-16 Aristotele si esprime come se l’oujsiva fosse ciò cui primariamente ineriscono le tre dimensioni: in questo senso, svariati sono i corpi che potrebbero venire intesi come sostrato di una determinazione. Seguendo l’esempio di Aristotele, ciò che fa da sostrato alle dimensioni potrebbe essere la statua, il corrispettivo corpo geometrico, ed infine la materia che interviene come costituente della statua. Ma il rilievo non è di particolare utilità: per stabilire quale di questi sia ousia bisognerebbe essere già a conoscenza dei motivi per cui uno di essi è il soggetto autentico e primario delle determinazioni. Si tratta, infatti, del tentativo di prendere le distanze non tanto dalla convinzione secondo cui la materia non è in nessun caso oujsiva (la materia in quanto potenza è oujsiva), ma che essa lo sia in senso primario. Dalle Categorie si ricava una caratteristica insita nella relazione tra il sostrato e ciò cui esso fa da sostrato: la reiterabilità. Detto ciò, non significa che ogni membro di tale catena definibile come sostrato sia di per sé anche un’oujsiva. Contrariamente alle Categorie, Aristotele ora non è dell’avviso che al rapporto tra il sostrato e ciò cui esso fa da sostrato corrisponda sempre un rapporto di predicazione. Infatti, si può pensare che il blu, in quanto colore, faccia da sostrato al colore. Ma affinché ci sia il blu è necessario ci sia un corpo individuale che gli faccia da sostrato e del quale il blu, dunque il colore, si possa predicare. Evidentemente la serie di predicazioni non prosegue oltre l’individuo, che diventerebbe il sostrato originario del colore, e quindi oujsiva, escludendo che ciò valga per il blu. Benché le determinazioni vengono predicate dell’oujsiva, e l’oujsiva a sua volta viene predicata dalla materia (il che rende plausibile che la materia faccia da sostrato anche alle determinazioni, 1029a23-24), è evidente che le determinazioni non vengono predicate dalla materia. La qualifica originario sarebbe allora tale per cui non gli si potrebbe più applicare la regola necessaria che ciò cui esso fa da sostrato si deve anche poter predicare di esso. Se il criterio del soggetto sembra alludere esclusivamente al soggetto delle determinazioni accidentali, per evitare che esso venga usato impropriamente, fino ad ammettere una sostanza estremamente indeterminata (la materia di per sé), occorre implementarlo ricorrendo ad altri criteri che rendano conto anche delle determinazioni essenziali e individuino perciò il modo in cui meglio si dice il soggetto: non si tratta più del soggetto in assoluto, ma dell’esser soggetto di questo o quello, ovvero non indiscriminatamente, e del poterne rendere ragione.

Si giustifica dunque che la materia faccia da sostrato anche alle determinazioni, ma allo stesso tempo non risulta che le determinazioni siano predicate della materia. Il sostrato originario diviene tale per cui non gli si può più applicare la regola valida nelle Categorie, per cui ciò cui esso fa da sostrato si deve anche poter predicare di esso. In questo senso, la formulazione aggiuntiva «originario» riceverebbe una precisazione della determinazione del sostrato in 1028b36-37. Porre la questione dell’oujsiva come sostrato permette di evitare la spontanea identificazione del sostrato delle determinazioni con il corpo empirico. Si pone infatti il problema dell’oujsiva come sostrato in contrapposizione a ciò che le si attribuisce, vale a dire ciò di cui propriamente la determinazione inerisce. Si esclude in questo modo che il corpo empirico, in quanto sede delle proprie determinazioni, possa esserne il sostrato. Si comprende ora la natura del composto menzionato alle linee 1029a2-3; proprio per svincolare il corpo empirico dalle sue determinazioni, i tre candidati al ruolo di sostanza risultano essere proprio materia, forma e composto. Ma la vera oujsiva non può essere la materia. Come invece risulterebbe se fosse sufficiente procedere ad una massiva separazione delle proprietà da un corpo, in primis lunghezza, larghezza e profondità; essa può fare da sostrato a tutte le determinazioni proprio in quanto è di per sé priva di determinazioni, e pertanto si può davvero dire che in un certo senso essa sia un nulla. Si allude al materiale di cui è costituito un determinato corpo, e che detiene unicamente quelle caratteristiche che gli spettano appunto come materiale di cui è fatto. La sua estensione, ad esempio, è quella che gli compete. E lo stesso dicasi per peso, temperatura, colore, posizione, etc.. Naturalmente, Aristotele non intende sostenere che il bronzo in quanto bronzo non è nulla in sé. Si può benissimo considerare il bronzo di una statua non come materiale di cui essa è fatta ma come bronzo, e attribuirgli in quanto tale tutta una serie di caratteristiche, quali colore, peso specifico, pla­smabilità, grado di corrosione. In questo caso, però, si considera il bronzo non più come materia in senso aristotelico, ma come corpo naturale composto, sottoponibile ad analisi ilemorfica. Se le determinazioni positive che dipendono dalle varie categorie non possono competere alla materia di per sé presa, poiché esse competono in senso proprio soltanto all’oggetto di cui essa è materia, allora non le possono competere neppure le determinazioni negative corrispondenti. La materia in quanto tale non ha per Aristotele alcuna determinazione, né positiva, né negativa. Affinché i sostrati possano svolgere il ruolo a loro richiesto è necessario che la loro natura sia effettivamente pura, cioè del tutto indipendente dalle proprietà che possono esemplificare. In caso contrario, i sostrati stessi andrebbero sottoposti a un’analisi simile a quella riservata ai corpi cui appartengono, dando il via a un ovvio regresso all’infinito. I sostrati si suppongono nudi in se stessi, ma ciò non esclude logicamente che possano (e forse debbano) presentarsi sempre insieme a qualche attributo.

