Divagazioni Metafisiche (6): la forma come principio

Affronto ora, seppur brevemente, alcuni punti relativi alla trattazione della sostanza come principio, che si trova in Z,17, e in secondo luogo all’unità di materia e forma secondo potenza e atto argomentata in H,6: queste sezioni saranno qui studiate solo nella misura in cui esse rappresentano un essenziale complemento all’analisi mereologica della definizione sviluppata nella sezione sopra studiata dei capitoli Z,10-11 e in termini più generali uno sviluppo criteriologico fondamentale dell’ousiologia.

Al principio di Z,17 è annunciato un nuovo inizio della ricerca attorno alla sostanza; ancora una volta, come sottolineato in modo particolare da Burnyeat, il filo del discorso ritorna su se stesso e riprende i concetti tematici a un nuovo livello di considerazione: “Diciamo, dandoci una volta ancora un altro principio, che cosa si debba intendere per sostanza e di quale sorta essa sia” (Z,17 1041a6-7). Nella mappa di Burnyeat, inoltre, questo nuovo inizio si colloca a un livello superiore nella sintassi della teoria, dal momento che esso si apre una volta conclusa la trattazione dei significati logici della sostanza annunciata in Z, 3 e svolta nella sezioni precedenti: viene rispecchiata dunque, nell’ordine di massima del libro, quella rilevanza teoretica che gli interpreti hanno tendenzialmente attribuito a Z,17 nella dottrina ousiologica complessiva di Aristotele.

Di particolare interesse è l’orientamento epistemologico di Z,17: da questo punto di vista esiste una continuità rispetto ai capitoli Z, 4-6 e 10-11, che studiavano la sostanza come essenza e come oggetto della definizione in senso primario. Una spiegazione scientifica deve presentare minimamente due termini, ovvero deve articolare e motivare una proposizione in cui a un soggetto viene attribuita una proprietà; una spiegazione non può dunque limitarsi a dire che ciascuna cosa è se stessa, ma deve pur sempre poggiare sulla natura propria di ciò che intende spiegare. Come risolvere questo apparente dilemma – in fondo il nucleo problematico di ogni epistemologia essenzialista – per cui va esplicata la natura propria di una cosa, ma, affinché ciò non costituisca una soluzione meramente verbalistica, o meglio affinché la natura esplicata non si riveli completamente vuota, deve parimenti potersi dire qualcosa di determinato e positivo del soggetto di spiegazione, deve potersi spiegare questo di quello, senza che però la natura venga ridotta ad attributo di un soggiacente.

Il problema ovviamente si complica nel momento in cui a essere oggetto di spiegazione non è uno stato di cose soggetto-proprietà per il quale si possa ricorrere a nessi proposizionali studiabili con gli strumenti delle Categorie e riportabili alla natura del soggetto, ma la natura del soggetto sostanziale medesima, la natura di ciò che è primo tanto nell’ordine di inerenza quanto in quello di predicazione. Ora, per una soluzione a questo dilemma si può in parte ricordare quanto argomentato a proposito della definizione – dal momento che, appunto, la spiegazione di soggetti sostanziali è la definizione d’essenza. La spiegazione scientifica della natura di un soggetto sostanziale sarà dunque l’analisi ilemorfica interna dell’individuo, che mette campo alla forma sostanziale. Di questa ci sarà un modo di conoscenza mediato dalla conoscenza pienamente esplicativa del composto, dacché nel momento stesso in cui si dice di una forma che è di una materia si è con ciò spiegata la forma nel suo essere principio e causa del tutto. Ora, la forma sostanziale è ciò che fa sì che l’individuo composto sia qualcosa di diverso da un mucchio – costituendone con ciò il nucleo di sostanzialità (in base agli argomenti di Z,16). Così, infatti, Aristotele argomenta in Z, 17: (i) se la cosa non ha un’articolazione mereologica interna – ovvero è composta di un solo costituente, che coincide con la cosa stessa – la ricerca sul perché della cosa non è stata bene articolata (1041b22-25). (ii) Se il quid che si aggiunge al mucchio di costituenti nel dare un composto sostanziale fosse un elemento ulteriore (in modo affine ai costituenti di un mucchio), allora ci si dovrebbe chiedere nuovamente che cosa dà l’unità di questo elemento con i precedenti elementi del mucchio, e se non fosse altro che un nuovo elemento la ricerca del perché, ovvero della spiegazione di una sostanza, ricadrebbe in un regresso (1041b20-21). (iii) Se invece il quid che si dà con l’unione (si potrebbe dire il vinculum substantiale) non è un elemento sul medesimo piano degli altri allora il composto (ovvero l’essere composto della cosa) è qualcosa di determinato:

«sembrerebbe dunque che questo [scil. l’unità dei composti] sia qualcosa, e non sia un elemento, ma piuttosto la causa per cui una cosa è carne, un’altra sillaba, e allo stesso modo per gli altri casi. Questo è la sostanza di ciascuna cosa (si tratta infatti della causa prima dell’essere). Poiché alcune cose non sono sostanze, ma tutte quelle che lo sono, sono costituite secondo natura e per natura (ejpei; d’ e[nia oujk oujsivai tw’n pragmavtwn, ajllo{sai oujsivai, kata; fuvsin kai; fuvsei sunesthvkasi)1, sembrerebbe che questa natura, che non è un elemento ma un principio, sia la sostanza2» (Z,17, 1041b25-31).

Questa argomentazione, volta a distinguere il sinolo da una totalità mucchio permette di connettere l’analisi della forma sostanziale come causa e principio delle sostanze, sviluppata da Z,17, con l’analisi mereologica che abbiamo seguito nelle sezioni precedenti di Z. I soggetti sostanziali, come si è visto, per quanto individui, sono internamente strutturati su più livelli attorno a una parte principale che si articola in tutti i livelli ulteriori e sussiste in ogni situazione possibile in cui quel certo individuo si dà. Essi presentano non solo una componente materiale e una formale, ma una continuità di piani ilemorfici emergenti e incardinati nella parte principale.

La presenza di una parte principale esclude, come si è visto, che si possano dare percorsi di realizzazione multipla di una forma, dal momento che possiamo immaginare situazioni possibili per un certo soggetto in cui determinate parti e attributi siano sottratti o differenti, ma non possiamo immaginare situazioni in cui quell’individuo esista senza la sua parte principale; il processo di formazione fa sì che le diverse configurazioni possibili si attuino in modo determinato, ma prende avvio da una conformazione di base che è necessaria e generale e configura quell’individuo come di una certa specie. Dal momento che il percorso di formazione ha un cominciamento necessario non possono esserci supporti differenti per una medesima forma: il soggetto che si determina nel processo di formazione è uno solo. Nella formazione tale soggetto assume forme che, sebbene sempre espresse da termini sortali, sono via via più determinate: dunque determinazioni generali (in quanto espresse da termini generali), ma sempre proprie di quell’individuo01001 (vedi concl.).

