L'elefante: la Struttura Mereologica dell'Oggetto di Scienza in Aristotele

In un influente saggio del 1987, intitolato First Principles in Aristotle’s Parts of Animals, Allan Gotthelf sosteneva che «it seems clear from PA I that Aristotle himself saw PA II-IV as offering (and not just aiming at) episteme, in the sense of a systematic knowledge of causes, and as containing demonstrations»1. Muovendo da alcune considerazioni generali in merito ai contenuti dei capitoli II-IV del trattato, Gotthelf ha cercato di dimostrare la presenza di una implicita struttura assiomatica nel De partibus animalium, «at least amenable to exibiting relations of priority among demonstrations»2, che si basa su tre tipi di principi: «premises about the elementary matter of which animals are composed, premises about the existence of formal natures and their character as ends, and definitions of these formal natures»3.

La presenza di diversi ordini di premesse è visibile nella spiegazione dei molteplici stomaci dei ruminanti (De partibus animalium III, 14, 674a9-b17)4, intesa dallo studioso come caso paradigmatico delle procedure esplicative presenti nei capitoli II-IV. La spiegazione dei molteplici stomaci dei ruminanti presente in De partibus animalium III, 14, 674a21­b-17 è un momento interno all’analisi comparativa di stomaco ed intestino, volta a chiarire la funzione di queste parti in ragione delle differenze che qualificano gli animali. L’esempio del cammello è di particolare interesse nello sviluppo dell’argomento a proposito delle differenze tra le parti necessarie all’animale per esere tale. In un articolo del 1997, dedicato alla proboscide dell’elefante, Gotthelf ritorna sul tema con alcune rettifiche: «in the 1987 paper and elsewhere I have used the term ‘linear branching structure’ to describe the structure of explanation across PA, but I now think this expression is, or can be, misleading […]»5.

Con «linear branching structure»6 si intende un modello di spiegazione che prevede l’individuazione di una caratteristica necessaria al tipo biologico esaminato -nel caso del cammello il tipo di nutrizione: dato il tipo di cibo di cui si nutre, di elaborazione particolarmente lunga, sarebbero comunque necessari più stomaci anche se avesse due file di denti – dalla quale dipendono kaqauJtav tutte le altre caratteristiche dell’animale e che non sono altrettanto basilari dal punto di vista epistemologico. «The explanation of the camel’s stomach depends on the fact of what it eats, which is a given for this explanation (and not derived, for example from what an antecedently given stomach might to able to process). And the explanation of its one row of teeth, and of the hardness of the roof of its mouth, seems to make use of the principle that nature always operates for the best from among what is possible in the construction of a living thing»7. Lo studioso schematizza questa struttura a ramificazione lineare in questo modo. Se usiamo S per il tipo biologico di volta in volta esaminato (ad esempio, il cammello), M (il termine medio) per quella caratteristica esplicativamente basilare (il tipo di nutrizione), e P per le caratteristiche che appartengono al cammello kaqauJta otteniamo uno schema con vari bracci (qui non riesco a riportarlo). 

Da questo modello si desume l’esistenza di una proprietà essenziale dell’animale ed una soltanto, che si costituisce come principio di spiegazione di tutte le altre, ma, precisa lo studioso, «this is not the structure I mean to impute to the Parts of animals»8. La parzialità di questa soluzione si gioca su due aspetti. 1) Le spiegazioni utilizzate da Aristotele utilizzano in larga misura premesse desunte dalla natura materiale dell’animale. Il paradigma offerto da Cooper è indubbiamente illuminante: una spiegazione concernente, ad esempio, i tipi di palpebre muove da alcune considerazioni di matrice fattuale sulla natura materiale degli occhi – come la fluidità e la penetrabilità del trasparente, tipiche di aria ed acqua e necessarie affinché l’organo possa essere veicolo per la luce9. Lo schema sopra riportato non rende conto della varietà delle premesse materiali. Mentre il legame tra termini (S ed M) è definizionale, la connessione, ad esempio, tra M e P1 dipende anche da una (o più) premesse relative alla natura materiale che qui non compaiono. In ultima analisi, il diagramma mostra in successione la connessione tra le determinazioni kaqauJtav senza esplicitarne tutte le premesse. 2) Punto ancora più significativo, il diagramma è costruito presupponendo l’esistenza di una sola determinazione essenziale (M) per il nostro esemplare del tipo S. Al contrario, le procedure esplicative tipiche della biologia aristotelica chiamano in causa una pluralità di determinazioni dell’animale. Il caso dell’elefante secondo Gotthelf mostrerebbe la presenza di una pluralità di premesse di diversi ordini, che individuano caratteristiche essenziali affinché un animale sia un elefante, e che dunque vanno intese come date (nel senso che nessuna di esse è il risultato di una precedente dimostrazione, essendoci ragioni teoretiche e/o intuitive per considerarle come essenziali al nostro esemplare) ed epistemicamente basilari al livello di spiegazione in cui intervengono come premesse.

