Ricerche Ph.D.: argomenti sullo sfondo della mia tesi

A fine gennaio 2007 discuterò la mia tesi di dottorato. Il titolo sarà La percezione in Aristotele. Poiché nello spazio di una tesi sono riuscita ad affrontare solo una parte degli argomenti che ho affrontato nei tre anni di dottorato in Statale (XIX CICLO – A.A. 2003-2006), ho pensato di pubblicare qui le parti restanti delle mie ricerche nella speranza di innescare qualche utile discussione.

(I) Inizio con una sintesi della mia tesi di dottorato usando la coppia parte-tutto lasciata sullo sfondo dell’analisi. La mia Tesi di Dottorato concerne la struttura delle attività psichiche nei corpi viventi con particolare attenzione alla percezione, memoria e phantasia e alla formulazione di teorie – funzionaliste, strutturaliste e costruttiviste – nell’ambito degli studi contemporanei di stampo analitico. I risultati che ho ottenuto dall’analisi delle facoltà permettono uno sviluppo in queste direzioni: (1) Aristotele ritiene l’anima un set di capacità. Queste capacità non formano meri conglomerati o mucchi, ma sono parti strettamente relate l’un l’altra, in modo da formare un’unità. La concezione biologica dell’anima incoraggia a sottoporre ad indagine la continuità tra la scienza dell’anima e lo studio delle parti degli animali; in questo modo, l’unità delle strutture corporee rappresenta lo schema di base per attribuire ad Aristotele un’interpretazione del problema anima-corpo in accordo con la relazione parte-tutto. Un modo per mettere ordine nell’insieme delle parti e delle proprietà che formano il soggetto è dato dall’analisi del corpo animale. Cos’è per Aristotele un animale? Un animale è essenzialmente un corpo percipiente. Se i soggetti categoriali sono stipulati senza con questo introdurre dei criteri costanti per la loro individuazione, un primo gruppo di criteri procedurali può essere introdotto su base psicologica: i corpi naturali sono viventi e si differenziano dagli artefatti in quanto hanno un principio interno di mutamento e stasi localizzato nella parte centrale della sostanza. Le parti che individuiamo in connessione con le funzioni percettive (gli organi di senso) sono moduli operativi che hanno una valenza nell’analisi comparativa del vivente.

(2) La teoria della percezione introdotta in De anima II.5 presuppone infatti un’analisi in parti non uniformi e continue, parti sulle quali far leva per ricostruire l’interazione causale tra corpi. La percezione è descritta come un mutamento, come la trasmissione di forme sensibili senza la materia (De anima II.12). A differenza delle alterazioni ordinarie esemplificate da quelle che si verificano quando il fuoco riscalda l’aria circostante, ogni pathos percettivo è un tipo speciale di alterazione (o assimilazione) in cui la sottostante realizzazione materiale occorre solo nella parte materiale del sensorio dell’animale, quale l’occhio. Aristotele adatta la sua nozione standard di alterazione, familiare da Physics III.1-3 e da De generatione et corruptione, per rendere conto dell’accuratezza cognitiva della percezione, memoria e phantasia. Ai movimenti per parti che caratterizzano la trasmissione delle forme attraverso un mezzo (ad esempio, il suono della campana che dalla piazza giunge nella mia stanza) si contrappongono le alterazioni, ovvero i mutamenti che non hanno uno sviluppo per parti (al contrario del suono che si propaga nell’ambiente parte dopo parte, l’acqua di uno stagno si congela simultaneamente in tutte le sue parti). Quando Aristotele insiste che la percezione è un pathos, la pensa come un’alloiosis tis, un kinesthai nelle parti ha in mente l’attualizzazione di una capacità naturale che non è distrutta ma perseverata e portata a compimento. Il range dei movimenti corrisponde al genere e alla materia per la percezione (De anima II.5), ed è basato sui possessi naturali del composto, espressi sottoforma di differenze nella definizione di animale (De somno 1, 454b23-24). A questa prima spiegazione si contrappone la mereologia dell’atto, ovvero il modello esplicativo valido per la percezione che attività dell’animale in quanto intero è istantanea, e non necessita di uno sviluppo temporale per darsi.