Questo modello di analisi è pienamente compatibile con Z, 17, sebbene qui si parli della forma come principio unico e semplice del soggetto sostanziale. La forma resta infatti a ogni livello semplice e di un individuo, di cui porta il nome; la forma è dunque dal punto di vista del soggetto di cui è forma sempre la stessa e nella ricerca mereologica, che si interroga sulle situazioni possibili per un certo soggetto che deve restare se stesso, partiamo sempre da una forma che è data e che costituisce il principio della ricerca scientifica e esplicativa. “Cercare perché una cosa è se stessa è cercare nulla. Infatti, il fatto e l’esistenza di una cosa, devono essere già dati chiaramente (dei’ ga;r to; o{ti kai; to; ei\nai uJpavrcein dh’la o[nta), intendo ad esempio il fatto che la luna si eclissa” (1041a14-16). E ancora: “Poiché bisogna avere a disposizione l’essere di una cosa e bisogna che essa esista, è chiaro che si cerca perché la materia è una certa cosa” (1041b4-5).

In questo senso la forma semplice viene colta nella sua determinatezza in una ricerca di merito, mentre nella sua semplicità costituisce un presupposto metafisico di questa ricerca. Su questo valore di presupposto anche epistemologico della forma Z, 17 si concentra. Il rapporto con la parte principale può essere però anche più stretto. La parte principale esprime il modo in cui i piani della costituzione mereologica interna di un soggetto si concatenano mantenendo l’identità del tutto, la forma sostanziale esprime il principio di questa concatenazione e la sua regola: ciò che fa sì che il tutto composto si distingua da una totalità-mucchio. Dal momento poi che la distruzione della parte principale è la corruzione del soggetto e che lo stesso vale per il venir meno della forma sostanziale; e dal momento che, infine, l’intera organizzazione mereologica del soggetto si attua internamente alla parte principale, si potrebbe anche dire che la forma prima di un composto sia la forma della sua parte principale. Ora, a quale modo della totalità corrisponderà la forma sostanziale stessa? Si tratterà di un che di semplice, il cui venire a essere e a mancare sarà il nascere e il perire dell’individuo composto, per la quale nessun mutamento risulterà ammesso ferma restando l’identità del principio. In una totalità siffatta non è dunque possibile prescindere da alcuna delle parti, ma tutte sono necessarie alla determinazione del tutto, e il tutto è necessario se deve essere conservata la natura delle parti: chiamiamo questo tipo di totalità essenziale. Le totalità strutturali, al contrario, sono analizzate in Z, 10-11 come quelle totalità in cui le parti conservano qualche grado di libertà, a seconda della parte più o meno ampio: alla luce di questa caratterizzazione esse possono dunque essere indicate, con terminologia scolastica, come totalità integrali. Dunque, come Z, 4-6 e 10-11 hanno sviluppato l’analisi delle sostanze come totalità (di parti) strutturali, e come Z,13-16 ha messo a fuoco le totalità generiche, il centro tematico del capitolo conclusivo di Z è un modo della totalità, ovvero la forma sostanziale come totalità essenziale.

Il capitolo sesto del libro H rappresenta invece la spiegazione metafisica ultimativa – su un livello ontologico ulteriore, scandito da potenza e atto – della continuità di forma e materia, ovvero del nesso tra il modo della totalità proprio della forma e il modo della totalità proprio del composto, tra totalità essenziale e totalità integrale, o ancora tra il semplice in senso metafisicamente primario e i livelli inferiori di composizione.

La forma come principio

Veniamo dunque a H, 6. Questo capitolo si riallaccia direttamente alla componente mereologica di Z, riprendendone le principali rubriche, e talora persino gli esempi: 1) le totalità mucchio sono contrapposte alle totalità autentiche, nelle quali c’è una causa dell’unità della cosa (1045a8-10); 2) vi deve essere un nesso tra le parti che costituisca un’unità reale, e renda la definizione una definizione reale (1045a12-20); 3) occorre inserire nell’analisi della cosa lo schema ilemorfico (1045a23-25). Questo ordine è però qui collegato a un ordine secondo la potenza e l’atto (1045a30 ss.; 1045b17 ss.).

La ricerca del modo di unità proprio delle sostanze deve dare per presupposto che tutto ciò che è unitario in un qualche senso, e dunque deve svolgersi in modo qualificato e non in assoluto (1045b20); allo stesso modo deve essere dato per presupposto che la forma e l’essenza sostanziale considerate per sé non hanno materia, e dunque sono immediatamente unitarie senza che per questo occorra una causa unificante (1045b4-7; 1045b23). La domanda relativa alla causa di ciò che è unitario, per essere sensata, è una domanda relativa alla forma della materia della cosa, alla sua unità ilemorfica (così come è stato dimostrato in Z, 17), ma dal momento che materia ultima e forma sono una medesima cosa (rispettivamente secondo potenza e atto), tale domanda viene talvolta a trasformarsi in quella che si chiede la ragione dell’unità di potenza e atto – così almeno in coloro che parlano di partecipazione o di altri tipi di nesso accidentale (1045b7 ss) – ma questa domanda viene a coincidere con quella di partenza (alla lettera priva di senso) che si chiede perché questa data cosa sia unitaria. Ogni cosa che è, infatti, è una, ma se di certe cose possiamo sensatamente chiederci che cosa siano è perché c’è un’articolazione ilemorfica che consente di chiedersi il perché anche dell’unità propria della cosa, senza considerarla semplicemente un dato. Se si dà dunque un’unità di forma e materia secondo atto e potenza, allora vi è un modo di unità qualificato, proprio delle sostanze e non di ogni essente, un’unità che ha una spiegazione, ovvero ha una causa interna della propria unità, una natura determinata (ancora nei termini di Z, 17):

«come abbiamo detto, la materia ultima e la forma (hJ morfh;) sono un’unica e medesima cosa, ma l’una in potenza, l’altra in atto, sicché [ricercare la causa della loro unità] equivale a ricercare la causa di un certo uno e del suo esse uno: ogni cosa è un’unità, e ciò che è in potenza e ciò che è in atto in un certo senso sono la medesima cosa, sicché non c’è nessuna altra causa al di fuori del termine che ha prodotto il movimento dalla potenza all’atto. Ma tutte le cose che non hanno materia sono, in modo non qualificato, qualcosa di essenzialmente unitario» (1045b17-23)3.