Posto che l’interpretazione dei passi e della procedura esplicativa proposte da Gotthelf in merito ai casi del cammello e dell’elefante possono ritenersi un valido punto di partenza, in questo saggio focalizzeremo l’attenzione soprattutto sull’argomento concernente le differenze tra le parti necessarie messe a tema. L’obiettivo è di dimostrare come la biologia aristotelica sia condotta sulla base di un metodo comparativo e costruttivistico del vivente, in cui la combinatoria tra le parti degli animali assume un ruolo centrale10. Iniziamo da quest’ultimo punto con alcune considerazioni concernenti il metodo.

La ricostruzione dell’animale: il caso dell’elefante

La stessa procedura esplicativa è applicata al caso dell’elefante:

«dunque, negli altri animali quadrupedi e vivipari, in un certo senso, il sensorio dell’olfatto non differisce molto gli uni dagli altri [toi’V me;n oun a[lloiV zw/voiV toi’V tetravposi kai; zw/otovkoiV ouj povrrw trovpon tina; dievsthken ajllhvlwn to; th’V ojsfrhvsewV aijsqhthvrion], ma quelli che hanno le mascelle sporgenti ed appuntite, nel cosiddetto muso, presentano anche la parte delle narici, che è l’unico luogo possibile [kata; to ejndecovmenon trovpon], mentre negli altri essa è più distinta dalle mascelle. L’elefante ha questa parte più caratterizzata di ogni altro animale [oJ dejlevfaV ijdiwvtaton e[cei tou’to to; movrion tw’n a[llwn zwv/wn]. Infatti, è grande ed ha una capacità oltre misura. Infatti, è ciò con cui porta alla bocca il nutrimento, sia solido che liquido, servendosene come di una mano, e avvolgendolo intorno agli alberi li sradica. Lo usa, insomma, proprio come fosse una mano. Per natura l’elefante è insieme palustre e terrestre [th;n ga;r fuvsin eJlw’deV a[ma to; zw/’ovn ejsti kai; pezovn] sicché da un lato esso deve prendere il nutrimento dall’acqua, dall’altro di necessità deve respirare essendo terrestre e sanguigno, né può compiere con rapidità lo spostamento dall’acqua alla terra, come fanno alcuni dei vivipari che sono sanguigni e respirano, a causa della sua eccessiva grandezza. Era dunque necessario che potesse servirsi parimenti dell’ambiente acquatico e di quello terrestre. Come i tuffatori vengono talvolta provvisti di strumenti per la respirazione, in modo da poter restare più a lungo sott’acqua aspirando l’aria da sopra la superficie con lo strumento stesso, così la natura ha dato agli elefanti un naso di dimensioni tali da avere una simile funzione. Perciò essi respirano sollevando in alto la narice attraverso l’acqua. Come si è detto, la proboscide è effettivamente il naso degli elefanti. Perché sarebbe impossibile per il naso essere siffatto se non fosse molle e non potesse piegarsi (con la sua lunghezza impedirebbe infatti di assumere il cibo dall’esterno, come avviene, a quanto dicono, per le corna dei buoi retrogradi, che sarebbero costretti a pascolare camminando all’indietro). Esso è dunque formato in tal modo, e la natura, che suole servirsi delle stesse parti per più funzioni, gli ha assegnato l’ulteriore compito di sostituire l’uso degli arti anteriori [uJpavrxantoV oun toiouvtou tou’ mukth’roV, hJ fuvsiV parakatacrh’tai, kaqavper ei[wqen, ejpiv pleivona toi’V aujtoi’V morivoiV, ajnti; th’V tw’n prosqivwn pudw’n creivaV]. (c) Questi, nei quadrupedi polidattili, non servono soltanto a sostenere il peso del corpo, ma stanno in luogo delle mani; (b) ora, gli elefanti sono polidattili, ma non hanno zoccolo né diviso né indiviso: tuttavia, a causa delle grandi dimensioni e del peso del corpo, i loro arti anteriori servono soltanto a sorreggerlo, ed essendo lenti ed inadatti alla flessione, non hanno nessun’altra utilità. Gli elefanti hanno dunque un naso per la respirazione, come tutti gli altri animali dotati di polmone, ed esso è lungo e capace di avvolgersi perché vivono nell’acqua e sono lenti ad uscirne. (a) Essendo poi privati dell’uso normale dei piedi, la natura, come abbiamo detto, si vale del naso anche per le funzioni che vengono di solito assolte dai piedi»11.

