Divagazioni Metafisiche (1): il soggetto categoriale in Aristotele

Frequentare il Dottorato di Ricerca può portare a seguire molte vie contemporaneamente. Intraprendi una ricerca e poi il supervisore decide di “fermarti” spegnendo gli entusiasmi magari dicendo: “stia attenta che affrontare questi argomenti tutti insieme può essere rischioso”. In pratica, dopo essermi laureata sul commento di Tommaso d’Aquino alla Fisica di Aristotele mi sono letteralmente lanciata sulla Metafisica, i libri centrali sulla sostanza, per essere precisi. Inizio con Z,7-9 e poi subito verso le parti della definizione e l’essenza. Ora non so se riuscirò a far quadrare il cerchio, ovvero a costruire un’interpretazione complessiva che tenga conto di Metafisica, biologia e De anima; in ogni caso mi esercito su questo blog 🙂

M. Burnyeat è uno degli studiosi che più amo in questo momento. Riassumo a seguire quello che ho capito della sua interpretazione. 

Frede-Patzig, Wedin e soprattutto Burnyeat evidenziano il ruolo chiave di Z, 3 nell’indagine ousiologica di Z. Sono qui infatti distinti i diversi modi, o specificazioni logiche (tre o quattro a seconda delle letture che distinguono od identificano il genos con l’universale) in cui si dice la sostanza, e sono dunque aperte le tre linee argomentative che strutturano il seguito del libro. Per Burnyeat si tratta di direzioni concettualmente indipendenti e parallele, per quanto in ultima analisi convergenti, ad un livello ulteriore e metafisico, nell’affermazione della sostanzialità prima della forma. Nella Mappa si vuole dunque mostrare che in Z in modo non lineare si produce la necessità di un passaggio dal piano logico a quello metafisico, che, in ogni caso, mette capo all’individuazione della forma come sostanza. Il termine logico viene inteso primariamente da Burnyeat in quello che egli indica come il terzo senso rintracciato da Simplicio, ovvero come ciò che «procedes from generalities rather than from principles peculiar and appropriate to the subject»1; in questo senso egli parla perciò di un livello logico preliminare di indagine in cui si collocherebbe lo stesso Organon e da cui Z stesso prenderebbe le mosse. Il livello metafisico viene contraddistinto primariamente dall’analisi ilemorfica, la quale porta con sé l’apparato esplicativo e causale della scienza aristotelica. Indubbiamente si tratta di una metodologia specifica degli scritti aristotelici, in parte responsabile delle oscurità dei testi, ma non sarebbe altro, secondo Burnyeat, che l’applicazione, a livello metafisico, delle procedure di indagine tipiche dello scienziato aristotelico. (Anche Frede-Patzig distinguono diverse linee che fanno capo alla forma e prendono avvio da Z,3, ma senza una chiara distinzione del livello logico da quello metafisico, punto su cui B insiste molto.).

Su queste linee B ricostruisce la mappatura di Z:

  • Z,3: sostanza come soggetto;

  • Z,4-6, Z.10-11: sostanza come essenza;

  • Z,13-16: sostanza come genere o universale.

A queste sezioni si aggiungerebbero altre trattazioni correlative, forse inserzioni posteriori, che affrontano il tema della sinonimia della forma nel corso dei mutamenti e dunque il problema dell’identità processuale (Z,7-9) ed anticipano il problema dell’unità della definizione di Z,12, focalizzato qui nei termini che ne consentono una soluzione soltanto in H,6. L’inserzione della struttura ilemorfica rappresenta la chiave di volta per il passaggio da un piano all’altro in ciascuna delle linee argomentative mappate da Burnyeat. Solo con la mediazione dell’ultima linea argomentativa, rappresentata da Z,17, relativa alla forma come causa e principio, ed attraverso la tematizzazione del concetto di natura di una sostanza è effettuato l’ultimo passaggio.

