Forme delle Parti: il metodo comparativo nella biologia di Aristotele

L’ultima volta avevamo iniziato a parlare di genos e eidos in Balme. Ora facciamo un passo in avanti e vediamo all’opera il metodo “per parti”. Possiamo infatti svolgere la considerazione del genos animale tenendo fisse alcune basi strutturali per studiare le differenze che si pongono su queste basi:

(A) «vi sono in primo luogo le parti identiche per forma [ei{dei]: così il naso e l’occhio di un uomo sono identici al naso e all’occhio di un altro uomo, la carne alla carne, l’osso all’osso; lo stesso vale per il cavallo e per tutti quegli animali che definiamo identici tra loro per la forma: infatti, come il tutto sta al tutto, così ognuna delle parti sta a quella che le corrisponde [oJmoivw” ga;r w{sper to; o{lon e[cei pro;” to; o{lon, kai; tw’n morivwn e[cei e{kaston pro;” e{kaston]. In secondo luogo vi sono bensì parti identiche, ma che differiscono per eccedenza e difetto: sono quelle degli animali di cui è il medesimo il tipo [gevnoV]. Per ‘tipo’ intendo, ad esempio, ‘uccello’ o ‘pesce’; ognuno di essi presenta infatti una differenza secondo il tipo, e vi sono più specie di pesci e di uccelli. […] Alcuni animali non hanno parti identiche né per forma né secondo eccedenza e difetto, bensì esse presentano un rapporto di analogia, il rapporto cioè in cui sta l’osso con la spina, l’unghia con lo zoccolo, la mano con la chela, la squama con la penna: infatti ciò che la penna è nell’uccello, la squama lo è nel pesce»1.

(B) «Sono comuni a tutti gli animali le parti con le quali viene ingerito il cibo e nelle quali esso viene accolto. Queste parti sono tra loro identiche o diverse [taujta; kai; e{tera] secondo le modalità che abbiamo descritto: esse possono differire secondo la forma [ei\doV ], l’eccedenza, l’analogia o la posizione»2.

(C) «Bisogna innanzitutto [prw’ton] prendere in esame le parti di cui sono composti gli animali. Dipende soprattutto e in primo luogo da esse il modo in cui si differenziano anche gli animali interi [kata; ga;r tau’ta mavlista kai; prw’ta diafevrei kai; ta; o{la] secondo la presenza o l’assenza delle parti, o la loro posizione e il loro ordine, o ancora secondo le differenze già esposte [ta;” eijrhmevna” diaforav”] (forma, eccedenza, analogia e la contrarietà delle affezioni)»3.

Questi passi esibiscono una stretta affinità teorica. Il punto che affrontano è relativo ai modi di identità, per come essi strutturano le relazioni tra le parti, poiché tali relazioni risultano proporzionali a quelle degli interi (A) ed anzi, in ultima analisi prioritarie (C) nella determinazione dei rapporti tra di essi. Vi si espone la possibilità di istituire studi di singole funzioni e degli apparati che presiedono ad esse, mostrando quali funzioni sono vincolate a presentarsi in tutto il regno animale (B) e quali invece corrispondono a gruppi più ristretti. Ciò che il discorso di Aristotele offre è un linguaggio ed una ontologia di sfondo che assume come soggetti centrali ed oggetto primario di denominazione i viventi e le determinazioni eidetiche di questi. Il punto focale di questi passi è proprio la strutturazione in parti dei viventi: ad essa viene esplicitamente riportata – innanzitutto (prw’ton) ed in modo che ne dipenda soprattutto (mavlista kai; prw’ta) l’intelaiatura dei modi dell’identità secondo le differenze già esposte. Abbiamo una certa quantità di termini generici – o meglio tipologici, visto che qui gevnoV non può essere fatto corrispondere al genere nel senso tassonomico del termine – che funzionano come elementi descrittivi di alcune funzioni (nutrizione, percezione) e caratteristiche di base per le quali è più frequente riscontrare realizzazioni analogiche per via comparativa.

Posto che l’identità dei soggetti di base non può essere oggetto di spiegazione riduzionistica, ma deve essere assunta come principio, e posto che a ciascun vivente corrisponde una certa organizzazione formale, occorre far corrispondere i ruoli giocati nei rapporti di identità con altri viventi a componenti dell’organizzazione formale del soggetto stesso. Tali componenti saranno circoscritte in base all’identità dimensionale, morfologia e funzionale rispettivamente di cui godono nelle diverse occorrenze: si tratterà pertanto di componenti individuate astrattivamente e corrispondenti ad invarianze considerate come rilevanti nell’ambito di una analisi di tipo comparativo in merito al ruolo da esse giocato nelle percezioni. Tali componenti qui denominate ei[dh dovranno essere determinate da una identità dipendente rispetto all’identità del portatore e vincolata ad essa in modo che tale identità non possa essere serbata se svincolata da quella del portatore. I rapporti di identità secondo l’ei\doV il gevnoV e secondo analogia possono essere fatti corrispondere a diversi gradi di libertà nell’estrapolazione astrattiva di simili componenti. Questi possono essere fatti corrispondere a livelli formali che il vivente possiede e, in una considerazione autonoma delle loro forme di identità, alle parti degli esseri viventi.