Cosa implica la conclusione appena riportata? H, 6 intende soddisfare il requisito sotto la cui ipoteca valgono i risultati mereologici e ousiologici di Z: l’unità di materia e forma. La soluzione adottata in H,6 è connessa a una dottrina metafisicamente dirompente, di cui è quindi difficile e tuttavia indispensabile circoscrivere il ruolo in questa occasione: la dottrina della potenza e dell’atto. Per comprendere la portata della soluzione offerta in H, 6, riepiloghiamo il quadro problematico aperto in Z. La sostanza deve essere determinata, altrimenti il suo stesso essere un soggetto primo naturale è messo in questione (Z, 3); la determinazione espressa dal sortale F nel nesso questo F deve cioè essere tale che dicendo “questo F” non mettiamo a tema qualsiasi soggetto, totale o parziale, sia F, ma questo individuo, in quanto è F. L’individuo deve dunque essere F in modo naturale e proprio. Fondando l’esser soggetto della sostanza attraverso un criterio di determinatezza garantiamo anche la possibilità di distinguere composti accidentali da composti sostanziali; dal momento che ai primi è dovuta l’eventualità di una frammentazione o una circolarità della definizione, garantiamo così anche l’unità della definizione d’essenza (Z, 4-6). Da una lettura incrociata del De gen. an. e dell’ousiologia risulta che determinatezza di un soggetto è data dall’incrocio dell’analisi interna dei suoi attributi con un’analisi esterna (o comparativa) che individua gli attributi propri di più soggetti, trasversali: da questo incrocio sono individuate le strutture, dunque la forma. La trasversalità non è tuttavia un criterio. Il criterio di determinatezza, d’altra parte, stipula soltanto che sia possibile stabilire quali caratteristiche del soggetto siano attinenti alla forma (e dunque costitutive della sua identità), quali alla materia.

Z,10 e Z,11 introducono una prima sistemazione delle determinazioni di un soggetto: se questo deve poter essere determinato deve esserci una prima determinazione formale non trasversale, o meglio una determinazione che individui immediatamente un soggetto, senza ricorrere all’incrocio di due serie, quella degli attributi del soggetto totale e quella degli attributi delle sue parti considerate per sé. Questa determinazione sarà forma, e sarà forma indiscernibilmente (“assieme”) del soggetto totale e di una sua parte (che perciò possiamo chiamare centrale). Altre determinazioni parziali dovranno rientrare nella definizione del tutto, secondo un ordine di anteriorità; esse corrisponderanno a parti dipendenti ovvero a articolazioni interne della parte principale. Ora, con la parte principale è data la forma prima del soggetto, che ne garantisce la determinatezza; essa è principio e causa (Z,17), e si conserva a ogni livello di strutturazione ulteriore, perché è questo che garantisce l’identità, prima ancora della permanenza, del soggetto sostanziale. Questi risultati, che Z consegue, portano in direzione di una continuità di tipo modalizzato tra le determinazioni del soggetto: ciascuna di esse, a partire dalla prima corrispondente alla parte principale, vincola le successive e le qualifica, in modo che si attui quell’incrocio tra determinazioni che (di per sé) appartengono a individui differenti e determinazioni proprie del genere di questo individuo, stabilendo quali attributi fungano da differenza specifica, e dunque individuino la specie in cui esso ricade. Il rapporto di vincolo risulta non conseguente ma metafisicamente primario. Ciò che definisce il soggetto sostanziale è in ultima analisi il rapporto di anteriorità e posteriorità tra le sue determinazioni. Ciò che troviamo in H, 6 è proprio l’affermazione di questo punto. In ultima analisi H, 6 mostra come la forma sostanziale possa essere principio della cosa e dunque come l’individuazione della forma (ovvero della struttura che fa di un soggetto qualcosa di unitario) non sia meramente stipulativa, ma sia un presupposto.

La domanda che ci siamo posti in sede categoriale era la seguente: c’è un criterio per stabilire cosa conti come una struttura? Ovvero: c’è un criterio per stabilire cosa attenga alla forma del soggetto e, corrispondentemente quale attributo valga come differenza nella sua definizione? La risposta che otteniamo in Z-H è la seguente: l’individuazione della forma non è meramente stipulativa ma è data con il soggetto stesso. Se c’è un soggetto ogni attività conoscitiva a questo rivolta, ogni suo mutamento nel tempo e il suo stesso sussistere presuppongono una forma-principio; il modo in cui la forma può essere anteriore in tutti questi sensi è essendo in atto.

(i) La priorità dell’atto secondo l’essere implica che non possano darsi enti individuati primariamente sul piano del potenziale e del possibile, dei quali un certo sottoinsieme si riveli corrispondere in base a criteri indipendenti agli enti attuali: l’identità è esclusivamente attuale e gli attributi essenziali che rientrano nella natura della cosa sono necessari (nei termini del dibattito metafisico odierno si tratta della tesi nota come attualismo metafisico). (ii) La priorità dell’atto secondo la conoscenza comporta che questa debba giocoforza partire dall’identità della cosa stessa, dalla sua natura formale: ogni domanda relativa alla prescindibilità o meno degli attributi della cosa non può che attribuire all’identità di questa lo statuto di un principio necessario della ricerca. Non si possono dunque immaginare situazioni in cui il medesimo soggetto di conoscenza muti di natura e cambi di identità e ridurre l’identità e la natura della cosa a attributi possibili di un soggetto indeterminato (nei termini odierni di un bare particular). (iii) La priorità dell’atto secondo il tempo, infine, ha pure conseguenze notevoli: la forma della cosa non sarà data al grado di maggiore complessificazione di una totalità integrale, ma a ogni grado di complessità, ovvero anche al livello della minima articolazione di base della parte principale. Data la parte principale (poniamo, il cuore) è dato il soggetto stesso (poniamo, l’uomo), sebbene questo presenti un complesso di potenzialità ancora da determinarsi come configurazioni strutturali interne alla parte principale. Con l’attualità della forma, dunque, è fondata l’introduzione di un campo di mutamenti in cui il soggetto non semplicemente muta in attributi accidentali né semplicemente viene a essere o a mancare, ma acquisisce determinazioni formali stabili (possessi) che, una volta acquisiti, divengono per lui definitori (ad esempio, per l’uomo, la razionalità). Questi mutamenti vanno sotto il nome di crescita.