Auxiliary argument. Anche questa sezione di Z 3 muove nella direzione del chiarimento dell’ordine di predicazione ontologica, in particolare dove, in 1029 a 23-24 si dice che tutte le altre cose si predicano della sostanza, e questa si predica della materia: un passo che riecheggia quelli delle Categorie analizzati da Frede, anche se, in questo caso, sembra che la continuità della predicazione venga spostata un gradino più in basso, fino alla forma-del-sinolo, o meglio su un altro livello, in cui la transitività è solo apparente. In un certo senso transitività si può dare solo in rapporti intracategoriali, o comunque dove è presente un principio di sinonimia, mentre qui soggetto e sostanza sono detti se non omonimamente, almeno in modo focale: nella prima occorrenza della frase citata oujsiva sta infatti per sinolo, nella seconda, ripresa dal deittico, sta per forma. La difficoltà, in altri termini, è nell’essere soggetto della forma. Questo ritornare su se stessa della continuità della predicazione è ciò che l’analisi di Z 3 dovrà dipanare, in modo da scoprire un piano superiore di continuità che renda conto di queste formulazioni.

Sostanza e universale.

Secondo Burnyeat la trattazione di Z,13 si colloca a livello puramente logico: essa non deve essere ritenuta pertanto determinante per il problema della particolarità della forma, ma deve essere interpretata alla luce delle conclusioni metafisiche del segmento di indagine cui appartiene, il cui oggetto è costituito congiuntamente dal genere e dall’universale (cui il genere è riportato), due delle specificazioni logiche della sostanza introdotte da Z 3. Inoltre il problema delle parti della definizione e della loro definibilità affrontato metafisicamente da Z 14­-15, a cui la chiusura di Z, 13 rimanda per una soluzione del problema del rapporto tra conoscibilità e realtà, è a sua volta da leggersi alla luce della soluzione offerta da H, 6 (e in parte da Z 12) alla questione ben più profonda dell’unità della definizione/definito.

Questi rilievi di Burnyeat sono di particolare utilità. Non si tratta di produrre sottili distinzioni logiche, né di rendere a tutti i costi queste distinzioni coerenti con il dettato di Z, 13: il problema della forma è primariamente metafisico.

Z, 13, dunque, ha un ruolo prevalentemente di pars destruens e il dilemma cui mette capo è uno stratagemma dialettico risultato di una radicalizzazione di alcuni posizioni anche altrove rigettate. Questo non significa che Z, 13 non possa costituire comunque il banco di prova per qualsiasi interpretazione e teoria aristotelica sulle forme. Frede-Patzig condividono questa visione allargata dello scopo critico-decostruttivo di Z 13, ma sembrano anche, al contrario di Burnyeat ed opponendosi ai Londinesi, riservare al capitolo un compito positivo molto forte. Nell’analisi del capitolo conviene seguire l’interpretazione minimale, evitando di inserire tesi metafisiche radicali, come quella nominalistica di Frede-Patzig, dove non siano direttamente richieste dalla teoria. Ma a questo punto è possibile chiedersi: esiste e si può estrapolare da Z, 13 una qualche tesi metafisica, anche presentata in forma critica? Se il capitolo aprisse una voragine metafisica, l’assenza di una tesi metafisica positiva potrebbe essere soppiantata in qualche modo dalla critica alle Idee platoniche ed ai concetti di universalità e separatezza che implicano? Nell’ottica dell’interpretazione minimale di Z, 13 come banco di prova per le teorie, sembra che chi intenda sostenere una teoria degli universali-sostanza debba rispondere al maggiore degli argomenti critici aristotelici (1039 a 2-3): quello del terzo uomo. Driscoll analizza in questi termini, come risposte al problema della proliferazione ontologica implicata dal terzo uomo, gli argomenti di Owen e di Woods a favore della sostanzialità delle specie e quindi di una traducibilità diretta di eidos tra Categorie e Metafisica, opera in cui la specie, seguendo lo studioso, subirebbe una sorta di upgrading da sostanza seconda a sostanza prima. Seguirò qui in parte l’analisi di Driscoll.

