Divagazioni Metafisiche (5): criteri di esclusione

Ricapitoliamo. Tornando al problema del novero delle sostanze: in che modo la relazione di anteriorità-posteriorità contribuisce a restringere il campo di esemplificazione (che di fatto, trascurando l’esempio geometrico iniziale, evidentemente propedeutico e formale, risulta focalizzato sui viventi e sulle loro parti, a differenza della prima sezione di Z, 10)?

L’istituzione di questi rapporti corrisponde a una nuova richiesta criteriologica, che può essere estrapolata dal testo: vi deve essere una “sede primaria” della definizione e della sostanza, ovvero una parte principale e un principio dell’organizzazione integrale. Ciò significa anche che deve esserci una distinzione tra processi di mutamento e processi di formazione o distruzione parziali o totali: deve essere possibile distinguere tra i processi in cui il sistema delle parti che è racchiuso inizialmente nella parte principale si articola o compromette e i processi nel corso dei quali il principio di identità del soggetto non è chiamato in causa, ma sono coinvolte sue determinazioni accidentali, il cui venire a essere e a mancare non inficia la permanenza del portatore. La dualità dei processi corrisponde a una dualità di parti in cui il soggetto, ereditato dalle Categorie, può essere articolato sul piano metafisico; ora, che cosa esibisce questa dualità di strutture e di processi? Un buon modo di intendere Z, 11 è sullo sfondo di questo problema relativo al novero delle sostanze, in correlazione al criterio strutturale e processuale posto in Z, 10.

Il vaglio di Z, 11 comprende tutti e tre i domini esemplificativi che erano stati riscontrati nella prima sezione di Z, 10: artefatti (1036a31-b 7), enti matematici (1036b32-1037a5) e viventi (1037a5-10). La disamina dei candidati al titolo di sostanza procede sulla base di un criterio, che deriva dal criterio di dualità di strutture e processi di Z, 10: se vi deve essere tale dualità, allora deve esistere un asse di determinazioni centrali che vengono articolate nella formazione del soggetto e che costituiscono il suo principio di identità; ma allora su questo asse dovremo riconoscere uno schema ilemorfico molto differenziato e continuo. Non sarà possibile distinguere nelle parti principali e nei processi di formazione una forma realizzabile diversamente che nella materia in cui di fatto si realizza: se la forma potesse essere realizzata in supporti materiali differenti potremmo infatti immaginare differenti processi di formazione come processi di formazione di un medesimo soggetto; ciò che va contro il principio di Z, 10. Nei termini del dibattito metafisico odierno, possiamo dire che siano escluse la realizzabilità multipla della forma sostanziale e la spiegazione funzionalistica del rapporto tra forma e materia.

Quando siamo di fronte a qualcosa che si realizza in qualcos’altro differente per specie (o{sa me;n ou\n faivnetai ejpigignovmena efeJtevrwn tw/’ ei[dei)1, come il cerchio nel bronzo, nella pietra e nel legno, sembra chiaro che il bronzo e la pietra non sono parti dell’essenza del cerchio, che può essere separata da queste (tau’ta me;n dh’la ei\nai dokei’ o{ti oujde;n th’V tou’ kuvklou oujsivaV oJ calko;V oujdoJ livqoV dia; to; cwrivzesqai aujtw’n)2. Nulla impedisce che ciò valga anche per ciò che non si vede sussistere indipendentemente dalla materia: se anche si vedessero tutti i cerchi realizzati nel bronzo, nondimeno, il bronzo non sarebbe affatto una parte della forma (w{sper ka}n eij oiJ kuvkloi pavnteV eJwrw’ntw calkoi’: oujde;n ga;r a]n h\tton h\n oJ calko;V oujde;n tou’ ei[douV)3. Sarebbe però difficile per il nostro pensiero astrarre da questo (calepo;n de; ajfelei’n tou’to th/’ dianoiva)4. Ad esempio, scrive Aristotele, la forma dell’uomo appare sempre nella carne, nelle ossa ed in parti di questo tipo. Non saranno allora anche queste parti della forma e della definizione? Oppure no, ma sono materia, e non si può separare la forma da questa, perché quella forma non può realizzarsi in altre materie? (oi\on to; tou’ ajnqrwvpou ei\doV ajei; ejn sarxi; faivnetai kai; ojstoi’V kai; toi’V toiouvtoiV mevresin: a\rou\n kai; ejsti; tau’ta mevrh tou’ ei[douV kai; tou’ lovgou; h] ou[, ajllu{lh, ajlla; dia; to; mh; kai; ejp a[llwn ejpigivgnesqai5 ajdunatou’men cwrivsai)6.

Il circolo di bronzo rappresenta, nei termini concettuali di Aristotele, un questo in questo (tovde ejn tw/’de)7, dal momento che in esso (proprio in virtù della contingenza relativa del suo essere realizzato nel bronzo) si presenta con maggiore chiarezza la dualità di componenti che rende possibile la predicazione (il questo di questo) tanto nel modo dell’inerenza che della predicazione. Potrebbe trattarsi dunque indistintamente tanto di un corpo naturale non vivente, quanto di un sostrato sensibile da cui il matematico deriva la forma del circolo, quanto infine di un artefatto ottenuto per imposizione artigianale della forma del circolo ad un sostrato di bronzo: in ciascuno di questi casi si ha un questo in questo, e, di fatto, in ciascuno di questi casi si dà in una certa misura una realizzabilità multipla della forma come si mostra già attraverso una analisi ilemorfica semplificata su due livelli. Qualche problema a parte sorge nel caso del circolo matematico, dal momento che esso è definito a meno della composizione materiale da cui è estrapolato, ed è dunque possibile che si presenti separato dal bronzo o dal legno, ma non privo di una propria differente materia. Il caso esaminato nel passo (il circolo di bronzo) non va tanto in direzione degli enti matematici, ma li considera probabilmente in modo implicito, dal momento che Aristotele ha già precisato in via parentetica (Z, 10) che il circolo di bronzo è un sensibile, un oggetto considerato congiuntamente alle sue caratteristiche sensibili e non a prescindere da esse, come invece accade per gli enti matematici. La congiunzione così istituita tra circolo di bronzo e circolo matematico permette di vedere, sullo sfondo della trattazione del primo, il problema costituito dagli enti matematici: come si vedrà questa lettura è di fatto in parte fortificata dal rimando che più avanti in Z, 11 viene fatto alla trattazione della materia intelligibile presente in Metaph. M e N.

Possiamo dunque distinguere genericamente tra forma e materia, distinguere una forma riguardo alla nozione e, ancora, separare idealmente la forma dalla materia. Questo processo di progressiva astrazione con cui separiamo la forma dalla materia è logicamente possibile (nel modo dell’irrealtà, nel caso in cui ogni circolo da noi esperito fosse realizzato solo nel bronzo) ma attualmente impossibile nei composti. Il principio di esclusione della realizzabilità multipla delle sostanze, nella formulazione aristotelica, può essere inteso in più di un modo. Il modo più tradizionale consiste nel vedervi un criterio euristico che si affianca all’osservazione dei processi di dissoluzione delle sostanze. In altri termini, Aristotele ha già mostrato come non sia sufficiente considerare ciò che causa dissoluzione della cosa, perché ci sono soggetti che si dissolvono nei propri principi e soggetti che si dissolvono in componenti puramente materiali (Z,10, 1035a21-31). Dicendo il nome della cosa definita (ad esempio “Socrate”) possiamo infatti riferirci al soggetto in quanto composto o al soggetto sotto il profilo della sua forma (la sua anima) (1035a6-9) e nei due casi avremo condizioni di permanenza rispetto alla dissoluzione differenti: la forma viene a essere o a mancare per accidente col venir meno del composto, ma non si genera e non si corrompe (Z,8, 1033a28-31; 1033b5-8; Z,15, 1039b22-26; L, 3, 1070a21-28)0909(nota-cit), mentre il composto si genera e si corrompe per se, dunque in questo caso il fatto che il distacco di una parte ne comprometta la permanenza è un indice dell’essenzialità di quella parte rispetto al composto. Ora, in 1036a31-b 7, Aristotele mostrerebbe che un ausilio ulteriore può venire dall’osservazione dei processi inversi, che riguardano la formazione (anche solo concettuale) di un soggetto.