Nella mia tesi ho preso in esame la querelle letteralisti-spiritualisti (Sorabji-Burnyeat) sulla percezione nel quadro del più ampio dibattito sui rapporti anima-corpo e della contemporanea Philosophy of Mind. Nella prima sezione, intitolata La Struttura della Percezione, mi sono concentrata sulla percezione come capacità della forma (anima) e sulla sua “traduzione” fisica nei termini di alterazione sulle parti degli animali. Ho analizzato la formula “ricevere la forma senza la materia” e i motivi per cui una classe di viventi, le piante, non percepiscono. Nella seconda sezione, intitolata I Contenuti Percettivi, ho approfondito il discorso sulle parti della forma analizzando percezione, memoria e phantasia, con particolare attenzione al nesso “memoria-tempo”, alla percezione accidentale e alla teoria dei contenuti percettivi come contenuti non concettuali. La sezione si chiude con l’intenzionalità. L’ultima parte del lavoro, Gli Aspetti Materiali della Percezione, approfondisce dal punto di vista fisico la meccanica della percezione. Vi si trova l’analisi del medium percettivo, dei colori, suoni e odori, la kinesis nel mezzo. Chiudo con la discussione del realismo percettivo e la supervenienza(o sopravvenienza) delle qualità e il concetto di necessità. Nelle numerose note sono stata costretta a relegare le suggestioni metafisiche del discorso in quanto non c’era materialmente spazio per svilupparle. Le sviluppo a seguire.

Questa psicologia richiede una fondazione metafisica: l’unità delle parti del soggetto, come l’unità di corpo e anima, non è un’unità accidentale. Questa tesi si può trovare nella teoria aristotelica della sostanza (nel libro Zeta della Metafisica). In particolare, nel passo di Socrate il Giovane si mostra che la materia del vivente non è analoga a quella degli artefatti e che la forma dell’uomo non è, come accade nelle letture funzionaliste, composizionalmente plastica. Dato che è impossibile definire l’animale senza riferirsi al movimento e alla percezione, le parti menzionate nella definizione sono solo le parti funzionali, un set di parti strutturali connesse in modo particolare al cuore, l’organo centrale della percezione.

(II) Rapporti tra Metafisica e scienze speciali. Nella letteratura specialistica degli ultimi decenni si è manifestata la tendenza a ritenere l’analisi aristotelica del vivente il centro di gravità dei rapporti tra metafisica e scienze speciali. Il concetto di natura, la distinzione tra il naturale e l’artificiale nella Fisica, e l’elaborazione della matura nozione di sostanza nei libri centrali della Metafisica (nei quali appare evidente l’interscambio concettuale con le indagini presenti nelle opere in senso stretto biologiche e psicologiche) sono esempi di questo interesse. Come mostra lo studio del 2006 di G. Galluzzo e M. Mariani, è innegabile che l’interpretazione del libro Z della Metafisica sia, in certa misura, parallela alla riscoperta di Aristotele nella metafisica analitica. I punti di contatto tra la nozione di essenza e le moderne indagini sulla necessità e la modalità sono un esempio del modo in cui ad oggi viene riproposto l’essenzialismo classico. Il primo passo da compiere nella presente ricerca è focalizzare il concetto da cui prendere le mosse: la struttura degli oggetti concreti, dove con oggetto si intende un composto di materia e forma. In particolare, tra i composti di materia e forma troviamo quelli che per Aristotele sono esempi paradigmatici di sostanze: la popolazione che fa capo ai generi naturali – uomini, gatti, cavalli, etc..