Anzitutto contestualizziamo il passo. In PA II, 16 l’oggetto di ricerca è dato dalle differenze riscontrabili nella morfologia del sensorio dell’olfatto nei diversi animali. In generale questa parte non differisce di molto negli animali quadrupedi e vivipari, essendo maggiormente rilevanti le differenze tra questi animali e quelli dotati di becco, in cui questo svolge anche la funzione propria delle narici. Prima di giungere alle determinazioni peculiari all’animale, sono espresse una serie di caratteristiche generali che esso possiede e che fanno parte della sua natura ed hanno un ruolo nella spiegazione della inusuale struttura chiamata proboscide e della sua polifunzionalità, essendo sia la parte preposta alla respirazione che la parte di cui l’animale si serve come fosse una mano. L’elefante è per natura: M1) sanguigno, M2) terrestre, M3) palustre, M4) quadrupede. M1) e M2) richiedono l’esistenza di un tipo di respirazione polmonare (P1), e per questo ha un organo per l’olfatto (659a4-5, a10-12, a29-31). La 3) solleva dei problemi in merito al requisito posto dalla 1) e dalla 2) (659a8, a31-33). La 4) necessita che esso sia polidattileo dotato di unghia divisa e zoccolo, ma gli elefanti non hanno unghia divisa e zoccolo (659a23-26). Alle caratteristiche generali espresse in 1) – 4) ne dobbiamo aggiungere altre tre più specifiche –che dunque hanno un ruolo diverso nella spiegazione che ci accingiamo a proporre:

A) l’elefante è estremamente pesante (M*5, cfr. 659a7, a26-27),

B) l’elefante è polidattile (M*6, cfr. 659a29) e non ha piedi con unghia divisa e zoccolo,

C) l’elefante si muove dall’acqua alla terra (M*7, cfr. 659a5-6, a28, a32).

Abbiamo dunque due livelli esplicativi:

A1: data la sua natura espressa ai punti 1)-4) l’elefante deve necessariamente respirare aria (P1), deve necessariamente trascorrere gran parte del tempo in acqua (P2) e non può agilmente passare dalla vita acquatica a quella terrestre (P3): per questo motivo necessita di una proboscide lunga e flessibile. In vista di questi scopi la natura produce una proboscide siffatta.

A2: data la sua natura peculiare, espressa in A) – C), il suo enorme peso, i suoi piedi sono tali da non poter essere utilizzati per le funzioni cui sono normalmente volte nei quadrupedi polidattili. Per queste funzioni la natura si serve della proboscide che può essere utilizzata proprio come una mano (P4). L’argomento costruito sui caratteri peculiari è il seguente. Posto che: (a) a causa delle dimensioni e del peso del corpo, gli elefanti essendo privati dell’uso dei piedi si servono della proboscide in luogo dei piedi, (b) gli elefanti sono tra i polidattili ma non hanno piedi con unghia divisa e zoccolo, e (c) tutti gli animali con piedi ad unghia divisa e zoccolo (non servono solo a sostenere il peso del corpo ma stanno in luogo delle mani) sono polidattili, siccome non vale l’inverso di (c) –l’elefante è polidattile ma non ha piedi con unghia divisa. Nella spiegazione della natura dell’elefante deve essere decisivo un altro carattere. Per (b) e per (c) non vale il bicondizionale «l’animale a è B/C sse a è M» (dove M sta per l’avere piedi ad unghia divisa), ma il bicondizionale vale per (a) che risulta dunque decisivo e di connessione immediata alla proprietà M.

