La classificazione degli animali: Balme su Genos e Eidos

Continua la saga dei miei appunti. Questa volta vi intrattengo un po’ con il nesso tra metafisica e biologia ben studiato da Balme (e Lennox). Cosa possiamo dire di Aristotele “tassonomista?” Innanzitutto credo questo. La tassonomia non è teoreticamente incompatibile con la modalità esplicativa utilizzata da Aristotele in biologia ma, sebbene alcuni risultati tassonomici puntuali siano presenti, la tassonomia in quanto tale è assente, e ciò per ragioni in parte relative allo stadio di sviluppo della scienza biologica, in parte all’atteggiamento conservativo che Aristotele assume nei confronti dei sistemi di denominazione incorporati nel linguaggio naturale degli uomini.

Una considerazione in tal senso della classificazione biologica mostrerà come siano in opera, in essa, analisi mereologiche atte a validare i raggruppamenti tassonomici. E che classificare non significa affatto spiegare. La spiegazione di un soggetto naturale coincide con la sua definizione d’essenza. La sua definizione d’essenza, nella misura in cui cattura il continuum di differenze riscontrabili nel range di un genos, incorpora gli attributi formali di quella continuità di piani ilemorfici che fanno capo alla parte centrale della sostanza. Insomma, con la mereologia della definizione si cattura l’essenza dell’individuo che ricade nella specie di un genere; la classificazione è dunque una pre-condizione alla ricognizione degli elementi che rientrano nelle definizioni (mostrare il punto con l’ausilio della critica alla dicotomia accademica di PA I.2-4).

Domanda: la differenza è la forma nella materia. La differenza ultima, che racchiude in sé il continuum di differenze dell’asse formale della sostanza, in che modo cattura gli attributi materiali, facenti capo al genos, che sono menzionati o inclusi nella definizione? Ancora una volta è possibile dimostrare che le istanze classificatorie in Aristotele, se così possono chiamarsi, sono funzionali alla risoluzione di questi tipi di problemi.

Che dire dei significati di genos e eidos?

Il punto di partenza su questa questione non può che essere lo studio di Balme del 1962, GENOS and EIDOS in Aristotle’s biology. Balme conduce uno studio che metodologicamente sospende l’attribuzione di un significato preciso ai termini genos ed eidos al fine di ricavare quest’ultima dall’analisi del loro utilizzo nei testi biologici di Aristotele. I termini genos ed eidos vanno incontro a un destino per certi versi simile a quello dei nomi delle specie animali utilizzati da Aristotele: per tradurre questi ultimi, infatti, non è sempre possibile trovare il corrispettivo moderno in base alla conservazione del termine in tassonomia (talvolta ingannevole) o a attestazioni extra-aristoteliche***(citarle), così che siamo costretti a guardare alle descrizioni e alle spiegazioni che Aristotele fornisce e confrontarle con le descrizioni e le spiegazioni che noi diamo (dunque con l’animale stesso). Il punto di partenza di Balme è dunque fondamentalmente l’osservazione del lavoro che Aristotele conduce sulla varietà di determinazioni che gli animali (anche ai nostri occhi) presentano in natura, con particolare attenzione al modo in cui i concetti di genos ed eidos articolano in essa un ordine. In questo modo il confronto critico diviene immediatamente uno studio della procedura scientifica ed esplicativa di Aristotele.

Il punto di partenza di Balme, al tempo di questo studio, era un’interpretazione “tassonomica” della logica e della metafisica di Aristotele, interpretazione evidentemente stridente con quell’ansia per la ricognizione e la comprensione del dettaglio che caratterizza prima facie gli scritti biologici, e che, in particolare nell’Historia animalium, sembra inesorabilmente deludere le aspettative sistematiche dell’interprete. Si poneva quindi per Balme un problema di coerenza: questa fase interpretativa, sviluppatasi alla luce di un ravvicinato studio delle occorrenze dei termini genos ed eidos negli scritti biologici (depositatosi proprio nello studio del 1962), portò tuttavia Balme a spostare la linea di frattura tra esigenze tassonomiche e pratica esplicativa internamente agli scritti biologici stessi, un mutamento di prospettiva che, secondo Pellegrin, costituì un progresso essenziale nella comprensione di questi scritti. Nel linguaggio di Aristotele, secondo Balme, si riscontrano significative fluttuazioni nel livello di dottrina che i termini genos ed eidos sembrano incorporare: tale uso può infatti essere tecnico (ovvero permettere le traduzioni canoniche in “genere” e “specie”) o non tecnico (e permettere quindi soltanto una traduzione più “debole”, in termini di “tipo” e “forma”) e inoltre può essere relativo (con piena libertà di scambio dei termini: ciò che è eidos diviene genos a un livello successivo nella discesa verso il particolare) o assoluto. Tendenzialmente, secondo Balme, l’utilizzo tecnico del termine coincide con quello assoluto e soltanto una fondazione della scala inclusiva delle classi in una specie ultima può ragionevolmente meritare il nome di tassonomia e permettere, anche, l’istituzione di comparazioni regolate tra gruppi zoologici. In tassonomia, dunque, una specie che non sia parte di un genere non può essere chiamata, secondo Balme, “specie”, poiché i termini non sono interscambiabili – non tanto perché il loro significato sia stabilito con criteri biologici differenti, ma esclusivamente in base a una considerazione dei rapporti di inclusione logica.