Come catturare questa struttura? Come catturare ogni membro individuale dei generi naturali? Studiare la relazione tra scienze biologiche (zoologia e psicologia) e metafisica consente di rispondere a queste domande mediante lo sviluppo di due argomenti: (i) classificare non significa spiegare. La modalità esplicativa di Aristotele in biologia è di tipo costruttivistico e mereologico e, come dimostra la critica alla dicotomia di De partibus animalium I.2-4, con “classificazione” non si intende né una dicotomia di stampo platonico né una tassonomia di tipo linneano. L’individuazione di gruppi intende infatti riportare l’attenzione sulle differenze basate sulle parti degli animali e, in ultima analisi, sulla loro struttura. (ii) Definire significa spiegare. La classificazione evidenzia la rilevanza epistemologica delle differenze basate sulle parti degli animali e il ruolo che la differenza specifica assume nella  definizione dell’individuo. Ora, dato che le Categorie ammettono almeno due tipi di individui, quale di questi è propriamente definibile? E se sono le sostanze composte di materia e forma ad essere propriamente definibili, la definizione di queste sarà della forma (eidos) soltanto o anche della materia? La soluzione è nei termini di mereologia non estensionale (in III e IV ne parlerò). Il mio obiettivo primario consiste nella difesa di una metafisica in cui la struttura ilemorfica delle sostanze trova nella coppia parte-tutto un potente strumento di comprensione, in grado di giustificare l’opzione endurantista: i generi naturali sono soggetti continuanti, entità spaziali che non hanno parti temporali e che sono interamente presenti a se stessi in ogni istante della loro esistenza.

(III) L’analisi logica dei generi naturali. Non c’è linea di demarcazione tra il pensiero logico-metafisico di Aristotele e il corpus biologico. La biologia è certamente distinta per lo meno nei termini degli oggetti di cui si dota, ma è una branca della fisica all’interno del sistema delle scienze teoretiche di Aristotele. Le varie classificazioni ed ordinamenti di animali non sono semplicemente procedure empiriche ma sono sempre relative ad una ricerca propriamente epistemica e metafisica. Questo è vero per le nozioni di genos e eidos e per le relazioni che intrattengono con i concetti di analogia e differenza. A questo proposito saranno inizialmente discussi gli studi di Lloyd (1961), Balme (1962), e Pellegrin (1982): sulla scia di Balme si intende dimostrare che troviamo solo sette passi nel corpus biologico in cui la distinzione tecnica tra genos e eidos pare obbligatoria, e che una lettura corretta di questi passi mostrerà che non sono affatto a sostegno del progetto di una tassonomia animale. (1) Alcuni testi biologici confermano lo schema che regola l’uso di genos e eidos come concetti logici, specialmente nei Topici e nelle Categorie. (2) Ma la lettura di altri testi biologici, lasciando da parte presupposizioni tassonomiche e ponendo attenzione alla struttura dell’oggetto della classificazione, conferma che lo schema concettuale genos – eidos è applicato in modo preponderante non alle classi o famiglie animali ma alle parti degli animali. È l’identità in eidos delle parti a fungere da base per l’identità delle classi animali. Da questo punto di vista la biologia è fondamentalmente una mereologia, uno studio delle parti uniformi e non uniformi.

La prima descrizione della sostanza prima, l’atomon eidos risultante dalla divisione per genus et differentiam solleva un problema: le parti delle sostanze prime sono in se stesse sostanze? È impossibile rispondere a questa domanda usando gli strumenti categoriali soltanto. Il primo tentativo di dare una soluzione al problema consiste nell’introdurre nelle Categorie due forme di dipendenza dal soggetto, essere detto di un soggetto ed essere in un soggetto, e tra due tipi di sostanze – sostanze prime e seconde. Le sostanze prime sono individui che rappresentano il livello base dell’ontologia delle Categorie, il livello in cui terminano le procedure logiche di raggruppamento in classi di generi e specie. Ma le due serie, quella di inerenza e quella di predicazione, non evitano alla catena dei generi e delle specie di far ricadere un ampio gruppo di proprietà e di parti delle sostanze prime nell’ambito del non sostanziale. La sostanza prima è, infatti, un intero atomico ed unidimensionale. Essendo un questo di una certa sorta (come questo uomo e questo gatto), un portatore di clusters indifferenziati di determinazioni, gli appartiene una modalità di composizione mereologica. Possiamo descrivere questo gatto come un tipo di intero compreso in una unità-classe (differente da un insieme vuoto), intendendo le classi come la composizione mereologica delle rispettive unità-classi. Generi e specie sono esempi di queste classi. Se il genere animale è la somma delle sue sottoclassi, lo stesso vale per questo gatto? Questo gatto è una somma mereologica che include sia elementi universali (testa, zampe) che individuali (rosso, bianco, etc.)? Dal momento che in questa teoria le parti delle sostanze, allo stesso modo degli interi, sono individui, soggetti primi di predicazione, una parte può essere per l’intero come un intero è per un altro intero, di modo che la composizione mereologica delle sostanze possa essere relegata a fatto accidentale. Le Categorie non provvedono a fornire una soluzione definitiva al problema mereologico dello statuto ontologico delle parti sostanziali, che può essere catturato solo con l’ausilio della Metafisica.