La connessione tra i due aspetti (M ed M*) è particolarmente evidente considerando il tipo di vita ed il ruolo della respirazione, ma va considerata l’eccezione al punto (b) data dall’elefante, in modo da articolare anche la presenza della proboscide. L’indirizzamento della materia terrosa in eccesso, invece che dar luogo a piedi con unghia divisa e zoccolo (che data la proboscide sarebbero inutili) trova qui appunto una eccezione che può essere spiegata in riferimento alla grande massa dell’animale, che procura già sufficiente difesa. Ma perché, dunque, non si hanno piedi né ad unghia divisa né ad una indivisa, per i quali la materia terrosa sarebbe in linea di principio disponibile, invece che una proboscide? La risposta è che, dato il tipo di vita palustre e terrestre sarebbe comunque necessaria la proboscide per respirare fuori dall’acqua anche se avesse piedi con unghia divisa e zoccolo –che però a questo punto sarebbero del tutto inutili. L’eventuale materiale in eccesso va dunque a costituire utilmente il robusto muso dell’animale in cui la proboscide serve sia per la respirazione che per l’acquisizione di cibo.

L’esigenza o meno di difesa, il tipo di respirazione e la presenza di una materia terrosa che gode di proprietà disposizionali opportune per essere utilizzata a scopo difensivo o per la formazione di piedi ad unghia divisa e zoccoli –presente, dunque, in una quantità finita e gestita dalla natura in vista di un fine preciso – costituiscono dati basici indipendenti. L’indirizzamento della materia terrosa in eccesso costituisce quindi il tramite di connessione tra l’implementazione degli organi atti a sostenere il peso del corpo e quelli di respirazione –nutrizione, funzioni di per sé indipendenti, ma poste in ordine di priorità per questo tramite. Se ne inferisce che, posto come dato il tipo di vita ne segue un apparato respiratorio adatto, che comporta ripercussioni sulla distribuzione della materia terrosa in eccesso, che passa ad una funzione solo se è utile all’animale, altrimenti, come nel caso dell’elefante, passa al perfezionamento della morfologia del muso. Si stabilisce dunque un ordine di priorità tra le parti dell’animale secondo il seguente ordine:

  1. tipo di respirazione,

  2. tipo di apparato respiratorio –a pari titolo, esigenze di nutrizione,

  3. esigenze di parti come la proboscide ed il muso.

Lo spazio comune su cui l’ordine delle determinazioni (parti) impone le configurazioni formali, e che permette dunque la costituzione e la presenza dell’ordine stesso, è dato dalla materia – la cui quantità si rivela un dato indipendente e di ordine davvero basilare. Vediamo ora come funziona la procedura esplicativa nell’istituzione degli ordini di priorità, che paiono effettivamente il punto focale dell’argomento. Vale la pena di notare il tentativo fallito di inversione dell’ordine di priorità nel caso dell’elefante. Se si supponesse la presenza di una proboscide che non fosse molle e non potesse piegarsi, ciò avrebbe certamente degli effetti sul tipo di respirazione e di nutrizione propri dell’animale, ma non avrebbe alcun effetto sulla presenza o meno di piedi con unghia divisa e zoccolo. In base a questo, si ricava la priorità di questa parte polifunzionale rispetto all’uso normale dei piedi nei polidattili. Tale priorità sembra confermata dal fatto che, anche nel caso vi fosse un elefante in cui fossero presenti piedi veloci ed adatti alla flessione, la proboscide dovrebbe essere comunque presente, poiché non si potrebbe eliminare il tipo di respirazione, essendo l’animale sia terrestre che palustre. Il tipo di respirazione è una determinazione fissa. Se si accettano queste premesse, e le richieste di materia poste dalle funzioni al punto di priorità 2) non sono vincolanti perché soddisfatte altrimenti ed in base a vincoli più primitivi (respirazione e nutrizione), entreranno in gioco le richieste di funzioni ancora meno prioritarie, come quelle al punto 3).

