Divagazioni Metafisiche (2): dal soggetto categoriale alla definizione d’essenza

Seconda parte del viaggio nella Mappa di Burnyeat. Eravamo arrivati alle soglie del capitolo in cui “tutto cambia”. Il capitolo terzo di Metaph. Z fa da cerniera tra l’ontologia delle Categorie e l’ousiologia metafisica dei capitoli successivi; si tratta di un dato che le interpretazioni più tecnicizzanti (quali quella di Frede-Patzig, Wedin e soprattutto Burnyeat) non fanno altro che enfatizzare e porre come chiave di volta delle proprie ricostruzioni: il capitolo terzo del libro assolve a una funzione programmatica per ogni indagine ulteriore.

L’intero sviluppo dell’ousiologia di Z, infatti, prende le mosse dalla messa in parentesi metodologica – operata in Z,2 – del problema “popolazionale” (quali sono le sostanze?) a favore del problema criteriologico (quale è il criterio in base al quale un ente è detto sostanza). Posto questo, in Z,3 sono distinti i diversi modi (o specificazioni logiche) – tre o quattro a seconda della identificazione o differenziazione di universale e genos – in cui si dice la sostanza (soggetto, essenza, genere o universale) e sono aperte le tre linee argomentative che strutturano il seguito del libro: a opinione di Burnyeat si tratta di direzioni concettualmente indipendenti e parallele, per quanto in ultima analisi convergenti, a un livello ulteriore e metafisico, nell’affermazione della sostanzialità prima della forma. Tali linee si diramano nelle sezioni centrali del trattato e costituiscono l’impalcatura di base della mappatura del libro Z disegnata da Burnyeat.

Metafisica Z, 3 è sovente considerato il luogo in cui Aristotele espone la sua posizione a proposito della nozione di materia, se Bonitz, nell’Index cita questo capitolo per indicarne la definizione. L’argomento che in genere si riconosce come il punto di cesura rispetto all’ontologia delle Categorie è compreso alle linee 1029 a 5-26: attraverso una prescissione progressiva delle determinazioni delle cose si giunge a dimostrare che se la sostanza è meramente un soggetto primo, allora essa non è altro che la materia. L’argomento può essere letto tuttavia anche in modo controfattuale, ovvero come una dimostrazione per assurdo non tanto dell’erroneità del criterio dell’esser-soggetto, quanto della fallacia che consiste nel confondere il piano logico dell’ontologia su cui esso spazia con il piano propriamente metafisico che fa da sfondo al discorso ordinario1. Per il nostro argomento è significativo un solo aspetto della fallacia che l’argomento mostra: l’implicazione mereologica dell’assolutizzazione di questo criterio, per cui si è spinti a ritenere che la scatola nera costituita dal soggetto ultimo non possa essere internamente articolata: se quella che si è indicata come la relatività di scala del discorso logico fosse assunta come un dato metafisico ultimativo ci dovremmo arrendere non tanto ad una ontologia indeterminata, quanto piuttosto ad una ontologia dell’indeterminato, che non ha evidentemente alcun senso.

Con il criterio di determinatezza, l’essere un certo questo è introdotta quella scala di determinazione che entro il soggetto categoriale risultava, sulla base del solo criterio di non inerenza e non predicazione, messa in parentesi. La scatola nera del soggetto categoriale viene aperta, e ci si interroga sul principio di unità delle sue diverse determinazioni. La forma e ciò che deriva da forma e materia, ovvero il composto, si mostrano maggiormente sostanza dell’essere-soggetto: dunque, correlativamente, la materia non può essere sostanza se non è considerata congiuntamente ad una forma di un composto, e forse neanche in questo caso. Cosa veicola l’identità dei soggetti di base? Se l’opzione a favore del composto sembra permetterci di salvare questa articolazione interna, d’altra parte l’opzione a favore della forma sembra preferibile nella misura in cui essa fornisce un principio di identità che può essere fatto oggetto di definizione, data la sua unitarietà. Si tratta di introdurre una regola entro l’unità formale dei composti, in grado di garantire l’articolazione dei soggetti e di essere la base delle loro attività. Possiamo dire che se S è sostanza allora S è un certo questo. Se S è sostanza allora le determinazioni categoriali di S sono ordinate secondo un gradiente di determinatezza e tra i portatori di ciascuna proprietà essenziale semplice esiste un rapporto di vincolo che ne fa delle parti interne integrali del soggetto sostanziale. In ultima analisi, se S è sostanza, allora le sue determinazioni essenziali sono tali da costituire un’organizzazione mereologica interna ad S.