Questi, infatti, sempre attento alle partizioni naturali dei fenomeni, ne seguirebbe analogicamente gli sviluppi, attestandone la convergenza eventuale: se infatti i principi delle scienze sono propri e correlativamente vi è una molteplicità di generi, non sarà possibile forzare in un campo ciò che viene attinto da un campo e una scienza differenti, ma potranno essere constatate eventuali analogie funzionali di sviluppo, seppure sempre come un risultato e mai come una premessa della scienza che si studia. Mentre nella Fisica un procedimento siffatto mette capo alla individuazione della natura come principio di mutamento interno nelle sostanze, qui, allo stesso modo, esso nette capo alla forma, come principio primo dell’essere delle cose. Per queste ragioni Z, 3 appare come il punto in cui l’intera indagine di Z viene impostata programmaticamente, ed anche, seppure per breve tratto, svolta; possiamo infatti vedervi il sommario delle specificazioni logiche del concetto di sostanza che Z andrà via via in modi diversi recuperando a livello metafisico –ovvero la sostanza come essenza, genere, universale e soggetto – e lo svolgimento del ramo di indagine relativo al soggetto.

Aristotele si sta muovendo nella direzione della potenza e dell’atto, la cui introduzione in H consente una soluzione ultimativa, o quasi, dei principali fronti problematici di Z.

Cosa ha evidenziato Burnyeat?

  1. ha radicalizzato la pluralità delle specificazioni logiche della sostanza, basandosi sulla multivocità della grammatica concettuale aristotelica;

  2. ha suggerito, benché implicitamente, il ruolo che l’Organon, ovvero della logica nell’accezione aristotelica del termine assume nell’ambito dell’ousiologia

  3. ha mostrato come in alcuni casi, ad esempio Z, 2 in cui l’elenco di che cosa può essere annoverato come sostanza è metodologicamente subordinato al problema metafisico dato dall’introduzione dei criteri di sostanzialità. Suppongo che questo significhi che le sezioni dialettiche – vedi l’esegesi di Irwin1 – siano non solo propedeutiche al piano logico, ma da esse del tutto dipendenti. Si tratta di un punto implicito, ma resterebbe da chiedersi in che modo lo sfondo delle aporie concernenti la scienza cercata possa in qualche modo essere messo in relazione con il piano logico.

Soggetto categoriale

Come si attua il passaggio tra la piattaforma categoriale e quella ousiologica? Cercherò di mostrare come Aristotele richieda per i soggetti primi una natura sortale determinata e per questa via apra il problema dell’unità della definizione d’essenza. Successivamente vedremo come già una disamina logica dei prerequisiti per la definizione d’essenza permetta di escludere i composti accidentali dalla definibilità: un criterio di sostanzialità basato sulla definibilità, dunque, permette di risolvere il problema inizialmente posto nell’ontologia categoriale, quello di stabilire i soggetti naturali e primi di predicazione. Ma con ciò non è ancora detto quale debba essere questo criterio. Rispondere a questa domanda significa capire in virtù di che cosa un ente è una parte strutturale. Secondo l’impostazione di Z, infatti, porre un criterio di sostanzialità basato sulla definibilità significa porre un criterio sulla composizione mereologica delle sostanze, sulla base di un principio che Zeta formula nella maniera più esplicita alle linee 1034b20-22 di Z,10.

Il passaggio tra le due piattaforme consente di risolvere almeno due problemi: qual è lo statuto ontologico delle parti delle sostanze? Come distinguere proprietà essenziali da accidenti (per sé)? Dobbiamo trovare un criterio per i soggetti naturali di predicazioni introdotti nelle Categorie. La domanda che ci si pone è dunque la seguente: Aristotele è in grado, nelle Categorie, di introdurre un simile criterio? Il nostro scopo è dunque quello di valutare i vincoli di ordine ontologico, propri della teoria delle categorie, alla soluzione del problema della distinzione tra ciò che è accidentale e ciò che è essenziale al soggetto di predicazione e, contestualmente, di introdurre un criterio per i soggetti naturali di predicazione. A questo scopo è necessario delineare la teoria delle categorie come teoria ontologica. Innanzitutto, che un’ontologia, nelle Categorie, sia presente, è cosa difficile da contestare. Infatti, anche nel caso non considerassimo le categorie come partizioni dell’essere, ma semplicemente come sistemi di predicazioni, o di predicati, o persino come una semplice classificazione di forme linguistiche, questo non inficerebbe una lettura ontologica del trattato omonimo, perché in tal caso, come ha mostrato Frede (1981), sarà possibile confinare la formulazione esplicita di una teoria delle categorie così intesa ai Topici (in particolare al capitolo nono del primo libro), mantenendo una funzione ontologica alle Categorie, un trattato che nell’antichità era anche noto con il titolo di Ciò che viene prima dei Topici.