Sulla base della principialità e dell’attualità della forma della parte principale, inoltre, può essere spiegato meglio in cosa consistano le proprietà strutturali. Esse sono proprietà (modi di composizione, corrispondenti a stadi di crescita) della parte principale e dipendono dall’articolazione delle parti dipendenti, ma vengono ereditate dal tutto (di cui si predicano come proprietà) in virtù del fatto che la parte centrale è assieme al tutto, sin da principio. Così, anche, può essere introdotto il cosiddetto principio di omonimia, secondo il quale se una parte è staccata dal tutto essa non è più ciò che essenzialmente era, ma qualcosa di diverso (una mano staccata dal tutto è mano solo per omonimia). Questo principio, potrebbe infatti sembrare connesso a un reverse mereological essentialism (in base al quale, non è tanto l’elencazione dei costituenti a individuare univocamente la totalità, come nell’essenzialismo mereologico, ma i costituenti stessi sono individuati dalla totalità che essi formano, e non possono occorrere altrove)0202 (nota= spiegare cos’è il reverse).

Ciò nonostante, nel quadro del pensiero di Aristotele, questo non esclude che la parte abbia componenti definizionali che non consistono nel far parte del tutto, ma soltanto che i nomi delle parti corrispondono a proprietà strutturali che come tali vengono a mancare con la parte centrale e il tutto, che sono assieme. Considerate per sé, le parti dipendenti sono soggetti parzialmente autonomi, ma possono sussistere solo nella trama di rapporti di vincolo che definisce un determinato soggetto, di una certa sorta: questo uomo o questo cavallo.

Conclusioni provvisorie: il nesso percezione – (definizione d’) essenza

La non assolutezza delle distinzioni mereologiche, enunciata in conclusione a Z, 10, per cui le parti ed il tutto non costituiscono un ordinamento gerarchico assoluto bensì relativo al tipo di soggetto chiamato in causa, ci consente di utilizzare la percezione come criterio per introdurre un ordine non relativo di anteriorità e posteriorità tra le parti dell’animale, interno allo schema di analisi ilemorfica, sul quale regolare le distinzioni mereologiche. Seguendo Metafisica Z, 10, 1036a11-25, infatti, non è possibile dunque determinare una volta per tutte ciò che è parte e ciò che è totalità, dal momento che questi concetti sono relativi allo schema ilemorfico e questo va tracciato da una ricerca di merito, che faccia leva sulla natura dei soggetti in esame. Si consideri la procedura che è stata sopra accennata in merito alla definizione di animale come dotato di anima (minimalmente) sensitiva: in questa procedura sono stati fatti valere presupposti di merito sia biologici (il cuore o il suo analogo come parte principale dei viventi e centro del sistema nutritivo), sia psico-biologici (il cuore come sede del centro psichico dell’anima nutritiva e sensitiva), sia psicologici (le funzioni psichiche nutritive e sensitive come soglia della psichicità animale).

La procedura definitoria è dunque effettivamente una procedura esplicativa, dal momento che si fonda sul patrimonio di proprietà essenziali che costituiscono la natura propria di un certo soggetto in virtù della articolazione che la sua parte principale assume nel processo di formazione. Affinché l’ordine di priorità e posteriorità possa essere dato e sia possibile sulla sua base distinguere i rispetti sotto i quali una certa determinazione è parte piuttosto che tutto, deve esserci una concatenazione di piani formali nella struttura della sostanza, e questo corrisponde minimamente alla presenza di una parte principale, che è invariante su ogni livello, e le cui condizioni di identità coincidono con quelle del tutto. Ciò risulta dalla descrizione della continuità di forma e materia, ovvero del nesso tra il modo della totalità proprio della forma ed il modo della totalità proprio del composto (tra totalità essenziale e integrale) o, ancora, tra il semplice in senso metafisicamente primario ed i livelli ulteriori di composizione. Essendo la parte principale sede della percezione, determinazione atta a definire l’essenza dell’animale, in riferimento proprio a questa capacità possiamo sospendere alcuni attributi relativamente accidentali e più particolari (come il colore e la morfologia degli occhi) limitandoci a definire il nostro gatto a meno di un certo colore e forma degli occhi e tuttavia come dotato di occhi di una qualche forma e colore.

Va notato che in linea teorica non si esclude che anche di queste determinazioni ci possa essere una spiegazione (definizione) ad un livello di analisi ulteriore. Entro la struttura del soggetto stiamo focalizzando il livello d’analisi proprio della percezione, e rispetto al quale tali determinazioni, essendo equipollenti, rientreranno nella definizione della specie proprio in quanto equipollenti. L’essenza di un soggetto è ricavata estrapolando uno dei livelli strutturali su cui si può situare la definizione del termine specifico, ma considerando quest’ultimo come se si trattasse di un piano separato dagli altri e non connesso da rapporti sistematici e da processi di determinazione continua. Vengono in questo modo polarizzati, separati nettamente, gli attributi che sono necessari al livello di strutturazione per cui un vivente è un certo questo dotato di percezione e quelli che sono contingenti, ovvero le determinazioni essenziali ed accidentali a quel livello di strutturazione. Attributo essenziale del gatto Robespierre è l’avere un cuore ed una organizzazione corporea che gli garantisca almeno il possesso del tatto. Sarà poi del tutto accidentale che egli abbia occhi azzurri e palpebre più o meno strette poiché l’unico modo per formalizzare gli attributi materiali è di considerarli come differenze4.

La definizione è della forma dell’individuo e ne esprime l’essenza ad un certo livello di articolazione formale come un piano di differenze strutturato attorno al fulcro dato dagli attributi necessari ma aperto a configurazioni formali ulteriori –che a quel livello non potranno che essere materiali. Si tratta di configurazioni che, nell’esposizione definitoria dell’essenza, sono previste come parametri a n valori possibili, i cui valori non sono a quel livello determinati. Questa polarizzazione degli aspetti essenziali ed accidentali connessi con la percezione corrisponde all’individuazione dei tratti teleologici ad alla loro netta separazione da quelli non teleologici –dettati dalla necessità materiale dei costituenti elementari  o perché dovuti al caso. In base alla distinzione tra il piano logico della specie, il piano funzionale dell’essenza e quello strutturale della forma possiamo sostenere che la considerazione in universale del composto è data da un campo di differenze che include:

–     gli attributi formali che sono necessari ed attuali ad ogni livello dello studio dell’articolazione formale dell’animale: percezione, movimento, una  parte principale.