I criteri di definibilità

La sezione successiva (capitoli Z, 4-6 e Z, 10-11) nello schema di Burnyeat è relativa alla sostanza in quanto essenza e alla definizione: è in questo quadro, e in particolar modo nel tratto propriamente metafisico dell’analisi (Z, 10-11), che sono fatti dettagliatamente oggetto di studio i rapporti tra parti dipendenti e non dipendenti di una sostanza, e – proporzionalmente – tra parti dipendenti e non dipendenti della corrispondente definizione; occorre qui tuttavia esaminare, seppur rapidamente, in primo luogo i prerequisiti logici elaborati in Z, 4-6 per la formulazione di definizioni d’ essenza. Con Z, 4-6, tuttavia, è stabilita semplicemente la non definibilità dei composti accidentali, non ciò che li distingue dalle sostanze; queste, è vero, sono necessariamente definibili, ma non è ancora fornito un criterio di definibilità di ordine metafisico sufficiente a distinguere composti accidentali e sostanze. Ciò avviene in Z,10-11; vediamo però in primo luogo ciò che avviene in Z, 4-6.

Cruciale è in questo contesto l’indicazione dell’oggetto che si tratta di definire: possiamo infatti focalizzare un’unità numerica in senso forte (ovvero un ente che è uno in virtù di principi propri) o un’unità numerica in senso debole, resa tale dal nostro stesso atto di indicazione. Possiamo ad esempio dare nome a un lungo testo letterario, e chiamarlo Iliade (Metaph. Z, 4, 1030a9), ma con ciò non abbiamo fatto altro che apporre un’etichetta – utile ai fini della focalizzazione di questo oggetto complesso e del suo studio come se si trattasse di una sostanza – la cui unità verbale dipende dal gesto ostensivo e dal battesimo che abbiamo compiuto. Ancora, possiamo chiamare “mantello”, o più semplicemente uomo-bianco”, un uomo che è bianco, ma la nostra etichetta non comporterà un’unità numerica effettiva o un nesso di essenzialità tra le determinazioni dell’essere uomo e dell’essere bianco: il nesso deve essere fatto oggetto di uno studio di merito e nella sua articolazione più ampia deve essere chiarificato da un’analisi metafisica:

l’essenza non apparterrà a nulla che non rientri tra le specie di un tipo, apparterrà anzi a queste soltanto [oujk e[stai a[ra oujdeni; tw’n mh; gevnouV eijdw’n uJpavrcon to; tiv h\n ei\nai] […]. D’altronde, per ogni cosa, anche per le altre, ci sarà un discorso [lovgoV] che dice che cosa ciascuna significa: un discorso che, se si tratta di un nome, dice che questo appartiene a quello oppure che, più precisamente, si sostituisce ad uno più semplice; non ci sarà però una definizione [oJrismovV] né l’essenza (Metaph. Z,4,1030a11-17).

Ciò che distingue una definizione da un discorso, prima che la forma logica, è dunque la natura del definito, la presenza o meno di un’essenza di quell’oggetto, o – ciò che è lo stesso – il modo dell’unità del definito. Più precisamente in questione è il nesso tra determinazioni differenti che le rende determinazioni di una medesima cosa e che può venire espresso (proporzionalmente) nel nesso di rilevanza tra i termini presenti nella definizione d’essenza. Di quali realtà si ha essenza? Solo di quelle la cui formula esplicativa è una definizione, e definizione si può dare solo di quelle realtà che sono prime, che non sono dette attraverso il dirsi di qualcosa a qualcosa d’altro. Essenza e definizione si danno solo di quegli interi che sono specie di un genere – Z,4,1030a6-13 – mentre degli altri interi composti, qualora abbiano un nome, ci sarà senz’altro una formula ma questa formula avrà una struttura predicativa in cui qualcosa si dice di qualcosa d’altro (tovde tw/’de upavrcei), che non renderà in alcun modo la definizione d’essenza, configurandosi come una mera esplicazione del nome (1030a12-17). In altre parole, di fronte ai composti accidentali non siamo in grado di individuare con certezza il nesso di unità tra le determinazioni che appartengono essenzialmente al composto e quelle invece che gli appartengono accidentalmente. Possiamo dunque dare descrizioni definite di tutto ciò che esperiamo e di tutto ciò a cui attribuiamo un nome, ma questa procedura non fornisce alcuna garanzia in merito ai modi di unità propri della cosa. La differenza tra discorsi e definizioni non è interna ala forma logica che ciascuno di essi assume. È, piuttosto, una differenza che si misura sulla base degli oggetti di cui si può dare discorso e definizione: la natura e i modi di composizione e di unità del gatto Robespierre saranno nettamente diversi da quelli validi per i composti accidentali e questo è sufficiente per garantire al gatto quel modo particolare di unità necessario alle definizioni. Lungi dall’essere confinata alla determinazione del significato dei termini in essa usati, la definizione si riferisce ad enti reali e ne afferra le proprietà essenziali:

non è necessario, se poniamo questo, che ci sia definizione [oJrismovV] di tutto ciò che abbia lo stesso significato di un discorso [lovgoV], ma di un determinato discorso; ma questo si ha nel caso del discorso riguardante qualcosa di unitario, non per continuità come l’Iliade o le cose che sono legate insieme, ma in tutti i sensi dell’uno. E l’uno si dice in tanti sensi quanti sono quelli in cui si dice l’essere, e l’essere significa o un certo questo, o un quanto o un quale. Perciò anche di uomo bianco ci sarà discorso e definizione, ma non allo stesso modo in cui c’è di bianco e di sostanza (Metaph. Z,4,1030b7-13).

I capitoli Z,5 e Z,6 completano la trattazione logica della sostanza come essenza e raffinano l’analisi preliminare della aporia di base della definizione, relativa alla sua unità (ripresa riassuntivamente alla luce di nuovi argomenti in Z,5, 1030b14-16) – che deve, come si è visto dipendere dall’unità del definito, ma senza che sia ancora stabilito in quale modo possa farlo.

Vengono dunque poste delle clausole ulteriori: in primo luogo (Z,5), una definizione deve evitare la fallacia che consiste nel dire due volte la medesima cosa (1031a5), come accade se l’oggetto che si tratta di definire è circoscritto in maniera parzialmente accidentale (tipicamente se viene coinvolto un attributo che costituisce un accidente per se e dunque include il soggetto nella propria definizione: ad esempio, con “animale-maschio” e con “naso-camuso”, dal momento che “maschio” significa “animale maschio”, e camuso – in prima istanza – “naso camuso”, così che se si definisce “animale-maschio” e “naso-camuso” si genera un regresso).

Questo conduce Aristotele a ribadire che essenza e definizione c’è o soltanto o in primo luogo delle sostanze (1031a11-14). Inoltre, deve essere posto che, nel caso delle sostanze, per le quali soltanto o in primo luogo c’è (definizione d’) essenza, vi è un’identità tra cosa ed essenza; la tesi viene dimostrata ancora una volta per assurdo. L’ obiettivo polemico di questa sotto-sezione è chiaramente dato in primo luogo dalle tesi platoniche – interpretate aristotelicamente – relative alla separatezza delle essenze: nel caso di agglomerati accidentali di soggetto- proprietà sembra plausibile ritenere (pena la fallacia logica mostrata da Z, 5) che si tratti di unioni accidentali di due cose diverse, il cui nesso accidentale si ripresenta nella definizione generando regressi. Nel caso delle sostanze, dunque, questa identità deve esserci, dal momento che c’è e ci deve essere una definizione d’essenza: il compito primario di Z, 6 è il disinnesco dell’opzione platonica come via di uscita dall’aporia di base relativa all’unità della definizione.

A questo scopo si esamina il nesso “uomo bianco”; precedentemente (Z, 5, 1030b20-3) Aristotele aveva affermato che il caso del bianco di un uomo è diverso dal caso dell’essere maschio o femmina di un animale, dal momento che il bianco non include necessariamente l’uomo nella propria definizione, anche se, analiticamente, include in essa la presenza di una base corporea e più nello specifico di una superficie: se si definisce “uomo bianco”, dunque, non è ovvio che si generi lo stesso tipo di regresso, dal momento che potremmo non dover risalire alla corporeità (che sarebbe detta due volte, in “uomo” e in “bianco”).

