Animali attuali e forme delle parti in Aristotele

Su questo blog ho pubblicato alcuni post dai quali si evince una lettura di Aristotele che sfrutta alcune idee, linguaggi e (forse) problematiche esplicitamente connesse alla ricerca contemporanea. Vorrei soffermarmi sulla costruzione dell’animale nella biologia aristotelica o, meglio, sul metodo costruttivistico proposto da Aristotele in biologia. 

Più volte ho scritto che la teoria percettiva presuppone un linguaggio ed una ontologia di sfondo che assume come soggetti centrali una classe di viventi nella loro articolazione mereologica: che implicazioni teoriche ha questa posizione?

Un animale per essere tale deve possedere primariamente un cuore o un suo analogo. Svolgiamo la considerazione del genos animale tenendo fisse alcune basi strutturali (come vedremo, un’organizzazione mereologica integrale vincolata alla parte principale) per studiare le differenze che si pongono su queste basi. Possiamo stabilire che sia essenziale all’essere di Socrate un animale il possesso di un cuore ma non di due occhi; il possesso di due occhi è un carattere comune, presente in molti mammiferi, pesci ed insetti. Il fatto poi che abbiano una o due palpebre, siano di piccola o media taglia, piuttosto che di un colore piuttosto che un altro sono variazioni poste su una base morfologica comune al tipo biologico di appartenenza, variazioni che comportano significative differenze al livello delle capacità che le caratterizzano. Per giungere ad una giustificazione di questo punto, ovvero della stretta connessione tra le variazioni secondo l’eidos nelle parti e le variazioni concernenti le percezioni è opportuno esplicitare alcuni passaggi concettuali.

Vediamo gli eide come forme delle parti.

L’ordine che sussiste tra le determinazioni di ogni animale è un ordine di tipo modale: vi sono alcune determinazioni che corrispondono a parti necessarie (avere un cuore), e altre che invece esemplificano varianti possibili di esse (possedere o meno una o più palpebre). Le proprietà essenziali dell’animale sono ordinate secondo un ordine che va dalle proprietà necessarie all’essere un animale di tipo P (dove P è il sortale più grezzo, che esprime la proprietà minimale del soggetto sostanziale) alle proprietà relativamente contingenti per il tipo P, ma necessarie per tipi più determinati (Q, R, S…); a ciascun livello si ha a che fare con determinazioni necessarie dell’animale in esame considerato nella sua determinazione sortale ultima. È semplice osservare che queste proprietà corrispondono ad un ordine preciso di strutturazione e di formazione per quel soggetto. La regola in cui si attua la formazione ed in cui si struttura il soggetto corrisponde ad un esaurimento progressivo dello spazio di possibilità lasciato aperto dalle determinazioni di base, e questo esaurimento si attua per imposizione progressiva di vincoli in una successione determinata. La modalità in gioco per le proprietà essenziali è dunque di tipo occamistico, nel senso che 1) le determinazioni relativamente contingenti divengono necessarie se e dove sono date, ovvero al proprio livello nell’organizzazione del soggetto; 2) e non possono darsi proprietà necessarie che non siano date immediatamente con la forma. Questo tipo relativo di modalità può essere espresso come un ordine gerarchico e vincolato: la qualifica modale è desunta dal fatto che le determinazioni che il processo di comparazione indica come rilevanti sono proprie delle parti effettive (attuali) dell’animale, parti svincolabili dal soggetto di partenza soltanto in modo relativo – in dipendenza dal ruolo più o meno necessario che ogni parte svolge nei modi di vita e nelle attività dell’individuo di volta in volta esaminato. Siffatte totalità naturali, infatti, presentano un assetto dinamico e funzionale delle parti; questa struttura plurilivellare deve mettere capo a una parte più necessaria delle altre, di cui le altre parti possono essere pensate come differenze, come parti dipendenti (ovvero come articolazioni possibili a quel dato livello di complessità organica) da una parte-principio.

Le parti integrali e strumentali sono dunque entità teliche (in un senso strutturale della finalità) e ciascuna di esse è presente in potenza come traccia nella parte principale, dispiegandosi su più livelli ilemorfici.

«bisogna innanzitutto prendere in esame le parti di cui sono composti gli animali. Dipende soprattutto e in primo luogo da esse il modo in cui si differenziano anche gli animali interi secondo la presenza o l’assenza delle parti, o la loro posizione e il loro ordine, o ancora secondo le differenze già esposte (forma, eccedenza, analogia e la contrarietà delle affezioni)», (HA, 1,6, 491 a 14-19.). 