La tassonomia è per Balme un sistema esaustivo di classi.

Sulla base di questo assunto egli sviluppa una serie di argomentazioni finalizzate a mostrare che un simile sistema classificatorio è assente dagli scritti biologici. Balme ritiene di aver conclusivamente mostrato la seguente tesi: se per tassonomia si intende un sistema esaustivo di classi entro il regno animale, allora negli scritti biologici di Aristotele è assente una qualsiasi costruzione di tipo tassonomico.

Le conclusioni raggiunte dallo studioso sono le seguenti. La distinzione tecnica tra genos e eidos è presente solo in sette passi, di cui tre costituiscono probabili aggiunte e un quarto appare eteroclito nelle sue componenti; a questi passi possono esserne aggiunti altri due di primo acchito orientati alla definizione di generi intermedi – che tuttavia a un’analisi più ravvicinata mostrano di non deporre a favore dell’interpretazione tecnica dei termini genos e eidos. Quindi soltanto i tre passi esibiscono senza eccessive difficoltà la distinzione tecnica, ma essi risultano vincolati a una dottrina delle differenze di grado e secondo analogia, il cui impatto nella pratica biologica appare scarso o comunque ampiamente disatteso. Si tratta di sezioni metodologiche introduttive, il cui ruolo ibrido porta Aristotele a identificare immediatamente, ma senza riscontri biologici e con qualche imprecisione logica (nell’uso di taujta; kai; e{tera e di diaforav), raggruppamento in classi e criteri di identità: “they are not integral parts of the biology” (Balme: p.97). Tale uso tecnico non trova infatti corrispettivo in altri luoghi propriamente biologici, ma se mai “only in PA I and in a few logical passages” (p.98): si tratterebbe dunque di passaggi scritti o comunque incorporati in un secondo momento, come è d’altro canto naturale per delle introduzioni, con lo scopo di gettare un ponte tra la biologia e la logica, conferendo alla zoologia un’appropriata base sistematica. Ciò renderebbe conto del carattere “elementary and doctrinaire” di questi passi1.

La distinzione tecnica ha dunque un’origine logica, non biologica, per quanto Aristotele abbia tentato, con scarsi risultati, di applicare la distinzione in biologia: si può ragionevolmente ritenere – a opinione di Balme – che l’HA costituisca proprio un lavoro preliminare a un’applicazione siffatta, e quindi alla costruzione di una sistematica zoologica. A proposito dei passi “tecnici”, Balme conclude: “however that may be, they seem to represent an intention that was never fulfilled”. Balme conclude dunque ammettendo una contraddizione concettuale entro il corpus biologico stesso, tra le parti in cui è forte l’aspetto metodologico e le parti di merito propriamente biologico, in cui tale promessa programmatica non viene, in sostanza, mantenuta. La ricerca di risultati tassonomici effettivi in Aristotele è sì basata sull’esame delle esemplificazioni zoologiche di Aristotele, ma è vincolata in special modo all’accettazione di un assunto che viene esplicitamente affermato, sebbene non realmente discusso, il seguente: la tassonomia richiede un uso di ei\do” che permetta l’istituzione di una gerarchia inclusiva di classi chiusa da un termine inferiore con funzione fondazionale – uso “tecnico” che Aristotele svilupperebbe in sede logica. Il solo aspetto della nomenclatura tassonomica valorizzato da Balme e utilizzato come criterio di studio è quindi l’assolutezza dei termini di rango (genos ed eidos), che ne vieterebbe, se applicato, l’interscambiabilità. Inoltre, come indica chiaramente il fatto che per Balme una specie che non sia parte di un genere non può essere chiamata “specie” senza che venga meno qualunque nomenclatura tassonomica, l’assolutezza dei ranghi non è connessa al fatto che criteri differenti stabiliscono che cosa sia specie e che cosa genere, ma a una pura considerazione insiemistica.

