Filosofia Prima e Filosofie Seconde in Aristotele

LA METAFISICA HA UNA FUNZIONA FONDAZIONALE?

Si tratta di sviluppare una lettura congiunta (e a più livelli) dei vari testi per capire in che modo la Metafisica ha una natura “fondazionale” nei confronti delle altre scienze speciali. Con Metafisica non intendo il libro ma le sezioni di ontologia formale come Iota e Theta e quelle più propriamente “metafisiche” come Zeta-Eta. Iota non credo lo svilupperò tanto perché se allungo troppo la sezione sui colori diventa quasi un testo a sé; magari si può sviluppare per un articolo, che ne dici?

Ti riassumo quello che intendo. Il capitolo terzo di Metaph. Z fa da cerniera tra l’ontologia delle Categorie e l’ousiologia metafisica dei capitoli successivi; si tratta come sai di un dato che le interpretazioni più tecnicizzanti (quali quella di Frede-Patzig,Wedin e soprattutto Burnyeat) non fanno altro che enfatizzare e porre come chiave di volta delle proprie ricostruzioni: mi pare sia corretto sostenere con loro che il capitolo terzo del libro assolve a una funzione programmatica per ogni indagine ulteriore.

L’intero sviluppo dell’ousiologia di Z, infatti, prende le mosse dalla messa in parentesi metodologica – operata in Z,2 – del problema “popolazionale” (quali sono le sostanze?) a favore del problema criteriologico (quale è il criterio in base al quale un ente è detto sostanza). Posto questo, in Z,3 sono distinti i diversi modi (o specificazioni logiche) – tre o quattro a seconda della identificazione o differenziazione di universale e ghenos – in cui si dice la sostanza (soggetto, essenza, genere o universale) e sono aperte le tre linee argomentative che strutturano il seguito del libro: a opinione di Burnyeat si tratta di direzioni concettualmente indipendenti e parallele, per quanto in ultima analisi convergenti, a un livello ulteriore e metafisico, nell’affermazione della sostanzialità prima della forma. Tali linee si diramano nelle sezioni centrali del trattato e costituiscono l’impalcatura di base della mappatura del libro Z di Burnyeat.

Infatti Metafisica Z, 3 è sovente considerato il luogo in cui Aristotele espone la sua posizione a proposito della nozione di materia, se Bonitz, nell’Index cita questo capitolo per indicarne la definizione. L’argomento che in genere si riconosce come il punto di cesura rispetto all’ontologia delle Categorie è compreso alle linee 1029 a 5-26: attraverso una prescissione progressiva delle determinazioni delle cose si giunge a dimostrare che se la sostanza è meramente un soggetto primo,allora essa non è altro che la materia. L’argomento può essere letto tuttavia anche in modo controfattuale, ovvero come una dimostrazione per assurdo non tanto dell’erroneità del criterio dell’esser-soggetto, quanto della fallacia che consiste nel confondere il piano logico dell’ontologia su cui esso spazia con il piano propriamente metafisico che fa da sfondo al discorso ordinario. Per il nostro argomento è significativo un solo aspetto della fallacia che l’argomento mostra: l’implicazione mereologica dell’assolutizzazione di questo criterio, per cui si è spinti a ritenere che la scatolanera costituita dal soggetto ultimo non possa essere internamente articolata: se quella che si è indicata come la relatività di scala del discorso logico fosse assunta come un dato metafisico ultimativo ci dovremmo arrendere non tanto ad una ontologia indeterminata, quanto piuttosto ad una ontologia dell’indeterminato,che non ha evidentemente alcun senso.

Con il criterio di determinatezza, l’essere un certo questo, è introdotta quella scala di determinazione che entro il soggetto categoriale risultava, sulla base del solo criterio di non inerenza e non predicazione, messa in parentesi. La scatola nera del soggetto categoriale viene aperta, e ci si interroga sul principio di unità delle sue diverse determinazioni. La forma e ciò che deriva da forma e materia, ovvero il composto, si mostrano maggiormente sostanza dell’essere-soggetto: dunque,correlativamente, la materia non può essere sostanza se non è considerata congiuntamente ad una forma di un composto, e forse neanche in questo caso.