Schematizziamo i rapporti di identità e differenza tra le parti:

a) vi sono parti identiche secondo l’ei\doV (il naso, l’orecchio, l’occhio di Socrate rispetto a quelli di Callia, Historia animalium, I, 1, 486 a 16-2 1);

b) vi sono parti identiche secondo il gevnoV (486a 21-25) ma che variano per:

b1) opposizione nelle affezioni (colore e morfologia, 485 b 1-2);

b2) eccedenza e difetto (presentando gli stessi caratteri in misura maggiore o minore) ovvero: per abbondanza e scarsità, per piccolezza e grandezza, per mollezza e durezza, per lunghezza e brevità, etc..

b3) per presenza o assenza di alcune parti (alcuni animali hanno speroni, altri no, alcuni hanno cresta, altri no, 485 b 11-1); nella maggior parte dei casi, tuttavia – ovvero per quanto riguarda le parti da cui è composto il corpo nel suo insieme-, le differenze sono generalmente secondo eccedenza difetto, e non secondo presenza e assenza (485 b 14-17);

c) vi sono poi le parti identiche secondo analogia (ad esempio l’osso e la spina, l’unghia con lo zoccolo, etc., 485 b 17-22);

d) vi sono differenze secondo posizione delle medesime parti (485b22-487a1).

Secondo questa teoria, ciò che è identico secondo analogia (ovvero, grezzamente, presenta una identità di funzione) differisce secondo il gevnoV, ciò che è identico secondo il gevnoV differisce secondo eccedenza e difetto (ovvero presenta variazioni di grado); ciò che è identico secondo 1’ei\doV differisce secondo il numero. Gli ei[dh possono essere intesi come unità di comparazione, elementi analoghi in tipi biologici differenti, unità che non portano necessariamente un nome: le parti strumentali divengono elementi analoghi in generi differenti, unità che vengono individuate e denominate quando la comparazione le isoli come basi di studio rilevanti in un gruppo di viventi che, ad esempio, condividono una determinata capacità: vedere, sentire, etc.. Gli ei[dh non coincidono con i caratteri dell’animale, ma sono componenti dipendenti dalla struttura del soggetto di base che possiamo isolare astrattivamente a partire da questo grazie al ruolo da esse giocato nella comparazione stessa. Si può dunque avere, tra gevnh differenti, la stessa funzione, tra ei[dh differenti, che si legano a differenze di grado, un medesimo gevnoV e tra individui differenti un medesimo ei\doV, una medesima morfologia e dimensione per una medesima funzione4.

Come ha avuto modo di sostenere Lennox5, al di sotto dei modi dell’identità e delle differenze tra le parti è possibile scorgere una priorità nella determinazione dell’ordine delle parti individuando, nello stesso tempo, la contrapposizione tra un gruppo di parti che possono presentarsi o meno, senza che l’identità tipologica dell’organismo venga disattesa. Ci sono dunque delle parti più importanti e necessarie che si rintracciano in tutti gli esemplari del medesimo tipo (gevno”), ed il cui modo di variazione è, nella caratterizzazione più generale, secondo eccesso e difetto. Questa variazione non è però univoca: si declina in modi differenti, corrispondenti a diverse scale di variazione intensiva. A partire dai passi citati possiamo mostrare che alle parti corrispondenti a determinazioni più necessarie (ta; ajnagkaiaiovtata movria)6, come la nutrizione e la percezione, corrispondono quei caratteri più generali e diffusi, mentre a quelle relativamente contingenti corrispondano caratteri più particolari e localizzati (si pensi alle differenze che empiricamente si riscontrano nella conformazione degli occhi).

Possiamo stabilire che sia essenziale all’essere di Socrate un animale il possesso di un cuore ma non di due occhi; il possesso di due occhi è un carattere comune, presente in molti mammiferi, pesci ed insetti. Il fatto poi che abbiano una o due palpebre, siano di piccola o media taglia, di un colore piuttosto che un altro sono variazioni poste su una base morfologica comune al tipo biologico di appartenenza. Le parti strumentali sono delle componenti analoghe in specie differenti che presentano variazioni di grado (secondo il più ed il meno) che hanno importanti conseguenze sul tipo di capacità percettiva di cui naturalmente sono dotate. Avendo di fronte un animale determinato, con il gevnoV si possono considerare tutte le forme possibili che condividono una certa organizzazione mereologica individuata su base strutturale, ovvero consideriamo un certo range di variazione ferma restando questa base mereologica necessaria -posta come vincolante rispetto ad ulteriori configurazioni. Con l’ei\doV invece vengono indicate tutte quelle differenze intese come varianti possibili che empiricamente si riscontrano su questa base strutturale (colore degli occhi, grandezza delle orecchie, etc.).