Il presupposto è dunque molto forte; una conseguenza immediata sarà infatti l’irrigidimento sul piano dei modi di identità corrispondenti (genei ed eidei) e sul piano dei rapporti di analogia tra gene e di variazione per eccesso/difetto tra eide, poiché questi rapporti “supervengono” alle definizioni dei gruppi generici e specifici (essendo definiti, rispettivamente, come i modi dell’identità tra enti di diversi gene e di diversi eide di un medesimo genos). Il carattere assoluto che in tal modo i rapporti di identità e differenza acquisiscono permetterà sì l’istituzione di una zoologia comparata, ma di fatto ne bloccherà lo sviluppo sino al completamento di una classificazione esaustiva del vivente, dato che i gruppi non sono definiti con criteri indipendenti dalla generalità logica. Non è dunque sorprendente che, come nota Balme, l’uso biologico di ajnalogiva e uJperochv disattenda sistematicamente la rigidità che una tassonomia richiederebbe.

Ma che Aristotele intendesse costruire una tassonomia intesa come sistema esaustivo di classi sarebbe davvero arduo da dimostrare. Balme con successo dimostra l’assenza di una tassonomia compatibile con l’approccio dell’essenzialista tipologico. Interpretato altrimenti, lo studio di Balme sarebbe poco informativo. Per l’essenzialista tipologico è centrale il ruolo fondazionale attribuito alla ricognizione delle specie ultime: l’identificazione, cioè il complesso delle chiavi diairetiche funzionali al riconoscimento di un dato soggetto, viene fatta sostanzialmente coincidere con la natura, ovvero l’identità, dei soggetti di base. L’individuo non ha dunque un’identità indipendentemente dal fatto di costituire un’esemplificazione delle proprietà di una certa specie e non è ammissibile una discrepanza tra l’ontologia degli individui e l’estensione degli insiemi dati dall’esemplificazione di quelle proprietà: se si rintraccia una discrepanza a essere stata mappata male è l’ontologia degli individui, non l’estensione della specie. In questo senso devono potersi specificare i requisiti individualmente necessari e congiuntamente sufficienti all’esemplificazione di un certo universale: i membri di una specie non possono essere accomunati solo perché la variabilità delle loro determinazioni individuali è contenuta entro un certo range, ma devono presentare dei caratteri invarianti.

L’analisi strutturale come alveo delle spiegazioni

Il riesame del significato teoretico della biologia aristotelica effettuato da Balme passò per una rivisitazione del presupposto metafisico che aveva guidato in un primo momento lo studio di Balme sui significati di genos ed eidos negli scritti biologici; tale riesame si focalizzò sulla disamina dei nessi sussistenti tra i tre principali significati di eidos: essenza, forma e specie. I rapporti tra questi tre concetti costituiscono la topica più ampia in cui si struttura la riflessione di Balme, e in seguito di Lennox, sui presupposti metafisici della scienza biologica aristotelica. L’equivocità del termine eidos è secondo Balme tanto più estesa quanto più innocua di quanto si ritenga: eidos indica semplicemente un modo di considerazione, formale, di un soggetto, senza che sia deciso il grado di precisione adottato2.

Di fronte a questa aleatorietà di significato, l’errore fondamentale degli interpreti è stato quello di voler scegliere uno dei sottosignificati più determinati estendendone la portata a coprire l’intero spettro semantico veicolato dal termine eidos. In modo particolare, il bersaglio polemico della lettura di Balme, è dato da quanti assumano come fondamentale il significato di essenza, introducendo in Aristotele una forma di essenzialismo tipologico. In questa variante dell’essenzialismo la specie viene riportata all’essenza (escludendo dunque dalla sua definizione ogni variabilità accidentale ed escludendo un rapporto con il genos diverso dalla sussunzione logica) e la forma stessa viene intesa come universale e specie-specifica – la lettura di Furth ne è un esempio. I diversi significati di eidos devono essere articolati in altro modo, senza che ad alcuno di essi possa essere fatto corrispondere un livello definito di generalità; vediamo dunque quale sia il rapporto tra di essi secondo Balme:

(i) la specie è intesa come concetto logico nella misura in cui deriva dalla considerazione in universale del composto di materia e forma (Metaph. Z.10-11). Occupando un livello di generalizzazione maggiore di quello in cui si collocano gli individui, essa indica il cluster naturale che sussume gli individui la cui forma sostanziale è comune. Consideriamo il caso di un uomo: adottando la prospettiva di Balme si può sostenere che il processo che porterà alla estrapolazione del sortale di specie inizierà considerando il soggetto in esame a prescindere da alcuni attributi relativamente accidentali (ad esempio avere il naso camuso). Questa procedura non intende escluderli completamente dalla definizione ma si limita a definire l’uomo senza che questa definizione includa un riferimento ad una certa forma del naso (e dunque alla sua materia), ovvero come dotato di un naso di una qualche forma. Si tratta di una focalizzazione del livello proprio dei caratteri implicati nella specie, entro il quale la struttura del soggetto può essere considerata anche a prescindere da quelli accidentali.

(ii) L’essenza racchiude l’insieme dei caratteri che consentono di formulare una spiegazione teleologica dell’animale. Anzitutto Balme ritiene che l’individuazione dell’essenza possa avvenire anche in categorie diverse da quella di sostanza (ci si può chiedere qual è l’essenza del musico, ad esempio) e su ogni livello di generalità logica. Invece, se ci chiediamo qual è l’essenza dell’uomo dobbiamo isolare quel livello strutturale necessario all’essere dell’uomo (sul quale si situa la definizione del termine specifico) e considerarlo come se fosse un piano separato dagli altri. In questo modo vengono separati nettamente gli attributi che sono necessari a quel livello di strutturazione (per l’animale avere un cuore o un suo analogo) da quelli che invece non lo sono (avere il naso camuso). Il significato di ei\do” come essenza è all’opera, sottolinea Balme, nel noto passo di Metaph Z.8, 1034a5-7 in cui si dice che l’ei\do” è identico in quanto indivisibile in Socrate e Callia ma sono diversi a causa della materia.3

(iii) La forma (attuale nei termini di Metaph. H.6,1045b19-23) di ogni composto particolare è l’organizzazione su più livelli (omeomeri ed anomeomeri) delle determinazioni del soggetto che consente di individuare gli attributi ad esso essenziali di cui si dà una spiegazione teleologica. Significativamente Balme sottolinea che nei contesti in cui Aristotele afferma che per forma si intende l’essenza (ad esempio Metaph. Z.7,1032b1; Z, 10, 1035b32) si deve cogliere una sfumatura concettuale non sempre evidente. Non è sempre vero che quando si parla della forma di qualcosa si intende anche la sua essenza; ciò avviene in modo esplicito solo quando ci si propone di parlare della forma in quanto essenza.

Si spiega in questo modo la nota affermazione di Balme secondo cui l’essenza è funzionale mentre la forma è strutturale4. L’essenza fa da tramite tra una forma che è individuale e propria di un composto particolare ed una specie che, di per sé, non è né universale né particolare. In questo modo si giustifica l’idea che l’essenza sia data da una definizione disgiuntiva che ammette ulteriori specificazioni ma che risulta comunque determinata in virtù dell’efficacia esplicativa di quei tratti propri della natura dell’individuo. L’universalità della specie poggia dunque sul suo essere comune a quella popolazione di individui che racchiude.

In base alla distinzione tra il piano logico della specie, il piano funzionale dell’essenza e quello strutturale della forma di fatto viene esclusa la possibilità di interpretare gli accenni aristotelici a un “altro modo di definizione” come chiave di volta della soluzione del problema della particolarità delle forme, in modo da attribuire agli individui essenze particolari che una definizione per genere e differenza non potrebbe cogliere0202(spiegare diff.individuale/particolare).