Questo punto è molto importante: pensaci e dimmi se è ok. Svilupperò questo aspetto per connettermi non solo con le definizioni di anima ma soprattutto per tematizzare la nozione “intero/corpo vivente dotato minimamente di capacità tattile” e dunque mostrare il modello costruttuvistico nella spiegazione dell’animale come passaggio da animale-possibile (aporia del sesto senso) ad animale attuale (vivente dotato di cinque sensi). Qui ho in mente Kripke. Infine, sul piano metodologico, andrà sviluppato il nesso tra differenti tipi e livelli di strutture: logico (Categorie), ontologico-materiale (opere biologiche e Parva Naturalia nell’analisi delle forme delle parti e della costituzione materiale dei cinque sensi), ontologico-formale (Metaph. Iota, teoria dei colori che lascio nella tesi di dott.), Metaph. Zeta, Eta, Theta, infine metafisico e sostantivo con il De anima.

Credo in linea generale che sul metodo si possa dire questo. L’impegno ontologico di Aristotele sembra per larga parte, anche se non certamente in ogni luogo, svincolato dalla ammissione definitiva delle sostanze sovrasensibili: è sufficiente poter pensare che ve ne siano, o forse è sufficiente che esse siano possibili. In nessuno dei suoi rami la scienza aristotelica prende a prestito da una scienza superiore, e tantomeno dalla metafisica, i propri principi e la garanzia della sussistenza dei propri oggetti: l’aspetto fondazionale deve essere al contrario inteso come dato dall’ordinamento e coordinamento regolato dei compartimenti scientifici speciali a livello metateorico; non quindi come l’accertamento di un campo super-fattuale la cui descrizione sia incontrovertibile, ma come luogo di raccordo dei diversi saperi in una prospettiva in linea di principio unificata e in linea di principio avente riscontro nel discorso comune e nelle consapevolezze preteoriche degli uomini. Ciò comporta anche che ciascuna scienza prenda parte – a prescindere dalla sua fondazione metafisica – al discorso degli uomini intorno all’essere; essa risulta dunque sempre e al contempo scienza di filosofia di un dato campo.

Portando tutto questo alle estreme conseguenze con l’ausilio di un’ipotesi si potrebbe dire, come si esprime Aristotele in Metafisica, E.1, che se non vi fossero sostanze immobili (o se almeno non si potessero ipotizzare) la fisica verrebbe ad essere la filosofia prima; ovvero, si potrebbe aggiungere, l’attributo “sensibile” nel nesso “sostanza sensibile” sarebbe soltanto una determinazione tautologica del sostantivo, non veicolante alcuna informazione aggiuntiva. Filosofia prima non è dunque (contro ogni timore neopositivistico nei suoi confronti) immediatamente metafisica: è un titolo e non una scienza, anche se certamente (contro ogni arbitraria restrizione neopositivistica dei suoi ambiti) è un titolo per una scienza. La ricerca che Aristotele compie nella Metafisica, in particolare nei libri centrali dell’opera, mostra  tuttavia come sia perfettamente possibile “sospendere” l’attributo “sensibile” e, a prescindere dall’attuale esistenza di enti soprasensibili, elaborare (in base potremmo dire alla loro mera pensabilità) una teoria della sostanza sensibile, che quindi in quanto tale non assuma l’attributo sensibile come dato, ma ne formuli la grammatica concettuale. Se questo è il caso, come Aristotele si esprime, la filosofia prima sarà altro dalla fisica e sarà “universale proprio perché prima”. 

Non intendo suggerire una chiave di lettura complessiva in rapporto a questo dibattito, ma solo introdurre lo schema più generale in cui potrebbe collocarsi una lettura di Aristotele che mantenga in stretto rapporto i temi metafisici e quelli scientifici del suo pensiero e indicare, ovviamente soltanto in accenno, la direzione di massima verso cui potrebbe muoversi. (Vedi gli studi di Donini). È forse possibile intendere questa tesi – si tratta ovviamente solo di una suggestione – non come la proposta di una nominale conciliazione di teologia e ontologia (come fu spesso intesa in contesti in cui era forte l’influenza del kantismo), ma in un’ottica più semplice: se c’è, come c’è, la possibilità di “sospendere” la determinazione sensibile delle sostanze, allora è possibile anche dare una teoria della sostanza a meno di questa caratterizzazione, dunque una teoria con un grado maggiore di universalità e per ciò stesso logicamente anteriore nell’ordine delle discipline. E inversamente, se si riesce a produrre una teoria della sostanza che spieghi la ragion d’essere della determinazione sensibile delle cose e non la assuma come data, si sarà con ciò trovato un nuovo piano di indagine.