–     Gli attributi formali che sono necessari a quel livello di studio, ma contingenti rispetto alla forma: se si considera Robespierre in quanto dotato di occhi grigi e palpebre sottili.

–       Attributi materiali relativamente contingenti inclusi in maniera disgiuntiva: forma delle palpebre, occhi di colore x, y o z.

Abbiamo detto che la materia rientra nella definizione d’essenza del composto nella misura in cui esso esibisce un’organizzazione mereologica integrale che ci permette un’analisi della forma a diversi livelli di strutturazione e che, in quanto livelli di articolazione della parte principale, incorpora aspetti relativamente materiali. Ad ogni livello ilemorfico del gatto Robespierre la medesima forma individuale si articola si diversi livelli in modo continuo. Benché ogni attributo materiale possa essere formalizzato come una differenza, esistono livelli diversi a cui può essere considerata una cosa e, sebbene la continuità di questi si costituisca nell’attualità della forma, solo l’introduzione di una molteplicità di piani organizzativi permette di distinguere l’essenza, in cui una sola determinazione formale viene studiata nella sua semplicità, dalla forma, che invece è declinata a diversi livelli di organizzazione5.

Possiamo esporre il punto in questi termini: occorre poter distinguere tra la materia come qualifica degli accidenti (l’avere occhi grigi) e delle contingenze di un certo soggetto dalla materia come base strutturale necessaria al possesso di alcune capacità proprie dell’animale e all’emergenza di alcuni tratti formali, necessitata condizionalmente da questi tratti. La trasversalità propria dei rapporti mereologici che articolano lo schema ilemorfico del vivente ci permette di isolare la materia e la forma qualificandole sulla base del tipo di parte di cui sono materia e forma. La forma, come la materia, potrà essere forma di parti e forma di una certa struttura di base dell’animale: la parte principale. La materia rientra dunque nella definizione sotto il profilo per cui è materia di un certo livello di differenziazione della forma coincidente con quella parte in cui sono localizzate le capacità proprie del composto integrale. La definizione d’essenza del gatto Robespierre implica l’isolamento di un piano di organizzazione formale che fa capo alla parte principale in cui si dà una continuità tra materia e forma per cui la materia è inscindibile dalla forma. In questo modo possiamo distinguere tra una materia al di sotto della soglia formale del composto ed una che, invece, è necessariamente connessa alla forma e rientra nella soglia formale del composto.

Il rapporto tra la materia che entra nella definizione generica della sostanza e quella che resta relativa al mucchio non sostanziale può contribuire a ricolvere l’aporia tra presenza attuale della forma su una materia indipendentemente definita e supervenienza degli attributi materiali rispetto alla forma della cosa. Se è sempre la cosa nella sua interezza ad essere soggetto di analisi ilemorfica, e se essa porta il nome proprio del soggetto ad ogni stadio di formazione, questo non esclude che lo schema ilemorfico interno della sostanza possa articolarsi sul piano mereologico nella formazione stessa, e che in questo processo siano stabiliti livelli diversi di organizzazione formale attorno ad un fulcro centrale che si mantiene ad ogni livello. Se vi sono dunque caratteristiche della materia che si conservano perché relative alla parte principale, ve ne sono altre che restano ai piani inferiori di individuazione e possono mutare ferma restando l’identità del soggetto.

Questa forma individuale (che, considerata di per sé è condivisibile) è essenzialmente costitutiva di un composto particolare (il gatto Robespierre, la cui identità è fin dall’inizio attuale, e che condivide con la forma il medesimo nome proprio), ed è forma prima e attuale ad ogni livello mereologico di articolazione della parte principale e come tale è anteriore (nel tempo, nella conoscenza e nell’essere) – (i) rispetto ai sortali di specie, la cui generalità dipende dal livello di organizzazione e formazione considerato, e (ii) rispetto all’essenza che è significata dalla definizione, perché questa può essere data e colta solo sulla base delle parti principali (ejn w|/ prwvtw/ oJ lovgoV kai; hJ oujsiva, 1035b25-26)6. La materia entra in gioco indirettamente, in quanto connessa con la natura (essenza) e le capacità proprie di quel composto, nella misura in cui essa è materia di una organizzazione formale di livello inferiore (la vita e la consapevolezza percettiva sono localizzate nella parte principale), situata ad uno specifico livello mereologico: quello richiesto dal mantenimento dell’identità dell’animale come vivente dotato minimalmente di capacità tattile. L’essenza fa da tramite tra una forma che è individuale ed essenzialmente propria di un composto particolare ed una specie universale, che di per sé non è né particolare né universale, ma è data da una definizione (disgiuntiva) che, pur ammettendo particolarizzazioni ulteriori, è determinata in virtù dell’efficacia esplicativa di quei tratti in riferimento alla natura dell’individuo, in vista del quale certi tratti sono detti essenziali o meno. Poiché l’essenza è estrapolata dalla forma dell’individuo concreto e in base a questa è data la specie, l’individuo verrà a cadere in questa come unità numerica, come un particolare. In questo modo, il fatto che ad ogni livello la forma sia del gatto Robespierre costituisce una garanzia metafisica della particolarità logica del concreto Robespierre, senza che si debba presupporre che la forma sia già particolare in senso logico.

Possiamo dunque articolare il passaggio dalla individualità della forma alla particolarità del composto grazie alla continuità che ogni livello formale di organizzazione mantiene rispetto agli altri piani sulla base dell’emergenza di caratteri corrispondenti ad una complesificazione nell’articolazione della medesima parte principale (nell’embrione con il cuore è immediatamente data la capacità tattile). Nell’ordine di sviluppo di un soggetto questa continuità di piani articola la medesima parte principale e in questo modo l’individualità della forma, che è metafisicamente anteriore (l’embriogenesi è caratterizzato da una continuità e sinonimia rese possibili dall’attualità della forma sostanziale) determina la particolarità del composto rispetto alla specie in cui ricade.

In ultima analisi il punto sembra essere questo: se distinguiamo forma ed essenza, allora possiamo immaginare che la definizione dell’essenza implichi come proprio presupposto una continuità tra materia e forma nella cosa di cui si vuol definire l’essenza. Come tale, però, l’essenza sarebbe data dall’isolamento di un piano di organizzazione formale, corrispondente agli attributi più generali e meno determinati della parte principale, e dunque metterebbe in parentesi la materia ed i rapporti tra forma e materia, sulla cui base è tuttavia resa possibile la sua estrapolazione. In questo senso ci sarebbe conoscenza del composto ad ogni livello formale (e d’altra parte ad ogni livello la forma è forma di quel soggetto), ma non ad ogni livello contemporaneamente.

