Divagazioni Metafisiche (4): le parti e il tutto

Riproponiamo le domande fatte in precedenza. La sostanzialità e definibilità del soggetto composto, inoltre, potrà valere qualunque sia il modo di composizione o esisteranno delle restrizioni? E conseguentemente varrà per l’intera popolazione degli enti composti (siano essi artefatti o viventi) o, come l’accenno al circolo lascia intravedere, per un gruppo in modo esclusivo?

La domanda non ha tuttavia ancora ricevuto risposta; Aristotele precisa infatti subito a seguire: “Anche quello che si è appena detto è vero; tuttavia vediamo di dirlo con una riformulazione ancora più chiara” (1035b3-4). Successivamente viene condotto un esame delle parti in cui il tutto si risolve in relazione al livello a cui il tutto è assunto (ovvero come composto o come forma); la novità fondamentale in questo riesame del problema dell’unità della definizione è l’inserzione di rapporti di anteriorità e posteriorità tra le parti in relazione al tutto, declinati su due livelli a seconda che si tratti di una totalità data dalla forma del composto o dal composto di materia e forma: “infatti, le parti della definizione (tou’ lovgou), nelle quali la definizione (oJ lovgo”) si divide, sono o tutte o alcune di esse anteriori” (1035b4-6).

Una prima osservazione che può essere fatta è la seguente: i rapporti di anteriorità vengono introdotti come rapporti che sussistono tra “alcune o tutte” le parti e il tutto, dunque in modo qualificato e relativo, e attraverso l’esempio – che gioca qui una funzione apparentemente generale – dell’angolo retto e del cerchio (1035b6-10), che risultano, dice Aristotele, anteriori rispetto alla definizione all’angolo acuto e al semicerchio che ne fanno parte, in modo analogo a un dito rispetto all’uomo di cui è il dito (1035b10- 11). Proprio l’esempio del dito aiuta a correlare i rapporti di anteriorità e posteriorità ai rapporti sussistenti tra materia e forma (per inciso, se pure attraverso un’analogia, gli enti matematici vengono qui considerati come composti di materia e forma, attribuendo al misurato il ruolo di materia).

Vi sono parti della forma del tutto e parti del tutto in quanto composto di materia e forma: anche le parti conseguentemente possono essere dette parti formali e parti materiali. Ciò che è formale e ciò che è materiale è stabilito in base all’ analisi ilemorfica del tutto; si può fare allora una combinatoria dei casi possibili:

«sicché tutte quelle che sono parti come materia [wJ” u{lh] e nelle quali queste si dividono come nella materia [wJ” eij” u{lh], sono posteriori; quelle che lo sono come parti della nozione e della sostanza, di quella secondo la nozione, sono anteriori, o tutte o alcune. Poiché l’anima degli animali (questa infatti è sostanza dell’animato [tou’to ga;r oujsiva tou’ ejmyuvcou]) è sostanza secondo la nozione, forma ed essenza di un corpo siffatto [hJ kata; to;n lovgon oujsiva kai; to; ei\do” kai; to; tiv h|n ei\nai tw’/ toiw/’de swvmati] (se la si definisce correttamente, ciascuna parte non può essere definita senza la sua funzione, che non si dà senza percezione [e{kaston gou’n to; mevro” eja;n oJrivzetai kalw'”, oujk a[neu tou’ e[rgou oJriei’tai, o} oujc uJpavrxei a[neu aijsqhvsew”]); sicché le sue parti precedono, tutte o alcune [h] e[nia], il sinolo, e allo stesso modo per ciascuno; il corpo e le sue parti sono posteriori a questa sostanza [to; de; sw’ma kai; ta; touvtou movria u{stera tauvth” th'” oujsiva”], e in quelle che sono parti come materia si risolve non la sostanza ma il sinolo. Esse dunque precedono il sinolo in un senso ma in un altro no (infatti non possono esistere separate, dal momento che un dito non in qualsiasi condizione è il dito di un animale, poiché quello morto è un dito solo in modo equivoco). tuttavia, ci sono alcune parti che sussistono insieme [e[nia de; a{ma] [scil. al composto di materia e forma] e ci sono quelle più importanti, che costituiscono la sede primaria della definizione [oJ lovgo”] e della sostanza, per esempio si può porre il cuore o il cervello, e non fa alcuna differenza che si tratti dell’uno piuttosto che dell’altro»1.

Dal passo possiamo trarre le seguenti relazioni:

– le parti della nozione sono anteriori al composto di materia e forma;

– le parti della nozione sono anteriori al composto privo di materia sensibile (si intende il composto universale, il cerchio geometrico);

  • le parti della forma tutte o alcune sono anteriori rispetto all’animale come sinolo

  • le parti materiali (del composto integrale) sono tutte posteriori all’animale come sinolo

Il caso che a noi interessa, ovvero il composto integrale, rappresenta l’esempio più complesso. Le parti della forma (aijsqhtikovn) sono anteriori al composto; le parti sono posteriori al composto integrale e, in generale, le parti della forma sono anteriori alle parti del composto. È evidentemente escluso il caso delle parti materiali di una totalità formale, dal momento che esse non rientrano se non per accidente nella composizione del tutto: l’esclusione delle parti materiali considerate a prescindere dalla forma è proprio l’esclusione delle parti materiali di totalità formali, dal momento che materiale e formale si riferiscono all’analisi del tutto. Le parti possono rientrare nella definizione se e in quanto condividono con il tutto un aspetto formale, che è ciò che deve rientrare nella definizione (1035a2-9: della statua intesa secondo la forma il bronzo non fa parte, della statua intesa come composto di materia e forma in un certo senso fa parte). Viene parimenti provvisoriamente non considerato il caso di parti formali di totalità formali, probabilmente in base al fatto che in questo caso un ordine di priorità basato sull’essere materia e l’essere forma dovrebbe essere sostituito da un differente ordine di priorità, analogo a quello che sussiste tra le parti (nella misura in cui possono essere chiamati parti dei complessi funzionali) dell’anima, che ad ogni livello di articolazione formale e funzionale mantiene la propria unità.

L’introduzione dei rapporti di anteriorità e posteriorità tra parti e totalità sembra sino a questo punto non aver prodotto risultati divergenti rispetto alla semplice applicazione dell’analisi ilemorfica che era stata fatta nella prima parte di Z, 10, dal momento che anteriore e posteriore corrispondono grossomodo a formale e materiale.