Veniamo ad un ulteriore passaggio concettuale concernente l’identificazione tra ei[dh e forme delle parti. Indubbiamente significativa è la delineazione del metodo di ricerca con cui si apre la Politica:

«sarà chiaro ciò che si dice a chi considera la questione con il metodo consueto [kata; th;n uJfhghmevnhn mevqodon]. Come nelle altre indagini, anche qui è necessario analizzare il composto fino alle parti semplici (che sono le parti più piccole del tutto) e così esaminando per la città le parti dalle quali è costituita, vedremo meglio in che cosa esse differiscano l’una dall’altra e se è possibile ottenere qualcosa di valido di ciascuna di quelle che si sono menzionate»7.

Emerge una significativa convergenza concettuale tra l’analisi strutturale dei viventi (delle capacità cognitive di uomini e, in certa misura, degli animali) e l’analisi funzionale degli elementi della città. Tale convergenza si attua a meno della distinzione concettuale tra le diverse valenze della nozione di parte rispettivamente coinvolte. Nel caso delle città abbiamo caratteri su cui si fonda semeioticamente la classificazione volta ad evidenziare lo sviluppo di determinate funzioni. Il metodo consueto (l’analisi e la sintesi per via combinatoria) proprio dell’approccio naturalistico delle indagini aristoteliche ci permette di distinguere grezzamente due modi dell’analisi in parti: quello in base a cui si distinguono parti integrali (la cui suddivisione e ricomposizione può veicolare una comparazione tra le forme di vita) e quello in base al quale vengono distinte parti meramente funzionali, tra le quali può essere istituita una gerarchia lineare sulla base di un gradiente di esplicitazione delle medesime funzioni. Il metodo consueto qui brevemente enunciato ci permette di evidenziare il nesso essenziale sussistente tra l’analisi psicologica in generale (ed in particolare nella formulazione di un tipo di teoria della percezione) e l’analisi in parti integrali, specie a scopo fondazionale. D’altra parte, se le differenze sul piano delle capacità in certo modo supervengono alle determinazioni biologiche, la prospettiva metodologica dello psicolofo razionale aristotelico si fonda sull’isomorfismo funzionale, determinato dalla comparazione, di soggetti naturalmente e metafisicamente differenti. Il metodo cui si accenna si presta ad essere interpretato come un metodo di ricerca unificato delle componenti strutturali e di quelle funzionali a meno della differenza concettuale sussistente tra questi due soggetti della combinatoria. Per approfondire questo aspetto della questione si consideri il seguente passo in cui, proprio in virtù della destinazione non strettamente biologica e psicologica che lo caratterizza, si esprime in termini più netti quella correlazione concettuale tra il piano della comparazione, i cui soggetti sono gli ei[dh e il piano dell’analisi strutturale, i cui soggetti sono le parti:

«si è dunque stabilito che le costituzioni sono parecchie e per quale motivo: ma che siano più di quelle menzionate, e quali, e perché, dobbiamo spiegare prendendo come punto di partenza quel che è stato detto in precedenza. Siamo d’accordo infatti che ogni polis possiede non una sola ma più parti: ora, se ci proponessimo di cogliere le forme [ei[dh] di un animale [eij zw/vou proh/rouvmeqa labei’n ei[dh], in primo luogo dovremmo definire ciò che ogni animale deve necessariamente possedere (per esempio, taluni organi sensori, poi quelli adatti a digerire e a ricevere il cibo, cioè la bocca e lo stomaco, inoltre quelle parti con cui ciascuno di essi si muove): se le parti fossero queste soltanto e ce ne fossero varietà differenti (intendo cioè più tipi [gevnh] di bocca, di stomaco di organi sensori e inoltre di parti motorie), il numero della combinazione di queste di necessità moltiplicherà i tipi [gevnh] degli animali8 (perché lo stesso animale non può avere più varietà di bocca e così di orecchie) sicché, quando tutte le possibili combinazioni [oiJ ejndecovmenoi sunduasmoiv] saranno state ottenute, daranno luogo alle forme [ei[dh] dell’animale – e saranno tante le forme [ei[dh] dell’animale quante le combinazioni delle parti necessarie [aiJ suzeuvxei” tw’n ajnagkaivwn morivwn]: allo stesso modo per le costituzioni menzionate. Anche le poleis non risulteranno di una sola, ma di molte parti, come spesso è stato detto»9.