In Z, 6 Aristotele sembra allargare l’obiettivo dell’argomentazione e considera proprio il caso dell’uomo bianco, in modo, sembra, da coinvolgere in generale i nessi soggetto-accidente, e non soltanto gli accidenti per sé, dal momento che in tutti questi casi l’unione accidentale e l’essenza di questa unione devono essere diversi. L’argomento presente in 1031a21-28 è grossomodo il seguente: la differenza tra accidente ed essere dell’accidente deve valere, dal momento che se anche nel caso delle unità accidentali ci fosse identità tra i due piani, si arriverebbe – assunto un dato di sensatezza per cui, ad esempio, “uomo e uomo bianco sono la stessa cosa, si dice” (1031a22-23) – alla conclusione assurda per cui l’essere dell’uomo e l’essere dell’uomo bianco sono il medesimo. In base all’esito evidentemente falso si potrebbe perciò scegliere di negare l’ipotesi secondo cui vi è identità tra accidente ed essere dell’accidente o di negare il presupposto di sensatezza per cui uomo e uomo bianco sono la stessa cosa. La seconda via è chiaramente ritenuta da Aristotele impercorribile: ma quello che in questo caso sembra in gioco, nella difesa del dato di sensatezza per cui “uomo e uomo bianco sono la stessa cosa, si dice” (1031a22-23) potrebbe essere tanto (a) la permanenza di una sostanza (l’uomo) rispetto a variazioni accidentali (il bianco), quanto (b) la possibilità ovvia, nel caso di sostanze (come appunto l’uomo) di una lettura de re degli enunciati di identità. Si intende infatti che l’identità di uomo e uomo bianco valga in una lettura de re di “stessa”: gli enti uomo-bianco e uomo-haplòs non potrebbero altrimenti dirsi la stessa cosa, dal momento che la loro individuazione sarebbe data con la nominalizzazione di descrizioni differenti.

L’argomentazione di Z, 6, in quest’ultimo caso, proseguirebbe quindi sulla medesima linea dei capitoli precedenti, nei quali era stato recisamente negato che la definizione data con la nominalizzazione di discorsi più lunghi (era il caso dell’Iliade) potesse ritenersi una definizione alla stessa stregua di definizioni di oggetti che posseggono un’unità delle proprie diverse determinazioni fondata indipendentemente dall’atto della definizione stessa (che altrimenti diverrebbe appunto una semplice nominalizzazione). La non identità di accidente ed essere dell’accidente potrebbe essere dunque dimostrata in Z,6 sulla base di un presupposto di sensatezza che è stato già ripreso e confortato dagli argomenti di Z,4 e può quindi comparire in una dimostrazione che si presenta come logica – tanto nel senso di Burnyeat quanto in virtù della sua forma sillogistica – e che ha lo scopo di estendere agli accidenti le conclusioni raggiunte relativamente agli accidenti per se: il presupposto secondo cui in una definizione d’essenza l’identità (=def) deve poter ricevere una lettura de re, presupposto a cui si connette logicamente la tesi secondo cui l’unità degli enti definiti deve essere diversa da quella che sussiste tra un accidente (in generale) e un soggetto. Questa lettura, che sfrutta una distinzione ancora in via di tecnicizzazione in Aristotele, tra lettura de re e de dicto, risulta plausibile anche alla luce del contesto argomentativo in cui si inserisce il passo: in questione è infatti la produzione di criteri di sostanzialità per la sostanza intesa come essenza, e risulterebbe dunque problematico assumere – secondo l’opzione (a) – come un dato di sensatezza la facoltà di discernimento naturale degli uomini tra sostanza e accidente, poiché è proprio per e a partire da questa facoltà che debbono essere estrapolati criteri legittimanti. Esiste una via di uscita in apparenza immediata e di portata dirompente ai problemi dell’unità della definizione – l’opzione platonica per le Forme separate – ma si tratta per Aristotele di una cattiva soluzione a un problema reale.