Il termine kathgoria e il verbo corrispondente, nota ancora Frede, vengono usati a connotare non solo quelle che generalmente intendiamo come categorie (introdotte appunto in Top. I, 9), ma anche i predicabili (genere, definizione, proprio e accidente), che Aristotele introduce nel capitolo 8, di modo che “tipi di predicazione” sembra essere la traduzione preferibile del termine. Tipi, in quanto atto a indicare anche le più generali relazioni di predicabilità, e tipi di predicazione, in quanto la loro introduzione risulta dalla analisi della struttura predicativa minimale soggetto-predicato e dalla sua articolazione. Frede, inoltre, preferisce parlare di predicazione piuttosto che di predicati, per due ordini di ragioni: in primo luogo testuali, perché l’analisi delle diverse occorrenze del termine sembra spingere a enfatizzare l’atto della predicazione più che il suo contenuto; in secondo luogo teoriche, perché nella prima delle categorie, il “che cos’è”, vengono a rientrare non solo i predicati della sostanza, ma anche quelli che, sotto altri rispetti (ovvero considerati alla luce di altri atti enunciativi) competono alle categorie non sostanziali.

Anche i predicati della qualità e della quantità, infatti, come anche di tutte le altre categorie, possono costituire delle risposte alla domanda “che cos’è?”, se noi li consideriamo aJplw§” e non in riferimento a una qualche sostanza: anche il ‘bianco’ e il ‘liscio’, infatti, “sono”, tutto sta a vedere quale sia il loro modo di essere. Se è così, e la prima categoria conterrà predicati, e non individui: “the categories of the Topics cannot be identified with the ultimate genera of what there is (…) and in a way there is no category of substance in the Topics”. La conclusione di Frede, pertanto, è la seguente: le categorie dell’essere non possono essere identificate con le categorie stesse, poiché la prova dell’esistenza di una categoria di sostanza è circostanziale. Vi saranno allora tanti usi del verbo “è” quante sono le categorie e questi stessi usi, nella misura in cui rientrano tutti nella prima delle categorie, saranno usi per sé; tuttavia, se consideriamo il fatto che le categorie sono accidenti delle sostanze, essi saranno rispetto a esse usi accidentali, e vi sarà un uso per sé di “è” entro la prima categoria, uso tuttavia non ancora messo a fuoco con gli strumenti forniti da essa. Il modo d’essere delle sostanze, infatti, non è cioè tale (per sé) solo perché viene considerato aJplw§” (tra l’altro questo implicherebbe la sostanzialità di ogni ente), ma perché “è” essenzialmente e in modo diverso un che di semplice, un individuo concreto. Le Categorie, dunque, richiedono un’analisi ontologica che a un primo livello viene già svolta nelle Categorie e viene poi ripresa e approfondita nella Metafisica, che nel capitolo quarto del libro Z sembra richiamarsi alla concezione dei Topici e superarla.

In conclusione, dunque, anche accettando queste tesi di Frede si potrà tuttavia parlare di ontologia e dottrina della sostanza nelle Categorie, così come se ne potrà parlare nel caso si ammetta, più tradizionalmente, nel trattato la presenza di una teoria categoriale avente portata ontologica, mentre quello che sembra più difficile sostenere è una teoria puramente logico-linguistica delle categorie in quest’opera. Qual è dunque il portato ontologico più generale delle Categorie?