Anche in questo caso però il risultato che si ottiene non è univoco: (i) alcuni oggetti si presentano realizzati in molte materie, (ii) altri, sebbene si riscontrino in una sola materia, si possono immaginare realizzati diversamente, (iii) altri ancora, infine, si possono immaginare realizzati in una sola materia (ma anche in questo caso, forse, l’analisi filosofica può distinguerne la forma dalla materia). In questa lettura, dunque, escludere che ciò che è oggetto, propriamente parlando, della definizione, si possa realizzare in molti modi, corrisponderebbe semplicemente a un criterio euristico di definibilità, un criterio non sempre efficace ma il più delle volte utile. Questo lascerebbe in parte un’aleatorietà nella soluzione aristotelica al problema dell’oggetto della definizione: in linea di principio oggetto di definizione è soltanto la forma, ma talvolta non è possibile stabilire che cosa sia forma e cosa materia, e in tal caso le parti materiali potrebbero rientrare nella definizione o in quanto implicate dalla forma (soluzione di Frede-Patzig)8 o in quanto in tal caso la definizione è definizione della cosa come composto, dunque una definizione in qualche senso derivativa.

C’è tuttavia un altro modo, che qui si difende, per leggere l’argomentazione aristotelica in Z, 10-11. Infatti, se si prende sul serio l’aspetto modale della formulazione del principio di esclusione della realizzabilità multipla, la mancanza (anche solo immaginativa) di situazioni di realizzazione alternative non è un limite o una difficoltà pratica per una definizione che, comunque, dovrebbe prescinderne (poiché stiamo supponendo, a monte, che sia così e chiediamo la conferma al testo). Il punto del ragionamento di Aristotele è il seguente: noi non sappiamo da che cosa concretamente dobbiamo prescindere e vediamo pertanto da che cosa possiamo prescindere, almeno concettualmente, per stabilire che cosa occupi il ruolo dell’oggetto di definizione, dunque della forma, rispetto a un certo soggetto S. La mancanza di una realizzabilità differenziale indica pertanto ciò di cui parliamo quando diciamo “questo S” e ci proponiamo di dare una definizione della specie S. Insomma: la definizione di S ha per oggetto ciò, di S, da cui non è possibile prescindere – pena il venir meno di S stesso come soggetto – e questa è la forma di S.

Sappiamo che ci sono certe parti che si danno assieme al tutto, in modo indiscernibile: la forma del tutto è la stessa forma di queste parti. Il nome di S, infatti, può indicare sia la forma sia il composto, come si è detto, ma la forma stessa può essere la forma del tutto o la forma della sua parte centrale, che si dà assieme a S. Vi sono poi altre parti il cui darsi è condizionato da certe condizioni di realizzazione del soggetto, ma che costituiscono comunque dei possessi, dunque delle determinazioni definitorie, per il soggetto in atto (poniamo, Socrate maturo) e da cui non si può prescindere nel momento in cui ne diamo una definizione. La considerazione dei processi di formazione, invece che di quelli di dissoluzione, ha il vantaggio di permettere una considerazione del soggetto distinguendo un ordine tra (la forma del)le sue parti, ordine che è correlativo ai processi di formazione. Tutto quello che rende S ciò che propriamente è, e da cui non è possibile prescindere, rientra nella definizione ed è la sua forma. Ciò dunque non significa inserire delle componenti materiali in quanto tali nella definizione. Come Aristotele precisa in Z, 10 e Z, 11, la definibilità è un criterio di sostanzialità metafisico che esclude la materia e focalizza la forma come fonte della determinatezza dei soggetti. Il punto è un altro: anteriore è la forma, nelle parti e nel tutto, ma alcune parti sono anteriori ad altre, poiché ciò che fa di un certo complesso di determinazioni la forma di S è l’ordine (della forma) delle parti, a partire da quella centrale. Con l’esclusione della realizzabilità multipla, infatti, cerchiamo di rispondere non alla domanda “la definizione ha per oggetto solo la forma o anche la materia?”, ma alla domanda più avanzata “quali sono le parti della forma, e quali le parti del composto di materia e forma?” (domanda esplicitamente posta a 1036a25-30). La domanda è dunque sull’articolazione interna della forma e su che cosa svolga il ruolo della forma. Ove è possibile prescindere da alcune determinazioni, per tenerne altre, queste non rientrano nella definizione e riguardano la materia. Ove non è possibile, anche solo concettualmente, l’isolamento di un pacchetto di determinazioni da altre, queste riguarderanno la forma di ciò che si sta definendo.

Vale la pena di notare, a questo punto, che per gli artefatti, non essendo possibile individuare una struttura mereologica e processuale di base, non è possibile dare una definizione d’essenza che consideri in universale siffatta struttura. Nel caso di un tripode non è necessario considerare tutte le situazioni logicamente e fisicamente possibili per la sua realizzazione. Anche solo uno sguardo alle situazioni attuali conferma il caso in cui un tripode si presenta realizzato su supporti differenti. I problemi che ora si pongono sono i seguenti:

  1. come si possono distinguere i livelli della totalità (totalità formale, totalità composta) e le rispettive parti – ovvero, come si possono distinguere entro un medesimo soggetto sostanziale i diversi livelli mereologici in cui si struttura?

  1. Per quale motivo, a differenza degli artefatti, nel caso dei composti integrali la loro forma non può realizzarsi in materie differenti rispetto a carni ed ossa?

Abbiamo visto che nel caso dei soggetti sostanziali esiste un asse di determinazioni centrali che vengono articolate nella crescita dell’animale e che costituiscono il suo principio di identità; ma allora su questo asse dovremo riconoscere uno schema ilemorfico molto differenziato ed in qualche modo continuo. La continuità tra forma e materia è modalmente qualificata (à la Kripke) sulla base di un principio fisico, una successione continua articolantesi a partire da una parte che funge da principio ed articola il nesso ilemorfico su più livelli. Una funzione psichica come la percezione non può realizzarsi nel corso della formazione di un animale se non in presenza di parti materiali opportunamente strutturate per quella funzione.

Non sarà possibile distinguere nei processi di crescita una forma realizzabile diversamente che nella materia in cui di fatto si realizza. Se la forma potesse essere realizzata in supporti materiali differenti potremmo infatti immaginare situazioni in cui basi strutturali differenti in un processo di formazione assumono una medesima forma e non sarebbe garantita l’individualità del soggetto. Non sarebbe possibile distinguere una parte principale che sia sempre quella nei processi di formazione degli animali e che costituisce la base della sua individualità; non distingueremmo, inoltre, i processi di crescita dai processi di mutamento cui può andare incontro non solo restando se stesso, ma senza che la sua forma ne venga coinvolta. Potremmo insomma immaginare differenti processi di formazione come processi di formazione di quel soggetto; ma in questo caso non si tratterebbe più del medesimo soggetto sostanziale, ma di più soggetti individuati su una base differente: l’essere proprio di un certo soggetto sostanziale deve infatti darsi ad ogni livello del processo di formazione e della struttura mereologica di base. Abbiamo fondate ragioni per formulare il principio di esclusione della realizzabilità multipla della forma sostanziale, o anche principio della spiegazione non funzionalistica della conformazione di base, dei processi formativi delle sostanze e delle loro attività.

La parte principale esprime il modo in cui i piani ilemorfici della costruzione mereologica interna di un soggetto si concatenano mantenendo l’identità del tutto. La forma sostanziale esprime il principio di questa concatenazione e la sua regola. La presenza di una parte principale esclude che si possano dare percorsi di realizzazione multipla di una forma dal momento che possiamo immaginare per un certo soggetto una varietà di situazioni possibili in cui determinate parti siano sottratte e/o determinati attributi siano differenti, ma non possiamo immaginare situazioni in cui quello stesso soggetto esista senza la sua parte principale. Il processo di formazione permette alle diverse configurazioni possibili di attuarsi in modo determinato partendo da una configurazione di base che è necessaria e comune agli individui di una stessa specie. Avendo un inizio necessario ed identico, il processo di formazione delle parti esclude la possibilità di supporti differenti per la medesima forma: il soggetto che viene ad essere è uno solo.