«Vi sono in primo luogo le parti identiche per forma: così il naso e l’occhio di un uomo sono identici al naso e all’occhio di un altro uomo, la carne alla carne, l’osso all’osso; lo stesso vale per il cavallo e per tutti quegli animali che definiamo identici tra loro per la forma: infatti, come il tutto sta al tutto, così ognuna delle parti sta a quella che le corrisponde. In secondo luogo vi sono bensì parti identiche, ma che differiscono per eccedenza e difetto: sono quelle degli animali di cui è il medesimo il tipo [genos]. Per ‘tipo’ intendo, ad esempio, ‘uccello’ o ‘pesce’; ognuno di essi presenta infatti una differenza secondo il tipo, e vi sono più specie di pesci e di uccelli. […] Alcuni animali non hanno parti identiche né per forma né secondo eccedenza e difetto, bensì esse presentano un rapporto di analogia, il rapporto cioè in cui sta l’osso con la spina, l’unghia con lo zoccolo, la mano con la chela, la squama con la penna: infatti ciò che la penna è nell’uccello, la squama lo è nel pesce», (HA, I, 1, 486 a 16-b 21; anche II, 1, 497b9-13.). ***

Schematizziamo i rapporti di identità e differenza tra le parti:

a) vi sono parti identiche secondo l’eidos (il naso, l’orecchio, l’occhio di Socrate rispetto a quelli di Callia, Historia animalium, I, 1, 486 a 16-2 1);

b) vi sono parti identiche secondo il genos (486a 21-25) ma che variano per:

b1) opposizione nelle affezioni (colore e morfologia, 485 b 1-2);

b2) eccedenza e difetto (presentando gli stessi caratteri in misura maggiore o minore) ovvero: per abbondanza e scarsità, per piccolezza e grandezza, per mollezza e durezza, per lunghezza e brevità, etc..

b3) per presenza o assenza di alcune parti (alcuni animali hanno speroni, altri no, alcuni hanno cresta, altri no, 485 b 11-1); nella maggior parte dei casi, tuttavia – ovvero per quanto riguarda le parti da cui è composto il corpo nel suo insieme-, le differenze sono generalmente secondo eccedenza difetto, e non secondo presenza e assenza (485 b 14-17);

c) vi sono poi le parti identiche secondo analogia (ad esempio l’osso e la spina, l’unghia con lo zoccolo, etc., 485 b 17-22);

d) vi sono differenze secondo posizione delle medesime parti (485b22-487a1).

Secondo questa teoria, ciò che è identico secondo analogia (ovvero, grezzamente, presenta una identità di funzione) differisce secondo il genos ciò che è identico secondo il genos differisce secondo eccedenza e difetto (ovvero presenta variazioni di grado); ciò che è identico secondo l’eidos differisce secondo il numero. Gli eide possono essere intesi come unità di comparazione, elementi analoghi in tipi biologici differenti, unità che non portano necessariamente un nome: le parti strumentali divengono elementi analoghi in generi differenti, unità che vengono individuate e denominate quando la comparazione le isoli come basi di studio rilevanti in un gruppo di viventi che, ad esempio, condividono una determinata capacità: vedere, sentire, etc.. Gli eide non coincidono con i caratteri dell’animale, ma sono componenti dipendenti dalla struttura del soggetto di base che possiamo isolare astrattivamente a partire da questo grazie al ruolo da esse giocato nella comparazione stessa tra le parti integrali dei diversi animali. Si può dunque avere, tra gene differenti, la stessa funzione, tra eide differenti, che si legano a differenze di grado, un medesimo genose tra individui differenti un medesimo eidos una medesima morfologia e dimensione per una medesima funzione.

Come ha avuto modo di sostenere Lennox (1987) al di sotto dei modi dell’identità e delle differenze tra le parti è possibile scorgere una priorità nella determinazione dell’ordine delle parti individuando, nello stesso tempo, la contrapposizione tra un gruppo di parti che possono presentarsi o meno, senza che l’identità tipologica dell’organismo venga disattesa. Ci sono dunque delle parti più importanti e necessarie che si rintracciano in tutti gli esemplari del medesimo tipo, ed il cui modo di variazione è, nella caratterizzazione più generale, secondo eccesso e difetto. Questa variazione non è però univoca: si declina in modi differenti, corrispondenti a diverse scale di variazione intensiva. A partire dai passi citati possiamo mostrare che alle parti corrispondenti a determinazioni più necessarie, come la nutrizione e la percezione, corrispondono quei caratteri più generali e diffusi, mentre a quelle relativamente contingenti caratteri più particolari e localizzati (si pensi alle differenze che empiricamente si riscontrano nella conformazione degli occhi).