La discussione della teoria platonica della definizione emerge non appena si passi dalla considerazione dell’identità o meno tra cosa ed essenza in ciò che si dice per accidente alla considerazione dell’identità o meno tra cosa ed essenza in ciò che si dice per sé. Si potrebbe infatti pensare che in questo caso non sia necessario postulare un’identità tra cosa ed essenza, ma si possa rispondere ai requisiti di unità reale del definito e di assenza di ripetizione del soggetto entro la definizione del predicato, separando gli attributi per sé dall’essenza della cosa e affermando che questi sono se mai identici alla propria essenza, ma diversi e dunque superiori rispetto alla cosa, ovvero separando l’Idea dalla (essenza della) cosa, che è tale in quanto ne partecipa: ma ad Aristotele preme sostenere che, si tratti di Idee o meno, le sostanze prime debbono essere identiche all’essenza di ciò che si considera sostanza, perciò, se sono poste come diverse rispetto alle cose sensibili, esse saranno superiori e su un piano ontologico separato, ma anche in questo caso saranno identiche alla propria essenza. Posto questo Aristotele deriva logicamente dalla separazione di cosa e idea un rapporto di inversa proporzionalità tra grado d’essere e grado di conoscibilità: ciò che è posto come fondamento della scienza e della definizione e come massimamente conoscibile risulterà inconoscibile e al sensibile sarà tolta la qualifica di esistente (Z, 6, 1031b3-10). Infine, posta la separazione platonica tra essenza sostanziale ed essenza della cosa potremmo dare un nome differente alla prima, ma questo non potrebbe essere altro che “essenza dell’essenza della cosa” (ad esempio “essenza dell’essenza del cavallo”), e con ciò non diremmo niente di diverso da “essenza della cosa” (“essenza del cavallo”) poiché se dicessimo qualcosa di diverso si avrebbe un regresso potenzialmente infinito, tale da annullare qualsiasi potere esplicativo della nostra teoria (Z, 6, 1031b28-1032a4). Va notato che la strategia di Aristotele si attua metodologicamente a meno della diversità dei supporti ontologici adottati (siano esse Idee, nature o altro) e sulla sola base dei requisiti di definibilità ed essenzialità**(nota).

Il punto che qui interessa maggiormente sottolineare è relativo alla collocazione teorica della discussione dell’errore di fondo della teoria delle Idee – e di qualunque teoria ammetta questo genere di separatezza tra cosa ed essenza – sullo sfondo della trattazione logica dei requisiti di una corretta definizione d’essenza. L’identità tra cosa ed essenza nel caso delle sostanze emergeva come una risposta a un requisito di unità reale del definito – indipendentemente dall’atto di definizione – espresso nei termini della lettura de re della definizione d’essenza; ma con ciò non si è escluso che esista un modo differente di rispondere al requisito di unità reale del definito, che è in un certo senso l’inverso del modo aristotelico e della richiesta di definizioni de re. In questa linea alternativa l’unità reale del definito è posta dalla sua stessa definizione (o definibilità), negando che in questo caso si abbia a che fare con una mera nominalizzazione di un discorso, ovvero con la sostantivazione di procedure di circoscrizione degli enti in generale, a prescindere dalla loro essenzialità o accidentalità, dal momento che le essenze, gli oggetti della definizione, verrebbero posti su un piano metafisico ulteriore che, a monte, verrebbe a garantire la loro unità reale: il problema del nesso reale ed essenziale tra gli attributi sarebbe quindi in questo caso aggirato, azzerando qualsiasi nesso non indiretto (non partecipativo) tra attributi entro la cosa, e ricostruendo la loro gerarchia di rilevanza definizionale come una gerarchia metafisica tra i piani metafisici a cui vengono collocati quegli attributi, gerarchia che, potremmo aggiungere, risulterebbe correlativa a quella sussistente tra le divisioni più o meno buone o cattive del dicotomista moderno. La divisione – in questo caso, specificamente platonico, la diairesis – ben condotta secondo questi canoni, ovvero la definizione platonica, porrebbe (o meglio rivelerebbe come propria condizione di possibilità) l’esistenza di unità reali ulteriori rispetto agli agglomerati di attribuiti eterogenei che si riscontrano sul piano sensibile e che il linguaggio naturale erroneamente interpreta come sostanze***(0n=spiegare).