Come noto, l’esser-sostanza e l’essere-accidente vengono introdotti in relazione a un modo di predicazione (in senso lato), ovvero un modo di essere soggetto, l’essere in o inerenza, e questo viene correlato a un secondo modo, l’essere detto di o predicazione in senso stretto. L’inerenza viene definita, supposto che di definizione in senso proprio si possa parlare, in questo modo: “Con ‘in un soggetto’ intendo ciò che, sussistendo, non come parte, in qualcosa, non può esistere separatamente da ciò in cui è (ejn uJpokeimevnw/ de; levgw o} e[n tini mh; wJ” mevro” uJpavrcon ajduvnaton cwri;” ei\nai tou§ ejn w|/ ejstivn)” (1a24-25). Si tratta evidentemente di una caratterizzazione problematica se assunta come definizione, perché in essa, a causa delle diverse occorrenze di ejn, si crea tra definiendum e definiens una circolarità che sarà compito degli interpreti sciogliere2. In abbozzo potremmo dire che l’inerenza è un tipo di predicazione (a) inter-categoriale (ma più propriamente sono le categorie non sostanziali a essere individuate per via di inerenza alla sostanza, quindi così dicendo non si è ancora detto molto), e inoltre (b) non transitiva (se il libro è bianco e bianco è un colore non ne segue che il libro è un colore) e (c) non sinonimica, dal momento che non conserva l’identità di definizione3.

Al contrario la predicazione in senso stretto è transitiva, sinonimica e intra-categoriale. Mentre l’inerenza contribuisce a definire i rapporti ontologici tra attributi e oggetti in cui esse sono, e quindi a isolare relazioni e classi di dipendenza ontologica, la predicazione riguarda relazioni di dipendenza logica tra classi quali generi e specie: l’una quindi mette capo alla coppia sostanza/accidente, l’altra a quella individuale/universale. È bene, probabilmente, contestare a questo riguardo, come fa Ackrill (1963), l’interpretazione tradizionale secondo cui dirsi di ed essere in corrisponderebbero a nozioni radicalmente differenti, poiché nel primo caso si tratterebbe di una relazione linguistica o grammaticale, nel secondo di una relazione ontologica; il soggetto di predicazione non è infatti in un caso il soggetto grammaticale, nell’altro un sostrato: “‘subject’ means neither ‘grammatical subject’ nor ‘substance’, but is a mere label for whatever has anything ‘said of’ or ‘in’ it”. In entrambi i casi si tratta infatti in primo luogo di relazioni tra enti, non tra termini, per quanto certamente la relazione di inerenza sembri configurarsi come ontologicamente preliminare nella individuazione delle sostanze, mentre quella di predicazione in senso stretto dia luogo a serie di generalità logica differente. Facendo la combinatoria di questi due modi di essere soggetto e dei loro contrari, troveremo: enti che non sono in un soggetto e non si dicono di un soggetto (I), enti che non sono in un soggetto e si dicono di un soggetto (II), enti che sono in un soggetto e non si dicono di un soggetto (III) ed enti che sono in un soggetto e si dicono di un soggetto (IV). Questo permette, come si vede, di isolare quattro classi di enti: sostanze individuali (I), sostanze universali (II), accidenti individuali (III), accidenti universali (IV).

Ora, la base ontologica delle Categorie è data dalle sostanze individuali (I). Queste sono negativamente definite come ciò che non si predica di altro e non inerisce ad altro (Cat. 5, 2a11-13), ovvero come soggetti ultimi di predicazione e di inerenza. Sono sostanze prime, ad esempio, un certo uomo o un certo cavallo: ogni sostanza, infatti, esprime un certo questo (tode ti) (3b10). Un soggetto sostanziale può quindi essere introdotto in quanto F: è un certo F. Se il soggetto è un certo F, allora esso rimarrà se stesso nella misura in cui esibisce la determinazione F: insomma, tutto quello che si può dire del soggetto è che esso è F, e viene a essere e a mancare con la determinazione F (ad esempio “essere un animale dotato di anima razionale”). I problemi e le limitazioni poste dall’approccio delle Categorie alla soluzione del problema dei soggetti naturali cominciano proprio qui.