Avendo di fronte un animale determinato, con il genos si possono considerare tutte le forme possibili che condividono una certa organizzazione mereologica individuata su base strutturale, ovvero consideriamo un certo range di variazione ferma restando questa base mereologica necessaria -posta come vincolante rispetto ad ulteriori configurazioni. Con l’eidos invece vengono indicate tutte quelle differenze formali intese come varianti possibili che empiricamente si riscontrano su questa base strutturale (colore degli occhi, grandezza delle orecchie, etc.).

Ogni animale, inizialmente dato per ispezione, a partire dalle differenze giudicate rilevanti per via comparativa, è di fatto oggetto di costruzione attraverso un’indagine che prende le mosse da ogni singolo esemplare nella piena concrezione delle sue determinazioni. Abbiamo dunque molti esemplari di viventi dotati di percezione che sono oggetti di ricostruzione dato che le parti strumentali di ognuno rappresentano uno dei possibili modi in cui il campo delle determinazioni differenziali, coestensivo al regno animale intero, si specifica in un singolo esemplare. Le parti necessarie sono tali in rapporto al modo di vita del soggetto animato, e sono quelle che – nei termini odierni – gli appartengono in ogni situazione controfattuale sia concepibile per esso. L’identità delle parti, necessarie o meno, è dipendente dall’identità del soggetto di base, poiché in base alle regole di organizzazione di questo si determina la trama di rapporti tra determinazioni essenziali ed accidentali in base ai quali le parti vengono distinte. Ad ogni livello formale di organizzazione l’individualità del soggetto è preservata, ma nella successione dei livelli è articolata e resa più determinata: dunque esistono parti corrispondenti a livelli diversi di strutturazione formale e a determinazioni più o meno grezze, ma sempre proprie di individui, inizialmente qualsiasi (di sorta Y, dove Y è un livello di organizzazione formale minimale: vivente dotato di capacità tattile), poi di natura via via più dettagliata. Le parti necessarie sono dunque corrispondenti a un livello formale mimino, e sono perciò parti comuni.

Si consideri il seguente passo in cui, proprio in virtù della destinazione non strettamente biologica e psicologica che lo caratterizza, si esprime in termini più netti quella correlazione concettuale tra il piano della comparazione, i cui soggetti sono gli eide e il piano dell’analisi strutturale, i cui soggetti sono le parti:

«si è dunque stabilito che le costituzioni sono parecchie e per quale motivo: ma che siano più di quelle menzionate, e quali, e perché, dobbiamo spiegare prendendo come punto di partenza quel che è stato detto in precedenza. Siamo d’accordo infatti che ogni città possiede non una sola ma più parti: ora, se ci proponessimo di cogliere le forme [scil. delle parti] di un animale, in primo luogo dovremmo definire ciò che ogni animale deve necessariamente possedere (per esempio, taluni organi sensori, poi quelli adatti a digerire e a ricevere il cibo, cioè la bocca e lo stomaco, inoltre quelle parti con cui ciascuno di essi si muove): se le parti fossero queste soltanto e ce ne fossero varietà differenti (intendo cioè più tipi di bocca, di stomaco di organi sensori e inoltre di parti motorie), il numero della combinazione di queste di necessità moltiplicherà i tipi degli animali (perché lo stesso animale non può avere più varietà di bocca e così di orecchie) sicché, quando tutte le possibili combinazioni saranno state ottenute, daranno luogo alle forme [scil. delle parti] dell’animale – e saranno tante le forme [scil. delle parti] dell’animale quante le combinazioni delle parti necessarie», Politica, IV, 4, 1290b20-39..