  1. In che modo la coppia di anteriore e posteriore può quindi aiutare a risolvere il problema di partenza, relativo alle parti che debbono entrare nella definizione del tutto, o, in altri termini, relativo al modo di unità e permanenza di un vivente dotato di percezione?

  1. In che modo i rapporti di priorità possono contribuire a restringere la popolazione delle sostanze ai viventi dotati di percezione (o minimamente dotati di capacità tattile)?

Riguardo al secondo punto va detto che gli esempi fatti solo apparentemente coinvolgono una restrizione di campo; ovvio, si parla primariamente di animali e delle loro parti, ma gli esempi presenti potrebbero agevolmente essere sostituiti con quelli di artefatti, dal momento che in gioco sono soltanto due livelli di analisi quello corrispondente all’anima e quello corrispondente al corpo e le parti su questi due livelli, mentre il nesso tra forma e materia e tra le rispettive parti non viene tematizzato in modo da escludere che si possa trattare di artefatti: è semplicemente richiesto che vi sia una materia e vi sia una forma ultimativa, il rapporto tra i due piani non è messo a fuoco.

Si consideri l’esempio del dito: il punto dell’esemplificazione è il fatto che il dito, come tale, è formale nella misura in cui al venir meno della sua unione al corpo dell’uomo esso cessa di essere dito: l’anima – come si è detto in una sezione precedente – costituisce una totalità essenziale emergente su un corpo organico che è strutturato come una totalità integrale, ma in questo contesto è semplicemente richiesta la considerazione dell’anima come totalità essenziale rispetto al corpo, senza che sia messo a tema il modo peculiare di organizzazione del corpo, che rende il dito una parte subordinata ed integrata ad altre. Forse per questo motivo è fatto l’ esempio del dito, la cui perdita non causa danni sostanziali all’organismo vivente e per il quale si può stipulare che l’unico aspetto formale rilevante è dato dalla sua appartenenza ad un tutto vivente: poiché l’in quanto rilevante della parte si identifica con quello del tutto, l’avere un certo dito non compare nella definizione dell’uomo. La percezione offre un’ulteriore base atta a giustificare questo punto: Socrate, sebbene amputato di un (o più) dito, rimarrà sempre un vivente dotato di percezione fintanto che sia salvaguardato l’asse di determinazioni strutturali che si trovano al livello della parte principale.

Tuttavia l’esito del capitolo sembra mirato a mostrare la relatività dei rapporti sussistenti tra parte e tutto rispetto al modo (formale, materiale o composto) in cui è considerata la totalità da cui parte l’analisi ilemorfica:

«tuttavia, ci sono alcune parti che sussistono insieme [e[nia de; a{ma] [scil. al composto di materia e forma] e ci sono quelle più importanti, che costituiscono la sede primaria della definizione [oJ lovgo”] e della sostanza, per esempio si può porre il cuore o il cervello, e non fa alcuna differenza che si tratti dell’uno piuttosto che dell’altro. L’uomo e il cavallo e le altre cose che in questo modo si riferiscono a individui, ma sono universali, non sono sostanze, ma composti determinati di questa definizione particolare e di questa materia particolare [suvnolovn ti ejk toudi; tou’ lovgou kai; thsdi; th'” u{lh” wJ” kaqovlou], prese in universale: l’individuo, per esempio Socrate, è costituito ormai dalla materia ultima, e analogamente si può dire delle altre cose»2.

Sembra che per comprendere cosa Aristotele intendesse nel riferirsi a parti che sono assieme al tutto occorra una rielaborazione teorica del significato dei rapporti di anteriorità e posteriorità nel contesto dell’analisi ilemorfica e di quella mereologica. Come si è visto, se teniamo fermo il soggetto considerato come sinolo di forma e materia, le sue parti dovranno rientrare nella definizione, poiché presenteranno anch’esse una componente formale dovuta al farne parte, ovvero al posto della parte nell’economia del tutto. Come l’esempio del dito dell’uomo illustra, tuttavia, la componente formale della parte può quasi non distinguersi da quella del tutto: il dito tagliato è tale solo per omonimia, mentre l’uomo resta se stesso, anche a seguito del taglio, nella pienezza delle funzioni psichiche che lo definiscono. Dunque la forma che attribuivamo al dito non è quasi altro che la forma del tutto, dal momento che non è vincolata ai processi di generazione e corruzione della parte, ma “resta” sul tutto. La forma del soggetto è in questo caso inequivocabilmente la forma del tutto.

La stessa forma può dunque appartenere anche alla parte e la parte stessa può essere considerata una totalità. Quello che abbiamo, dunque, sono due soggetti che condividono la stessa forma, e dobbiamo decidere a quale dei due spetti in primo luogo la forma, ovvero quale dei due sia anteriore. L’ordine di anteriorità e posteriorità è infatti dettato dalla forma e corrisponde al peso dei processi di generazione e corruzione della parte in rapporto a quelli del tutto.

Se al contrario teniamo ferma una totalità formale, le parti materiali non potranno rientrare nella sua definizione. In che senso una parte materiale ha un aspetto formale? Il suo essere materiale è detto rispetto alla forma del tutto, ma se il soggetto che analizziamo (il soggetto categoriale che qui diviene soggetto sostanziale trattandosi di comprendere dall’interno) è un composto anche la parte materiale avrà una determinazione formale dovuta al suo farne parte (tipicamente l’occupare un certo posto nell’economia progettuale del tutto) e come tale potrà rientrare nella definizione.

Se il tutto è composto anche una sua parte sarà composta ed in questo senso avrà un aspetto materiale ed uno formale, pertanto la materia potrà rientrare, anche se indirettamente, nella definizione di questa totalità in quanto totalità composta: parte e tutto sono infatti determinazioni trasversali rispetto a forma e materia. Si è visto tuttavia che nel caso del dito dell’uomo questo aspetto formale coincide sostanzialmente con quello del tutto, dal momento che il dito staccato non è più in nessun senso un dito, ed il tutto continua ad essere se stesso, un uomo nella pienezza delle sue funzioni psichiche; similmente riguardo agli artefatti, ciò che fa l’aspetto formale della parte è un ruolo funzionale (si tratta dunque di qualcosa di affine alle parti potenziali), ed essa cessa di essere tale una volta staccata, per quanto possa assolvere ad altre funzioni.