Di qui la necessità di disinnescare l’opzione platonica anche nell’ambito della sotto-sezione logica relativa alla sostanza in quanto essenza, come accade anche nel contesto della sotto-sezione relativa agli universali e forse anche in quella relativa alla sostanza come soggetto (se l’accenno fatto in Z, 3 alla spoliazione degli attributi della cosa sino a intenderla semplicemente come solido tridimensionale può essere inteso in riferimento a una posizione accademica): sembra che in questi luoghi le opzioni platoniche a proposito della sostanza vadano disinnescate primariamente come delle scorciatoie ingannevoli, per quanto attraenti, sulla via irriducibilmente tortuosa della metafisica. Nello spazio teorico della discussione logica della sostanza come essenza si fa frequentemente uso di enti costruiti ad hoc (cooky objects) per via di una nominalizzazione di loro descrizioni arbitrariamente formulate (l’uomo-bianco, l’animale-maschio, l’Iliade), in modo da renderle, noi diremmo, descrizioni definite, mediante un articolo determinativo e una forma participiale (“il f-ente”, ad esempio “l’essente uomo-bianco”). Ad un livello logico non è ancora possibile stabilire quale debba essere il nesso di rilevanza tra i termini della definizione d’essenza e tra gli attributi essenziali di una sostanza, e quale possa essere il principio della definizione e della sostanza come essenza, ma è possibile, già a questo livello, concludere che questo nesso deve esserci, e che deve essere possibile un’analisi di merito volta a dipanare il groviglio degli attributi di un oggetto e a trovare il bandolo della matassa. Sono perciò scartate già a un livello logico, quelle dottrine metafisiche, che non ammettono una chiara distinzione di piani tra livello logico e metafisico, ma ne causano il collasso; e in primo luogo, dalla prospettiva di Aristotele, la posizione platonica.

Da questo punto di vista la sezione Z, 4-6 si presenta come pienamente corrispondente alla sezione logica di Z, 3, dal momento che in entrambe il dominio ontologico definito sulla base dei criteri presenti nelle Categorie lascia aperta la possibilità di un’arbitraria circoscrizione degli oggetti, o come portatori purchessia di proprietà o come stati di cose esuberanti e proliferanti, ricavati per nominalizzazione di descrizioni discorsive. In entrambi i casi ritenere questa “relatività di scala” del discorso logico come metafisicamente ultimativa conduce a esiti paradossali, che già un’analisi logica accurata può disinnescare: da un lato deve essere esclusa la possibilità di un esito indeterminato e monistico – e, nel senso aristotelico del termine, materialistico – ovvero, potremmo dire, un’ontologia di bare particulars; d’altra parte deve essere parimenti escluso l’esito opposto, un’ontologia degli stati di cose arbitrariamente costruiti e univocamente determinati.