Il rifiuto di questa via di uscita è d’altra parte auspicabile, tanto in vista dell’interpretazione di quei passi in cui differenze ad esempio relative al sesso e al colore (dei capelli, degli occhi) vengono ascritte al dominio delle differenze materiali ed escluse dalla definizione, quanto in relazione all’aderenza, nel contesto metodologicamente impostato di PA, I.2-4, al modo di definizione per genere e differenza. La modalità definitoria deve dunque essere quella consueta, e in particolare deve corrispondere ai precetti di metodo di PA I: dunque deve trattarsi di una definizione che procede per divisione non dicotomica, ovvero per applicazione simultanea di una molteplicità di differenze. Tali differenze, infine – dal momento che la logica della divisione è per contrari – dovranno essere incluse in modo disgiuntivo nell’esposizione definitoria dell’essenza.

Cosa significa circoscrivere (non definire) la specie

La fissazione della specie è data con l’individuazione di una determinazione essenziale che, posta come differenza, restringe lo spazio delle conformazioni possibili data una certa base strutturale necessaria: il genos rappresenta questo spazio di variazione di sfondo rispetto alla differenza. La variabilità del genos è ristretta, non annullata, dalla posizione della differenza, e nella definizione della specie permane un riferimento ai tratti accidentali, corrispondenti a livelli di organizzazione mereologica relativamente materiali. In questo senso mediato la posizione di Balme incorpora un’associazione tra il genos e la materia, così come tra la specie e la forma, senza che i due livelli possano essere fatti coincidere.

La relativa necessità o contingenza di alcuni tratti nell’ordine vincolato delle determinazioni di un animale si trasforma in una relativa generalità o particolarità delle classi istituite in base all’appartenenza di quei tratti, ma l’ordine dei vincoli conserva una priorità e una funzione fondazionale rispetto all’ordine delle classi. Balme ritiene che questa lettura spinga in direzione di una traduzione di genos con tipo (kind), in modo da mettere in luce la dipendenza dell’individuazione della classe generica da considerazioni non attinenti alla logica delle classi, ma alla selezione del sortale di tipo rilevante, su base strutturale. Il punto di traduzione pare tuttavia secondario, una volta che sia stato compreso il significato di genos come spazio di variabilità, basato sulla materia, che fa da sfondo all’individuazione di una specie per via di una differenza strutturale, basata sulla forma. A fronte di questo schema per i rapporti tra i diversi significati di eidos e di questa interpretazione del genos, si può meglio comprendere in cosa consista la tesi metafisica opposta, che va sotto il nome di essenzialismo tipologico.

L’essenzialista tipologico, infatti, è colui che sostiene che i termini generici non siano dati virtualmente, come il limite di variazione di uno spettro di caratteristiche rilevanti (features with range), ma siano dati con un insieme di caratteristiche assolutamente determinate (cfr. Lennox 2001). Infine, la posizione degli essenzialisti tipologici si lega alla considerazione dei viventi alla stregua di artefatti, e di artefatti conseguentemente male analizzati, ovvero come totalità-mucchio: un nesso che si presenta come già aristotelico, se si pensa all’argomento mereologico di Metaph. Z.16 che avvicina quanti sostengono la sostanzialità delle misture a quanti sostengono la sostanzialità degli universali, nella misura in cui entrambi riducono la sostanza a un mucchio.

1 Cit. Balme

2 Balme 1987: p. 296: “Critics have objected that Aristotle uses ‘form’ (eidos) equivocally for both universal and particular; first Zeller and recently Joseph Owens have considered it a fatal paradox. But in fact the equivocity is both more extensive and more innocent. Besides referring to both individual and species, eidos can refer to more general composite universals and also to the matterless essence at various levels of abstraction. Eidos indicates merely that a subject-matter is to be considered in the formal mode. A formal description can obviously vary from being quite general to quite precise, and the most precise possible must be that of the composite particular in the terms of Metaph. H.6”. L’equivocità del termine eidos limitatamente all’oscillazione tra forma e specie può essere inoltre, a opinione di Balme, ridimensionata alla luce del fatto che, mentre nei Topici e nelle Categorie eidos diverse volte ricopre il ruolo semantico della specie, questo uso diviene sempre meno frequente nei lavori più maturi, e in particolare in biologia e metafisica. Nel primo caso si ha infatti un uso di genos ed eidos che spazia su ogni livello di generalità (fa qui testo ancora una volta lo studio del 1962), nel secondo si evidenzia una tendenziale preferenza per il termine “universale” a indicare la specie e un’oscillazione nel significato di teleutai’on ei\do” tra la specie ultima e l’individuo. Non credo che Balme intendesse dire che una considerazione genetica delle opere di Aristotele sia sufficiente a stabilire questo punto, tanto più che risulterebbe eccessivamente forzato istituire linee evolutive che pongono in blocco le opere logiche prima di quelle metafisiche e biologiche: il punto è piuttosto che questa tendenza si mostra dove si abbandona il terreno “logico” della speculazione (nel senso che il termine assume da Burnyeat 2001 in poi) e si passa a indagini di merito filosofia seconda o filosofia prima.