L’individuazione della parte principale ci permette di definire in modo non accidentale i processi che comportano la cessazione dell’esistenza della totalità e di distinguere da essi un campo di processi, come le percezioni, in cui la parte principale si preserva (si tratta infatti della soglia formale del composto) e la totalità muta (o, in altri termini, data la correlatività di parte principale e totalità, in cui la parte principale si articola). A questo campo di processi potremmo poi contrapporre un campo di mutamenti accidentali che non concernono la totalità considerata in quanto definita dalla sua parte principale, ma rispetto ai quali il livello mereologico e definitorio della totalità resta invariante: questi mutamenti, al di sotto della soglia formale del composto, sono qualificabili come flussi materiali (ad esempio, la continua rigenerazione della materia a seguito dell’alimentazione). Correlativamente, vi è un processo qualificato che si definisce come articolazione della parte principale (per cui parti strumentali affini ricorrono nella popolazione di un gevno”). Vi è poi un processo al di sotto della soglia formale del composto in cui il soggetto assume determinazioni categoriali in modo relativamente accidentale (avere occhi blu o marroni, ad esempio) senza che la sua struttura e natura ne siano coinvolte.

Invero, al livello della soglia formale del composto, che rappresenta l’asse delle determinazioni strutturali di base che articolano la parte principale, si deve avere una continuità che non può darsi nel caso delle determinazioni accidentali. Tale continuità impedisce la purezza9 e la realizzazione multipla della forma (è dubbio che simile distinzione sia possibile per gli enti matematici, composti inanimati e gli elementi e le loro misture)10, poiché una determinazione relativamente materiale o ralativamente grezza non può realizzarsi diversamente che nella determinazione formale in cui di fatto si articola11: non è possibile che materie differenti nella struttura di base realizzino la medesima forma, dunque non è possibile distinguere i requisiti posti dalla forma per la propria realizzazione dal modo particolare in cui effettivamente la materia assolve quei requisiti.

In un caso di realizzabilità multipla di una forma avremo infatti a che fare con due livelli materiali in linea di principio distinguibili; poniamo che una sedia sia attualmente realizzata nel legno: è possibile immaginare che in situazioni differenti avrebbe potuto essere realizzata nel bronzo o in pietra o in ferro, ma in ciascuna di queste situazioni il materiale prescelto dall’artigiano risponde a certi requisiti minimi per la realizzazione di una sedia (il materiale non deve ad esempio essere liquido alla temperatura ambiente e deve essere resistente ad un certo tipo di sollecitazioni, sarebbe difficile infatti costruire un tavolo di carta o di sabbia). Le proprietà che un materiale deve esibire per essere prescelto da un artigiano potrebbero utilmente essere chiamate, con terminologia contemporanea, proprietà disposizionali; si tratta di proprietà che sono esibite da un materiale, ma sono proprie di un soggetto solo sotto i requisiti di una certa forma o funzione ed in un determinato contesto di esercizio di quella funzione. Una sedia di sabbia o di ghiaccio sarebbe difficilmente realizzabile (o realizzabile soltanto per fini differenti rispetto alla normale funzione di una sedia). Anche nella produzione artigianale, di fatto, il prodotto finale non è arbitrariamente imposto ad una materia, ma in base a caratteristiche di questa e all’opera dell’artigiano: un rapporto ed una qualche unità tra forma e materia si costituisce comunque nel prodotto artigianale, e questo fa sì che anche per un artefatto siano poste derivativamente condizioni di permanenza e vincoli riguardanti il sostrato materiale della funzione. Come ha efficacemente sostenuto Kosman, in ambito artefattuale la materia concreta, considerata negli attributi sensibili che le sono propri, a prescindere dunque dalla forma, può assumere forme differenti ed essere chiamata materia1, materia2, etc. 12.

D’altra pare i requisiti posti dalla forma alla propria realizzazione (nei termini di proprietà disposizionali che deve possedere il sostrato) possono essere intesi come criteri di individuazione di una materia di tipo differente, che sarà la materia S (dove S sta per della sedia) se e nella misura in cui risponde ai requisiti della forma della sedia e potrà dunque essere individuata nelle diverse situazioni possibili (un architetto potrà infatti far variare nella propria mente i sostrati concreti possibili avendo in mente sempre un medesimo oggetto, una medesima materia opportuna): questo secondo tipo di materia potrebbe essere chiamata materia2 o (con le dovute cautele, dovute al fatto che questa seconda denominazione porta con sé connotazioni ulteriori) materia intelligibile. È di certo opportuno ricordare nell’analisi delle sostanze viventi e non viventi il principio della priorità non solo ontologica ma anche esplicativa della forma sulla materia. In questo senso, se è corretto insistere (contro i funzionalisti) che i principi di organizzazione (F) che governano il composto F(fmifmn) non possono essere compiutamente compresi in termini di mere proprietà meccaniche (dunque non-teleologiche) della materia, non è corretto concluderne (come sembrano fare Burnyeat e Kosman) che fmifmn ovvero l’articolazione delle parti, non possa essere pienamente descritto, ad un dato livello di analisi ed assumendo differenti determinazioni come date e come concettualmente rilevanti, anche in termini meccanici.

Nelle parole di Lennox: «in the explanations we will be examining [scil. De partibus animalium], there are certain features of living things that are sufficiently explained by reference to their material natures; and there are certain material facts about certain kinds of animal that are as explanatorily primitive as are other facts about their living function»13. Una delle più significative conseguenze di questa teoria aristotelica è stata rilevata da Lloyd: «there can be no question of the souls/forms of living creatures being realisable in matter other than the matter in which they are found, and what has been called the ‘compositional plasticity’ of yuchv is minimal, if not zero»14. A questo livello esplicativo, in cui si situa la teoria della percezione, differenti tipi di materia non possono essere identificati e descritti senza che queste procedure li qualifichino immediatamente come tipi di materia di e per una particolare forma e funzione. Non è possibile distinguere tra la materia intesa come questa materia qui nella sua concretezza, dalla materia come l’insieme delle proprietà disposizionali necessarie alla realizzazione di una certa forma. Il funzionalismo fallisce15 nella misura in cui non riconosce né l’articolazione mereologica dei soggetti né quanto radicale e al tempo stesso flessibile sia la teleologia aristotelica16. Se la forma si articolasse su supporti materiali differenti dovremmo immaginare dei processi di formazione ed un tipo di percezione non vincolati alla continuità ilemorfica che la parte principale articola, nel primo caso, ed alla continuità ilemorfica e strutturale necessaria alla trasmissione dei movimenti psichici nel secondo caso. A ciò si aggiunga che gli esiti formativi di un soggetto sostanziale possono variare soltanto entro un range consentito dal mantenimento della continuità tra le sue determinazioni strutturali (parte principale+parti proto-strutturali à la Furth): nel nostro gatto, il nesso di unità tra le sue determinazioni è tale per cui determinazioni necessarie appartenenti all’articolazione delle parte principale (le parti proto-strutturali e le parti strumentali ad esempio) non possono essere fatte variare ferme restando altre determinazioni strutturalmente preordinate dal gevno” di appartenenza.

Un ultimo punto va considerato. Si comprende in questo senso l’organizzazione successiva di Z, 11, che presenta: (i) una critica di quanti (i Pitagorici e Socrate il giovane) sulla base delle difficoltà teoriche presenti in questo problema prendono una scorciatoia metafisica addirittura paradossale, mancando totalmente il bersaglio dei rapporti tra forma e materia e sostituendo a una stimolante difficoltà teorica un’assurdità radicale (1036b7-32); (ii) una rapida disamina preliminare (1036b32-1037a10) del caso degli enti matematici e dei viventi per cui tuttavia serve, rispettivamente (iii) un rinvio alla trattazione della materia intelligibile e un rinvio alla trattazione dell’unità di forma e materia secondo potenza e atto (1037a10-20).