Questo tuttavia potrebbe essere anche auspicabile, se la scienza e lo studio di merito debbono avere un varco per le proprie indagini lasciato aperto dalla filosofia prima aristotelica: l’elemento deittico del tovde ti di Aristotele (il tovde o il ti, a seconda delle diverse letture, corrispondenti a questo qualcosa o a un certo questo) dà l’elemento necessario della cosa (la sua identità ad ogni livello di articolazione e conoscenza scientifica), l’elemento sortale (il certo o il qualcosa) dà ciò che la conoscenza scientifica va a sviluppare e determinare internamente. La deissi, il fatto cioè che l’identità della cosa e la sua natura propria restino invarianti al di sotto di ogni predicazione particolare e di ogni ricerca scientifica, e che quindi la conoscenza della cosa sia sempre conoscenza della sua natura propria, è ciò che la filosofia prima prende a tema; le determinazioni sortali delle sostanze (in questo caso si tratta primariamente dei viventi), sono invece ciò che alla filosofia seconda spetta di articolare.

Secondo l’interpretazione che è stata data, il possesso della capacità percettiva presuppone e giustifica nei viventi un ordinamento ilemorfico articolato delle determinazioni proprie di un soggetto, scandito da rapporti di anteriorità e posteriorità attorno ad un fulcro centrale di determinazioni che si conservano e che non sono né anteriori né posteriori al tutto, ma sul medesimo piano: questo fulcro centrale costituisce ciò che l’individuo è e che nello sviluppo di questo va incontro ad articolazioni interne ne formano la natura senza comprometterne l’identità e la permanenza. Il soggetto sostanziale verrebbe dunque ad essere e a mancare con una parte che fa da principio della sua formazione e che è sede della percezione e del movimento. Ciò significa anche che deve esserci una distinzione tra processi di mutamento e processi di crescita o formazione: deve essere possibile distinguere tra i processi in cui il sistema delle parti che è racchiuso inizialmente nella parte principale si articola e processi nel corso dei quali il principio di identità del soggetto non è chiamato in causa, ma sono coinvolte sue determinazioni (relativamente e in modo qualificato) accidentali, il cui venire ad essere e a mancare non inficia la permanenza del portatore.

1 Frede-Patzig notano come l’esclusione di alcune cose (pravgmata) dal campo delle sostanze non debba essere tanto intesa in riferimento agli accidenti, come legge lo ps. Alessandro: “Aristotele sembra voler dire che anche le cose delle quali si è servito fino ad ora a mo’ di esempi, come la casa e la sillaba, e anche la carne, non possono valere senz’altro come ousiai in senso pieno. Ciò vale, in modo particolare, per gli artefatti, che qui egli intende chiaramente escludere” (ad loc.). (A questo proposito Frede-Patzig ricordano come si possano rintracciare delle oscillazioni nella concezione aristotelica degli artefatti, menzionando come casi di esclusione esplicita dal novero delle sostanze questo passo, H,2, 1043a4-5 ed H,3, 1043b21-2; come casi di assenza di un’esclusione esplicita D,8, 1017b10-4 e Z,2, 1028b8-13; come caso di inclusione esplicita L,3, 1070a5). Esiste qualche dubbio a proposito dell’espressione “kata; fuvsin kai; fuvsei”, dal momento che Ab non presenta kata; fuvsin kai, mentre in E manca kai; fuvsei: potrebbe dunque trattarsi di varianti (Jaeger infatti omette kai; fuvsei). Frede-Patzig le conservano in relazione alla possibilità che, data la differente sfumatura nel significato, l’espressione completa potesse corrispondere a un’intenzione effettiva. In base al raffronto con l’inizio di Z,7, infatti, secondo Frede-Patzig, “‘fuvsei’ si riferisce al fatto che delle cose si sono generate in un processo che trae origine dalla natura; ‘kata; fuvsin’, invece, può anche riferirsi al fatto che questo processo si è anche svolto in maniera naturale ed è approdato a un risultato conforme a natura” (ad loc.).

2 La traduzione è stata corretta in modo da seguire il testo e il suggerimento di Frede-Patzig, dal momento che esso risulta particolarmente vicino alla argomentazione che qui si è tentato di svolgere. Il testo di Frede-Patzig, che segue Ab, leggefaneivh a]n o{ti au{th hJ fuvsi” oujsiva”, quello di Christ, Ross e Jaeger non legge o{ti ma kai;, E e J leggono tisi. Secondo Frede-Patzig la lettura di Ross e Jaeger banalizza la conclusione di Z: “non si tratta del fatto che alcuni possano trarre da tutta la spiegazione la conclusione che la natura della cosa coincida con l’ousia; questa è piuttosto la conclusione a cui lo stesso Aristotele perviene. E neppure si tratta del fatto che anche questa natura merita di essere considerata ousia; si tratta, piuttosto dell’ousia tout court, anche se Aristotele, seguendo l’uso comune della lingua greca non scrive hJ oujsiva, in quanto la parola viene usata in senso predicativo. Pertanto sarebbe opportuno decidersi a favore della lezione del tutto plausibile di Ab, a meno che non si preferisca ricorrere a una cngettura in grado di spiegare che sia l’o{ti di Ab che il tisi di EJ sarebbero dovuti a una corruzione del testo” (ad loc.).

3 Il passo si chiude con un’importante precisazione ulteriore a proposito di ciò che invece è privo di materia e risulta pertanto immediatamente unitario, il punto che qui interessa sottolineare è però relativo alla unità ilemorfica e alla causa di questa forma di unità. La precisazione è la seguente: “o{sa de; mh; e[cei u{lhn, pavnta aJplw'” o{per e{n ti”. Lloyd (1990), poggiando su questa precisazione conclusiva, ritiene che il passo di H,6 (contra Balme,) non aggiunga molto alla discussione aristotelica, dal momento che un’unità non qualificata è concessa qui solo a ciò che è privo di materia, mentre nel caso dei composti l’unità secondo atto e potenza sussiste tra la materia prossima e la forma (viene enfatizzato a questo proposito il contrasto tra pwv” alla linea 21 e aJplw'” alla linea 23): non c’è dunque, secondo Lloyd, alcuna soluzione unificata al problema della unità di materia e forma. L’argomentazione svolta ha tuttavia cercato di mostrare, anche se solo in abbozzo, in che direzione potrebbe muoversi una riconsiderazione di questo problema, ovvero declinando i diversi modi dell’unità correlativamente ai diversi modi del rapporto tra parti e totalità, nella prospettiva di una ricostruzione non univoca, ma comunque regolata da principi costanti, di tale rapporto. Va ricordato che Jaeger ritiene il finale di H,6 autentico, ma probabilmente derivante da una sezione differente, in base al fatto che il passo citato compare a margine nel Parisinus, mentre in base a quanto si legge a margine di P (consensus codicum E et J) il passo risulta mancante in molti manoscritti. Il riferimento interno “come abbiamo detto”, inoltre, è di difficile lettura; secondo Ross (cfr. ad loc.) si tratterebbe di un riferimento abbastanza debole a 1045a23-33.