Il corpus logico contribuisce a rendere la divisione dei dialoghi platonici dell’ultimo periodo un metodo molto più regolare. Le critiche che Aristotele ha esposto nei Topici e negli Analitici sono volte a produrre un buon metodo, un metodo scientifico molto diverso da quello desumibile da Platone, rappresentato dal cambiamento nel background metafisico dalla teoria delle Forme alla teoria delle sostanze individuali (tode tina). In tema di classificazione degli animali Aristotele introduce tre regole rilevanti: (a) la distinzione ontologica tra proprietà essenziali e non essenziali, e la distinzione tecnica tra genos, eidos e diaphora (Topici IV.6, VI, e Categorie). Dai Topici Aristotele pone l’eidos come una sotto-classe del genos, ed è essenzialmente in base alla loro estensione relativa che i termini genos, eidos e diaphora sono definiti: Aristotele presenta un ordine estensionale in cui genos,e eidos non qualificano in modo assoluto una classe di oggetti poiché non indicano un livello univoco di generalità. (b) Per preservare l’unità della definizione, l’insistenza su una differenziazione continua e successiva (Analitici Secondi I.5, I.13-14 e Metafisica Z.12, H.6). (c) L’insistenza su una divisione non dicotomica, una divisione che procede per una pluralità di differenze simultaneamente (De partibus animalium I.2-4). Aristotele critica non necessariamente la divisione (in due classi) ma un uso particolare di essa che chiama dicotomia, la divisione che procede per una differenza alla volta (che sia in due classi o più), un metodo incompatibile con le procedure per molteplici differenze e che smembra i generi naturali. Dal momento che la logica della divisione è per contrari, tali differenze dovranno essere incluse in modo disgiuntivo nella definizione d’essenza dell’individuo. Poste queste premesse, è possibile dimostrare che (i) contrariamente alla tassonomia, intesa come sistema esaustivo di classi, in biologia la classificazione è condotta sulla base di considerazioni intensionali. Genere (genos) e specie (eidos), innanzitutto, non paiono associati né a livelli di generalità logica (estensione) ben precisi né a rapporti fissi di inclusione logica: se c’è una logica cui i concetti tassonomici rispondono si tratta di una logica che necessita di operatori intensionali o modali, tali da rendere conto del rapporto di vincolo sussistente tra le parti della definizione del genere sulle parti della definizione della specie. Un genos è un tipo che raccoglie differenti forme, mentre un eidos è una delle forme di un tipo; un grappolo i cui membri esibiscono le stesse caratteristiche essenziali. Il genos in se stesso può essere membro di un genos più ampio che raccoglie genera analoghi: similmente, un eidos può essere divisibile in eide, in qual caso deve essere inteso come un genos rispetto ad essi. Genere e specie possono essere coestensivi (caso corrispondente ai taxa monotipici dell’odierna tassonomia), poiché si tratta di concetti analitici corrispondenti a ranghi definiti su base strutturale, non logica. Anche la nozione di genos megiston è classificatoria, non tassonomica: esso infatti designa una classe inclusa in un insieme di classi più o meno estese, ma lontano dal designare una classe fissa per estensione: ciascun genos megiston designa in un frangente temporale un differente livello tassonomico.