Questa procedura esplicativa si compone di un momento analitico (analisi delle determinazioni differenziali dei diversi soggetti per via comparativa), e di un momento sintetico (combinatoria delle diverse determinazioni, individuazione dei tipi dei diversi soggetti in modo che sia possibile assegnare loro un nome). In questo senso si tratta di una procedura costruttivistica; ciò che è oggetto di costruzione non sono direttamente i gruppi, ma l’istituzione di questi superviene alla ricostruzione dei singoli animali a partire da differenze giudicate rilevanti per via comparativa. Si prendono le mosse da viventi singoli nella piena concrezione delle loro determinazioni e per via comparativa si stabilisce quali determinazioni siano rilevanti: in questo modo si ricostruisce l’animale, inizialmente dato per ispezione, situandolo con una propria posizione specifica sullo sfondo del regno animale intero. Il singolo animale, dunque, viene compreso come uno dei possibili modi in cui il campo delle determinazioni differenziali coestensivo al regno animale si specifica in un singolo esemplare. L’ordine che sussiste tra le determinazioni dell’animale è un ordine di tipo modale: vi sono alcune determinazioni che corrispondono a parti necessarie ed altre a varianti possibili di esse: la qualifica modale deriva dal fatto che le determinazioni che la comparazione indica come rilevanti sono proprie delle parti dell’animale e queste parti sono svincolabili dal soggetto di partenza in modo solo relativo, in relazione alla necessità della parte per il modo di vita dell’individuo animato in esame. Ciascuna determinazione è necessaria al proprio livello di strutturazione ed è necessaria per l’appartenenza di un certo esemplare ad un certo tipo, ma può essere contingente rispetto a determinazioni più basilari, corrispondenti a tipi animali più diffusi: per Aristotele, ad esempio, la presenza di un cuore o di un suo analogo è necessaria in modo non qualificato, sia perché la struttura di ogni animale ne dipende sia perché si tratta di una parte necessaria all’essere un animale qualsivoglia; al contrario, la presenza di un becco adunco è relativamente contingente, rispetto al cuore, ma è comunque necessaria al proprio livello.

La spiegazione prende le mosse dalle interdipendenze induttive tra caratteri che si evidenziano empiricamente e, mantenendo stipulativamente fissi alcuni punti centrali, si fanno variare gli altri, fin dove è possibile, considerando, al tempo stesso, se esistono relazioni vincolanti tra le determinazioni stesse da imporre un ordine determinato tra di esse, anche qualora si cerchi di invertirlo –cercando, ad esempio, di comprendere se è possibile far variare la respirazione o l’apparato respiratorio in funzione di una proboscide dura e per nulla pieghevole. Un ordine determinato di priorità nella ricostruzione delle funzioni necessarie al tipo di vita dell’elefante è ciò che si ricava dall’argomento aristotelico. Ci si può chiedere che tipo di spiegazione sia, e come si possa ricavare un metodo rigoroso nella variazione di caratteri che in natura non si danno. Che sia impossibile anche solo immaginare un elefante senza proboscide e con piedi con unghia divisa e zoccolo per lo scienziato aristotelico è qualcosa che si vede, e non si dimostra. Sarebbe come voler spiegare perché un elefante è un elefante. L’apparente assurdità della questione si stempera, tuttavia, se si considera che l’argomento aristotelico è costruito sull’analisi delle differenze e, dunque, tiene conto di un aspetto comparativo nella popolazione dei polidattili. Invero, vi sono ragioni teoriche più fondamentali che spiegano la procedure esplicativa adottata da Aristotele in questo passo.

Aristotele sembrerebbe voler ricostruire l’elefante (analogo discorso vale per il cammello) –mostrando la necessità che l’elefante sia fatto in un certo modo. Si procede come se si dovesse costruire un animale possibile, che sia dato in uno dei mondi possibili a noi accessibili e coerenti con le leggi fondamentali della nostra biologia –che devono essere vere in ogni mondo possibile, ovvero necessarie. Si testano quindi i gradi di libertà dei singoli caratteri, svincolandoli l’uno dall’altro per quanto è reso possibile dalle nostre leggi. In questo modo emergono le relazioni tra le determinazioni (più o meno vincolanti a seconda di quali e quante determinazioni sono necessarie al tipo di vita dell’animale) ed il loro ordine di priorità. Se in un mondo possibile un animale, pur lasciando indeterminato il resto della sua natura, ha un tipo di respirazione, potrà avere un certo apparato e non potrà averne un altro; se, invece, attualmente ha un certo tipo di apparato (la proboscide) non si può sostenere che il tipo di respirazione ne dipenda, perché altrimenti, proseguendo lungo l’arco delle determinazioni e giungendo a quelle che non godono dello stesso grado di necessità della proboscide, si potrebbe dire che la disponibilità di materia per i piedi ad unghia divisa e zoccolo potrebbe imporre un apparato diverso, magari più semplice, determinando la variazione del tipo di vita dell’animale. Ma ciò non solo non avviene, ma non può avvenire poiché, paradossalmente, l’animale che si otterrebbe non sarebbe più un elefante. Prima ancora che empirico questo punto ha una valenza metafisica alquanto pregnante, essendo all’opera l’essenzialismo scientifico aristotelico. Di viventi senza proboscide e con piedi ad unghia divisa e zoccolo ve ne sono molti, basti pensare ai polidattili, ma non sono elefanti. Ciò che lo scienziato aristotelico chiama elefante è questo animale, con questa proboscide e questi piedi: si tratta di una delle configurazioni possibili che assume un gruppo di parametri sulla base dell’individuazione di una o più differenze necessarie all’animale per essere un elefante. Sulla base e di tali differenze, dunque, possiamo dire di aver ricostruito l’ordine di priorità tra le determinazioni dell’elefante, considerando come procede la configurazione dei parametri nell’assetto determinato proprio dell’elefante. L’avere una proboscide è dunque un carattere proprio dell’elefante: esprime una predicazione tale per cui L’avere una proboscide è incluso nel che cos’è dell’elefante. In questo modo possiamo concepire l’essenzialità del rapporto predicativo come una specie di operatore modale: così come diciamo che ogni A appartiene necessariamente ad ogni E, possiamo dire che A appartiene ad ogni E essenzialmente.