NOTE

1 L’argomento di Z, 3 viene posto all’ingresso del livello metafisico di indagine (nel senso definito da Bumyeat), che segue immediatamente alla distinzione delle specifiche logiche della sostanza come soggetto, essenza, universale e genere; il passaggio al livello metafisico comporta l’inserzione dello schema ilemorfico e la distinzione dei tre sensi in cui si dice la sostanza come soggetto (ovvero forma, materia e composto). Il punto di cui si sta trattando è dunque relativo al vaglio della materia come primo candidato al titolo di sostanza. Il nodo cruciale su cui si è focalizzato il dibattito esegetico relativamente a questo argomento è relativo alle implicazioni della sua rilettura sullo sfondo del rapporto tra l’ontologia contenuta nelle Categorie ed i criteri di sostanzialità posti in Metafisica Z ed in particolare in merito alla conservazione, all’arricchimento o al contrario all’abbandono del criterio dell’esser-soggetto (primo di inerenza e predicazione), che pare essere il portato principale della trattazione della sostanza contenuta nelle Categorie. Diamo qui una schematizzazione dell’argomento cui si è fatto cenno, che è derivata da Wedin 2000: pp. 166-196, tentando di motivare la plausibilità di una lettura coerentista, che miri alla preservazione ed alla qualificazione, piuttosto che all’abbandono, del criterio dell’esser-soggetto, dal momento che una simile lettura pare implicata dalla tesi, qui sostenuta, secondo cui gli sviluppi criteriologici dell’ousiologia di Z sono volti a dischiudere ed articolare internamente quella “scatola nera” che era data dal soggetto categoriale, serbandone tuttavia l’aspetto più interessante, vale a dire la possibilità di indicare con un concetto singolo, quello di soggetto, l’ontologia di sfondo di una qualunque ricerca scientifica di merito che sia ben condotta. Wedin scandisce l’argomentazione in diverse tappe: 1) Priority argument (1029 a 5-7): se la forma è prima della materia ed è più reale, allora per la stessa ragione viene prima del composto (si tratta di una premessa stabilita indipendentemente per la successiva reductio ad falsum). 2) Reductio section: reductio argument (a 10-20): primo passo: togliendo tutti gli attributi, prodotti e capacità del soggetto restano i corpi tridimensionali; ma non ci si può arrestare qui; secondo passo: togliendo tutte le determinazioni residue del soggetto non resta altro che la materia, ma ciò è fondamentalmente falso perché in contrasto con il priority argument. 2. auxiliary argument (a 20-26): le altre cose sono predicate della sostanza e questa della materia. A queste tappe Wedin affianca due sezioni aggiuntive: una indipendente section (a 27-33) (in cui si afferma che il sinolo è posteriore e più chiaro) ed un paragrafo metodologico (a 33-b 12) (in cui si argomenta la necessità di partire nell’analisi dal sensibile, ovvero da ciò che è più chiaro per noi). Il passo che evidentemente risulta di maggiore interesse è l’argomento di reductio ad falsum presente al primo stadio della reductio section indicata; tuttavia anche la premessa fornita nel priority argument risulta in parte problematica: bisogna infatti render conto del senso in cui si può costituire un gradiente lineare tra materia, sinolo e forma. Da una parte infatti il sinolo è detto altrove cwristo;n aJplw’V (H,1, 1042 a 30-1), d’altra parte non c’è un ordine lineare neppure secondo la predicazione, dal momento che prima la forma si predica della materia e poi, costituito il sinolo, questo entra in un rapporto di predicazione con i termini categoriali. Vi deve essere allora un criterio che regoli un ordine non lineare, che va dalla forma al sinolo passando per la materia (e non quindi dalla materia al sinolo alla forma) e che ponga l’esser soggetto del sinolo rispetto alle determinazioni categoriali su di un altro piano, che sia capace di render conto del suo essere cwristo;n aJplw’V. La forma sarebbe pertanto, come interpreta Wedin, più reale della materia e per questa ragione indirettamente prima rispetto al composto. Quanto al vero e proprio argomento di reductio che si costruisce su questa premessa va sottolineato il suo aspetto controfattuale: se la riduzione della sostanza a materia è falsa data la premessa, pur controversa, dell’ordine di priorità, questo non vuol dire che perciò sia vera la negazione assoluta della sostanzialità della materia. Se il criterio dell’essere-soggetto sembra alludere esclusivamente al soggetto delle determinazioni accidentali, per evitare che esso venga usato impropriamente, fino ad ammettere una sostanza estremamente indeterminata (la materia considerata di per sé), occorre che esso sia qualificato per via di altri criteri che rendano conto anche delle determinazioni essenziali e individuino perciò il modo in cui meglio si dice il soggetto. In secondo luogo si può notare, come fanno Frede e Patzig, che la riduzione di 1029 a 10-29 in cui la sostanza viene spogliata, in base all’applicazione non qualificata del criterio dell’esser-soggetto, sia delle determinazioni accidentali sia di quelle essenziali, potrebbe essere inteso anche in funzione antiplatonica, come potrebbe indicare il riferimento al corpo tridimensionale come sostanza (cfr. Frede-Patzig 1988; anche Wedin 2000; diversamente interpreta Furth 1988, per il quale le determinazioni spaziali sono poste come un passaggio intermedio dell’argomento in quanto rappresentano determinazioni essenziali per un statua, l’esempio implicito di partenza (1029 a 3-5), e vengono trascurate dal criterio dell’esser-soggetto così inteso). In sintesi, dunque, il criterio dell’esser-soggetto sembra sottoposto ad argomenti di reductio ad falsum e detto non iJkanovn (1029 a 9) solo nella misura in cui, qualora non fosse qualificato, comporterebbe la sostanzialità esclusiva della materia. Correlativamente, dunque, anche l’esclusione della materia non può essere considerata in termini assoluti, anche perché ciò andrebbe contro a H,1 e H,3, che ne affermano la sostanzialità (ed in parte anche contro Z,10, 1035 a 1-2). Frede e Patzig sottolineano infatti come il criterio dell’esser-soggetto e la trattazione delle Categorie non possano ritenersi abbandonati, in primo luogo perché tale criterio viene soddisfatto non solo dalla materia, ma anche dalla forma e dal composto, per quanto proprio in virtù di tale aleatorietà esso si riveli metafisicamente insufficiente: l’idea di Frede e Patzig è infatti che la riproposizione del criterio dell’essere ­soggetto da un lato si riallacci alle Categorie (nella misura in cui si tratta di un soggetto di accidenti) d’altra parte vada oltre (nella misura in cui si tratta di un soggetto primo ed è inserito in una analisi che adotta lo schema ilemorfico). Per l’opposizione a letture unilaterali dell’argomento di Z,3 cfr. anche Burnyeat 2001.

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