Vediamo la posizione di Woods

  • l’eidos che nelle Categorie è sostanza seconda viene ora predicato di una pluralità di soggetti

  • l’eidos che in Z è sostanza prima non viene più predicato di una pluralità di soggetti ma è SOGGETTO PRIMO

  • al contrario il genos è predicato di una pluralità di molti ovvero le sue specie

  • la specie entro la categoria di sostanza sarebbe assunta nel passaggio dalle Categorie a Z, come sostanza prima

  • malgrado il secondo punto di questo elenco, Aristotele potrebbe fare questo passaggio entro Z,13 in cui si afferma chiaramente che nessun universale può essere sostanza perché interverrebbe una distinzione tecnica tra universali in senso stretto – ta katholou- e cose DETTE o PREDICATE universalmente o appartenenti universalmente a x. Le critiche di Aristotele andrebbero solo contro i secondi, mentre i primi ne sarebbero immuni non essendo predicati universalmente: dunque si sostanzializza la specie prima che essa venga predicata. Tuttavia la prima difficoltà cui va incontro questa distinzione sembra essere la mancanza di ogni riscontro testuale, e questo persino in Z, 13, dove i termini vengono scambiati in modo indiscriminato.

La posizione di Owen a questo proposito è riassumibile attraverso la lettura di uno studio dedicato all’argomento del terzo uomo. La ricostruzione che ne viene offerta si fonda specialmente sulle critiche aristoteliche rivolte a Platone, ed in particolare su quelle contenute nel Peri Ideon, e tende quindi ad estendere la valenza dell’argomento al di là del contesto platonico in cui fu originato (Parmenide 131 e-132 b). Da questa premessa segue che esso non esprima tanto una istanza di correzione interna alla teoria delle Forme, ma fondamentalmente una critica atta ad investire ogni teoria della predicazione (ontologica) che non adotti le adeguate contromisure. Il regresso e la proliferazione degli enti che il terzo uomo implica sembrano generati, infatti, dalla adozione simultanea di due assunti logicamente incompatibili:

a. non-Identity Assumption: ciò che è predicato è sempre qualcosa di differente dal soggetto di cui è predicato;

b. self-Predication Assumption: ciò che è predicato è esso stesso SOGGETTO di quegli stessi predicati.

I due assunti, come tali incompatibili, entrando in contraddizione, si dialettizzerebbero, e dalla loro alternanza verrebbe generato il regresso e la proliferazione degli enti attraverso l’ipostasi di predicati sempre nuovi. La proliferazione avrebbe luogo nello stadio di assimilazione di forme verbali similari, che permette di individuare come uno stesso predicato quello riferito ai particolari e quello riferito all’idea, raggruppando quest’ultima ai particolari in una nuova classe più ampia di una unità numerica e a cui corrisponderà una nuova idea, e così all’infinito. Nello studio di Owen troviamo le posizioni di Aristotele in merito all’assunto di non identità con l’obiettivo di fermare il regresso in due fasi: A) nelle Categorie e negli Elenchi Sofistici troviamo la prima teoria della predicazione. In merito a questa, Owen sostiene che frenerebbe il regresso con l’accettazione radicale del principio di non identità: niente che sia predicato in comune è un TODE TI. Si tratta di una barriera di fronte ad ogni tentativo di regresso dato che evita lo stadio di assimilazione. In questo senso l’individuale non può essere raggruppato con l’universale in quanto non sono entrambi un TODE TI. In questa fase Aristotele sarebbe molto più ostile di quanto sarebbe poi divenuto rispetto al trattamento platonico delle specie nella predicazione ontologica. B) Nella tarda teoria della predicazione verrebbe rifiutata del tutto la tesi della non identità per una classe di casi limitata da Z, 6 come predicazioni in senso forte in cui vale l’identità tra cosa ed essenza. Si escludono gli accidenti per sé in quanto le definizioni dei soggetti primi sono esemplificate da un enunciato di IDENTITA’. Si spiega perché Aristotele abbia identificato i soggetti primi proprio con la specie, non essendo gli individui definibili qua talis. Mentre la prima teoria avrebbe dunque tenuto i due livelli della predicazione (soggetto e predicato) ben distinti in ogni caso e considerato ognuno come determinato indipendentemente dall’altro, la seconda li avrebbe identificati per un’ampia, e NON PER QUESTO INDETERMINATA, classe di casi, escludendo così la proliferazione delle sostanze al di fuori di questa classe.