Una procedura in grado di considerare un elefante come un animale possibile deve necessariamente tenere ferma non tanto l’identità dell’elefante, ma quanto quella del vivente in generale, per come si specifica nell’elefante. Non si intende ridurre l’identità dell’elefante e la sua forma ad una specificazione di parametri nel campo del vivente. Nessuna identità può essere ridotta in quanto quello che stiamo ricostruendo non è il gruppo di parametri che costituisce l’elefante ma un gruppo di parametri tra quelli possibili, tenendo ferma l’identità più vasta che stiamo ora considerando: l’identità degli aventi una proboscide ad esempio. Il modo in cui poniamo l’identità degli aventi una proboscide nel nostro assetto di differenze e determinazioni non è affatto arbitrario: poniamo come necessario il tipo di vita, acquatico e terrestre. Come sostiene Gotthelf, l’identità non è stabilità per convenzione né è indessicale12. Indagando quali sono i rapporti contingenti tra i suoi caratteri dalla prospettiva del vivente in generale e quali quelli necessari entro questo elefante attuale, ricaviamo un ordine di successione che salva l’identità dell’elefante stabilita nel mondo attuale –ovvero, qui, nel linguaggio naturale degli uomini. Questa procedura aristotelica intende coniugare l’essenzialismo e la natura non arbitraria degli asserti di identità per le sostanze viventi: se l’ordine di priorità tra 1), 2) e 3) potesse essere invertito, avremmo un totale riassorbimento delle caratteristiche materiali di base dei viventi nei requisiti posti dalla loro definizione a priori. Se, invece, è possibile strutturare su più livelli il campo delle determinazioni del vivente in generale, l’identità di un animale come l’elefante sarà definita da un processo di configurazione che per una certa parte è il medesimo di altri animali (i polidattili), poi si differenzia da alcuni e non da altri (dai polidattili con unghia divisa e zoccolo), ed infine è quello specifico dell’elefante

Questo modello esplicativo risulta particolarmente illuminante – l’aporia aristotelica apre ad un percorso euristico che procede come se si volesse ricostruire l’animale, mostrando la necessità che l’animale sia fatto in un certo modo. Si procede, invero, come se si stesse ricostruendo un animale immaginario, o meglio un animale possibile, che sia dato in uno dei mondi possibili a noi accessibili e coerenti con le leggi fondamentali della nostra biologia (necessarie, ovvero vere in ogni mondo possibile). Ogni animale, inizialmente dato per ispezione, a partire dalle differenze giudicate rilevanti per via comparativa, è di fatto oggetto di costruzione attraverso un’indagine che prende le mosse da ogni singolo esemplare nella piena concrezione delle sue determinazioni. Abbiamo dunque molti esemplari di viventi dotati di percezione che sono oggetti di ricostruzione dato che le parti strumentali di ognuno rappresentano uno dei possibili modi in cui il campo delle determinazioni differenziali, coestensivo al regno animale intero, si specifica in un singolo esemplare. La procedura combinatoria, che risalendo alle parti permette di ricostruire gli interi, nel momento stesso in cui isola le diverse parti e le loro varietà sulla base dell’economia interna al singolo vivente, conduce una comparazione sistematica che, partendo dalle parti comuni e necessarie, restringe progressivamente il campo alle specie a morfologie più determinate. Le diverse combinazioni sono generate dal procedimento di scomposizione in parti, nel momento stesso in cui questo procedimento prende avvio dalle parti comuni e poi intraprende diverse vie a seconda dei diversi tipi di animali, mettendo in luce ad ogni passo i vincoli ed i gradi di libertà che limitano e specificano queste differenti tipologie. Si tratta di articolare progressivamente le determinazioni di base attraverso le differenze da esse esibite, facendo corrispondere a questa articolazione delle determinazioni del vivente una articolazione in parti.