4 Una obiezione a questa linea di lettura, peraltro presente in Balme 19872, e che implica la considerazione della differenza tra due o più portatori come una differenza formale e non materiale (Socrate e Callia non sono diversi in materia ma a causa della materia, dunque la differenza, nota Balme, può pur sempre essere una differenza a causa di una materia nella forma), potrebbe far leva sull’affermazione, presente due volte in Z, per forma intendo l’essenza (ei\doV de; levgw to; tiv h\n ei\nai). Balme ritiene che la propria lettura sia coerente con un uso frequente di levgw in funzione limitativa e non quindi definitoria né di identificazione tra i due concetti. Burnyeat stesso incorpora nella propria mappa il principio secondo cui la specifica logica della sostanza come essenza debba essere mantenuta distinta dalla componente metafisica della forma, che interviene in maniera risolutiva a determinare la sostanza sotto ogni specifica logica. L’affermazione aristotelica compare in entrambi i casi in via parentetica (Z,7, 1032b1-2 e Z, 10, 1035b32), pur essendo il suo portato teorico indubbiamente notevole. Il primo passo –ei\doV de; levgw to; tiv h\n ei\nai eJkavstou kai; th;n prwvthn oujsivan, Z,7,1032b1-2 – rappresenta il primo caso in cui la forma viene identificata con la sostanza prima. Ciò accade solo in altri due casi, in contesti in cui è in gioco la dottrina del sinolo in universale e delle parti della definizione (Z, 11,1037a5-10 e Z, 11, 1037a21-b7). Nel secondo caso – ei\doV de; levgw to; tiv h\n ei\nai, Z,10,1035b32 – non presenta il riferimento distributivo all’essenza di ciascuna cosa, dal momento che la focalizzazione è sull’oggetto della definizione in generale. Il contesto del passo, in cui si presenta l’identificazione di forma ed essenza, è quello della disamina dei diversi livelli di parte: ciò implica che le parti della forma vengano qui identificate con le parti dell’essenza. Ciò avviene sotto l’ipotesi che le parti della forma siano diverse dalle parti secondo la forma del composto. Ad un livello più generale si può certo sostenere che le parti della forma sono immediatamente le parti dell’essenza e della definizione (e tra di esse non vi è l’ordine, nei termini di Z, 12, 1038a33-34, che sussiste tra queste e le altre parti del composto, ma sono date come una molteplicità di differenze sul medesimo piano, nei termini di De partibus animalium I, 2-4), poiché sono il risultato di una considerazione astrattiva e dell’analisi funzionale di un piano di organizzazione formale del composto, che viene fatto oggetto di definizione proprio in quanto considerato di per sé. Una prospettiva diversa si trova in Frede-Patzig, dal momento che la tesi centrale del loro commentario prevede l’abbandono dell’interpretazione tradizionale secondo la quale nella definizione del composto rientrano le parti materiali. Ciò li conduce ad identificare forma ed essenza. Infatti, se si vuole sostenere che la forma è particolare, per risolvere il prioblema derivante dalla sua definibilità occorre porre anche l’essenza come particolare, e svincolare la particolarità dal nesso con la materia. L’essenza non fa più da tramite all’estrapolazione della specie, come invece ritiene con ogni plausibilità Balme, ma viene a coincidere con la forma. Non viene dunque mantenuta la distinzione netta di Balme tra la particolarità in senso logico sdel composto rispetto ai raggruppamenti generici e specifici e l’individualità della forma, ovvero il suo essere sempre propria di individui. Frede-Patzig spostano direttamente la particolarità logica nella forma e cercano di risolvere il problema dell’apparente inconoscibilità del particolare sulla base dell’analogia con l’anima, che porta con sé il requisito della presenza di una cera materia senza che questa debba comparire nella definizione. La storia della forma di cui parlano Frede e Patzig, ovvero quell’insieme di accadimenti relativamente accidentali che non comportano soluzioni di continuità nel darsi della forma, ma anzi sono indicati e compresi come accadimenti di quella forma, taglia dunque fuori tutti quei processi che riguardano la formazione del composto e così facendo non spiega come la forma particolare risulti invariante rispetto a questi accadimenti e non spiega perché esista una gerarchia tra i processi della forma, per cui alcuni chiamano in causa la sua stessa natura, altri solo in parte, altri no. Per una considerazione di questo tipo occorre una analisi mereologica della forma sostanziale, ma dal momento che essa è posta sulla scala logica di generalità e non su quella metafisica di strutturazione non è possibile dire altro che essa è un semplice essenziale (per quanto ciò lasci aperto il problema del rapporto della forma come totalità essenziale, causa e principio, ed il composto, con la sua organizzazione integrale). Ciò che tuttavia si vuole sottolineare è che questo non è in linea teorica del tutto coerente con la qualificazione logica della forma come immediatamente particolare (e non come primariamente individuale ed indirettamente particolare, passando per l’estrapolazione dell’essenza e l’istituzione della specie del composto).

5 Una rettifica, su base mereologica, è possibile in merito alla risoluzione del problema di fondo dell’ousiologia aristotelica concernente l’unità della definizione e della modalità della definizione d’essenza proposta da Balme 19872: in base alla dottrina dell’unità di forma e materia nella cosa in atto, espressa in Metafisica H, 6, si può dire che la considerazione formale della cosa nella sua attualità non possa distinguere forma e materia e conseguentemente non possa assegnare alcuna priorità o posteriorità alle sue determinazioni. Queste riflessioni sono comunque condotte sulla base della distinzione proposta da Balme tra l’essenza come concetto funzionale e la forma come concetto strutturale.