Driscoll a questo punto afferma che si può criticare la posizione di Owen dal punto di vista testuale come fece Dybikowsky: in Z, 13 ci sarebbero le tracce della prima teoria 1039a1: critica della teoria delle idee sulla base del fatto che NESSUN PREDICATO COMUNE PUO’ ESSERE UN TODE TI. Oppure, potremmo dire, contestandone la lettura di Z, 6 che, per quanto sostenga l’identità tra cosa ed essenza, la sostiene non in senso materiale, ma la qualifica sulla base di una considerazione di ordine differente: la forma è principio di identità della cosa, e non tanto un ente autopredicantesi di una classe arbitrariamente delimitata di casi, come se per rettificare la posizione di Platone bastasse fare qualche integrazione di matrice logica. Si tratta del postulato della finitezza dell’essere per sé.

Ricapitolando: Owen e Woods rintracciano un upgrading dell’eidos mentre Driscoll fa leva sull’omonimia e, dunque, sull’uso focale del termine nei significati si specie e causa formale – cui si accompagna, su un altro piano la distinzione tra forma e composto che si trova in Z, 10-11 in merito al sinolo in universale al fine di dimostrare che soltanto il composto corrisponde alla specie delle CATEGORIE. Gli argomenti sono i seguenti:

  1. analogamente alle specie, i composti universali CONTENGONO* i particolari

  2. la differenziazione tra causa formale e genere, che in Z, 13 non è sostanza, è netta. Al contrario, genere e specie sono continui (uomo-animale) entrambi considerati come exemplum di sinolo in universale.

  3. una volta estrapolati, tanto le specie logiche quanto i composti in universale sono detti SOPRA i particolari. Al contrario, la causa formale non esemplifica un UNO SUI MOLTI nello stesso senso

  4. nei tre passi di Zeta in cui si fa riferimento alla sostanza prima se ne parla sempre in connessione con la forma, MAI in connessione alla specie

La posizione alternativa di Driscoll, paradigmatica di coloro che considerano la forma un comune, è la seguente: the eidos which is primary subject in Z (…) is neither the species of the Categories, as Woods and Owen hold, nor the particular form of a particular substance (…) but a third entity. La forma è infatti predicata solo della materia, entro i particolari. La predicazione ontologica si specifica dunque in due modalità:

  1. la prima avente per soggetto i particolari

  2. la seconda avente per soggetto la materia

1a) solo in questo secondo caso si può dire che ciò che è predicato sia universale, essendo tale solo nel senso lato di opposto ai particolari –è una unità specifica che si pone come condizione dell’unità numerica dei particolari, poiché la possibilità di contare riposa sulla individuazione di un certo tipo di enti (ad esempio i numeri naturali) costituiti secondo una medesima regola.

Come la sostanza prima di Woods, il comune di Driscoll non è predicato in comune, ma diversamente da essa non è una specie, non ha cioè l’unità numerica che ha la specie rispetto alle altre specie, perché è considerata solo in relazione ai particolari e prima che venga predicata di essi. Cosa significa? IPOTESI: mentre la sostanza prima di Woods è giustapposta ai particolari ma è in certo senso AL DI LA’ DEL particolare, con pesanti ricadute nel senso di una platonizzazione di Aristotele, quella di Driscoll è su un piano ancora giustapposto, ma ontologicamente (e non solo logicamente, in base al livello di generalità) distinto. Non si tratterebbe quindi né di un universale, quale la specie, né di un particolare, ma di un terzo tipo di ente, appunto un comune, o in altri termini un individuo, laddove questa nozione sarebbe intesa come del tutto differente da quella di particolare (tutta l’operazione dello studioso potrebbe essere vista anche come il tentativo di fondare una simile distinzione concettuale). Driscoll ammette ancora un passaggio da una prima a una seconda teoria della predicazione: nella seconda specie e genere sopravvivono come composto in universale e, pur non essendo più sostanza, possono ancora bloccare il regresso nel primo modo distinto da Owen (risposta alla critica di Dybikowsky) tuttavia vi è un predicato di tipo diverso, le cause formali, per le quali il terzo uomo non può essere bloccato nel modo precedente e che richiedono una seconda modalità di predicazione, che le identifichi alla propria essenza. Dunque niente che presupponga un soggetto può essere sostanza e ciò che costituisce il soggetto primo è identico alla propria essenza. Le due tesi sarebbero complementari ed il cambiamento consisterebbe nell’inserzione di un nuovo tipo di enti: LE CAUSE FORMALI.