Se dunque i livelli della costituzione ilemorfica presi in esame sono soltanto due, non si riesce a capire in che modo le parti possano rientrare nella definizione del tutto, ed il problema di partenza non può dirsi risolto. Chiamare posteriore la parte materiale ed anteriore la parte formale su questo quadro ilemorfico semplificato potrebbe non comportare altro che una riforma terminologica, ma non sembra che questo sia il solo portato della coppia concettuale. Se consideriamo non solo la forma e la materia del tutto e delle sue parti, ma anche la forma e la materia delle parti considerate come a propria volta delle totalità da analizzare, allora potremo riscontrare casi in cui la forma della parte non coincide con quella del tutto, come nel caso del dito, ma conserva una propria parziale autonomia per cui è in qualche senso determinante per la permanenza della totalità.

I rapporti di anteriorità e posteriorità permettono di porre in un ordine unificato la parte ed il tutto: anteriore è la totalità secondo la forma rispetto alla totalità considerata secondo il composto, ma anteriore è anche la parte secondo la forma rispetto alla parte secondo la materia in una totalità composta. Dunque anteriore può essere sia la parte sia il tutto a seconda del termine di paragone rispetto al quale è anteriore, ma ciò significa anche che tanto la parte quanto il tutto possono essere forma. Se è in base al venire ad essere e a mancare della forma che un soggetto si dice venire ad essere o a mancare, ciò significa che ciò può avvenire sia in virtù di una parte sia in virtù del tutto secondo la forma. Anteriore è ciò in virtù del cui principio un soggetto si dice venire ad essere o a mancare, e può essere sia la forma considerata come un tutto, sia la forma considerata come una parte del tutto composto. Se la totalità è relativa al modo in cui un soggetto è considerato (e può includere o meno aspetti accidentali e materiali) l’anteriorità è sempre propria della forma, ma può dirsi di una parte così come di un tutto. I rapporti di anteriorità e posteriorità mostrano dunque la relatività della scala di scomposizione mereologica alla scala dei rapporti di dipendenza della forma rispetto alla materia; ma questa relatività ha un aspetto di particolare rilevanza. Ciò in virtù di cui il soggetto viene a mancare può essere parte o può essere totalità, quindi ci sono delle parti che dal punto di vista del venire ad essere e a mancare di un certo questo possono essere sul medesimo piano del tutto (se la parte può essere considerata come totalità o se il tutto di cui è parte conserva lo stesso nome e le stesse condizioni di identità nel mutamento rispetto alla parte). In altri termini la forma del soggetto, in ragione della quale un certo questo c’è o non c’è, è una certa parte ed è una certa totalità formale.

Si consideri l’esempio geometrico con il quale è introdotto il tema dei rapporti di anteriorità e posteriorità: l’angolo retto è nell’angolo acuto come una parte semplice, ripetibile o frazionabile per accidente, che permette di qualificare l’angolo stesso come acuto, ma potrebbe anche essere detto una totalità formale di ordine superiore rispetto agli angoli non misurati in base al riferimento con il retto, dal momento che considerando il retto come unità di misura cogliamo degli angoli un numero di determinazioni che è superiore a quello che cogliamo senza questo riferimento (possiamo in primo luogo dire se si tratta di angoli acuti o ottusi). L’istituzione di una unità di misura coincide con la fissazione di un sortale F in base al quale gli angoli possono ora essere detti un certo F così e così; questo sortale incorporerà un maggior numero di determinazioni del sortale angolo e al tempo stesso sarà dato entro gli angoli come un semplice, una parte. La forma, che è espressa in questo sortale, può essere data dunque come parte o come tutto nel senso che c’è un ordine di concatenazione delle determinazioni proprie di un soggetto per il quale alcune sono anteriori ed altre posteriori: sono anteriori quelle determinazioni formali (come il retto rispetto all’angolo in generale) che offrono un principio di identità e permanenza del tutto a meno di un maggior numero di variazioni accidentali e permettono di regolare e qualificare queste determinazioni (così come il retto regola e qualifica l’acuto e l’ottuso)0101(nota=fare qlche ex. matematico x far capire meglio).

La relatività dell’essere tutto e dell’essere parte rispetto all’ordine scandito dalla priorità della forma rispetto alla materia non riduce l’analisi mereologica all’analisi ilemorfica, ma dà all’analisi ilemorfica quella essenziale scansione su più livelli intermedi rispetto alla forma ultima e alla materia prima che ne fonda l’effettiva esplicatività: sui due soli livelli dello schema ilemorfico semplificato, infatti, non avremmo basi per distinguere parte e tutto. Deve trattarsi perciò di uno schema ilemorfico ulteriormente analizzabile. Perché i rapporti di priorità e posteriorità, a cui sono relativi i rapporti di parte e tutto, abbiano un fondamento occorre però trovare un ordinamento analogo a quell’ordinamento concettuale che sussiste tra gli angoli in generale e gli angoli misurati in base all’angolo retto: quali sono le caratteristiche di questo ordinamento?

Innanzitutto sembra che si possa dire che il medesimo soggetto (con il medesimo nome e le medesime condizioni di identità nel mutamento), si articola nel passaggio concettuale, secondariamente e conseguentemente che ci deve essere una componente nel soggetto di partenza, che resta invariata nel cambiamento, ed in esso si precisa a meno di un maggior numero di fattori. Ci deve essere insomma un fulcro della variazione che si mantiene su più livelli, da quelli relativamente materiali a quelli relativamente formali, restando se stesso e costituendo il fondamento dell’identità e della permanenza del soggetto. Di qui l’introduzione della parte principale. Poiché le determinazioni essenziali sono date con la forma, possiamo pensare che la forma sia il sistema dei rapporti tra di esse. Se consideriamo il soggetto come un insieme molto ampio di determinazioni (e ciò è possibile data quella che si è indicata come la relatività o trasversalità dei rapporti mereologici rispetto a quelli ilemorfici), comprendendo in esso anche caratteri accidentali, la forma sarà parte, se ci limitiamo invece ai caratteri essenziali essa sarà il tutto, ma ad ogni livello di enucleazione e analisi mereologica del soggetto sarà inclusa in esso la forma.