Il punto significativo per la nostra argomentazione concerne la connessione, qui istituita, tra il quadro comparativi stico della ricerca e l’articolazione in parti dei soggetti di base. Consideriamo il brano tratto dalla Politica solo in questa prospettiva. Vi si introduce con un w{sper alla linea 25 l’analogia con gli animali e presenta il metodo della combinatoria delle differenze delle parti come una lunga sezione ben delimitata, dopo la quale, alla linea 37 (to;n aujto;n de; trovpon) si riprende il filo politico del discorso. Il genitivo soggettivo eij zw/vou proh/rouvmeqa labei’n ei[dh acquista particolare rilevanza, dal momento che il singolare indica l’attribuzione di una pluralità di ei[dh ad un singolo animale, considerato come exemplum di un modo in cui il campo delle differenze proprio del regno animale e, dunque i suoi molti ei[dh, si articola in un singolo esemplare. Che significato ha l’analogia istituita in termini così netti? All’analisi delle determinazioni differenziali dei diversi soggetti, condotta per via comparativa, segue momento sintetico, che prevede la combinatoria delle diverse determinazioni, con la conseguente individuazione dei tipi dei diversi soggetti di modo che sia possibile assegnare loro un nome10. Le differenze e i caratteri che permettono l’istituzione di raggruppamenti nel regno animale non sono dati semplicemente da tratti atomici riscontrabili in natura, ma esprimono le relazioni di identità e differenza tra (le varietà possibili delle) parti degli esseri viventi: nelle sue due occorrenze, il termine diaforav è infatti utilizzato ad indicare le differenti varietà di queste parti. Nell’articolazione e ricomposizione in parti si palesa la procedura costruttivistica. La menzione delle parti dei viventi, che veicola un riferimento alle parti integrali, va considerata cum grano salis. L’accostamento delle forme costituzionali alle forme dei viventi è permesso dall’introduzione di un concetto, quello di parte, dotato di una multivocità di fondo e capace di declinarsi diversamente nei differenti contesti. Vi è, infatti, una significativa differenza tra una combinatoria di parti integrali (concetto che comporta vincoli irriducibili alla struttura del tutto) ed una combinatoria di caratteri o parti funzionali tra le quali è possibile istituire una gerarchia lineare in bae ad un gradiente di esplicitazione delle medesime funzioni -la polis non è una sostanza11 e in essa gli stessi individui (caratteri) possono espletare più funzioni. Ma il brano non sembra spingere nel ritenere che l’utilizzo del termine mevroV veicoli il riferimento alle parti integrali. Per comprendere questo punto è necessaria una riflessione di carattere generale.

Le parti necessarie sono tali in rapporto al modo di vita del soggetto animato, e sono quelle che – nei termini odierni – gli appartengono in ogni situazione controfattuale sia concepibile per esso. L’identità delle parti, necessarie o meno, è dipendente dall’identità del soggetto di base, poiché in base alle regole di organizzazione di questo si determina la trama di rapporti tra determinazioni essenziali ed accidentali sui quali le parti vengono distinte. Sulla base di questo punto si può sostenere una combinatoria delle parti, qualunque esse siano. Tuttavia il passo pone delle restrizioni In un vivente ogni parte è ugualmente necessaria all’identità del tutto, ma ogni livello formale costitutivo dell’identità del soggetto di base ha le proprie parti necessarie e vincola in modo determinato i livelli ulteriori. L’individualità è in questo modo articolata e resa più determinata nella successione di livelli: le parti necessarie sono corrispondenti a un livello formale mimino, e sono perciò parti comuni. Il passo si sofferma, infatti, su varietà differenti di parti necessarie e comuni senza specificare il livello di articolazione ilemorfica cui queste parti appartengono. Ciò consente di svincolare l’uso di mevroV dalla nozione di parte integrale: Aristotele si pone su due livelli minimi di determinazione corrispondenti ad una base necessaria e alle variazioni relativamente accidentali. Non esclude quindi ulteriori livelli di parti che siano necessarie alla costituzione di viventi più specifici, anche se solo contingenti, dato il vincolo posto dalle parti di ordine superiore.

In questo modo la traduzione delle procedure comparative in livelli di raggruppamento si può comprendere pensando che le parti necessarie e comuni veicolino un riferimento alle parti strumentali (la cui rilevanza è determinabile in base al grado di necessità che manifestano in rapporto alla vita dell’animale) che divengono necessarie e comuni in quanto permettono di classificare gli organismi in base alle funzioni nutritive, sensitive e di locomozione, definite proprio in sede psicologica. Questa ipotesi sembra trovare conferma anche nel fatto che nel momento in cui la scomposizione in parti si indirizza alla polis il risultato è che gli elementi semplici che entrano nella combinatoria sono componenti definite in termini funzionali. Queste non corrispondono alle parti dell’animale perché sono realizzabili in modo multiplo: anche in questo caso il rapporto tra componenti che appartengono ad un portatore è un rapporto di tipo modale: le parti soggette alla combinatoria sono parti necessarie (aiJ suzeuvxei” tw’n ajnagkaivwn morivwn) e ciò che ne risulta sarà dato dalle possibili combinazioni di esse (oiJ ejndecovmenoi sunduasmoiv).