Ci si può chiedere naturalmente se i vari modi di frenare gli esiti platonizzanti della teoria delle forme sostanziali differiscano veramente in aspetti essenziali, dal momento che cercano tutti di contenere dall’esterno la proliferazione degli enti, fermandosi prima della predicazione dei particolari, anche se questo arresto viene motivato in maniera differente, come distinzione netta di piani di generalità differente, quindi ontologicamente distinti (Woods, prima teoria di Owen), come distinzione netta di piani ontologicamente distinti, e pertanto di diversa generalità (Driscoll) o con un postulato di finitezza della classe degli enti per se in senso forte (seconda teoria di Owen). Quello che distingue Driscoll è il tentativo di motivare indipendentemente questo passaggio e di mitigare così questo aspetto di arbitrario tappabuchi della teoria delle forme. La motivazione che viene fornita è oltremodo significativa: è motivata dalla necessità di comprendere il mutamento secondo sostanza che spinge Aristotele a una seconda teoria della predicazione. In questo senso Aristotele avrebbe introdotto nella Fisica i principi costituiti dalla causa formale e materiale e li avrebbe riformulati ontologicamente nella Metafisica in quanto ormai eccedenti le potenzialità esplicative dell’ontologia categoriale: potrebbe essere spiegata anche su questa base la continuità di sviluppo con il libro Zeta.

Un fondamento testuale possibile a interpretazioni come quella di Driscoll è rintracciabile nella distinzione tra due modi di dirsi del soggetto, come un TODE TI rispetto alle sue proprietà o come la materia rispetto alla forma: Aristotele perciò sembrerebbe restringere l’universale in Z, 13 al primo tipo di predicazione/soggetto. Questo riporta alla lettura non lineare del passo relativo al soggetto di Z 3, 1029 a 5-7 e 23-24: qui si poteva notare una sorta di inversione dell’esser soggetto della materia e della forma, che rendeva il criterio del soggetto di per sé non sufficiente. Un primo aspetto da valutare è il fondamento testuale e teorico possibile di questa distinzione nei modi di predicazione della forma. Frede-Patzig notano che Aristotele pensa che non ci sia una cosa determinata, ad esempio Socrate, che fa da sostrato alla forma, ma che come sostrato della forma si possa intendere la materia. Ma da ciò non consegue ancora che egli accordi il medesimo statuto privilegiato anche alla specie generale uomo per cui essa, sotto questo aspetto, verrebbe a distinguersi in maniera essenziale dal genere essere vivente (in Z, 10,1035 b 27-29 uomo viene fatto oggetto di critica né più né meno del genere essere vivente). Il punto è se questa differenza sia in grado di motivare l’assunzione di un tipo di predicazione ontologica assolutamente diversa e tuttavia in cui il predicato sia pur sempre un universale.