La prima di queste sezioni sarà analizzata qui in modo piuttosto rapido, dal momento che risulta meno centrale nella linea di discorso sinora seguita. L’argomentazione sembra ritornare su punti già svolti, al fine di riprendere il filo del discorso con una nuova focalizzazione: viene riaffermata la necessità di includere la materia in modo qualificato entro la definizione attraverso una duplice confutazione rivolta a quanti, facendo leva sulle difficoltà teoriche del rapporto di materia e forma, con una scorciatoia metafisica separano l’una dall’altra. In primo luogo viene confutata la posizione di quanti (Pitagorici e Platonici) riducono ogni cosa ai numeri, ignorando le determinazioni spaziali degli enti geometrici e la diversità delle cose; in secondo luogo viene fatto un accenno – particolarmente condensato – alla posizione di Socrate il giovane, opponendo all’equazione da questi istituita tra uomo e sfera di bronzo la dualità di aspetti che il movimento degli animali presenta (1036b28-33)0909(nota-cit.): esso è infatti una funzione psichica, e dunque parte della forma dell’animale, ma può darsi solo in presenza di parti materiali opportunamente strutturate per il movimento. Se è vero che con il cessare della funzione psichica locomotiva una gamba non è più tale è parimenti vero che senza gambe e senza braccia, o più astrattamente senza i quattro punti di locomozione geometricamente necessari al movimento, la funzione psichica non può realizzarsi nel corso della formazione dell’animale. Questa prima analisi in abbozzo delle parti dei viventi, per quanto introdotta nel contesto polemico cui si è accennato, rientra tematicamente nella sezione successiva, sottolineando l’unità strutturale e la continuità di piani organizzativi che si dà “intuitivamente” (se si intende il termine in maniera poco teorica) nei viventi, e che, per quanto criteri ulteriori e analisi metafisiche più raffinate siano richieste, deve essere salvaguardata nel suo aspetto intuitivo. Una soluzione metafisica potrà chiarificare e nel merito anche correggere l’intuizione diffusa, ma non potrà tagliare i ponti con l’opinione naturale degli uomini, pena cadere nell’assurdità. In Z, 11, 1036b34-1037a5 Aristotele riprende – siamo qui al punto (ii) – con riferimento agli enti matematici, la correlazione istituita in Z, 10 (1034b20 -24) tra la parte del logos e il logos delle parti e si chiede se il fatto che i logoi delle parti non siano parti dei logoi degli enti matematici non dipenda dal fatto che non si tratta di cose sensibili.

La materia intelligibile non è dunque parte del cerchio in universale e non è parte della definizione, ma è parte del cerchio individuale, che come si è detto, non porta un nome proprio e si dice circolo equivocamente rispetto al circolo in universale. Per una dimostrazione rigorosa dei modi dell’unità di forma e materia sarà necessario attendere l’argomento di H, 6 cui a poche righe di distanza si rinvia, ma già a questo punto Aristotele avanza tesi piuttosto forti: la continuità tra forma e materia si dà sempre almeno a livello intuitivo nei viventi, non si dà mai negli artefatti, mentre negli enti geometrici – sempre realizzati in un supporto sensibile da cui sono estrapolati – non è tale da far comparire la materia nella definizione, sebbene essa compaia nell’analisi, ad esempio, di questo circolo particolare.

D’altra parte ammettere che tra circolo in universale e circolo individuale sussista un’omonimia significa proprio negare quel principio di continuità e di singolarità del percorso di formazione di questo individuo, e ammettere cioè che a livelli di determinazione sortale più universali non sia salvata l’identità del soggetto e la sua individualità (con “questo circolo di bronzo” e “questa figura geometrica”, non indichiamo cioè necessariamente la medesima cosa). Nel caso dei viventi l’omonimia potrebbe anche sussistere, ma se si dimostrasse che essa non sussiste (come, si intende, sarà dimostrato in H, 6), si potrebbe concludere che a ogni livello sulla scala di generalità abbiamo sempre a che fare con un individuo e un composto.

L’esclusione delle totalità-mucchio

Schematizziamo, sulla base della distinzione materia-forma, la struttura plurilivellare del vivente:

  • livello I: materia {4 elementi} + forma {ratio dei 4 elementi}.

  • Livello II: materia {carni, ossa, omeomeri} + forma {ratio dei 4 elementi, indirizzamento funzionale}.

  • Livello III: materia {parti strutturali, parti proto-strutturali, organi} + forma {ratio dei 4 elementi, indirizzamento funzionale}.

  • Livello IV: materia {corpo} + forma {anima}.

L’essenza funzionale di un corpo essenzialmente animato richiede, affinché possa esercitarsi, un organismo con una determinata costituzione fisiologica. L’idea che l’attività complessiva del corpo (che è costi­tuita dall’insieme dei movimenti delle singole parti) è non solo la condizione di possibilità dei movimenti parziali, ma è anche ciò che produce le parti in quanto parti capaci di svolgere il loro movimento suggerisce immediatamente che le parti del corpo sono essenzialmente animate e per loro intrinseca costitu­zione entità funzionali. Esse esistono e si muovono in vista di un fine, perché il loro funzionamento e la loro esistenza dipendono dall’attività d’insieme in cui sono inserite, la quale rappresenta allo stesso tempo ed inscindibilmente il principio e il risultato del loro movimento. In ultima analisi, la capacità di esercitare una funzione da parte delle totalità naturali si configura come uno stadio dello sviluppo e del compimento naturale di siffatte totalità. Qual è dunque la regola che governa l’organizzazione mereologica dei composti integrali? Potremmo procedere pensando che sia sufficiente sottrarre, fisicamente o concettualmente, alcune parti del vivente per verificare se esse siano essenziali o meno alla sua natura. Vediamo perché questa procedura è inadatta se applicata al dominio dei viventi chiedendoci a quali condizioni e sulla base di quali requisiti si può procedere nella scomposizione di qualcosa. In termini aristotelici ciò significa passare in rassegna diversi tipi di interi per verificare se essi possano dirsi o meno mutili:

«[I] ‘mutilo’ si dice non di cose qualsiasi che abbiano quantità, ma di ciò che è divisibile ed è un intero. Infatti, il due non è mutilo se gli si toglie una unità (infatti, ciò che è tolto con la mutilazione e ciò che rimane non sono mai identici), né in generale lo è [scil. mutilo] nessun numero. Infatti, è necessario che permanga la sostanza. Se una coppa è mutila, è ancora una coppa, invece un numero non resta più un numero [kolobo;n de; levgetai tw’n posw’n ouJ to; tucovn, ajlla; meristovn te dei’ aujto; ei\nai kai; o{lon. tav te ga;r duvo ouj koloba; qatevrou ajfairoumevnou eJnov” (ouj ga;r i[son to; kalovbwma kai; to; loipo;n oujdevpotejstivn) oujdo{lw” ajriqmo;” oujdeiv”: kai; ga;r th;n oujsivan dei’ mevnein. eij kuvlix kolobov”, e[ti ei\nai kuvlika: oJ de; ajriqmo;” oujkevti oJ aujtov”]. [II] Inoltre, neppure le cose che constano di parti dissimili sono tutte [scil. mutile] (per esempio un numero può anche avere parti dissimili, il due e il tre), ma in generale, ciò in cui la posizione delle parti non introduce nessuna differenza, come l’acqua o il fuoco, non è mutilo, ma è necessario che queste siano tali da avere una posizione delle parti stabilita dalla loro stessa essenza [pro;” de; touvtoi” ka]n ajnomoiomerh’ h\, oujde; tau’ta pavnta (oJ ga;r ajriqmo;” e[stin wJ” kai; ajnovmoia e[cei mevrh, oi\on duavda triavda), ajllo{lw” w\n mh; poiei’ hJ qevsi” diafora;n oujde;n kolobovn, oi\on u{dwr h] pu’r, ajlla; dei’ toiau’ta ei\nai a} kata; th;n oujsivan qevsin e[cei]. [III] Devono essere anche continue. Infatti, l’armonia è costituita da parti dissimili e che hanno una posizione, ma non diventa mutila. Non tutto ciò che costituisce un intero è mutilo, non sono mutile neppure quelle che sono private di una parte qualsiasi. Infatti è necessario che non siano né le parti proprie della sostanza né di quelle che sono in una posizione qualsiasi. Per esempio, se una coppa è bucata non è mutila, ma lo è se gli viene tolto un manico o un pezzo di bordo; e un uomo non è mutilo se gli viene asportato un pezzo di carne o la milza, ma se gli manca un’estremità, e non una qualsiasi, ma una che non può più ricrescere dopo che è stata asportata per intero. Per questo i calvi non sono mutili [e[ti sunech’: hJ ga;r aJrmoniva ejx ajnomoivwn me;n kai; qevsin e[cei, kolobo;” de; ouj givgnetai. pro;” de; touvtoi” oujdo{sa o{la, oujde; tau’ta ojtouou’n morivou sterhvsei kolobav. ouj ga;r dei’ ou[te ta; kuvria th'” oujsiva” ou[te ta; ojtouou’n o[nta: oi\on a]n truphqh’/ hJ kuvlix, ouj kolobov”, ajlla]n to; ou\” h] ajkrwthvriovn ti, kai; oJ a[nqrwpo” oujk eja;n savrka h] to;n splh’na, ajlleja;n ajkrwthvriovn ti, kai; tou’to ouj pa’n ajllo} mh; e[cei gevnesin ajfaireqe;n o{lon. dia; tou’to oiJ falakroi; ouj koloboiv]» (Metafisica D, 27, 1024a11-28, enfasi ovviamente mia.)