Se l’ipotesi è corretta, la procedura combinatoria illustrata, nel momento stesso in cui isola le diverse parti (mettiamo che queste siano le parti strumentali) e la loro varietà sulla base della struttura del singolo vivente, conduce una comparazione sistematica che, partendo da quelle più comuni e necessarie (procedendo articolando l’animale a partire del possesso della capacità tattile in poi) restringe il campo delle specie a morfologie più determinate. Le diverse combinazioni sono il risultato di una articolazione progressiva delle determinazioni di base (vedremo la stretta connessione tra il tatto, il cuore e la corporeità stessa dell’animale) attraverso le differenze da esso esibite. A questa articolazione differenziante degli ei[dh (che comporta una moltiplicazione dei tipi di animali) corrispondono appunto le parti.

Le unità di base per la formulazione della teoria della percezione sono dunque le parti, ed esse giocano il ruolo di principi nella trama di rapporti di identità che è stabilita dalla comparazione tra specie diverse che condividono la stessa capacità. In questo senso è possibile parlare di una combinatoria delle parti in cui, data una parte, ne vengono studiate le varietà (differenze) la cui combinazione genera le classi dei viventi. La specie, infatti, non è altro che la trasposizione logica delle differenze assunte come essenziali, ovvero rilevanti nel costituire una classe nel regno animale: essa mantiene dunque una connessione con la forma (ai differenti livelli di articolazione della parte principale), mediata dall’essenza (che implica un riferimento alla percezione, se è con la percezione che è dato il tratto definizionale dell’animale). Pur nella pluralità delle differenze che caratterizzano gli animali (secondo il modo di vita, le azioni, il carattere e le parti)12, le parti strumentali comprendono delle strutture ricorrenti (come vedremo, il diafano nell’occhio, la membrana nell’orecchio), che sono ricettive delle qualità perché sono in altro come parti dipendenti e sono necessarie affinché alcune parti e non altre siano strumentali.

Non si esclude che si possa spostare la considerazione del gevno” in modo da tenere fisse basi mereologiche ancora più determinate (individuate, ad esempio, sulla base della connessione tra il tipo di vita ed il tipo di percezione), e che di queste basi si possano studiare le differenze. Ad un simile campo di differenze sotto-specifiche possono essere ascritte quelle secondo il colore e la morfologia, che costituisce un significativo esempio di spostamento della considerazione delle basi mereologiche invarianti: l’occhio è in vista di qualcosa, mentre il fatto che sia azzurro non lo è, a meno che questa affezione non sia propria di un tipo [gevnoV]13. Un esempio di questa procedura esplicativa è dato dalla descrizione della varietà di differenze che l’osservazione empirica evidenzia nel catalogare i tipi di occhi negli animali14. Queste differenze sono legate ad una diversa capacità nella visione diurna o notturna: gli occhi azzurri non sono di vista acuta durante il giorno e gli occhi scuri di notte, essendo entrambi i caratteri derivanti da diverse proporzioni della mistura (to; uJgrovn) in essi contenuta15. Gli occhi azzurri per la scarsezza del liquido sono più suscettibili ai movimenti della luce e dei visibili in quanto liquidi e in quanto trasparenti, ma il mutamento di questa parte è la visione in quanto essa è trasparente, non in quanto è liquida16. Si tratta dunque di differenze che hanno delle ripercussioni sulla maggiore o minore disposizione e attitudine di queste parti a subire più o meno intensamente le affezioni causate dai sensibili.

1 Historia animalium, I, 1, 486 a 16-b 21. Si consideri in connessione a questo passo Historia animalium, II, 1, 497b9-13, in cui si riassume la dottrina esposta in I, 1. Tuttavia mentre in I, 1 era affermato che come il tutto sta al tutto così la parte sta alla parte, in II, 1 si applica la differenza per forma tra le parti a gruppi differenti per tipo.