La procedura esplicativa introdotta in questo passo presenta due componenti correlative, anche se non necessariamente successive: l’analisi delle determinazioni differenziali dei diversi soggetti, condotta per via comparativa, ne rappresenta il momento analitico. Un momento sintetico, che prevede la combinatoria delle diverse determinazioni, con la conseguente individuazione dei tipi dei diversi soggetti di modo che sia possibile assegnare loro un nome. In questo senso si tratta di una procedura costruttivistica. «La filosofia politica di Aristotele, come la sua zoologia, è in due fasi. Nella fase analitica Aristotele divide l’oggetto di investigazione, la polis, nelle sue parti (Pol., 1.1, 1252 a 18-23; IV.3, 1289 b 27-1290 a 5; IVA, 1290 b 38-1291 b 8). Nella fase sintetica descrive i diversi modi in cui queste parti possono essere messe insieme per formare una polis (Pol., IVA, 1290 b 21-39, e cfr. Top., VI. 13, 150 b 23-6). Il modo in cui le parti di una polis sono messe insieme è la sua forma; la sua forma è la sua costituzione (Pol., 111.2, 1276 a 17- b 13); e a sua volta una costituzione è una forma di giustizia», cfr., Keyt, 1991, p. 238. Il passo in esame parla infatti di varietà differenti di parti necessarie e comuni ad ogni animale, quindi si pone già su due livelli (minimi) di determinazione caratterizzati rispettivamente come una base necessaria e delle variazioni relativamente accidentali. Non esclude quindi ulteriori livelli di parti che siano necessarie alla costituzione di viventi più specifici, anche se solo contingenti, dato il vincolo posto dalle parti di ordine superiore; un processo di articolazione ulteriore che prosegua sulla via di questa combinatoria sembra anzi suggerito. L’interpretazione del passo che qui ho sintetizzato diverge, su alcuni punti, rispetto alle due interpretazioni che risultano essere maggiormente discusse a livello storiografico, ovvero quella di Pellegrin 1982 e Lloyd 1961.

La procedura combinatoria, che risalendo alle parti permette di ricostruire gli interi, nel momento stesso in cui isola le diverse parti e le loro varietà sulla base dell’economia interna al singolo vivente, conduce una comparazione sistematica che, partendo dalle parti comuni e necessarie, restringe progressivamente il campo alle specie e a morfologie più determinate. Le diverse combinazioni sono generate dal procedimento di scomposizione in parti, nel momento stesso in cui questo procedimento prende avvio dalle parti comuni e poi intraprende diverse vie a seconda dei diversi tipi di animali, mettendo in luce ad ogni passo i vincoli ed i gradi di libertà che limitano e specificano queste differenti tipologie. Si tratta di articolare progressivamente le determinazioni di base attraverso le differenze da esse esibite, facendo corrispondere a questa articolazione delle determinazioni del vivente una articolazione in parti. Possiamo infatti scorgere differenti conformazioni ad esempio degli occhi che meritano la nostra attenzione: vi sono animali con occhi duri, con e senza palpebre. L’apparato percettivo di questi animali risponde infatti a requisiti ulteriori (un certo tipo di percezione visiva più o meno definito sulla base di un certo modo di vita, ovvero a differenze secondo i modi di vita, dati i quali è necessario che tali animali abbiano occhi duri, per quanto, dati soltanto i requisiti di base dell’animalità, tale conformazione risulti contingente. Questa determinazione relativamente contingente è una differenza della determinazione di base.

Ciascuna determinazione è dunque necessaria al proprio livello di strutturazione (per stabilire l’appartenenza di un animale a un tipo biologico piuttosto che a un altro), ma può essere contingente rispetto a determinazioni fenomenicamente più basilari e diffuse. La presenza di un cuore (o di un suo analogo funzionale negli animali non sanguigni) è necessaria in modo non qualificato, sia perché l’articolazione stessa della corporeità animale ne dipende, sia perché si tratta di una parte necessaria all’essere un animale di qualunque tipo. Intendere l’ordine delle parti come una successione che muove da quelle più necessaria a quelle via via più dipendenti, ci permette di individuare, entro la struttura plurilivellare del vivente, un asse di determinazioni preciso governato dal tatto che possiamo qualificare come soglia formale del composto integrale comprendente la parte principale e le parti proto-strutturali.

L’argomentazione sin qui svolta non esclude che si possa spostare la considerazione del genos in modo da tenere fisse basi mereologiche ancora più determinate, e che di queste basi si possano studiare le differenze. Ad un simile campo di differenze sotto-specifiche possono essere ascritte quelle secondo il colore e la morfologia, che costituisce un significativo esempio di spostamento della considerazione delle basi mereologiche invarianti: l’occhio è in vista di qualcosa, mentre il fatto che sia azzurro non lo è, a meno che questa affezione non sia propria di un tipo.