[I] Ciò che viene sottoposto a mutilazione deve essere minimamente una quantità, ma non una quantità qualsiasi: deve essere tale da costituire un intero ed essere divisibile. La mutilazione non si applica ai numeri in quanto alla fine del processo ciò che rimane è qualcosa di essenzialmente diverso dall’ente di partenza: sia che al numero 3 si sottragga il numero 2, sia che si sottragga il numero 1, il risultato della divisione sarà un numero sempre diverso dal 3. Al contrario, un artefatto come una coppa è un intero composto da un insieme di parti. Possiamo dire di una coppa che è mutila poiché se togliamo una parte all’intero, l’intero sarà sempre una coppa: ciò che permane deve essere la stessa oujsiva che si aveva all’inizio. Ma affinché una cosa sia mutila non è sufficiente che sia composta di parti qualsiasi disposte in modo qualunque, altrimenti anche il numero sarebbe un mutilo. Possiamo infatti considerare il 2 e l’1 come parti dissimili del 3, ma questa considerazione non è ancora sufficiente in quanto non possiamo istituire una regola secondo cui il 2 e l’1 siano parti a diverso titolo e funzione del 3.

[II] Per spiegare questo punto Aristotele introduce il caso degli elementi: per essere mutilo l’intero non deve avere una natura omogenea ed indifferenziata come l’acqua e il fuoco (se verso da un bicchiere una parte di acqua ciò che rimane è sempre acqua). È necessario che le parti siano disposte secondo un ordine necessario che è dettato dall’essenza stessa dell’intero. Da un tutto autentico di tipo essenziale non è dunque separabile alcuna parte senza perdita di identità, perché esso è l’identità stessa della cosa, ovvero quel semplice essenziale della cui definizione Aristotele va alla ricerca (si tratterà di dimostrare che il continuum delle differenze specifiche è il piano di articolazione delle forme, presentando, la totalità essenziale, isomorfismi anche con la differenza specifica, mentre la totalità generica solo con i generi e le specie), e che è il punto di accesso al continuum di articolazione funzionale delle forme, la trama formale dell’essere, all’interno della quale ogni composto integrale è costitutivamente dato da ciò che è per esso naturale. Essendo il processo, pur da un punto determinato di accesso, che ha luogo nel reale ed il principio di naturalità dei suoi esiti, non può essere dato, come il composto integrale, da un insieme di trasformazioni possibili valutate in base alla loro relativa naturalità. Si tratta, invece, del vertice attuale di quel processo, che alla sua base si presenta in termini più sfaccettati ed indeterminati. La differenza sta dunque nel livello di attualità in cui si situa la totalità.

Detto altrimenti, l’intero deve esibire una organizzazione mereologica sufficientemente articolata affinché sia applicabile la scomposizione ed il corpo scomposto possa essere detto ‘mutilo’. Deve dunque darsi una distinzione tra quelle parti che sono più essenziali all’essere una sostanza di un certo tipo, e quelle parti che invece godono di gradi di necessità sempre inferiori; la presenza di un ordine gerarchico e vincolato di parti rende conto anche della continuità che caratterizza l’intero. [III] Una dissimiglianza generica tra le parti non è dunque sufficiente per fare dell’intero un mutilo, altrimenti anche l’armonia sarebbe tale (tolto un’ottava per esempio). Una coppa bucata non è mutila, invece una coppa senza manico lo è: il manico è dunque una parte più necessaria delle altre.

Quando sottoponiamo la morfologia di un artefatto ad un processo di scomposizione massiva, e restiamo soltanto con dei pezzi tra le mani, ed eventualmente quando con questi pezzi costruiamo un altro artefatto, il computer di partenza cessa di esistere se e nella misura in cui questo percorso implica una perdita dell’organizzazione mereologica essenziale all’essere artefatto, e dunque al mantenimento della propria identità in modo continuativo. Poiché l’esempio in gioco è relativo ad un artefatto, la considerazione del limite oltre il quale la scomposizione materiale sfocia nella distruzione dell’oggetto è soggetta ad una considerazione pragmatica di matrice funzionale: non si tratta del venire meno di una sostanza, ma dell’esercizio di una funzione. Nel caso degli artefatti il processo di distacco delle parti e la disposizione delle parti nel tutto non implicano una differenza quanto alla loro esistenza: è possibile estrarre le parti, riorganizzarle, senza che il tutto cessi di esistere in quanto tale. Di conseguenza, le parti che risulterebbero proprie della definizione potrebbero essere solo le parti del progetto nella mente dell’artigiano. Per ognuna di esse sarebbero disponibili supporti materiali multipli vincolati soltanto dal presentare o meno certe proprietà disposizionali – in ambito arte fattuale rimane aperta la possibilità logica di una lettura funzionalista del nesso materia/forma.

Il caso dei viventi è molto più complesso: la carne e la milza si rigenerano, dunque un animale non è mutilo tolte queste. Al contrario, un occhio o una mano lo renderanno tale: nonostante sia presente questa distinzione, e venga fatto cenno alle ta; kuvria th'” oujsiva”, Metafisica D, 27 attua la scomposizione non chiamando in causa il ruolo che il cuore ha nella persistenza della sostanza. Dato che il nostro ambito d’indagine prende in esame i composti integrali nel più ampio dominio popolato dalle totalità naturali, nel caso di Socrate e del mio gatto un processo di scomposizione e ricomposizione massiva ferma restando l’identità del soggetto non è nemmeno immaginabile. Poiché non tutte le parti del composto integrale godono del medesimo grado di necessità in relazione all’unità ed identità di ciò di cui sono parte, i viventi impongono un confine preciso alla mutilazione, confine dato dall’organizzazione mereologica integrale della sostanza e dal mantenimento della sua parte principale. Posso operare la mutilazione sul mio gatto eliminando occhi, naso, orecchie, zampe, testa: affinché rimanga un gatto devono essere salvaguardate le parti che rientrano nella soglia formale del composto: la parte principale. Il gatto-mutilo è comunque un animale che conserva tutte le potenzialità proprie della sua anima, pur conservandone solo alcune in atto (limitatamente al tatto e alla possibilità di rotolare o strisciare). Che le parti siano potenze è tematizzato in modo esplicito nelle pagine di Aristotele:

«è evidente che anche delle cose che sembrano essere sostanze la maggior parte sono potenze: le parti degli animali (infatti nessuna di esse presa separatamente esiste, invece, una volta separate, anche allora esistono tutte come materia), e la terra, il fuoco e l’aria17. Infatti, nessuna di queste cose18 è un’unità, ma è come un mucchio19 prima che siano cotte20 e da esse nasca qualcosa che sia unitario. Qualcuno potrebbe pensare che soprattutto le parti degli esseri animati e quelle più prossime all’anima siano in entrambi i modi, in potenza ed in atto, perché hanno nelle giunture qualcosa da cui deriva il movimento: per questo alcuni animali vivono anche dopo essere stati sezionati. Ma tuttavia queste parti sono soltanto in potenza, quando costituiscono un’unità continua per natura, ma non per violenza o per congiunzione naturale: questa è infatti una anomalia [fanero;n de; o{ti kai; tw’n dokousw’n ei\nai oujsiw’n aiJ plei’stai dunavmei” eijsiv, tav te movria tw’n zwv/wn (oujqe;n ga;r kecwrismevnon aujtw’n ejstivn: o]{tan de; cwrisqh/’, kai; tovte o[nta wJ” u{lh pavnta) kai; gh’ kai; pu’r kai; ajhvr: oujde;n ga;r aujtw’n e{n ejstin, ajlloi|on swrov”, pri;n h] pefwh/’ kai; gevnetaiv ti ejx aujtw’n e{n. mavlista da[n ti” ta; tw’n ejmyuvcwn uJpolavboi movria kai; ta; th'” yuch'” pavreggu” a[mfw givgnesqai, o[nta kai; ejnteleceiv/a kai; dunavmei, tw’/ ajrca;” e[cein kinhvsew” ajpov tino” ejn tai'” kampai'”: dio; e[nia zw’/a diairouvmena zh’. ajllo{mw” dunavmei pante[stai, o{tan h\/ e{n kai; sunece;” fuvsei, ajlla; mh; biva/ h] sumfuvsei: to; ga;r toiou’ton phvrwsi”21.

Il problema sopra richiamato si intreccia con un altro problema al cuore dell’ontologia aristotelica. Inatto, il contributo maggiore sul versante del problema del novero delle sostanze è offerto da un capitolo appartenente ad una linea argomentativa differente, secondo lo schema di Burnyeat, ovvero alla sezione relativa alla sostanza come genere e universale: si tratta di Z,16.

I candidati rimasti in gioco per la sostanzialità nelle sezioni relative alla definizione erano i viventi, i corpi naturali non viventi (elementi e loro misture) e gli enti matematici. Per gli enti matematici occorrerà come detto una ricerca speciale, volta a chiarificare il senso in cui si dice che anche essi hanno una materia e a stabilire se questa materia è connessa essenzialmente alla forma; per quanto riguarda gli elementi e i composti elementari è in questo capitolo che apparentemente essi vengono scartati – la dottrina aristotelica degli elementi costituisce uno dei punti di maggiore problematicità nell’interpretazione di Aristotele ed è dunque richiesta qualche cautela.

In Z, 16 la sostanzialità degli elementi è negata sulla base proprio dell’argomento mereologico di cui sopra. La totalità data con gli elementi e i composti elementari è infatti una totalità-mucchio priva di un principio interno di coordinazione che permetta l’istituzione di rapporti regolati tra le parti e dunque di una parte principale e di processi di formazione che portino alla determinazione del composto attorno a questo fulcro centrale. I composti elementari (se di omeomeri si tratta, ma sembra proprio che la composizione anomeomera sia riservata ai viventi) possono essere infatti soggetti a divisioni massive senza che l’identità del tutto ne sia affetta e, correlativamente, i processi elementari presentano una peculiare reversibilità, dal momento che appunto non c’è un soggetto (una struttura) che in essi si trasforma. Z,16 connette alla negazione della sostanzialità degli elementi quella dell’essere e dell’uno e poi quella degli universali (o totalità di tipo generico), dal momento che niente di ciò che è comune può essere sostanza (1040b23). Inoltre:

«la sostanza appartiene o soltanto a se stessa o a ciò che ha la sostanza, e di cui essa è sostanza. Inoltre ciò che è uno non può essere contemporaneamente in più luoghi, mentre ciò che è comune è contemporaneamente in più luoghi. Perciò è chiaro che nessuno degli universali sussiste separatamente dalle cose individuali» (1040b23-27).

La connessione di questo punto con la trattazione delle totalità di tipo generico è presto detta: le parti di totalità generiche sono parti soggettive che presentano in modo distributivo (si potrebbe dire “in più luoghi”, intendendo “in più portatori”) gli attributi del tutto, ma se tali totalità vengono ipostatizzate, in modo da renderle degli esistenti, o addirittura i primi esistenti, si avranno più sostanze in atto entro una singola sostanza, come in un mucchio (1038b16-23 e 29-30: e[ti tw/§ Swkravtei ejnupavrxei oujsiva oujsiva/, w{ste duoi§n e[stai oujsiva). Il nesso tra modo accidentale della totalità e universali è ripetuto a conclusione di capitolo: “È chiaro che nessuna delle cose che si dicono universalmente è sostanza, e che non c’è nessuna sostanza che sia composta da sostanze” (1041a3-5)22.

Z, 16 ha appunto il compito di esaminare i casi di totalità mucchio dalla prospettiva del novero delle sostanze, e di negarne la sostanzialità, Z, 17 di affermare la distinzione mereologica più ampia, quella tra la totalità essenziale delle sostanze prime e le totalità mucchio o inautentica. Le idee e gli elementi sono dunque accomunati sotto il profilo della totalità che rappresentano e del modo di unità cui corrispondono. In Z, 16 anche le parti degli animali sono però ricondotte a totalità mucchio, ma questo accade solo se le parti sono staccate dal tutto e dunque sono qualcosa di totalmente diverso, in base al principio di omonimia, rispetto alle parti del vivente, dal momento che si è persa quella sinonimia di cui è garanzia il vincolo alla parte principale e la continuità dei processi di formazione.

La natura dei viventi dunque (come si ricava dalla linea che è stata enfatizzata nella citazione appena fatta) emerge nei processi di crescita dalla base elementare che ne costituisce una precondizione, e non si mantiene oltre la divisione massiva dell’animale. Nei casi in cui una pluralità di principi si diano in un singolo vivente questi non sono semplicemente giustapposti, ma sono in potenza rispetto al principio che è in atto (e in tal caso si ha continuità). Tale situazione, si riscontra in biologia nel caso degli insetti, che sopravvivono una volta sezionati e proprio da questa sezionabilità traggono la propria denominazione, coniata da Aristotele: e[ntoma. Più in generale è qui in gioco il modello mereologico di composizione del mobile, come un incastonamento di strutture entro strutture. Le articolazioni strutturali interne sono date da sistemi di parti sempre più specifici, e ogni partizione di un livello di strutturazione avviene su uno sfondo continuo, garantito dalla prima struttura, in Zeta specificata come la parte centrale, entro la quale le altre si ritagliano. Si tratta di una struttura la cui forma è, come si è visto, la forma stessa dell’animale totale.

Questa forma è principio ed è in atto. Si può vedere nel passo come le altre parti siano dette, rispetto a questa, in potenza. Se non c’è questa continuità strutturale basata su una continuità modale, se cioè le componenti sono giustapposte come “una natura in una natura” questo costituisce, molto semplicemente, una mostruosità. A proposito del passo in esame, è opportuno enfatizzare due ulteriori elementi: (i) la menzione delle parti che sono più vicine all’anima (se Frede-Patzig hanno ragione nella lettura di queste righe) e (ii) il fatto che queste in prima istanza possano apparire più plausibilmente enti in atto. Si tratta infatti di parti che sono insieme al tutto (come si è visto a partire da Z,10, 1035b25-7), sebbene risultino nell’ordine secondo atto e potenza subordinate alla totalità essenziale dell’anima. Restano dunque in gioco come buoni candidati al titolo di sostanza i viventi e gli enti matematici, e – a fronte dell’analisi aristotelica di questi ultimi, e del corpo di critiche elaborate da Aristotele contro la dottrina platonica dei numeri – in ultima istanza soltanto i viventi.

L’analisi mereologica della sezione di Z relativa alla definizione e di quella relativa alle totalità generiche sono dunque sufficienti a restringere il dominio metafisico di base ai viventi, ma la sostanzialità di questi ultimi non può essere determinata solo tramite l’esclusione dei candidati alternativi, dal momento che non è stata prodotta una dimostrazione indipendente dell’esaustività dell’insieme di candidati presi in esame (l’esaustività non è garantita neppure sul versante logico, se si considera che le stesse categorie sono “trovate” piuttosto che “dedotte”): occorrono degli argomenti positivi, e in quest’ottica occorre rivolgersi, più che allo sviluppo criterio logico presente in Z,17 e in H,6, al corpus psicologico, in primis al De anima. Z,16 offre tuttavia un suggerimento notevole: si dà sostanza dove da una base elementare comunque necessaria emerge un livello superiore di unità. Sebbene qui non se ne parli, possiamo far corrispondere a tale organizzazione unitaria di ordine superiore una struttura anomeomera.