2 Historia animalium, I, 2, 488b30-32.

3 Historia animalium, 1,6, 491 a 14-19. Come si è accennato, i passi citati sono oggetto di un significativo saggio di Balme del 1962 in cui lo studioso, alla luce di una iniziale interpretazione tassonomica della logica e della metafisica aristoteliche, fondate su un uso tecnico di ei\doV ha esaminato gli usi di gevnoV ed ei\doV nel corpus biologico. Su questo uso assoluto del termine di rango specifico doveva fondarsi una effettiva tassonomia in zoologia. È opinione di Balme che questi passi mostrino qualche imperfezione teorica rispetto alla dottrina dei modi dell’identità, dovuta a formulazioni troppo condensate: taujta; kai; e{tera a 488b30 dovrebbe essere analizzato in modo da mostrare come le parti siano diverse solo in quanto alla specie, e solo identiche per i rapporti di analogia (poiché non è possibile risalire a livelli di unificazione ulteriori rispetto al genere). Allo stesso modo una reale diaforav non si può avere a livello analogico, come invece l’enunciazione sintetica in (C) lascia supporre. Di fatto ciò che Balme ha riscontrato è che solo in tre passi introduttivi (Historia animalium, I,1, 486 a 16-b 21; Historia animalium, I,2, 488 b 30-32; Historia animalium, I, 6, 491 a 14-19), in tutto il corpus strettamente biologico, la distinzione tecnica tra gevnoV ed ei\doV può essere riscontrata e che anche in questi casi tale distinzione resta vincolata ad una dottrina delle differenze di grado o secondo analogia il cui impatto nella pratica biologica appare scarso o comunque ampiamente disatteso. Secondo questa teoria, ciò che è identico secondo analogia (ovvero, grezzamente, presenta una identità di funzione) differisce secondo il gevnoV, ciò che è identico secondo il gevnoV differisce secondo eccedenza e difetto (ovvero presenta variazioni di di grado), ciò che è identico secondo 1′ei\doV differisce secondo il numero. Si può dunque avere, tra gevnh differenti, la stessa funzione, tra ei[dh differenti, che si legano a differenze di grado, un medesimo gevnoV e tra individui differenti un medesimo ei\doV, una medesima morfologia e dimensione per una medesima funzione (cfr., ad esempio, Historia animalium, I, 1, 486 a 16-b 21). Tale teoria è giudicata da Balme di scarso impatto nella pratica biologica. Balme cita i seguenti esempi di uso non rigoroso di analogia ed eccedenza/difetto (ajnalogiva e uJperochv):

1) Historia animalium, VIII, 1, 588 a 25-28: analogia ed eccesso/difetto sono usati entrambi nel caratterizzare il rapporto tra uomo e altri animali: alcuni caratteri differiscono secondo il più e il meno, altri secondo analogia. In questo passo persino scienza, sapere e intelligenza sono detti essere analoghi a corrispettive facoltà animali del medesimo genos; nelle linee che seguono, a favore della prossimità o analogia dei caratteri, è portata l’evidenza embriologica.

2) Historia animalium, VIII, 2, 589 b 18; De partibus animalium, I, 5, 645 b 6: rapporto analogico istituito dentro uno stesso genere (gevno” iJcquvwn) anzi in una sottosezione di questo tra polmone-sfiatatoio e branchia in base alla identità di funzione (raffreddamento).

3) De generatione animalium, I, 19, 727 a 3: all’interno di una stessa specie lo sperma maschile è detto analogo ai residui mestruali (katamhvnia) femminili.

4) De partibus animalium, II, 8, 653 b 36 (analogia tra ossa e spina/cartilagine) contra De partibus animalium II, 9, 655 a 32 (la cartilagine differisce dalle ossa secondo il più e il meno: il midollo, che in esse è distinto, si trova nella cartilagine rimescolato al tutto).

5) Historia animalium I, 1, 486 b 19 (analogia osso-spina) contra Historia animalium III, 7, 516 b 14-22 (all’interno del genos dei pesci e di quello dei quadrupedi ovipari vi sono analoghi della spina e analoghi dell’osso).

6) Historia animalium III, 7, 516 b 4 (variazione analogica tra i tipi di ossa) contra De partibus animalium I, 4, 644 b 11 e Historia animalium I, 1, 486 a 25 (variazione secondo il più e il meno tra di esse).

I passi in questione sembrano inoltre contravvenire alla distinzione, tanto di senso comune quanto interna alla concettualità aristotelica, tra distinzioni di grado (ovvero secondo il più e il meno) e di natura (ovvero secondo analogia). Il ragionamento di Balme sembra essere il seguente. Se connotiamo in modo così stretto i modi di identità e i livelli di raggruppamento (l’unica via per ottenere una tassonomia in senso forte) otteniamo un livello di discroso che risulta troppo rigido rispetto all’uso biologico dei raggruppamenti, e troppo semplificato rispetto all’uso delle classi che si fa in logica. Se si tiene presente che questi stessi passi, che sembrano avanzare la connessione tra identità e raggruppamento, mostrano qualche scorrettezza (in particolare nell’uso di taujta; kai; e{tera e di diaforav) potremmo concludere che essi non sono parte integrante della biologia (1962 p.89) ma fanno parte di sezioni introduttive e metodologiche. Ciò che Balme ne concluse è che un effettivo uso tecnico dei termini si affacci in questi passi metodologici, ma che manchino strumenti teorici più duttili per mettere in pratica il progetto tassonomico qui delineato.