L’esser soggetto della forma renderebbe ciò che è predicato della forma qualcosa di autonomo dalla predicazione dei particolari, cioè del composto complessivamente inteso; questa forma-sostanza sarebbe un tode ti, inteso non come particolare, ma come individuale. Quello che non viene chiarito è il criterio in base al quale la predicazione si arresti alla materia. Se la forma è un universale come la specie (che si predica dei composti particolari) e se la differenziazione dalla specie dipende proprio da questo arresto della predicazione, allora questo arresto non può essere spiegato con la differenza dalla specie; la sua giustificazione sembra ancora soltanto negativa. Sembra una soluzione di compromesso che prende alla lettera il dilemma finale di Z,13. La differenza tra le due predicazioni potrebbe dipendere forse dal fatto che la materia di per se stessa intesa sia qualcosa di indeterminato: ma in tal caso siamo sicuri che la determinatezza implichi l’universalità, se non prendiamo alla lettera il dilemma? Sembra che occorrano argomenti ulteriori, altrimenti, come giustamente Frede-Patzig rilevano, la tesi della forma comune sposta semplicemente di un passo il problema. Si passa dal quesito la sostanza può essere universale? a quello la sostanza può essere comune?, dove sembra che ogni universale, in qualunque modo venga concepito, inevitabilmente si debba predicare di ciò cui appartiene. Inoltre non sembra esserci alcun fondamento testuale ad una differenziazione di comune e universale in Aristotele ed infine, come Frede-Patzig fanno notare, un nesso con il composto deve sussistere in base ai passi relativi alla generazione accidentale delle forme. Questi passi sembravano richiedere fondamentalmente la semplicità della forma, in un senso non lontano da quello che Driscoll attribuisce al tode ti ma che la forma sia semplice e quindi non necessariamente particolare non sembra implicare che essa sia universale, seppure con tutte queste cautele. L’analisi di un passo può aiutare a rendere meno astratti questi problemi e verificare quale sia la portata effettiva di queste letture all’interno del discorso aristotelico:

1038b9-12: Berti ha offerto una chiara disamina delle opzioni esegetiche possibili – primariamente connesse all’adozione della lezione proton o prote che compare all’inizio del passo – accanto al senso da dare ad EKASTOU:

1) la sostanza prima di ciascun tipo di cosa è quella che è propria di ciascun tipo, che non inerisce ad un altro; mentre l’universale è comune, perché si dice universale ciò che per natura inerisce a più tipi di cose.

2) La sostanza prima di ciascuna cosa è quella che è propria di ciascuna cosa, che non inerisce ad un’altra; mentre l’universale è comune, perché si dice universale ciò che per natura inerisce a più cose.

3) In primo luogo, la sostanza di ciascun tipo di cosa è quella che è propria di ciascun tipo, che non inerisce ad un altro; mentre l’universale è comune, perché si dice universale ciò che per natura inerisce a più tipi di cose.

4) In primo luogo, la sostanza di ciascuna cosa è quella che è propria di ciascuna cosa, che non inerisce ad un’altra; mentre l’universale è comune, perché si dice universale ciò che per natura inerisce a più cose.

Schmitz adotta la 1). Di per sé sembra poco probabile perché renderebbe la sostanza indistinguibile da una idea platonica: come afferma Berti, Aristotele risulterebbe così pienamente platonico proprio nel momento in cui sta criticando il platonismo. L’opzione 3) cfr. Londinesi e Woods: l’esclusione vale solo per i generi e le cose dette universalmente. L’opzione 4), cfr. Frede-Patzig che negano la sostanzialità sia dei generi sia delle specie. Mentre la scelta tra PROTE e PROTON è interna all’ordine delle sostanze, quella tra specie e individuo è preliminare, perché da essa dipende l’ interpretazione della condizione di unicità per le sostanze, da intendersi come principio della loro identità. Contro la lettura PROTE Berti argomenta sottolineando come quanto viene detto valga per ciascuna sostanza, prima o seconda che sia, e inoltre notando come il PROTON venga ripreso poco oltre dall’ETI alla riga 15. Contro la lettura di EKASTOU come riferentesi alle specie si può dire che la definizione di universale data vale anche per le specie, e che ciò che anche in altri luoghi Aristotele sembra perseguire è l’esclusione di ogni universale dal novero delle sostanze. Poniamo che l’interpretazione corretta sia la 4). La condizione di unicità delle sostanze  espressa da Aristotele come segue: la sostanza di ciascuna cosa è quella che le è propria e che non appartiene a nessun’altra, 1038b9-12, implica la conseguenza anti-platonica secondo cui le cose di cui una è la sostanza e l’essenza sono esse stesse una cosa sola. L’affermazione, tutt’altro che chiara, può essere intesa nei modi seguenti:

  1. la sostanza di x è la medesima di quella di y, segue che x e y sono il medesimo
  2. la sostanza di x è specificamente la stessa di quella di y, segue che x e y sono specificamente il medesimo
  3. la sostanza di x è la medesima di quella di y, segue che x e y sono specificamente il medesimo
  4. l’esistenza stessa di questa possibilità viene esclusa perché sarebbe necessario passare nell’implicazione da una unità numerica ad un’altra unità numerica o specifica di GRADO più debole, ma non si dà il caso inverso.