1 Metafisica Z, 11, 1036a31.

2 Metafisica Z, 11, 1036a32-33.

3 Metafisica Z, 11, 1036b1-2. In merito all’espressione oujde;n tou’ ei[douV Jaeger 1957 ritiene di dover integrare il testo con <mevroV>: oujde;n <mevroV> tou’ ei[douV. Condivido il rilievo di Frede-Patzig 1988. Già alcune righe prima, in 1036a33, Aristotele usa la costruzione oujde;n tou’ X ei\nai nel senso di non essere parte di X. Oujde;n può essere costruito sia in forma avverbiale che pronominale (non è nulla che sia parte della forma), cfr. pp.353-354.

4 Ross 1924 e Jaeger 1957 leggono con Ab tou’ton. Seguo Frede-Patzig 1988, ad loc. 1036b3, p. 354 nell’adottare la lezione di EJ. Indubbiamente, il pronome si riferisce alla materia. Aristotele lascia aperta la possibilità che si riferisca al bronzo, oppure se l’intera frase vada intesa in senso più generale, come se il dimostrativo si riferisse a qualunque tipo di materia. L’esempio che compare in seguito, essendo relativo alla materia e alle parti dell’uomo, sembrerebbe deporre per questa seconda possibilità.

5 Il verbo ejpigivgnesqai va, con ogni probabilità, inteso in senso modale: la separazione dalla materia non solo sarebbe difficilema addirittura impossibile qualora la forma potesse realizzarsi solo in questo tipo di materia. Cfr., Frede-Patzig 1988, pp. 354-355; Code-Moravcsik 1992.

6 Metafisica Z, 11, 1036b3-7. In merito alla linea 1036b5 seguo la lettura tradizionale proposta da Ross 1924 e da Burnyeat et al. 1979 secondo la quale Aristotele sostiene che nella definizione dell’uomo ci si debba riferire alla materia. Il nesso di 1036b5, h] ou[, testimonierebbe, secondo Frede-Patzig, che nessuna parte è parte della definizione di uomo nel senso di uomo concreto. Invero, la nozione di parte in questo passo non riceve la necesaria qualificazione atta ad escludere ogni tipo di parte dalla definizione del composto. Burnyeat parafrasa 1036b5-7 come segue: «are the flesh and bones in which we always find the form of man themselves part of the form and the definition, or are they (inessential) matter which, like the bronze of the hypothetical bronze circles, we find ourselves unable to separate because it is never actually found separate?», p. 88-89. Non condivido la posizione di Frede-Patzig 1988 ad loc. 1036b5, p. 354 e di Wedin 2000, pp. 323-341 che argomenta a favore della purezza delle forme con evidenti conseguenze sul piano dell’analisi delle facoltà psichiche. Scrive Wedin: «so one way to think about the purity of formi s in terms of its independence from the matter it, or its parts, happens to be realized in. On this view, a given form may exist in matter of a certain kind but could be realized in different matter, and, in this sense, the form is capable of existing independently of matter. Putting matters this way gives the issue a younger look, for it appears to entertain the suggestion that form enjoys what is now called compositional plasticity. Roughly, this is the idea that a given (kind of) form, psychological state, mental event, or whatever, can be realized in different kinds of matter. Although not equivalent to purity, compositional plasticity is a sufficient condition of it. This, at least, is Aristotle’s position. So an argument that formi s compositionally plastic would boost the claim that formi s pure of material parts», 2000, p. 321, enfasi ovviamente mia. Per una trattazione più diffusa sul piano strettamente psicologico, cfr. Wedin 1988, 1989, 1993a, 1994, 1995, 1996a. La posizione che stiamo cercando di argomentare in questo studio tende proprio a dimostrare la tesi opposta a quella espressa da Wedin.

7 Metafisica Z, 5, 1030b31-32: il camuso è una concavità del naso (e[sti ga;r to; simo;n koilovth” ejn rJiniv), altri termini di questo tipo sono maschio, femmina (inseparabili da animale) e doppio (inseparabile da numero, Metafisica Z, 5, 1030b26, 1031a3-4).Similmente ad una sfera di bronzo che, in quanto è questa sfera di bronzo, è per essenza costituita dal bronzo, la camusità occorre per essenza in un naso (la camusità esemplifica proprio la natura del composto, tovde ejn tw/’de) e, dunque, nella carne, come soggetto proprio. Al contrario del cerchio, entrambi sono universali materiali nella misura in cui la loro definizione (ottenuta per aggiunta, in quanto verte su due termini che compaiono in coppia (sundeduasmevnwn, Z, 5, 1030b16) include un riferimento essenziale ad un certo tipo di materia: della concavità non è parte la carne, che è la materia nella quale essa si genera, mentre la carne è parte della camusità (1035a4-6). Nonostante ciò, sarebbe un errore ritenerli due esempi perfettamente paralleli: la camusità implica la presenza della carne, e la carne ha una natura materiale ed una formale (un assetto composizionale dato dalle proporzioni degli elementi che vi rientrano come costituenti ed un ruolo funzionale in quanto parte del composto integrale). Inoltre, la camusità, a differenza della sfera di bronzo che richiede come materia un pezzo di bronzo qualunque, richiede proprio questa particolare proporzione degli elementi che si attua in questa particolare parte carnosa e non in un’altra.

8 Secondo Frede-Patzig (1988), la definizione dell’anima di DA II, 1, costituisce il modello di una definizione della forma in cui figura un requisito per una certa materia (il corpo organico) che implica senza contenerne menzione, i costituenti materiali. Il concetto di implicazione della materia è sottoposto a critica in Whiting (1991). Secondo la studiosa il solo tramite possibile per l’inserzione del requisito di una certa materia nella forma della cosa è l’inserzione nella definizione dell’essenza della cosa delle parti materiali del composto, ovvero della materia in quanto e nella misura in cui è parte del composto. C’è tuttavia qualche infelicità in questa argomentazione: dal punto di vista di Frede-Patzig essa si qualificherebbe come una revisione dell’interpretazione tradizionale per la quale nella definizione del composto rientrano elementi materiali che vanno a particolarizzare il composto, senza che con ciò sia spiegato come elementi materiali possano rientrare nell’essenza, dal momento che – anche se non si accetta l’identificazione di Frede-Patzig della forma con l’essenza – occorre pur sempre rendere conto del fatto che, come si è visto nell’analisi di Z, 10, le parti materiali non rientrano in quanto tali nella definizione d’essenza, ma possono rientrarvi, se stiamo definendo il composto, in quanto parti del composto, dunque in quanto strutturalmente previste dalla forma di questo. La studiosa sembra per altro intendere che le parti materiali rientrino nella definizione come parti funzionalmente definite, ma in questo caso è difficile vedere in che modo potrebbero distinguersi dalle parti della forma (e dunque cosa distingua questa inserzione delle parti materiali funzionali dal concetto di implicazione di Frede-Patzig): in che senso l’aspetto puramente funzionale delle parti veicola la menzione (e non semplicemente l’implicazione) della materia? Non si vede come, a meno di non inserire la dottrina – che però a questo punto non riceve giustificazione – per cui, nelle sostanze in senso primo, questa forma non può che realizzarsi in questa materia (intesa qui in senso non esclusivamente funzionale): se questa continuità c’è e la definizione la presuppone, allora dovrebbe esprimerla in qualche modo, o almeno questa è l’idea che qui si intende difendere.

9 Wedin 2000.

10 I composti elementari (omeomeri, poiché la composizione anomeomera pare riservata ai viventi) possono essere soggetti a divisioni massive senza che l’identità del tutto venga meno e, al tempo stesso, i processi elementari presentano una peculiare reversibilità, dal momento che non c’è un soggetto che in essi si trasforma. Si tratta dunque di una totalità-mucchio, che non presenta un principio di unità ed identità del tutto.