4 Historia animalium I,1, 486 a 16-b 21.

5 Lennox 1987.

6 De partibus animalium II, 10, 655b30. Citiamo a titolo di esempio il seguente passo : «Sono comuni a tutti gli animali le parti con cui viene ingerito il cibo e nelle quali esso viene accolto. Queste parti sono tra loro identiche o diverse [yaujta; kai; e{tera] secondo le modalità che abbiamo descritto: esse possono differire secondo forma, eccedenza, analogia o posizione», cfr. Historia animalium, I, 2, 488b30-32.

7 Politica I, 1, 1252a17-24. Barnes ne ha messo in evidenza, in un saggio del 1988 dedicato alla relazione parte-tutto all’interno del dibattito antico che oppose scettici Pirroniani e Dogmatici, la portata teorica, di certo non circoscrivibile a questioni etiche e politiche: «it was no mere metaphor or façon de parler to call plants and animals and men parts of the universe: they are parts in the full and literal sense of the word. Nor, I think, was the view intended to convey a relatively mundane truth – like the relatively mundane truth that my armi s a part of my body. Rather, it represents a substantive metaphysical thesis: I am a part of the universe, I stand to the universe in the relation in which my right hand stand to me. The kovsmoV, the Whole par excellence, is an organic unity, and we are among its organic parts. There is a parallel in Aristotle’s political philosophy. According to Aristotle, each of us is a part of his povliV, and the povliV is prior by nature to us (pol. 1253a18-25)», cfr. Barnes 1988, p. 227.

8 Va notata l’interscambiabilità dei termini gevnoV ed ei\doV alle linee 36 e 33 (Bonitz, Index, 151b54).

9 Politica, IV, 4, 1290b20-39, enfasi ovviamente mia. L’interpretazione del passo che propongo diverge, su alcuni punti, rispetto a quella di Lloyd 1961, mentre accoglie il suggerimento di Pellegrin 1982, in merito alla centralità della mereologia nelle indagini sui viventi.

10 Keyt, 1991, p. 238.

11 Analogamente per quanto accade per i viventi, per la polis è possibile rintracciare un ordine apparente di sviluppo (da famiglia a villaggio e poi a polis: Politica I.2), e per una certa polis si pone il problema e la possibilità di stabilire un criterio per il venire ad essere e a mancare, il nascere e il perire (Politica II.3, 1276a16-18; 1276b14-16). Per la polis si può formulare una fisiologia (libri VII-VIII) ed una patologia (libri realistici, in particolare il V) la cui conoscenza può utilmente informare la condotta del politico. L’analogia tra polis ed essere vivente viene posta oltre il limite di una vaga similitudine o di un parallelismo meccanico, ponendo la questione nei termini della possibile emergenza, a partire dalle naturali tendenze aggregative umane, di una individualità ulteriore, e includendo tra i requisiti di questa emergenza non la semplice coesione e autonomia del corpo organico, ma anchew la presenza di un analogo di ciò che è l’anima per i viventi –ovvero, molto grezzamente, un gruppo di funzioni e capacità ed un principio di mantenimento dell’identità nel mutamento (la costituzione). Per una interpretazione biologica della natura della polis si considerino i seguenti luoghi:

  1. I.2, 1252b30-34: ogni polis esiste per natura se per natura esistono anche le prime comunità. Infatti essa è il loro fine e la natura è il fine. Per esempio, quello che ogni cosa è quando ha compiuto il suo sviluppo, noi diciamo la sua natura, sia di un uomo, sia di un cavallo, sia di una casa.

  2. III.4,1277a5 ss.: parallelismo polis-animale in relazione alla composizione in parti dissimili.

  3. IV.4, 1291a24 ss.: viene tracciato un parallelismo tra l’anima, che è parte del vivente a maggior titolo del corpo, e le funzioni politiche che espletano compiti non necessari alla mera sopravvivenza, parte della polis a maggior titolo delle funzioni strettamente necessarie.

  4. V.3, 1302b34: nesso tra stabilità politica e sviluppo proporzionato delle parti in analogia con il vivente.

  5. V.9, 1309b23 ss.: parallelismo tra l’aumento della difformità di un naso fino al punto in cui perde la sua natura ed accentuazione delle deviazioni costituzionali sino a snaturarne l’ordinamento.

  6. VII.4, 1326a35 ss.: esiste una misura corretta della polis come per la dimensione degli esseri viventi, ma anche come per gli artefatti.