Ad ogni livello formale di organizzazione l’individualità del soggetto è preservata, ma nella successione dei livelli è articolata e resa più determinata: dunque esistono parti corrispondenti a livelli diversi di strutturazione formale e a determinazioni più o meno grezze, ma sempre proprie di individui, inizialmente qualsiasi (di sorta Y, dove Y è un livello di organizzazione formale minimale: vivente dotato di capacità tattile), poi di natura via via più dettagliata.

1 A. Gotthelf, First Principles in Aristotle’s Parts of animals, in A. Gotthelf e J.G. Lennox (a cura di), Philosophical issues in Aristotle’s biology, Cambridge University Press, 1987, pp. 167-198: p.170.

2 A. Gotthelf, ivi, p.178.

3 A. Gotthelf, ivi, p. 193.

4Il passo è oggetto di studio anche in W. Detel, Why all Animals Have a Stomach. Demonstration and Axiomatization in Aristotle’s Parts of Animals, in W. Kullman e S. Föllinger (a cura di), Aristotelische Biologie: Intentionen, Methoden, Ergebnisse. Akten des Symposions über Aristoteles Biologie vom 24-28 Juli 1995 in der Werner-Reimers-Stiftung in Bad Homburg, Stuttgart: Steiner, 1997, pp. 63-84.

5 A. Gotthelf, cit. p. 85.

6 A. Gotthelf, The Elephant’s Nose: Further Reflections on the Axiomatic Structure of Biological Explanation in Aristotle, in W. Kullman e S. Föllinger (a cura di), Aristotelische Biologie: Intentionen, Methoden, Ergebnisse. Akten des Symposions über Aristoteles Biologie vom 24-28 Juli 1995 in der Werner-Reimers-Stiftung in Bad Homburg, Stuttgart: Steiner, 1997, pp. 85-95: p. 85.

7 A. Gotthelf, First Principles in Aristotle’s Parts of animals, in A. Gotthelf e J.G. Lennox (a cura di), Philosophical issues in Aristotle’s biology, Cambridge University Press, 1987, pp. 167-198: p.185.La trattazione di stomaco ed intestino muove da una serie di dati empirici di natura abbastanza intuitiva: si tratta di parti che presiedono all’elaborazione del nutrimento, ed hanno rispettivamente la funzione di accogliere il nutrimento assunto e di emettere il residuo che risulta dal processo di cozione. Questa differenza di funzione determina la necessità che le due parti in questione abbiano una collocazione in zone diverse della corporeità animale –sarebbe impossibile che la medesima parte svolgesse entrambe le funzioni in quanto si tratta di attività che richiedono tempi diversi, ed anche successivi. L’argomento qui riportato poggia dunque su una serie di premesse volte a dimostrare la necessità che ogni animale possegga (almeno) uno stomaco ed un intestino: (i) in merito alla natura degli esseri viventi, la premessa è che non sia possibile esistere né crescere senza nutrirsi (655 b30-2); (ii) in merito all’anima dei viventi, la premessa è che a differenza delle piante (il cui stomaco è la terra, 650a22) l’anima treptica degli animali richiede un luogo in cui venga effettuata la cozione del cibo internamente all’animale stesso. Questo punto presuppone un assunto di base di matrice ontologica vertente sull’ordine gerarchico riscontrabile tra i viventi, desumibile dalla complessità delle funzioni e, in ultima analisi, dai modi di vita tipici di ogni classe di viventi. Una premessa ulteriore (iii) è di ordine fisiologico e riguarda la necessità che il cibo venga elaborato (cotto) e che questa elaborazione produca un residuo: si tratta di una premessa che deriva direttamente dal rapporto tra le parti non uniformi e quelle uniformi di cui le prime sono costituite e dai principi di interazione delle potenze elementari. Con quest’ultima premessa l’argomento si inscrive non solo nel quadro della fisiologia aristotelica, ma anche in quello dell’analisi dei processi elementari studiato nel De generatione et corruptione. Seguendo l’analisi di Gotthelf, la spiegazione aristotelica conduce da una conclusione nominale (tutti gli animali hanno uno stomaco ed un intestino) ad una reale (tutti gli animali hanno un luogo in cui viene accumulato il cibo pronto per la cozione ed un luogo in cui viene posto il residuo della cozione), ma come questa conclusione venga a far parte della definizione solo una volta che sia stata posta come un asserto di necessità -a questo scopo sarebbero dunque mobilitate le premesse (i)-(iii). Ma perché dunque non si ha una seconda fila di denti, per i quali la materia terrosa è disponibile, invece che molti stomaci? La risposta è che, dato il tipo di cibo di cui si nutre il cammello, di elaborazione particolarmente lunga e laboriosa, sarebbero comunque necessari più stomaci anche se avesse più file di denti, che però a questo punto divengono inutili. Il cammello rumina (mhrukavzei) e dunque fa maggiormente uso di denti piatti, riportando più volte alla bocca il cibo raccolto nel primo stomaco; l’eventuale materiale in eccesso va dunque a costituire utilmente il robusto muso dell’animale dal palato molto duro e la sua lingua carnosa.