Questo significa che c’è ad ogni livello di analisi un ordine tra le determinazioni del soggetto, ed in questo modo la mereologia in base alla quale esso è analizzato non sarà data da grappoli e raggruppamenti di caratteri, poiché l’inserzione di una regola in questi grappoli fa di essi delle parti in senso integrale, definite in base alla loro relativa e qualificata svincolabilità dal tutto. Se dunque la forma è data ad ogni livello di analisi si può dire anche che essa è data tanto come parte integrale quanto come totalità integrale; l’insieme delle determinazioni del soggetto considerate potrà essere ampliato a piacere, ma vi sarà sempre una parte in cui si potrà vedere la totalità del soggetto stesso, o, il che è lo stesso, vi sarà una prospettiva dalla quale tutte le determinazioni del soggetto si raccolgono in una regola unificata e questa prospettiva sarà data con la sua articolazione mereologica interna. Dire che c’è una parte principale significa dunque dire che c’è una regola dei mutamenti e che c’è un campo di mutamenti intermedi tra quelli secondo sostanza e quelli puramente accidentali, in cui il soggetto né viene a mancare né fa da semplice sostrato di proprietà accidentali transitorie, ma assume caratteri stabili che lo articolano internamente. Consideriamo ulteriormente questa struttura, tenendo a mente l’esempio dell’angolo e dell’angolo retto: la parte principale o centrale costituisce l’asse attorno al quale si coordinano le altre determinazioni. Come si è detto, ad ogni livello di articolazione si ha a che fare con un certo questo, un individuo, che nei livelli superiori di strutturazione acquisisce determinazioni sortali più articolate (il suo essere un certo X si articola e determina, ma rimane sempre un certo questo poiché è data l’identità della parte principale); ai livelli più grezzi il sortale corrispondente sarà di estensione più ampia, sarà più generale, ai livelli più raffinati sarà più particolare pur restando sempre un termine universale e pur restando ad ogni livello la determinazione propria di un individuo.

Kardiva e composto wJV kaqovlou

Come coniugare i requisiti logici della definizione a questa base metafisica? Sappiamo su base logica che c’è definizione dell’universale, ma questo non esclude che ci possa essere definizione dell’individuo (del certo questo) anche se certamente implica che esso vada considerato in una sua determinazione sortale generale (nel suo essere questo X, dove X corrisponde alla determinazione sortale rilevante, alla suchness che fonda l’appartenenza ad una specie): dunque si può ben dire che c’è definizione della forma e dell’universale senza escludere che la forma sia individuale, perché l’individuo è posto su un differente livello metafisico rispetto alla scala di generalità (la forma è infatti in questo senso individuale nel senso che è strutturalmente di un individuo). Ugualmente si può dire dunque che c’è definizione dell’individuo composto, seppure in universale, ovvero considerato nei suoi livelli di determinazione più generali, nel suo questo più ampio e generale.

Esistono diversi livelli d’analisi a cui può essere considerata una parte: dobbiamo ora focalizzare quel livello per cui una parte rientra nell’identità del tutto e identificare quella parte che rientra nella definizione di animale – considerando l’animale in quanto vivente dotato di percezione. Visto che abbiamo a che fare con individui internamente strutturati su più livelli attorno ad una parte principale, la spiegazione scientifica della loro natura sarà l’analisi dell’individuo in una continuità di piani ilemorfici emergenti incardinati nella parte principale. Il punto è che il nostro ritaglio concettuale (l’uso aristotelico dell’in quanto) secondo cui una data parte è parte di quella totalità, non può essere determinato semplicemente sottraendo quella parte al tutto e verificando se il tutto persiste o meno. Occorre vagliare tutte le situazioni controfattuali possibili per una certa sostanza, e la struttura interna alle parti deve essere messa a tema, chiedendosi di volta in volta quale parte o attributo della parte possa essere sottratto o modificato ferma restando l’identità della parte nell’economia del tutto. Il criterio per cui una parte della sostanza rientra nella sua definizione implica una qualificazione sulla base della percezione del processo di distacco delle parti. Abbiamo visto che se procediamo ad una progressiva amputazione delle parti di un gatto saremo di fronte ad un vivente dotato di percezione finché non giungeremo al cuore. Possiamo sostenere che in ogni sostanza sensibile percipiente le sue parti sono ritagliate in base alla fissazione di una regola (esprimentesi nell’uso dell’in quanto) secondo cui una parte rientra nella definizione della totalità e questo coincide con la qualificazione del processo di distacco della parte fermo restando il mantenimento della capacità tattile (che coincide con il mantenimento dell’identità dei viventi dotati di percezione).

Anche la totalità può essere considerata secondo molteplici aspetti, e quindi non si potrà stabilire con una regola unificata quali (aspetti delle) parti siano posteriori alla definizione della totalità e quali invece siano anteriori ad essa. Solo nel caso in cui il tutto si risolvesse in una combinazione o giustapposizione delle sue parti e, dunque, si lasci comprendere esclusivamente a partire dalle sue parti, le parti sarebbero sempre anteriori ad esso. Ma noi non abbiamo a che fare con totalità -mucchio. Ma se c’è un modo di considerare il tutto che ne presuppone concettualmente la definizione, ed un modo che la implica, c’è anche un modo che si colloca al livello concettuale stesso della totalità in esame; tale modo sarà quello opportuno per definire l’essenza della cosa e descriverne le capacità percettive complesse. Possiamo dire che la determinazione formale che definisce la cosa, collocandosi al livello concettuale stesso della totalità, sarà parte della cosa, sebbene al tempo stesso sia totalità, perché è quella parte che dà il principio di identità della cosa nel suo insieme. Esiste dunque una parte che non è né anteriore né posteriore, ma che è, come Aristotele si esprime, assieme al tutto. In base alle conclusioni raggiunte la definizione sarà definizione della forma e della materia nella misura in cui questa rientra nella definizione della totalità in esame – ovvero nella misura in cui certe parti acquistano una componente formale conservandosi su un piano di strutturazione che è quello proprio del soggetto (piano in cui esso è considerato in quanto composto). Istituendo una connessione tra la dottrina del sinolo in universale e la presenza di una parte principale ci permette di sostenere che la sede primaria della sostanza come soggetto composto è la parte principale ed essa è anche sede della definizione della sostanza: un vivente non potrebbe esistere senza il cuore, dunque il cuore sussisterà insieme al tutto. Infatti, a partire dal sinolo avviene l’estrapolazione del termine generico sul cui sfondo assume significato definitorio la differenza specifica. La rilevanza dei caratteri o delle determinazioni assunte come definitorie del termine generico è misurata in base al sistema di rapporti tra di esse, sistema che, come abbiamo visto, mette capo ad una parte principale, con conseguente subordinazione delle totalità generiche e delle totalità mucchio alla struttura mereologica integrale. Il brano citato a seguire propone un ragionamento affine a Z, 11, 1037a5-10:

«l’uomo e il cavallo e le altre cose che in questo modo si riferiscono ad individui, ma sono universali, non sono sostanze, ma composti determinati [suvnolonv ti]3 di questa definizione particolare e di questa materia particolare [suvnolovn ti ejk toudi; tou’ lovgou kai; thsdi; th'” u{lh” wJ” kaqovlou], prese in universale: l’individuo, per esempio Socrate, è costituito ormai dalla materia ultima, e analogamente si può dire delle altre cose»4.