A questo campo di differenze sotto-specifiche si possono indubbiamente ascrivere quelle secondo il colore e la morfologia che, nel caso degli occhi, sono legate ad una diversa capacità nella visione diurna o notturna, ed entrambi i caratteri sono causati dalla mistura in essi contenuta. La mia analisi dei cinque sensi si basa dunque su questi principi mereologici.

***Per una lettura un po’ diversa dei passi citati cfr. Balme 1962, 1987; Pellegrin 1982, 1987. Di fatto ciò che Balme ha riscontrato è che solo in tre passi introduttivi (Historia animalium, I,1, 486 a 16-b 21; Historia animalium, I,2, 488 b 30-32; Historia animalium, I, 6, 491 a 14-19), in tutto il corpus strettamente biologico, la distinzione tecnica tra genos ed eidos può essere riscontrata e che anche in questi casi tale distinzione resta vincolata ad una dottrina delle differenze di grado o secondo analogia il cui impatto nella pratica biologica appare scarso o comunque ampiamente disatteso. Secondo questa teoria, ciò che è identico secondo analogia (ovvero, grezzamente, presenta una identità di funzione) differisce secondo il genos, ciò che è identico secondo il genos differisce secondo eccedenza e difetto (ovvero presenta variazioni di di grado), ciò che è identico secondo l’eidos differisce secondo il numero. Si può dunque avere, tra gene differenti, la stessa funzione, tra eide differenti, che si legano a differenze di grado, un medesimo genos e tra individui differenti un medesimo eidos, una medesima morfologia e dimensione per una medesima funzione (cfr., ad esempio, Historia animalium, I, 1, 486 a 16-b 21). Tale teoria è giudicata da Balme di scarso impatto nella pratica biologica. Balme cita i seguenti esempi di uso non rigoroso di analogia ed eccedenza/difetto):

1) Historia animalium, VIII, 1, 588 a 25-28: analogia ed eccesso/difetto sono usati entrambi nel caratterizzare il rapporto tra uomo e altri animali: alcuni caratteri differiscono secondo il più e il meno, altri secondo analogia. In questo passo persino scienza, sapere e intelligenza sono detti essere analoghi a corrispettive facoltà animali del medesimo genos; nelle linee che seguono, a favore della prossimità o analogia dei caratteri, è portata l’evidenza embriologica.

2) Historia animalium, VIII, 2, 589 b 18; De partibus animalium, I, 5, 645 b 6: rapporto analogico istituito dentro uno stesso genere – anzi in una sottosezione di questo – tra polmone-sfiatatoio e branchia in base alla identità di funzione (raffreddamento).

3) De generatione animalium, I, 19, 727 a 3: all’interno di una stessa specie lo sperma maschile è detto analogo ai residui mestruali femminili.

4) De partibus animalium, II, 8, 653 b 36 (analogia tra ossa e spina/cartilagine) contra De partibus animalium II, 9, 655 a 32 (la cartilagine differisce dalle ossa secondo il più e il meno: il midollo, che in esse è distinto, si trova nella cartilagine rimescolato al tutto).

5) Historia animalium I, 1, 486 b 19 (analogia osso-spina) contra Historia animalium III, 7, 516 b 14-22 (all’interno del genos dei pesci e di quello dei quadrupedi ovipari vi sono analoghi della spina e analoghi dell’osso).

6) Historia animalium III, 7, 516 b 4 (variazione analogica tra i tipi di ossa) contra De partibus animalium I, 4, 644 b 11 e Historia animalium I, 1, 486 a 25 (variazione secondo il più e il meno tra di esse).

I passi in questione sembrano inoltre contravvenire alla distinzione, tanto di senso comune quanto interna alla concettualità aristotelica, tra distinzioni di grado (ovvero secondo il più e il meno) e di natura (ovvero secondo analogia).

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Un pensiero su “Animali attuali e forme delle parti in Aristotele

  1. Ciao Annalisa,
    complimenti per questo blog. Vedo che sei solo all’inizio, comunque è molto bella l’idea di condividere le tue ricerche. Purtroppo non ne so nulla di questi argomenti, quindi zero interazione con me. Ciò nonostante, trovo molto affascinanti queste questioni. Ciao!

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