(ii) La biologia è una mereologia delle forme viventi. Il corpus biologico non studia le specie ma le parti (moria) e le funzioni di queste parti: la corretta divisione di un genos nei suoi eide può solo essere applicata alle parti – ad esempio Aristotele divide in eide, in accordo con il metodo che procede per determinazioni contrarie, il genos dei sanguigni (sangue puro, sangue fibroso, sangue caldo, etc: De partibus animalium IV.12, 693b13-15), e il vocabolario usato per la divisione delle parti ricorre a tutti i contenuti logici dello schema concettuale genos-eidos. Di conseguenza, con il genos e l’eidos diamo un ordine alla variazione dei caratteri esibita nel regno animale, ponendo dei limiti (ranges) alla loro variazione, dati dal fatto che una certa variazione deve essere compatibile con la preservazione di una struttura, una parte. I limiti sono posti tenendo via via fisse delle determinazioni, secondo un ordine di dipendenza strutturale da una parte più necessaria delle altre: queste determinazioni corrispondono alle differenze specifiche presenti nella definizione della specie ed esprimono la presenza o la conformazione di una parte, a partire dalla parte centrale e necessaria fino alle parti dipendenti più contingenti. Primaria dunque è la forma del soggetto totale e delle sue parti, da questa dipende la differenza specifica; questo permette di definire le specie, entro la definizione delle quali il genere rappresenta il range di variazione compatibile con la preservazione delle strutture preordinate, la differenza rappresenta la conformazione di queste strutture che si è prescelta come individuante una struttura dipendente. Ma resta irrisolto un problema centrale: una definizione per genus et differentiam non è in grado di cogliere l’individuo, l’essenza del particolare, a meno che non si abbracci l’opzione universalista in merito allo statuto ontologico delle forme, opzione che si ritiene incoerente. Così intesa questa definizione non è in grado di rendere conto di quella molteplicità di differenze, ad esempio relative al sesso e al colore (dei capelli, degli occhi…), che vengono ascritte al dominio delle differenze materiali e per questo escluse dalla definizione.

(IV)La sostanzialità prima dei viventi in Aristotele. La riforma finale della diairesis, svolta alla luce delle procedure biologiche, rimuove le difficoltà logiche nel definire le forme animali per genus et differentiam. In che modo si pone il problema nella Metafisica? La presente analisi implica che nella Metafisica Aristotele abbandona questo modello di definizione in favore di un differente modello, ad esempio il modello di definizione che menziona
l’essenza, il principio costitutivo della cosa? La risposta negativa è una conseguenza della fondazione metafisica della mereologia biologica che dovrebbe garantire l’unità non-accidentale delle parti del soggetto afferrato mediante la classificazione e, in modo corrispondente, le parti della definizione. Questi sono i temi dei libri centrali della Metafisica: l’unità della definizione di ciò che è definibile, nel senso proprio del termine, e come il composto di materia e forma – la sostanza – debba essere definito. Questi temi sono intesi come problemi posti dalla necessità di adottare un principio non mereologico di unità e costituzione per il definiendum. Il punto di partenza è la riduzione del genos alla materia e l’identificazione tra differenza e forma. Nel catalogo dei differenti significati di genos prodotto in Metaph. Delta 28, il fulcro della nozione di genos è espresso dalla sua capacità di accettare in se stesso le differenze. In termini tecnici, la differenza massima che un genos può accettare in se stesso è la contrarietà che si ha tra opposizione di possesso-privazione e l’opposizione dei relativi. Se gli eide contrari sono solo relativi l’un l’altro (ad esempio, nel genos “numero”, doppio e metà), il genos non attualizza tutte le sue potenzialità. Un genos è dunque un’unità di contrari (Metaph. I.8) facenti capo alla struttura materiale del soggetto. L’analogia genos-materia suggerisce che il genos è un mero determinabile: il contenuto concettuale del genere è differente dal contenuto concettuale della differentia.