In questo contesto riceve una giustificazione di merito il fatto che animale corrisponda alla considerazione in universale del livello di strutturazione base della parte principale. Ad un livello di base tratto dalla biologia potremmo dunque riferirci al nostro esemplare di animale come un certo vivente dotato di cuore, ovvero dotato di un centro del sistema nutritivo che si svolge attraverso il medium di un liquido di trasporto (sangue o suo analogo). Su un’altra base di merito, data dalle indagini svolte nel De anima, scopriamo che ciò significa che il nostro animale è dotato di un principio dell’attività treptica e di una sede della facoltà sensitiva. Va notato che nel passo di Z la scelta della parte principale è posta come relativamente secondaria, un fatto che potrebbe sorprendere data l’enfasi che queste righe pongono sulla parte principale e data anche la centralità assoluta che assume il cuore nell’ambito del corpus biologico. Due considerazioni possono essere fatte a questo proposito. In primo luogo si tratta di una distinzione relativamente secondaria, e non per questo accidentale: con questa aleatorietà nella selezione della parte principale si intende infatti svincolare il piano dell’analisi metafisica qui svolta (che in questo caso diventa soprattutto analisi meta-teorica) da quello dell’analisi propria di una scienza particolare, in modo da aprire e determinare un varco in cui possano inserirsi, affinché le conclusioni metafisiche non possano essere ritenute in nessun senso sostitutive delle conclusioni delle singole scienze, senza che queste possano essere già poste in sede metafisica0101(nota=spiegare).

In secondo luogo, ci si potrebbe chiedere se la procedura di estrapolazione del tipo animale dalla struttura mereologica e ilemorfica del composto individuale, che è stata tentata in via esemplificativa, possa essere modificata in modo da integrare un presupposto encefalocentrico5. Ciò che emerge immediatamente è che questo potrebbe avvenire al prezzo però di distinguere il centro del sistema nutritivo dal centro del sistema sensitivo, e dunque le sedi psicologiche corrispondenti.

Certamente la psicologia di Aristotele non segue questa strada: la teoria della percezione non può mantenere rispetto al paradigma cardiocentrico quella neutralità che mostra la Metafisica in Z,10 (dove animale vale come termine generico), poiché il De anima è vincolato a livello teorico e non semplicemente esemplificativo (o in base all’inserzione in essa di risultati della scienza biologica) proprio alla scelta del cuore come parte principale. La scienza biologica non considera uomo come un vivente dotato di percezione (tantomeno come animale razionale), ma piuttosto come un gevnoV oppure come un ei\doV semplice che si dice degli individui. Al contrario, la disamina delle facoltà condotta nel De anima richiede che uomo abbia un ruolo ben preciso, determinato dal nou’V all’interno del termine generico animale, con tutte le complicazioni ed oscurità che ciò comporta. Per quanto concerne la percezione, invece, gatto, cane, cavallo, Socrate sono tutti necessariamente qualificabili come viventi dotati di percezione e movimento. Ciò che i trattati biologici e zoologici presentano come dato empirico e si preoccupano di descrivere (la presenza di una parte principale o il suo analogo), il De anima è in grado di giustificare. La teoria della percezione che stiamo ricostruendo, a maggior ragione nei suoi aspetti cognitivi e contenutistici, giustifica qualcosa che la Metafisica non è in grado di fondare: il motivo per cui proprio il cuore deve essere la parte principale. La parte principale deve essere il cuore altrimenti avremo un’altra teoria della percezione, diversa da quella aristotelica – A titolo di esempio possiamo anticipare che il meccanismo della trasmissione dei movimenti psichici ha una plausibilità esplicativa se e solo se il cuore è la parte principale, e dunque il paradigma biologico sottostante è di tipo cardiocentrico.

Caratterizzandolo come un certo questo dotato, minimamente, della facoltà nutritiva, possiamo comprendere come il gevno” animale possa essere ricavato dalla considerazione in universale del soggetto, che è individuale, nella sua parte principale che si conserva ad ogni livello gerarchico di strutturazione. Naturalmente, la definizione di un soggetto potrà attuarsi su più livelli ed in diversi ambiti della ricerca scientifica. In universale, il gatto Robespierre sarà «un certo dotato di cuore», ovvero «un certo animale», di Robespierre ci sarà dunque una definizione in quanto animale, in quanto mammifero viviparo, in quanto felino (e si potrebbe proseguire), ma ciò non toglie che la definizione sarà sempre di un individuo seppure in universale.

Le parti della definizione sono le parti della cosa in quanto e nella misura in cui presentano un aspetto formale per cui rientrano nello schema progettuale della parte principale e come tali vanno a costituire il tutto nel corso di un processo di formazione; la definizione è di questa struttura mereologica propria dell’individuo considerata in universale, infatti dal momento che c’è identità tra cosa ed essenza la definizione d’essenza è definizione della cosa stessa, ovvero della forma o natura della cosa considerata in universale. Il carattere universale della definizione è desunto dal fatto che essa deve essere valida per l’intera popolazione di un tipo biologico (gevnoV)6: la determinazione formale che definisce l’animale, il suo criterio di determinatezza, sarà parte dell’animale pur essendo, al contempo, l’animalità stessa; sarà infatti quella parte che è sede della percezione e che si costituisce come principio funzionale dell’animale nel suo insieme. Sono ragioni logiche che spingono a considerare la definizione come definizione dell’universale. La dottrina del sinolo in universale può essere intesa come matrice del rifiuto metafisico della definizione del particolare: si tratta dell’affermazione del principio per cui la generalità dei termini può essere misurata sul numero dei portatori delle proprietà corrispondenti. Se consideriamo per sé le proprietà, ad esempio essere bianco, è del tutto accidentale all’essere bianco il fatto di avere sia Socrate che Callia come portatori: Asserire che la definizione deve essere dell’individuale potrebbe implicare la possibilità di porre come requisito che sia uno solo (oppure che sia l’individuo di volta in volta definito) il portatore, introducendo, in questo modo, un requisito accidentale. Possiamo sostenere che la definizione è dell’universale dal momento che è di proprietà non individuate accidentalmente dal portatore, ed è dell’individuale in un senso non logico ma metafisico, essendo l’individuo ciò che soggiace alla scala di generalità delle proprietà.