Poniamo infatti che la sostanza che gioca il ruolo del soggetto sia anche G (ad esempio “essere bipede implume”): non potremo determinare se quella cosa che è F e quella cosa che è G siano il medesimo. Anche se potessimo, inoltre, con ciò non sarebbe determinato se la perdita della determinazione G (ad esempio il perdere l’uso delle gambe, o il nascere senza questo uso) sia più o meno decisiva (rispetto a F) per la conservazione dell’identità del soggetto – il criterio di non inerenza permette solo di escludere che una sostanza venga a essere e a mancare a causa di altro, ma non ci dice nulla quanto alle condizioni di permanenza interne al soggetto. In conclusione, ciò che viene introdotto con il criterio secondo cui la sostanza è un soggetto ultimo è una struttura minimale, la struttura oggetto-proprietà, ed è lasciato del tutto libero il suo utilizzo a ogni livello tra le determinazioni proprie di una cosa.

Sviluppiamo l’esempio di Burnyeat pensando alle Categorie e alle scienze speciali, il noto Zetafish. Possiamo ad esempio scoprire che il modo di vita acquatico caratterizza tutti i pesci e definire “pesci” quegli animali che vivono nell’acqua; se scopriamo poi che ci sono mammiferi che vivono nell’acqua, come le balene e i delfini, questo non ci obbliga a modificare la nostra definizione iniziale, poiché in essa il termine “pesce” era utilizzato come una semplice etichetta per quegli animali che vivono nell’acqua e nessun vincolo era stato posto tra modo di riproduzione e modo di vita. Saremo ancora liberi di porre “pesce” come specie atomica, annoverando il modo di riproduzione tra gli attributi non sostanziali (ma derivanti da una mera giustapposizione contingente dei caratteri), oppure potremo dividere gli animali acquatici in ovipari e mammiferi e ritenere questa specie (quella cui compete l’attributo “avere modo di riproduzione oviparo e vivere nell’acqua”) una specie atomica. Insomma: se nessun vincolo è posto tra i caratteri, il dominio di base, dato dai portatori dei caratteri, e la sua stessa ampiezza, dunque la sua posizione nella scala intra-categoriale di predicazione, possono essere modificati arbitrariamente. Con ciò non si intende ovviamente dire che il filosofo o lo scienziato che fossero guidati da questo principio porrebbero nel novero delle specie raggruppamenti esuberanti, fantasiosi o comunque accidentali: come il tassonomista “linneano” anche chi elabora matrici categoriali non può non essere guidato dall’ispezione naturale e dai sistemi di identificazione propri del linguaggio naturale (per i quali “pesce” è certamente più di un insieme di caratteri, ovvero un sistema di parti le cui caratteristiche risultano più o meno rilevanti nella determinazione della natura del tutto e la cui gerarchia potrebbe essere articolata e perfezionata nel caso si scoprisse che non ogni animale acquatico è un pesce).

Insomma, con l’ausilio della nozione di soggetto ultimo riusciamo a ritagliare un complesso di enti che non sono attributi di altro, ma la struttura di tali enti resta una scatola nera e conseguentemente viene mancato il bersaglio dei rapporti di dipendenza tra le parti stesse e tra le parti e il tutto. Le parti metafisicamente necessarie all’essere una certa cosa, quelle necessarie sotto certe condizioni, quelle contingenti e gli interi stessi sono posti tutti sul medesimo piano, e su questo dominio spazia l’operatore – se così si può dire – “soggetto-ultimo”. Il criterio di non inerenza per le sostanze prime, infatti, grazie alla clausola per cui ciò che inerisce non è in qualcosa “al modo di parte” (Cat. 2, 1a25-26), lascia esplicitamente aperta la possibilità di intendere le parti delle sostanze come sostanze esse stesse (come si afferma in Cat. 5, 3a29-32), alla stessa stregua dell’intero. Il solo modo di composizione rilevante per le sostanze è perciò quello genere-specie.