Deto ciò, la polis non è una sostanza. Su questo punto insiste molto Kullmann 1991. La polis è detta essere un holon (1253a20) ma nella sua analisi i concetti che articolano basilarmente un tutto sostanziale –forma e materia – non sono definiti in modo rigoroso. In VII.3, 1325b40 si parla di materia della città ma quest’uso sembra accidentalmente riferito ad essa per il tramite della caratterizzazione dell’azione politica dell’uomo – la materia corrisponderebbe ai prerequisiti dell’azione politica. Sulla traccia delle argomentazioni dello studioso si può avvicinare lo statuto ontologico della polis a quello degli artefatti considerandolo intermedio tra questi ed i viventi. In questo senso credo si possano leggere i testi riportati ai punti 1) – 6). Benché la coppia materia-forma sia presente attraverso il suo analogo corpo-anima, la polis rientra nel catalogo degli enti definiti dalla loro funzione e capacità, includendovi dunque anche gli artefatti, nella misura in cui la considerazione esclusiva dei rapporti qui isitituiti tra anima e corpo – a prescindere dalla struttura organica sottostante – lascia aperta la possibilità di una interpretazione funzionalistica di questo nesso. Invero,

  1. l’analisi mereologica e genetica della polis ha un orientamento lineare (famiglia-villaggio- polis) e non essere costituita come una successione ad albero di determinazioni che ne condizionano, ma non necessitano, altre – la regola dell’ordinamento è data dal conseguimento della piena autosufficienza (I.2, 1252b28-30).

  2. tale analisi è relativa ad ogni polis, alla polis in generale, senza che un procedimento di rescissione dalle componenti specifiche, come accade per gli animali, si debba introdurre, dal momento che la direzione è unitaria: l’autosufficienza viene detta il fine e il meglio (I.2, 1253a2) in modo non qualificato, dunque il soggetto di sviluppo che tende a questo fine non è qualificato.

  3. sono contemplati rivolgimenti costituzionali, ovvero, cambiamenti di forma data la medesima materia della polis, cfr., seconda parte del capitolo V.

  4. l’aspetto comparativo e classificatorio, che riassume la diversità degli esiti di sviluppo, è svincolato dall’analisi mereologico-genetica di I.2 ed avvicinato ad una diversa analisi mereologica in componenti definite in termini prettamente funzionali.

12 Historia animalium I, 1, 487a11-12.

13 De generatione animalium V, 1, 778a33-34.

14Dei due gruppi di animali che hanno occhi, l’uno li ha duri, l’altro umidi, il primo non ha palpebre mentre il secondo le ha affinché la vista risulti più acuta. «Sotto le sopracciglia ci sono gli occhi, che per natura sono due. Parti di ognuno di essi sono la palpebra superiore e quella inferiore. I peli che si trovano alle estremità di queste sono le ciglia. All’interno dell’occhio vi è una parte fluida con la quale si effettua la visione, la pupilla, un’altra che la circonda, il ‘nero’, e, all’esterno di questo, il ‘bianco’. […] Tutti i tipi di animali, ad eccezione dei gasteropodi forse di qualche altro animale incompiuto, possiedono occhi; tutti i vivipari li hanno salvo la talpa. […] Il bianco dell’occhio è simile – per lo più – in tutti i casi, mentre il cosiddetto ‘nero’ si differenzia: in alcuni è nero, in altri è decisamente azzurro, in altri ancora grigio, e qualche volta è di un verde dorato come quello delle capre (questo è segno di ottimo carattere ed è il migliore per quanto riguarda l’acutezza della vista). Fra tutti gli animali, è solo nell’uomo, o soprattutto nell’uomo che varia il colore degli occhi; negli altri ve n’è di una sola specie (però certi cavalli presentano occhi azzurri). Gli occhi possono essere grandi, piccoli o medi: questi ultimi sono i migliori. Possono anche essere molto sporgenti o incavati o in posizione intermedia: quelli più incavati hanno, in qualsiasi animale, la vista più acuta, mentre quelli intermedi sono segno di ottimo carattere. Inoltre, possono battere spesso le palpebre o restare immobili o presentare un comportamento intermedio: questi ultimi indicano ottimo carattere, gli altri, rispettivamente, incertezza o imprudenza», Historia animalium I, 9, 491b22-10, 492a18.

15 Citiamo a titolo di esempio il seguente passo : «alcuni occhi hanno liquido eccessivo per il giusto movimento, altri in misura troppo scarsa, altri ancora in misura proporzionata. Gli animali che hanno il liquido degli occhi abbondante sono di occhi scuri, perché la grande quantità non è attraversabile dallo sguardo, sono azzurri quelli che ne hanno poco, come appare anche per il mare […]. Gli occhi che si trovano in una situazione intermedia si differenziano per il più e il meno. È da pensare che debba essere la stessa la causa del fatto che gli occhi azzurri non sono di vista acuta durante il giorno e gli occhi scuri di notte. Gli azzurri per la scarsezza del liquido sono più suscettibili ai movimenti della luce e dei visibili in quanto liquidi e in quanto trasparenti, ma il mutamento di questa parte è la visione in quanto essa è trasparente, non in quanto è liquida», De generatione animalium V, 1, 779 b 27-780a5.

16 De generatione animalium V, 1, 779 b 21-780a5.

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