La forma allora individua il portatore nella misura in cui rende possibile riconoscere il continuum delle diverse articolazioni al proprio interno –essa è dunque su di un piano di identificazione dei corpi più articolato rispetto a quello del composto integrale: la forma è per questo motivo più particolare, poiché isola più individui (Socrate, Callia, Corisco), ma anche più universale, perché li individua non in base agli accidenti ma alle differenze specifiche. La forma è dunque principio sia della particolarità sia della comunanza, ma nel primo caso è correlativa ad una materia e propria di un composto integrale che è dunque originariamente ossia costutivamente diverso dagli altri:

«ma le cose non stanno nello stesso modo, poiché l’animale è un qualcosa dotato di percezione, e non può essere definito senza il movimento, perciò neppure senza una particolare disposizione delle parti [aijsqh<ti>ko;n gavr ti i[sw” to; zw’/on, kai; a[neu kinhvsew” oujk e[stin oJrivsasqai, dio, oujda[neu tw’n merw’n ejcovntwn pwv”]. Infatti, nemmeno la mano è parte dell’uomo in modo incondizionato, ma in quanto capace di svolgere una funzione, sicché è animata: se non lo fosse, non sarebbe una parte»7.

Aristotele sta di nuovo sottolineando il nesso concettuale esistente tra l’animale e la facoltà percettiva, al quale aveva peraltro già fatto cenno in Z, 10, 1035b18: o} oujc uJpavrxei a[neu aijsqhvsew”. Anche senza adottare la congettura di Frede-Patzig (ad loc.1036b28-29: aijsqhtikovn [dotato di percezione] al posto di aijsqhtovn [percepibile])8 il senso fondamentale del passo si mantiene. Se l’anima stessa è identica all’animale o all’essere animato, allora è necessario porre che una certa totalità è posteriore ad una certa parte9; un angolo retto particolare è posteriore alle parti che figurano nella definizione –ed alle parti di un angolo retto determinato. Nel nostro caso, una parte strumentale particolare (una mano) è posteriore alla parte principale, come è posteriore alle parti di una parte strumentale determinata (dunque alla kovrh, ai povroi, etc.). Mentre la parte strumentale in universale (senza materia) è posteriore alla parte principale (che figura nella definizione del composto), ma è anteriore alle parti strumentali che costituiscono le parti individuali del soggetto sostanziale. Al problema non c’è dunque una risposta univoca ed assoluta: se poi l’anima e l’animale non sono la medesima cosa, suppone Aristotele a conclusione di Z, 10, anche in questo caso sarà necessario specificare che alcune parti sono anteriori mentre altre no.

Ripetiamolo. All’interno di un composto ilemorfico le parti ed il tutto non costituiscono un ordinamento gerarchico assoluto, ma relativo al tipo di composto in esame e sottoponibile a differenti analisi di merito. Benché le distinzioni che stiamo producendo all’interno del soggetto sostanziale dipendono e sono finalizzate alla sua comprensione in quanto animale dotato di percezione, è necessario che un ordine non relativo di priorità e posteriorità si costituisca nello schema di analisi ilemorfica. In virtù di esso le distinzioni mereologiche potranno infatti essere regolate senza perdere la propria relatività. Il caso del cuore è emblematico: una data determinazione potrà essere detta tutto o parte, ma se è considerata sotto un certo rispetto sarà parte (in quanto parte in cui è localizzato l’aijsqhtikovn), se è considerata sotto un altro rispetto sarà tutto (come vedremo, in quanto parte in cui è localizzato il sensorio primo). Affinché l’ordine di priorità e posteriorità possa essere dato e sia dunque possibile sulla sua base distinguere i rispetti sotto i quali una certa determinazione è parte piuttosto che tutto, deve esserci poi una concatenazione di piani formali nella struttura di una medesima sostanza, e questo corrisponde minimamente alla presenza di una parte principale, le cui condizioni di identità coincidono con quelle del tutto.

NOTE

1 Metafisica Z, 10, 1035b12-27.

2 Metafisica Z, 10, 1035b25-31. Il passo citato è qui analizzato soltanto nella misura in cui una plausibile sua rilettura risulta coerente con l’argomentazione svolta relativamente al nesso sussistente tra parte principale e procedura di estrapolazione dei termini generici attraverso la considerazione in universale del composto; esistono ovviamente però letture alternative dettate da prospettive interpretative divergenti, focalizzate su quadri problematici che qui sono stati lisciati sullo sfondo. Nel caso del passo in esame il problema più notevole che si solleva è relativo alle implicazioni sul problema della particolarità o universalità della forma sostanziale della dottrina della definizione qui esposta, che da un lato fa leva sulla considerazione in universale del composto, d’altra parte caratterizza nelle righe seguenti (1035 b 31- ss.) la definizione come definizione dell’universale. Mi limito qui a menzionare quanto osservato, a proposito del passo citato e della sua interpretazione tradizionale, da Frede e Patzig: l’interpretazione classica o universalistica delle forma sostanziale legge in questo passaggio (1035 b 27-31) l’affermazione della dottrina della materia come principio di individuazione di una forma universale nel composto. L’interpretazione a cui Frede-Patzig si riferiscono è quella di Ross e soprattutto dei Londinesi, secondo i quali la definizione esprime la forma dell’uomo insieme alla sua materia in generale; le difficoltà sollevate da Frede e Patzig per questa interpretazione sono di due ordini: in primo luogo, dal momento che tanto in questo passo quanto soprattutto in Z,13 si afferma che i termini generici non indicano una sostanza e non sono quindi reali in senso pieno, intendere in questo modo significa attribuire alla materia il ruolo sostanzializzante del composto o meglio della forma che si individua nel composto per via della materia. In secondo luogo, quando si parla dell’uomo in universale ci si riferisce anche alla materia dell’uomo. Pertanto, pur dandosi una esplicazione del predicato generale uomo, non si può però parlare di definizione. Frede e Patzig tentano di svincolare la dottrina della definizione della forma dalla dottrina della definizione dell’universale, facendo leva sulla teoria per cui i termini generici derivano dalla considerazione in universale del composto ed includono quindi una menzione della materia, di cui, come in questi capitoli si dimostra, non c’è definizione.