Ciò che ha dato luogo alla commistione tra proprietà essenziali ed accidentali è proprio la mancata tematizzazione del nesso tra la nozione dei costituenti concreti di una sostanza (mano, testa, ecc. ) e i costituenti logici della nozione della sostanza (le parti della nozione di uomo). L’identità di una sostanza, in assenza di modi di composizione differenti, risulta relativa al sortale di specie prescelto come rilevante quando la indichiamo come “un certo F” e sembra determinata solo nella misura in cui il sortale prescelto è determinato. Pertanto dicendo “un certo F”, dove F è una sostanza seconda, tematizziamo ciascun particolare sia F, e non questo particolare in quanto è F. Questo significa tuttavia che manca un criterio per i soggetti naturali e ciò non permette di distinguere Socrate dai composti accidentali come il camuso. Nel caso dei composti accidentali siamo forzati a fare a meno di strutture complesse tutto-parti: il problema che escludiamo per le parti si ripresenta per l’intero, perché la sua origine è a monte rispetto al livello di analisi delle Categorie, nella mancanza di un criterio per i soggetti naturali: si tratta infatti di un criterio che può essere introdotto solo in sede metafisica.

Tuttavia, nel momento in cui Aristotele richiede una distinzione tra i composti accidentali e le sostanze assume che non sia possibile che la classificazione in genere e specie dipenda dalla stipulazione arbitraria di che cosa funge da soggetto, ma che occorrano dei soggetti naturali e primi. Ciò significa che, apparentemente, alcuni aspetti centrali dell’impostazione ontologica di Aristotele (la dottrina del tode ti, la distinzione tra essenziale e accidentale, la sostanzialità delle parti) possono essere preservati solo ammettendo per le sostanze individuali una forma di composizione non logica ma mereologica che escluda, come ha ben sostenuto Scaltsas 1994, una forma di composizione meramente relazionale. Occorrerà introdurre e giustificare metafisicamente un ordine di anteriorità e posteriorità tra le parti, tale per cui esse non possono essere ritenute sostanze alla stessa stregua dell’intero, pur conservando un ruolo determinante per la sostanzialità del composto.

Dunque, il terreno per una lettura concordista tra la piattaforma ontologica delle Categorie e quella dell’ousiologia di Zeta è un terreno pavimentato dalle modalità di composizione tutto-parti, il terreno della costruzione di una mereologia delle sostanze.

NOTE

1 Burnyeat 2001, p.19.

2 Ackrill (1963) scioglie la circolarità della definizione intendendo la seconda occorrenza di “in” come non tecnica ed espressa in linguaggio ordinario; Frede, da parte propria, non legge in queste righe una definizione di una relazione predicativa, ma se mai una definizione della classe di enti che tale relazione circoscrive. Non sembra tuttavia che sia particolarmente importante, nel contesto aristotelico, decidere se si tratti o meno di definizione, poiché per nozioni di portata teorica così ampia, come è ‘in’, e in ogni caso laddove la definizione, pur auspicabile, non può giungere, Aristotele ammette, com’è noto, altre vie (cfr. ad esempio Q, 6, 1048a35ss).

3Poiché si muove tra diverse categorie, e dunque concerne enti che sono solo equivocamente i medesimi, mentre uomo e cavallo, per fare un esempio, pur essendo posti a due livelli di generalità diversi, sono detti di un soggetto in modo sinonimico. Facendo a meno della distinzione tra predicazione intra- e inter-categoriale, che come si è detto implica una certa circolarità, potremmo dire così: l’uomo è un animale e l’animale è in una delle sue specie l’uomo, mentre se Socrate è bianco, da ciò non consegue che il bianco abbia Socrate come una delle sue specie, dal momento che non c’è un nesso essenziale di specificazione che conservi, articolandola, la definizione e le definizioni variano in un modo che la predicazione equivoca non è in grado di controllare. Il tutto può forse essere chiarito con un’annotazione di Frede (1987), che fornisce dei criteri euristici utili per distinguere le due relazioni di predicazione: “when we predicate health of Socrates we do not use the name health, viz., ‘health’, but the corresponding adjective (…). If, on the other hand, we say that Socrates is a man, we do use the name of an object as a predicate-noun, (…) in addition we can replace the noun ‘man’ by the definition of man for we can say that Socrates is a rational animal. Thus man is said of Socrates as its subject”.

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