Ma c) risulta inutile, essendo valida b). (c) ricava da premesse più forti la stessa conclusione di (b), pertanto da essa non è deducibile (b), mentre da (b) è deducibile (c), quindi è più debole, ovvero rappresenta una condizione di unicità più ristretta, ma che comporta lo stesso tipo di identità formale nei portatori, pertanto restringe il dominio in cui l’identità formale è possibile ai casi di identità numerica della specie. Confutando (b), allora, si confuterà anche (c). La tesi di Albritton e Driscoll è (b). L’opzione (b) può essere contestata in quanto banalmente vera e come tale incapace di generare una assurdità, come vuole il contesto argomentativo, nelle conseguenze dell’assunto platonico; questo è quello che fa Mignucci, scartando con ciò anche l’opzione (b) che ha dimostrato essere più debole, e lasciando in piedi invece quella (a), che si associa ad una interpretazione del tipo di Frede-Patzig e alla tesi della individualità logica delle forme. Tuttavia sembra che sia possibile una lettura più debole del passo: quello di cui bisogna sempre tenere conto è il fatto che il ragionamento che Aristotele fa in queste righe è contro fattuale – altro esempio di lettura contro fattuale si trova in Z, 3- e finalizzato a mettere in luce le conseguenze assurde di un assunto platonico, quindi non va preso alla lettera come implicante tesi positive, come sembrano fare sia Albritton sia Woods. Se si accetta la premessa platonica (che l’universale sia sostanza), si dovrà comunque ammettere (pena la perdita di ogni senso) che la sostanza sia un principio di identità delle cose e che l’universale si dica di molti, dunque o si negherà la molteplicità delle cose di una stessa specie, o, se si sostiene che tale universale è sostanza di una sola cosa, allora, dal momento che è universale e quindi si dice di molti, i molti saranno quella cosa, e di nuovo tutto sarà il medesimo. Universalità ed essere sostanza di hanno un aspetto defintorio loro proprio che è reciprocamente contraddittorio. Una condizione di identità condivisa da molti comporta o che i molti siano una stessa cosa (un solo universale per ogni cosa, negazione della molteplicità delle differenze formali: astrattamente parlando atomismo) o che una sola cosa è i molti (c’è una sola cosa, negazione della molteplicità empirica: astrattamente parlando eleatismo, parmenideo se questa unità è intesa come specifica, alla Melisso se è intesa come numerica). Il platonici sembrano dunque oscillare tra queste posizioni. Contro questa giustapposizione di aspetti contraddittori viene avanzato un principio di identità minimale: non possiamo porre i molti da un lato e l’uno dall’altro, ma bisogna considerare le cose nella loro identità, per come sono offerte da ciò che le individua. La contraddizione non si genera quindi dal raffronto tra questa identità forte (degli individui) e l’identità in senso platonico (delle specie), come sembra pretendere Mignucci, ma dal raffronto tra la tesi platonica e un requisito basilare di sensatezza, quello secondo cui se si parla di una entità ad un certo livello (poniamo gli individui oppure le specie), occorrerà parlare di essi in relazione ad un principio di identità sullo stesso livello (specifica o numerica che sia in assoluto). Anche l’opzione (a) è banalmente vera, dunque, perché una volta posto nelle premesse che vi è una sostanza di a e b è ovvio che questa costituisca la loro identità, ma proprio questo assunto banale è contraddetto dai platonici, e di qui viene l’assurdo. Propenderei dunque per una lettura neutrale che conservi sia l’opzione (a) sia l’opzione (b), mentre sembra che la lettura (c) possa essere esclusa non solo su questa base teorica, ma anche perché implicherebbe due letture diverse di HEN all’interno della medesima frase, caso che può verificarsi, ma solo eccezionalmente.