Le differenze basate sulle parti degli animali, nella misura in cui fanno capo alla forma, individuano quali differenze materiali sono necessarie affinché si dia e sussista il livello organizzativo di base necessario ad essere un individuo di un certo genere e di una certa specie. Si inizia in questo modo a capire che la definizione delle sostanze sensibili può menzionare entrambe, la materia e la forma. Ma perché deve menzionare entrambe, la materia e la forma? La risposta a questa domanda si può trovare nella teoria aristotelica della sostanza, principalmente in Metafisica Z. Più radicalmente, in che modo la metafisica offre una fondazione per la mereologia scientifica? La metafisica deve essere in grado di stabilire i requisiti che l’ontologia scientifica deve adottare per soddisfare il criterio di definibilità proprio delle sostanze. Il requisito di base è la presenza di una struttura multi-livellare nei viventi che sono sostanze: essi devono avere una struttura parte-tutto centralizzata, costruita intorno a una parte principale le cui condizioni di identità e permanenza sono le stesse di quelle del tutto. In questa struttura multi-livellare, la definizione della sostanza sarà la definizione della sua parte principale e questa definizione menzionerà le parti materiali della sostanza.

In nessuno dei suoi rami la scienza aristotelica prende a prestito da una scienza superiore, e tantomeno dalla metafisica, i propri principi e la garanzia della sussistenza dei propri oggetti: l’aspetto fondazionale deve essere al contrario inteso come dato dall’ordinamento e coordinamento regolato dei compartimenti scientifici speciali a livello metateorico; non quindi come l’accertamento di un campo super-fattuale la cui descrizione sia incontrovertibile, ma come luogo di raccordo dei diversi saperi in una prospettiva in linea di principio unificata e in linea di principio avente riscontro nel discorso comune e nelle consapevolezze preteoriche degli uomini. Ciò comporta anche che ciascuna scienza prenda parte – a prescindere dalla sua fondazione metafisica – al discorso degli uomini intorno all’essere; essa risulta dunque sempre e al contempo scienza di e filosofia di un dato campo. Portando tutto questo alle estreme conseguenze con l’ausilio di un’ipotesi si potrebbe dire, come si esprime Aristotele in Metafisica, E.1, che se non vi fossero sostanze immobili (o se almeno non si potessero ipotizzare) la fisica verrebbe ad essere la filosofia prima; ovvero, si potrebbe aggiungere, l’attributo “sensibile” nel nesso “sostanza sensibile” sarebbe soltanto una determinazione tautologica del sostantivo, non veicolante alcuna informazione aggiuntiva. Filosofia prima non è dunque (contro ogni timore neopositivistico nei suoi confronti) immediatamente metafisica: è un titolo e non una scienza, anche se certamente (contro ogni arbitraria restrizione neopositivistica dei suoi ambiti) è un titolo per una scienza. La ricerca che Aristotele compie nella Metafisica, in particolare nei libri centrali dell’opera, mostra  tuttavia come sia perfettamente possibile “sospendere” l’attributo “sensibile” e, a prescindere dall’attuale esistenza di enti soprasensibili, elaborare (in base potremmo dire alla loro mera pensabilità) una teoria della sostanza sensibile, che quindi in quanto tale non assuma l’attributo sensibile come dato, ma ne formuli la grammatica concettuale. Se questo è il caso, come Aristotele si esprime, la filosofia prima sarà altro dalla fisica e sarà “universale proprio perché prima”. Risulta possibile, infatti, intendere questa tesi non come la proposta di una nominale conciliazione di teologia e ontologia (come fu spesso intesa in contesti in cui era forte l’influenza del kantismo), ma in un’ottica più semplice: se c’è, come c’è, la possibilità di sospendere la determinazione sensibile delle sostanze, allora è possibile anche dare una teoria della sostanza a meno di questa caratterizzazione, dunque una teoria con un grado maggiore di universalità e per ciò stesso logicamente anteriore nell’ordine delle discipline. E inversamente, se si riesce a produrre una teoria della sostanza che spieghi la ragion d’essere della determinazione sensibile delle cose e non la assuma come data, si sarà con ciò trovato un nuovo piano di indagine. Vi è cioè un piano di invarianza più ampio, che comprende parimenti sostanze sensibili e non sensibili e che permette di parlare di entrambe come sostanze; e questo piano andrà indagato già a livello di ontologia formale, anzi permetterà proprio di svincolare l’ontologia generale dall’epistemologia della fisica. Lo sforzo di Aristotele nei libri centrali della Metafisica è proprio nella direzione dell’elaborazione di una simile teoria.