11 Aggiungere nota sulla necessità delle origini KRIPKE.

12 Su questo punto anche Charles 1994.

13 Lennox 2001, p.183.

14 Lloyd 1992, p. 165.

15 «If functionalism is described simply as the view that biological structures are only contingently related to their functions, Aristotle cannot be a simple functionalist. To cite an example discussed at the end of this paper, it is essential to lunged animals that they have a structure for closing their windpipes when they swallow, though some do so by means of an epiglottis, others by means of collapsable opening. But to do so by means of an epiglottis, while in some sense ‘contingent’ for the general class of breathers, is essential to vivipara, and is so because of their distinctive material natures. Thus, whether an organ is essential for a given function will depend on the precise characterization of each». Cfr. Lennox cit. p. 183.

16 Wardy 1990.

17 La traduzione segue qui la lettura di Ross, ripresa da Frede-Patzig, in cui è posto in parentesi oujqe;n pavnta (linee b 6-8: perché nessuna.. .come materia); vi è una lettura alternativa del passo, che in base agli argomenti portati da Frede-Patzig sembra meno plausibile (cfr. ad loc), e che si trova in Asclepio e ps. Alessandro ed è presente anche in Schwegler e Bonitz, lettura secondo cui la menzione degli elementi va connessa a quella della materia. Il pregio di questa lettura alternativa è quello di sottolineare come fuoco del discorso la tesi secondo cui la mano, una volta che viene tagliata, non esiste più come mano, ma solo come materia di cui risulta composta (Frede-Patzig, ad loc.). La lettura di Ross è tuttavia preferita da Frede-Patzig perché permette di correlare il te di b 6 al kai; di b 8 senza che sia necessario aspettare sino al mavlista di b 10 (che segue immediatamente al passo citato). Già in Z,2 (1028 b 9-13) gli animali e le loro parti erano stati introdotti accanto egli elementi.

18 Aujtw’n può riferirsi sia agli elementi soltanto (che mancano di unità in senso più semplice, dacché sono resi unitari da una trasformazione adeguata) o agli elementi ed alle parti degli animali congiuntamente (sebbene nel caso delle seconde sia presente una forma di unità, seppur dipendente da quella del tutto vivente); sembra tuttavia, come notano Frede-Patzig ad loc. che la seconda opzione sia preferibile, dal momento che ciò che è fatto valere come punto fondamentale (alle linee b 8-9) vale per entrambi i casi: in entrambi i casi infatti l’unità è dipendente rispetto a quella del tutto. In relazione alla argomentazione qui svolta ciò non crea particolari problemi: è infatti pienamente compatibile la dipendenza delle parti rispetto al principio vitale del tutto (l’anima, la totalità essenziale che corona i rapporti di vincolo interni alla totalità integrale del vivente) con la tesi secondo cui l’organizzazione delle parti (il loro essere anomeomere, dipendenti e vincolate su più livelli) giustifica l’elaborazione di questa particolare teoria percettiva e non di un’altra. Che di fatto il distacco delle parti ne comprometta l’identità di parti è anzi ciò che spinge a formulazioni qualificate dei criteri basati sulla dissoluzione. Questo punto, relativo al riferimento di aujtw’n, potrebbe corroborare la tesi di G.E.R. Lloyd (1990), secondo cui Z,2 e Z,16, per quanto concerne la menzione delle parti degli animali, concordano nel presentare la tesi per cui esse sono sostanze come un’opinione diffusa non (se presa alla lettera) accettabile. Questo punto può essere accolto, credo, anche senza abbandonare la tesi di una rilevanza della lettura mereologica, o portare a constatare una discrepanza tra biologia e metafisica, come vuole Lloyd (contra Pellegrin (1986)), dal momento che la subordinazione delle parti alla totalità, un punto che accomuna parti integrali ed elementari, è nell’ottica di una complessiva subordinazione dei rapporti mereologici alla totalità essenziale (anima) di cui parla Z,17, ma non esclude che a un livello inferiore (un livello per altro assolutamente decisivo in merito alla sostanzialità) una differenza tra parti proprie ed elementi si dia; una differenza tra parti ed elementi è già suggerita nel momento in cui si parla delle parti che sono “più vicine all’anima”.

19 Viene qui seguito il testo di Ross, Jaeger e Frede-Patzig, (adottato anche da Bostock) che legge appunto swrovV (mucchio) e non oj ojrrovV (il siero) che è integrato nella traduzione di Bonitz e deriva dallo ps. Alessandro e dal Parisinus ojrrovV, notano Frede-Patzig, è una lectio difficilior e come tale andrebbe preferito, ma sembra che la corrispondenza con Z,17 (1041 b 12) e con H.3 (1044 a 4) spinga a mantenere la menzione del mucchio; la scelta di siero potrebbe essere dovuta all’associazione con phfqh/’, ma phfqh/’ non si riferisce, notano Frede-Patzig, a swrovV / oj ojrrovV ma a aujtw’n: queste cose (elementi e parti) sono come un mucchio e sono privi di unità prima di venire cotti così che da loro nasca qualcosa di unitario (Frede-Patzig, ad loc.). Naturalmente è essenziale ad discorso condotto in questa sezione che si parli di mucchi e non di siero; per questo motivo ci si appoggia a Frede-Patzig e Ross, esplicitando tuttavia il fatto che l’argomentazione svolta vale se e nella misura in cui Aristotele stia parlando di totalità mucchio. Se questo non fosse il caso verrebbe sì a cadere in parte il punto su Z,16, ma la correlazione tra una forma di totalità affine ad un mucchio e l’assenza di quella unità che è propria delle sostanze potrebbe comunque reggersi su Z,17 ed H,3.

20 I1 riferimento al calore (per cui cfr. anche la nota precedente) si spiega a partire dal paradigma della cozione, che informa la biologia aristotelica ed in particolare guida la spiegazione dei processi di generazione, in cui opera un tipo di calore che è generativo.

21 Metafisica Z, 16, 1040b5-16, enfasi ovviamente mia. Accolgo nella traduzione una correzione che deriva dall’interpretazione di Frede-Patzig (cfr. ad loc.), secondo i quali, contra Ross e Bonitz, alla linea 11 il kai; ta; th’V yuch’V pavregguV è aggiunta epesegetica di ta; movria. Frede-Patzig sostengono che il riferimento sarebbe a quelle parti del corpo che, come il cuore o il cervello rivestono particolare importanza tanto da considerarsi la sede dell’anima. Tali parti, menzionate in Z, 10,1035b25-27, che sono più vicine all’anima, sono poste a metà strada tra la mera potenzialità e l’attualità piena e sembrano partecipare di entrambe.

22 Questo punto merita un approfondimento, seppure in via di annotazione. Se agli universali logici è attribuita un’unità numerica forte, un’unità metafisica, a prescindere dal loro portatore, essi non possono più essere concepiti come sortali (semplici e sempre di un individuo), ma saranno introdotti come individui essi stessi: le loro parti, poiché sono ricavati dall’ipostatizzazione di una totalità generica, saranno però soggettive (tutti gli individui che sono F, dove F è un universale e i singoli f ne partecipano), ma il nesso di partecipazione risulterà accidentale, poiché con l’ipostatizzazione è stato eliminato il nesso essenziale con l’individuo concreto. La totalità generica degli universali non si trasforma insomma per via dell’ipostatizzazione in una totalità che merita il titolo di sostanza, ma al contrario diventa ancor più indeterminata, una totalità mucchio. I platonici, pur essendo nel giusto allorché pongono come requisito di sostanzialità la separatezza, sbagliano nel momento in cui identificano la forma sostanziale con la totalità generica o distributiva, l’uno di molti (1040b27-30): in questo modo replicano la struttura metafisica delle cose sensibili e la natura discreta delle loro specie, da cui è derivato un criterio di separatezza, nelle cose supersensibili – aggiungendo ai termini specifici la qualifica “in sé” – e ottengono delle Forme separate in un senso differente, le quali formeranno un mucchio entro le sostanze sensibili di base (1040b30-34).

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