8 A. Gotthelf, cit. p. 86.

9 J.M.Cooper, Hypotetical necessity and Natural Teleology, in A. Gotthelf e J.G. Lennox (a cura di), Philosophical issues in Aristotle’s biology, Cambridge University Press, 1987.

10 In un contesto contiguo, il punto è esplicitamente riconosciuto da P. Pellegrin. In un volume del 1982 intitolato La classification des animaux chez Aristote Pellegrin ha mostrato come non ci sia spazio per alcuna interpretazione implicitamente tassonomica dei risultati e dei metodi della biologia aristotelica. P. Pellegrin, La classification des animaux chez Aristote: statut de la biologie et unité de l’aristotélisme Paris: Les Belles Lettres, 1982. In un saggio del 1987 lo studioso sostiene che «the various orderings of animals which we find in Aristotle are always relative to the point of view and the immediate objective of the inquiry […]. In the case of the terms genos and eidos, although they assuredly have a properly biological usage, they do not have a properly biological sense», cfr. P. Pellegrin, Logical difference and biological difference: the unity of Aristotle’s thought in A. Gotthelf e J.G. Lennox (a cura di), Philosophical issues in Aristotle’s biology, Cambridge University Press, 1987, pp. 313-338: 313-314. Dal momento che una corretta divisione di un gevnoV nei suoi ei[dh può essere applicata solo alle parti dei viventi otteniamo che «it must have recourse to all the ‘logical information’ which it contains and that the division of the genos can be made according to contrary eide […]  If it is to moria that the conceptual schema genos-eidos is applied most completely, it is to animal classes that  is applied most explicitly. Except for a few rare and ambiguous passages, discussed in my book, it is in fact only outside the biological corpus that Aristotle uses the words genos and eidos to speak of moria, while  within the biological corpus he constantly applies to moria the ‘technical’ terminology of difference», cfr. P. Pellegrin, cit, p. 337. La tensione teorica tra questi due punti sembra trovare soluzione, a parere dello studioso, nel passo di Politica IV, 4, 1290b25 in cui «the schema is applied sometimes to animal classes, sometimes to moria with the latter level being determinant since it is the conjunction of the moria which makes possible animal diversity», cfr. cfr. P. Pellegrin, cit, p. 337. L’interpretazione di Pellegrin prende forma sulla base di una lettura delle tesi espresse in uno studio di Balme che, per quanto sia ormai datato, ha dato avvio alla discussione: D.M.Balme, GENOS and EIDOS in Aristotle’s biology, «The Classical Quarterly», XII, 1 (1962), pp.81-98. Tale lettura, radicalizzandone le posizioni in una direzione esplicitamente anti-tassonomica, ha permesso a Pellegrin di ricavare da Aristotele un tipo di biologia che si configura essenzialmente come una mereologia in cui le parti costituiscono il livello cardinale della ricerca.

11 De partibus animalium II, 16, 658b29-659a35.

12 A. Gotthelf, First Principles in Aristotle’s Parts of animals, in A. Gotthelf e J.G. Lennox (a cura di), Philosophical issues in Aristotle’s biology, Cambridge University Press, 1987, pp. 167-198: p.185.

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