6Withing 1991 insiste sulla distinzione tra individuale e particolare, certamente centrale nel dibattito esegetico su Categorie e Metafisica Z, nel quadro della propria critica alle linee interpretative di Frede-Patzig e di Furth; è infatti opinione della studiosa che l’operazione di Frede, ovvero la qualificazione della forma immediatamente in termini di particolarità, non riesca ad ottenere il risultato auspicato. In particolare, al fine di ottenere questo risultato Frede riporta la particolarità logica che è propria del composto (un certo uomo, un certo cavallo), direttamente agli eide che nella concettualità delle Categorie risultavano meramente indivisibili – attraverso l’affermazione della necessità per la forma di darsi entro un composto, la cui materia non è tuttavia contenuta nella definizione della cosa, ma solo implicata dalla definizione della sua essenza, cioè – nei termini di Frede-Patzig – della sua forma. La necessità del darsi in un composto ed il requisito di una certa materia presente nella forma non sono tuttavia, secondo Whiting, sufficienti a fondare un concetto di individualità in senso forte, ovvero di particolarità della forma sostanziale, dal momento che la particolarità logica è mutuata dalla qualificazione logica del composto in cui la forma si dà. Certo, la forma si dà in quel composto necessariamente, ma questo non è sufficiente, dal momento che il darsi in quel composto dovrebbe essere essenziale alla forma. Secondo Whiting è in particolar modo insoddisfacente l’analisi di Frede-Patzig degli argomenti di Z,10 e del passo in cui Aristotele afferma che, per quanto certe cose si diano sempre con una certa materia (ad esempio l’uomo, che si dà sempre in carne e ossa), ciò non implica che le parti materiali non possano essere separate nella definizione della cosa. Frede e Patzig distinguono a questo proposito tre casi: (i) casi in cui è difficile, ma non impossibile, separare con il pensiero forma e materia – come nel caso del circolo di bronzo, se per ipotesi avessimo sempre visto i circoli realizzati nel bronzo – dal momento che forma e materia sono esternamente relate; (ii) casi in cui è impossibile separare con il pensiero forma e materia dal momento che sono internamente relate; (iii) casi in cui è impossibile separare, ma questa volta perché la parte che si vorrebbe separare è in realtà parte della forma. Secondo Frede e Patzig noi non possediamo criteri per distinguere casi di tipo (ii) da casi di tipo (iii): questo conduce all’errore di coloro che eliminano la materia intelligibile dalla definizione degli oggetti geometrici, scambiando una parte della forma per una materia internamente relata alla forma. Ma, secondo Whiting (cfr. ivi, p. 629), in realtà Frede e Patzig hanno bisogno proprio della distinguibilità dei due casi che – a loro modo di vedere – Aristotele ritiene indistinguibili: solo in questo modo, infatti, potremmo separare la forma dalle parti materiali funzionalmente definite del composto – che sono internamente relate alla forma – limitando la definizione dell’essenza e la forma a quelle componenti della forma, che implicano una certa materia senza contenere la sua menzione esplicita. Se Aristotele avesse voluto distinguere tra inclusione e implicazione di una certa materia avrebbe potuto farlo (così come altrove afferma che l’avere somma interna pari a due angoli retti non è una parte della definizione e dell’essenza del triangolo, ma è in certo modo implicato dalla sua definizione:, cfr. ivi, p. 630). Solleva tuttavia qualche dubbio l’identificazione delle parti materiali che andrebbero incluse nella definizione della cosa con le parti funzionalmente definite del composto, ad esempio gli organi del corpo umano: se così fosse non si comprenderebbe in che senso l’aspetto puramente funzionale delle parti veicoli la menzione (e non semplicemente l’implicazione) della materia, a meno di non inserire la dottrina – che però a questo punto non riceve giustificazione – per cui nelle sostanza in senso primo, i viventi, la materia mostra una continuità stretta rispetto alla forma, e questa forma non può che realizzarsi in questa materia (intesa qui in senso non esclusivamente funzionale): se questa continuità c’è e la definizione la presuppone, allora dovrebbe esprimerla in qualche modo ed un modo possibile sarebbe il concetto di implicazione sfruttato da Frede-Patzig. Cosa intende con questo la Whiting? Secondo la studiosa il solo tramite possibile per l’inserzione del requisito di una certa materia nella forma della cosa è l’inserzione nella definizione dell’essenza della cosa delle parti materiali del composto, ovvero della materia in quanto e nella misura in cui è parte del composto. C’è tuttavia qualche infelicità in questa argomentazione: dal punto di vista di Frede-Patzig essa si qualificherebbe come una revisione dell’interpretazione tradizionale per la quale nella definizione del composto rientrano elementi materiali che vanno a particolarizzare il composto, anche se non direttamente la materia, senza che con ciò sia spiegato come elementi materiali possano rientrare nell’essenza, dal momento che – anche se non si accetta l’identificazione di Frede-Patzig della forma con l’essenza – occorre pur sempre rendere conto del fatto che, come si è visto nell’analisi di Z,10, le parti materiali non rientrano in quanto tali nella definizione d’essenza, ma possono rientrarvi, se stiamo definendo il composto, in quanto parti del composto, dunque in quanto strutturalmente previste dalla forma di questo. La studiosa sembra per altro intendere che le parti materiali rientrino nella definizione come parti funzionalmente definite, ma in questo caso è difficile vedere in che modo potrebbero distinguersi dalle parti della forma. Vi è di fatto un riferimento biologico, ed in particolare agli studi di Balme, nel saggio di Whiting (1991 p. 635): l’interpretazione di Balme, pur connessa a quella di Frede dalla qualificazione delle forme come individuali, supera ad opinione della studiosa le difficoltà presentate dalla lettura direttamente particolaristica delle forme. Va detto che non per questo la lettura di Balme si presenta coincidente con quella difesa da Code 1984 e Driscoll 1981, secondo la quale la forma è un tertium quid tra universale e particolare, ovvero un comune e, a differenza degli universali che si predicano di soggetti si predica direttamente della materia. Non tento qui una disamina dettagliata di questa posizione, che è certamente più complessa di quanto possa apparire da questa caratterizzazione; tuttavia mi limito a rilevare che la lettura di Balme non si basa sulla individuazione di un tipo speciale di predicazione ontologica della forma, e non assume per la forma uno statuto logico intermedio tra universale e particolare, ma postula una derivazione delle nozioni logiche di predicazione e di generalità dalle nozioni strutturali di formazione e di necessità di una determinazione.

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