Vi è cioè un piano di invarianza più ampio, che comprende parimenti sostanze sensibili e non sensibili e che permette di parlare di entrambe come sostanze; e questo piano andrà indagato già a livello di ontologia formale, anzi proprio a questo livello sarà possibile svincolare l’ontologia generale dalla filosofia della fisica. Lo sforzo di Aristotele nei libri centrali della Metafisica è proprio nella direzione dell’elaborazione di una simile teoria.

Filosofia prima non è dunque (contro ogni timore neopositivistico nei suoi confronti) immediatamente scienza di ciò che è al di là della fisica: è un titolo e non una scienza, anche se certamente (contro ogni arbitraria restrizione neopositivistica dei suoi ambiti) è un titolo per una scienza. Da un lato, dunque, una scienza delle sostanze deve essere possibile (pena la caduta di presupposti di sensatezza di base), d’altro lato non è ovvio quale, tra le scienze speciali, essa sia, né è ovvio quale nel dettaglio debba essere la sua articolazione; se questa è data, comunque, si tratta della prima tra le scienze.

Torniamo dunque al rapporto tra la metafisica, e la teoria generale della natura e le scienze speciali della natura. Se vogliamo comprendere e spiegare il mutamento e le sostanze sensibili, dobbiamo accogliere i principi fondamentali della fisica e le teorie quadro cui questi si connettono (teoria dei principi, teoria delle cause, teoria del luogo, teoria del tempo e così via); ciascuna scienza, poi, ha un genere soggiacente di oggetti su cui verte: come l’aritmetica ha per oggetto i numeri e una matematica generale, se essa c’è, ha per oggetto le quantità, così entro le scienze naturali avremo una scienza degli enti naturali non viventi e una scienza dei viventi, una biologia.

Alla luce della teoria della sostanza non è tuttavia ovvio che gli oggetti di qualsiasi scienza esistano in senso primo e proprio: già a livello categoriale, ad esempio, la quantità risulta dipendente da altro. Se una scienza deve poter essere considerata scienza di sostanze essa deve fornire definizioni e spiegazioni dei propri oggetti che rispondano ai requisiti posti in tal senso in sede di teoria metafisica della sostanza. Ecco dunque in quale senso può essere inteso il rapporto tra metafisica e scienze speciali. La metafisica fornisce, a partire da dati di sensatezza elementari e situandosi a un livello metateorico, il principio di unità e di ordinamento dei diversi saperi in un’enciclopedia che mette capo a una scienza prima, una scienza di sostanze. In questo modo essa garantisce anche che il sistema dei saperi conservi in linea di principio un riscontro nel discorso comune e nelle concettualizzazioni preteoriche degli uomini. 

Qual è, dunque, questa scienza prima? La biologia? O la psicologia del De anima? La conclusione di Metafisica Z.17 orienta ad attribuire in modo prioritario la sostanzialità agli enti secondo natura, e – in base agli argomenti presenti Z.16 e all’esclusione qui ripetuta degli aggregati elementari – in particolare ai viventi: la scienza prima risulta dunque la biologia. Si badi bene, tuttavia: questo risultato dipende dalla realizzabilità di una scienza dei viventi, una biologia appunto, che rispetti i requisiti posti in generale per una scienza delle sostanze. Occorre dunque guardare alla biologia aristotelica per verificare la bontà dell’affermazione aristotelica di sostanzialità prima dei viventi: la teoria della sostanza, infatti, indirizza alla costruzione di una scienza di sostanze e riceve di riflesso, dalla realizzazione di questa costruzione per certi oggetti, la convalida dei propri principi, che ne dimostravano la possibilità a partire da dati di sensatezza fondamentali. Se dunque ci rivolgiamo ora alla psicologia per metterne in luce le strutture teoriche (in particolare mereologiche evidenti nello studio delle parti dotate di capacità percettiva e corelativamente delle parti dell’anima) corrispondenti a quelle individuate in sede fisico-generale, ontologico-formale e metafisica, non è solo a titolo di riprova e di conferma di questa costruzione, ma anche perché la stessa fondazione metafisica che Z offre per la mereologia non può dirsi completa se non riusciamo a mostrare che essa effettivamente riesce a orientare alla costruzione di una scienza, nello specifico della psicologia.

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