3 Secondo Frede-Patzig ad loc suvnolonv ti corrisponderebbe all’inglese composite of a sort mentre senza ti designerebbe una cosa individuale concreta.

4Metafisica Z, 10, 1035b27-31, enfasi mia. Insieme a Z, 11, 1037a5-10 che recita: «[dh’lon de; kai; o{ti hJ me;n yuch; oujsiva hJ prwvth, to; de; sw’ma u{lh, oJ da[nqrwpoV h] to; zw/’on to; ejx ajmfoi’n wJV kaqovlou: SwkravthV de; kai; KorivskoV, eij me;n kai; hJ yuchv, dittovn (oiJ me;n ga;r wJV yuch;n oiJ dwJV to; suvnolon), eij daJplw’V hJ yuch; h{de kai; <to;> sw’ma tovde, w{sper to; kaqovlou [te] kai; to; kaqe{kaston] è chiaro anche che l’anima è la sostanza prima, il corpo è materia, l’uomo o l’animale è ciò che è costituito da entrambi, considerato universalmente. Prendiamo Socrate e Corisco: se Socrate può essere anche l’anima, allora quei nomi hanno due sensi, perché in uno significano l’anima, nell’altro il composto; ma, se indicano semplicemente questa particolare anima e questo particolare corpo, l’individuale è come l’universale», il brano ha fornito uno dei principali banchi di prova per la disputa interpretativa relativa alla particolarità o sostanzialità delle forme sostanziali, abbastanza di recente rilanciata dal commentario di Frede-Patzig 1988e dalla riproposizione con nuovi argomenti della tesi particolaristica. In questa nota prenderò in esame sommariamente alcuni aspetti centrali del dibattito relativo ai due passi (Z,10 1035 b 27-31 e Z, 11, 1037 a 5-10), al fine di mostrare il punto di connessione di quella problematica e di quella che è stata qui affrontata a partire dai capitoli Z,10 e Z,11. Seguendo una schematizzazione proposta da Burnyeat 2001 e da Wedin 1991 per cogliere il senso del passo è opportuno iniziare disambiguando l’operatore wJ” kaqovlou che compare alla fine. Esso interviene a spostare oltre la soglia di sostanzialità enti come l’uomo o l’animale: questi infatti sono insiemi determinati di questa definizione e questa materia wJ” kaqovlou. Le interpretazioni possibili sono ben sistematizzate da Burnyeat come segue; se indichiamo con M la materia, con F la forma o definizione e con un pedice g l’operatore wJ” kaqovlou potremo così indicare le diverse letture:

a. (F + M)g: in to; ejx ajmfoi’n wJ” kaqovlou (Z, 11, 1037a6-7) l’operatore wJ” kaqovlou interviene non solo su ajmfoi’n (come nell’opzione a seguire) ma su to; ejx ajmfoi’n complessivamente considerato; viene presupposta la particolarità del sinolo, ma non necessariamente quella dei suoi componenti. Il concetto di particolarità in gioco è quello relativo al composto ed è connesso alla sua concretezza.

b. (F g + Mg) in questo caso è implicata sia la particolarità della materia sia quella della forma –si tratta della lettura di Frede-Patzig secondo cui Aristotele, a partire dal problema della definibilità del concreto, si preoccupa di definire di volta in volta l’apporto della materia e pertanto distingue tra la materia in senso generale da un lato, e la materia prossima dall’altro. Uno dei problemi principali di questa lettura è gestire la particolarità come un attributo che perbene alla forma tanto quanto alla materia ed assume nei due casi il medesimo significato: sembra infatti che vada distinta la particolarità della forma (intesa come determinatezza) dalla particolarità della materia (intesa al contrario come indeterminatezza, particolarità atomica) e da quella del composto (intesa come concretezza). La possibilità della lettura nominalistica vale comunque a dissolvere l’apparente ovvietà dell’interpretazione classica che intende la materia come principio di individuazione.

c. (F + Mg) lettura tradizionale: la forma è universale e la materia funziona come principio di individuazione ed è quella componente particolare del composto che va universalizzata nei termini generici e specifici che figurano nella definizione. Anche in questo caso il concetto di particolarità che entra in gioco è relativo alla materia, e dunque connesso alla indeterminatezza.