3 Il passo è indubbiamente controverso non solo perché sembrerebbe deporre a favore della tesi dell’universalità delle forme – sostenuta in una delle sue versioni proprio da Furth – ma anche suggerire qualcosa di simile alla dottrina post-aristotelica della materia come principium individuationis. Il punto richiederebbe una trattazione indipendente che non è possibile qui svolgere. Per completezza mi limito a segnalare il rilievo di Frede –Patzig in modo da mostrare il quadro teorico in cui si inserisce il problema: «siamo al cospetto del locus classicus della dottrina tradizionale della materia come principium individuationis. Conformemente a ciò, il passo è stato interpretato come se due cose della stessa specie avessero la stessa forma e si differenziassero solo per la materia, vale a dire per il fatto che la loro materia non è identica. Ma non è concesso intendere qui Aristotele in questo senso. Se in questo passo (1034a4-5) infatti egli parla di ciò che genera qualcosa e che è causa dell’esserci della forma nella materia corrispondente, vuol dire precisamente, come si può desumere da Z. 7, 1032a24-25, che una natura o forma di una determinata specie è responsabile non già dell’esserci della stessa forma, ma di una forma di specie identica realizzantesi in un’altra materia (l’oJmoeidhvV in 1032a24 risulterebbe incomprensibile se si trattasse di una natura o forma numericamente identica). Gli oggetti di una stessa specie non hanno quindi la medesima forma, ma sono solo della stessa specie», 1988: p.300.

4 Balme p. 305. La prospettiva di Balme è solo apparentemente coincidente con quella di Frede-Patzig (cfr. la loro nota a 1032b1), dal momento che una tesi centrale del commentario di questi ultimi al libro Z della Metafisica è che l’interpretazione tradizionale (secondo la quale nella definizione del composto rientrano elementi materiali) va abbandonata: ciò li conduce a identificare forma ed essenza, escludendo che l’essenza possa costituire, come in Balme, la chiave di volta per un’estrapolazione del termine specifico opportuno. Se si vuole sostenere che la forma è particolare, infatti, per risolvere il problema derivante dalla sua definibilità, occorre porre anche l’essenza, ovvero l’oggetto della definizione, come particolare, e svincolare conseguentemente la particolarità dal nesso con la materia; ciò implica che la specie non sia tale in virtù dell’assenza di elementi materiali, ma sia tale in virtù di attributi logici di generalità che non sono necessari alla definizione. Perciò l’essenza non fa più da tramite alla estrapolazione della specie e viene a coincidere con la forma. In questo senso l’opzione di Frede e Patzig si qualifica come tendenzialmente nominalistica, ed è esclusa dall’ottica di Balme, secondo la quale, in termini più tradizionali, esiste una base per l’estrapolazione dell’universale entro la forma del soggetto composto. Secondo Whiting (1991) l’interpretazione di Balme, supera le difficoltà presentate dalla lettura particolaristica delle forme. Frede e Patzig non fanno riferimento, né includono nella propria bibliografia, gli studi di Balme, che pure difendono, da una prospettiva differente, l’individualità delle forme sostanziali; una possibile spiegazione di questo fatto (nel caso ciò non fosse dovuto a contingenze editoriali o di altro tipo) è forse dunque la seguente: la distinzione netta mantenuta da Balme tra particolare (kaqe{kaston) e individuale (e}n ajriqmw’/) potrebbe apparire dalla prospettiva di Frede-Patzig una mera riproposizione dell’interpretazione tradizionale, la cui pecca principale, agli occhi degli studiosi, sta nell’assenza di una regolazione dei rapporti tra l’individualità (ovvero indivisibilità) della forma e la particolarità del composto, ovvero nell’assenza di una seria considerazione della priorità del livello metafisico del libro Z della Metafisica rispetto al livello delle Categorie. Secondo Frede (1981), in Z, emergerebbe un concetto forte di individualità della forma, che va oltre la mera in-divisibilità logica di una specie e permette la costituzione di un soggetto composto particolare.

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