L’assenza di una tesi metafisica implica di per se stessa una metafisica – tipo-di-metafisica? Sarebbe sostenibile se la mancata attribuzione di un livello di generalità definito alle sostanze non solo fosse metodologicamente corretto a questo stadio di analisi logico, ma fosse l’unica posizione possibile. In tal caso al capitolo Z, 13 spetterebbe il compito di escludere identificazioni unilateralmente poste con l’universale in sé ed il particolare in sé della sostanza e con ciò di escludere entrambi dal ruolo di sostanzialità. Non sembra essere così. Sulla scala dei livelli di semplicità/generalità che porta dal particolare in sé all’universale in sé, venga escluso questo limite superiore dal ruolo di sostanza. Quanto al limite inferiore, una interpretazione rigida di esso porterebbe verso una sorta di atomismo logico e antologico cui come si è visto in parte si applica la critica di Aristotele in Z, 13, ma sembra che in certo modo sia ancora possibile considerarlo un candidato al ruolo di sostanza. I particolari ancora accettabili come sostanze però, non potranno più essere i molti su cui l’uno insiste, perché l’assolutizzazione della struttura uno-di-molti è proprio ciò che qui viene giudicato un passo falso. Se la sostanza si rivelerà particolare sarà in virtù di una diversa struttura di predicazione ontologica, la stessa di cui siamo andati alla ricerca da Z 3 in poi come spiegazione della non linearità dell’esser soggetto della sostanza; ma si è detto anche che questa dovrebbe consistere in un continuum di articolazioni scandito in termini di potenza e atto. Il particolare potrà essere sostanza, allora, solo in quanto atto o livello di attualità, ovvero come punto di massima articolazione dell’essere, mentre l’universale relativo sarà potenza e l’universale assoluto sarà escluso dal ruolo di sostanza. Potremmo ricordare a questo proposito come Burnyeat riconosca uno slittamento dalla inter­definibilità di particolare e universale, propria dell’Organon e dell’inizio di Z, 13 e ricavata dalla struttura della predicazione uno-di-molti, alla priorità del particolare, che come tale deve essere ricavata da una diversa struttura di predicazione ontologica; Z 13 mostrerebbe che l’universale non è un buon punto di partenza per la discussione sulla sostanza, mentre Z 10 e 11, parlando più esplicitamente di una posteriorità di enti come uomo o animale, porterebbero alla priorità esplicita del particolare. Anche Frede, nel suo articolo benché giunga per altre vie meno dirette ad asserire proprio l’individualità della forma, che non viene più pertanto intesa negli stessi termini per cui era opposta all’universale. La disputa sugli universali inizia proprio dalla critica di Aristotele alle Idee. In questi termini volutamente anacronistici, si potrebbe vedere dunque in Z,13 la rivendicazione della priorità del problema dell’identità sulla questione degli universali e il rifiuto della soluzione platonica anche in quanto è la medesima nell’uno e nell’altro caso, e non riconosce dunque la differenza tra i due piani. Se è così, tuttavia, viene lasciato spazio per una teoria nominalistica degli universali che non si affianchi a un atomismo metafisico, ovvero che individui i particolari come sostanze sulla base di ragioni del tutto diverse da quelle dei platonici e facenti leva sul concetto di semplice e di atto. Gli universali possono essere individuati diversamente? Negativo. Se si collocano all’estremo superiore della scala. Non si possono porre l’uno e i molti come in sé l’uno e in sé i molti, perché non si vede quale sia il principio di identità di ciascuno dei molti e quello dell’uno, se non il fatto che l’uno sia uno e il fatto che i molti siano molti, ma questo vale in ogni caso, dunque tutto è uno. DA *VERIFICARE: il discorso che Platone fa nella terza parte del Sofista, 244b in poi, rimane parzialmente immune da questa presa di posizione aristotelica?*

L’ontologia non può presupporre una ontologia sottostante– è questo l’errore di fondo di Platone, che confonde e mescola il piano logico su quello metafisico, ontologizzando il primo?- , ma se assolutizziamo la struttura della predicazione uno-di-molti arriviamo proprio a questo. Introduciamo surrettiziamente una ontologia prestabilita che replica il piano dei predicati assumendo che essi dicano esattamente come stanno le cose e dunque perdendo ogni distinzione possibile tra predicazione essenziale ed accidentale; dal punto di vista semantico abbiamo in tal caso una considerazione puramente estensionale o puramente intensionale, ma questo non basta a produrre alcuna definizione d’essenza. Il mero fatto che io possa chiamare ogni uomo UOMO non implica che ci debba essere una sostanza in atto che sia l’uomo stesso, e se si fa questo passaggio si perdono di vista tutti i criteri che fanno raccogliere in un’unica forma di vita le diverse manifestazioni della specie uomo. Per portare alle estreme conseguenze questo discorso, non avrebbe più ragion d’essere alcuna scienza dell’uomo. Che tutti gli uomini siano lo stesso uomo, o che vi sia un solo uomo, non fa grande differenza, perché vedremo comunque una cosa sola (PAN o HOLON??? – vedi Sofista). Al sapere teoretico, e solo ad esso, non spetta produrre alcun fatto, nessun nuovo assetto del mondo, e per questa ragione esso non può neppure affidarsi all’autorità dei fatti per la fondazione dei propri argomenti; quello che invece può fornire sono principi che seguano il dettato delle cose, e in primo luogo un principio di identità.

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Un pensiero su “Ricerche PhD Aristotele (prima parte)

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