Ad opinione di Burnyeat la mera possibilità di una lettura neutrale, quale è (i), vale a disinnescare gli argomenti di quanti si appoggiano ai passi in questione per avvalorare una interpretazione universalistica o particolaristica delle forme sostanziali (Burnyeat, 2001: p. 85). Perché però la lettura neutrale sia sostenibile deve essere possibile nel passo di Z,10 (1035 b 29-30) non intendere questa (toudiv) forma e questa (thsdiv) materia come questa particolare forma e questa particolare materia: i pronomi dimostrativi possono essere interpretati, sottolinea Burnyeat, come dei segnaposto, spazi bianchi che sono di volta in volta fissati nel loro contenuto da una ricerca di merito (cfr. ivi, p. 84; l’esempio paradigmatico dato da Burnyeat di una simile definizione aperta è rappresentato dall’analisi della collera presente in De Anima 1, 1, 403 a 25-b 9). Contro questa lettura neutrale si potrebbe far valere un argomento di Wedin 1991 secondo il quale l’opzione (i) non lascia di fatto alcun ruolo all’operatore wJ” kaqovlou, rendendolo ridondante, dal momento che esso opera fuor di parentesi e come tale non sulla costituzione interna dei singoli componenti, ma sul livello logico di generalità del composto, spostandolo ad un grado maggiore di generalità, come l’esponente di una operazione reiterabile. L’interpretazione di Frede-Patzig, sposata anche da Wedin, dà all’operatore un peso molto forte, anche a costo di inserire un’enfasi che, a parere ad esempio di Burnyeat, nel testo non si trova, dal momento che l’operatore sembra introdotto in Z. 10 semplicemente in riferimento a un modo della totalità (la totalità di tipo generico) di cui viene negata la sostanzialità sulla base di un argomento mereologico. Secondo la lettura deflazionistica proposta da Burnyeat, in questi passi non entra in gioco lo statuto ontologico di ciò che viene significato dai termini generici, ma solo l’esclusione dal novero delle sostanze delle totalità di tipo generico attraverso un atto generalizzante che sposta oltre una soglia di sostanzialità che è ancora in corso di definizione. Va ricordato che è disponibile un’altra critica (cfr. Wedin 1991) all’opzione (ii) ed alla lettura di Frede-Patzig, basata sul fatto che in Z,10 non si parla di sostanza prima, ma semplicemente di sostanza: la risposta dei sostenitori della tesi particolaristica fa leva sul passo tratto da Z,11 (per il quale lo stesso Burnyeat ritiene possibile anche l’opzione (ii), in cui da un lato si dice che la forma sta alla materia come l’anima (esplicitamente detta qui sostanza prima) sta rispetto al corpo, e d’altra parte è presente una forma condizionale (se consideriamo Socrate o Corisco – o Socrate e Corisco come anima e corpo (o nomi di anima e corpo), allora il particolare è come l’universale. Sulla base di questi punti, nella lettura particolaristica, la particolarità non è posta nella composizione (dal momento che anche l’universale è composto) ma nei costituenti, e tra questi anche nella forma. L’argomento suppone che il composto da cui si generalizzi sia particolare e che la particolarità, se non sta nella composizione, stia nei costituenti, ma si tratta di presupposti non scontati, dal momento che la particolarità potrebbe stare in un certo livello a cui si attua la composizione: l’inferenza dalla composizione ai componenti si basa infatti sul presupposto che il modo di composizione sia il medesimo nei due casi, ma ciò non è scontato, dal momento che Aristotele istituisce qui una proporzione e non una identità. Il fondamento più forte ad una lettura particolaristica non è qui, ma nel fatto che nel passo di Z,1 l la composizione viene ascritta in modo paradigmatico all’universale, e solo sulla base di un ragionamento proporzionale estesa al particolare: ciò emerge con chiarezza se non si traduce il passo in questione inserendo immediatamente la composizione (composto come l’universale: così fa Wedin ed una simile lettura è presente anche nella traduzione italiana di Viano), ma lasciando semplicemente la comparazione (come l’universale). In questo senso l’enfasi sulla forma condizionale dell’argomentazione sembra pregnante. In Z,11 sembra si dica questo: (il nome) Socrate può essere inteso come (riferentesi all’) anima o (al) composto di anima e corpo, dove l’anima è la sostanza prima di Socrate stesso; ma se Socrate è considerato in quanto composto, allora è come l’universale. Ma, concludiamo, per ciò stesso non è considerato più come anima, cioè come sostanza prima. L’universale è dunque primo in base alla composizione e secondo in base alla sostanzialità, mentre primario riguardo alla sostanzialità è un particolare modo della totalità che si riscontra negli individui. Il sinolo è posteriore e più chiaro nei termini di Z,3 in quanto alla composizione del composto, di cui sono paradigma le totalità di tipo generico, si lega dunque la secondarietà nell’ordine della sostanzialità. In questi limiti emerge una certa plausibilità dell’interpretazione particolaristica di questi passi; ma non credo che così intesa essa implichi una particolarità stretta (ed eventualmente una concezione in qualche senso nominalistica) delle forme sostanziali, dal momento che tale interpretazione potrebbe funzionare anche con una lettura della sostanza come semplicemente individuale e della forma sostanziale come determinazione essenziale semplice espressa da un termine sortale, dunque non universale nel senso di un universale caratterizzante ovvero di una totalità generica ma sempre propria di quell’individuo ad un certo livello della sua strutturazione mereologica interna, per quanto collocata derivativamente su un gradiente di generalità, dal momento che esistono determinazioni che sono sempre determinazioni dell’individuo, pur essendo più grezze e meno determinate di altre.

5 Già nella Scolastica ed in particolare nel pensiero di Tommaso d’Aquino, si registra una oscillazione sullattribuzione del ruolo di parte principale al cuore, cfr. Henry 1991.

6 Lloyd 1981 ha correttamente osservato che la forma non è un universale in re ovvero esistente in Socrate ed in Callia, perché la forma dell’uno non è numericamente identica alla forma dell’altro. Universale è il predicato uomo che si applica allo stesso modo ad entrambi, ma questo esiste solo nelle proposizioni, cioè è un universale post rem. Aristotele sostenne una teoria delle forme in re e degli universali post rem. Si consideri il complesso passo di Metafisica Z, 11, 1037a5-10 in cui si dice che l’anima è la sostanza prima, il corpo la materia e l’uomo il composto di entrambe inteso come universale. Socrate e Corico hanno dunque due significati (anima e corpo). Se invece, sono semplicemente questa anima qui (hJ yuch; h{de) e questo corpo qui, allora come è per l’universale, è per l’individuale. Burnyeat et al 1979 non riescono a rendere pienamene l’espressione hJ yuch; h{de che allude all’esistenza di una forma individuale che, a loro avviso, sarebbe in contrasto con Z, 8, 1034a6-8 dove si dice che Socrate e Callia sono la tale forma (to; toiovnde ei\doV) in queste carni ed ossa qui. Secondo i londinesi, infatti, ogni individuo è costituito da una forma universale ed una materia individualizzante e, pertanto, escludono la possibilità di una forma individuale. Come ha osservato Berti 2002, p. 536, il fatto che non riescano a rendere conto di questa espressione depone a sfavore della loro tesi. Peraltro Lloyd ha mostrato come toiovnde non è altro che un questo generalizzato, cioè l’astrazione da molti questi: un universale.

7 Metafisica Z, 11, 1036b26-31. «Delle cose che costituiscono oggetto di definizione e delle essenze, alcune sono come il camuso, altre come il concavo. C’è questa differenza tra l’uno e l’altro: che camuso viene preso con la materia, dal momento che il camuso è un naso concavo, mentre la concavità sta senza materia sensibile. Ora, tutti gli oggetti naturali, come naso, occhio, viso, carne, osso e in generale animale, fogli, radice, corteccia e in generale pianta si definiscono in modo analogo a camuso, cioè non c’è definizione di nessuno di essi che non si riferisca al movimento, e la loro definizione comprende sempre la materia. È chiaro allora in che modo bisogna cercare di definire l’essenza nelle cose naturali, e perché spetta al fisico considerare anche alcune parti dell’anima, cioè quelle che non stanno senza materia», Metafisica H, 1, 1025b30-1026a6 trad. Viano. La definizione propria del fisico è oggetto di approfondimento in Metafisica E, 1, 1025b28-1026a6; K, 7, 1064a23-28; Fisica II, 194a12-15; 200b7-8; De anima I, 1, 403a24-b16.

8 Frede 1988.

9 Metafisica Z, 10, 1036a16-25.

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