Questo implica che il livello metafisico di indagine cominci già al livello della teoria della sostanza sensibile: la metafisica speciale può quindi, credo, essere intesa almeno in parte al modo anglosassone, come indagine sulla natura fondamentale di ciò che vi è, più che immediatamente come teoria delle sostanze immobili. In questa direzione si può intendere il rapporto tra dottrina della sostanza sensibile e fisica nel senso aristotelico del termine: esse si differenziano non in virtù delle cose di cui parlano, ma del livello di analisi a cui queste sono considerate; in un caso la sostanza sensibile è considerata primariamente in quanto sostanza, nell’altro in quanto sostanza-sensibile. Si può già intuire che le procedure messe in campo dalla psicologia e dalla biologia aristoteliche per circoscrivere ed analizzare i loro oggetti  devono risultare in qualche senso paradigmatiche per l’intero campo delle altre scienze. La nostra descrizione del mondo, quindi, deve assumere i viventi come soggetti primi e come portatori delle altre determinazioni categoriali possibili (quantitative, qualitative, spaziali, temporali etc.): in particolare, poi, non è pensabile una parafrasi di questa descrizione nei termini del discorso che noi chiameremmo “fisico”, relativo cioè alla teoria dei moti (locali) ed ai soggetti di tali moti.

Questa priorità della descrizione biologica e psicologica (a grana grossa, non certamente molecolare) del mondo, alla luce di quanto detto, non significa che scienza prima e filosofia prima vengano a coincidere, ma significa che la dottrina, che la biologia produce, della sostanza sensibile animata presenta uno statuto privilegiato nella formulazione della teoria della sostanza in generale. Pur trattando per un certo tratto delle stesse cose le due discipline hanno differenti livelli di analisi, ed assumono differenti determinazioni come date; la differenza nell’ambito di determinazioni ad oggetto non comporta inoltre che in un caso si tratti di scienza in senso stretto (la biologia e la psicologia) e nell’altro (la teoria generale della sostanza) di filosofia: entrambe le discipline sono al contempo scienza di e filosofia di un certo dominio, che perciò non ricade univocamente sotto la categoria dei fatti o dei concetti, ma è costituito da un campo di determinazioni concettualmente indagabili, in un caso su un certo livello epistemico e nell’altro su un livello superiore o, eventualmente, ultimativo.

La priorità epistemologica di queste due scienze si misura allora nel fatto che l’applicazione dei criteri di identità per gli oggetti zoologici dà, con buona approssimazione, il medesimo risultato che discende dall’utilizzo dei criteri di identità metafisici (ovvero i viventi); o meglio, si misura nel fatto che l’articolazione esplicativa che biologia e psicologia offrono dei propri oggetti, risponde, come un correlato epistemologico, ai requisiti posti dalla metafisica per quegli oggetti di scienza che si debbono qualificare come sostanze. Siccome poi i criteri metafisici si presentano come ultimativi, e forniscono quindi la mappatura definitiva e l’articolazione in unità di un campo di determinazioni non qualsiasi, bensì proprio della determinazione fondamentale di esistere, si può dire che la grammatica secondo cui la biologia attribuisce nomi propri ai propri oggetti teorici (come ogni altra scienza fa) venga a porsi in un nesso di continuità, ancorché articolato e complesso, con la grammatica di attribuzione dei nomi propri agli oggetti preteorici, la cui chiarificazione è oggetto della metafisica, e risulti in questo modo definitiva.

Ciò che la metafisica aggiunge alla considerazione delle sostanze viventi è dunque un corpo di ragioni che, entrando a far parte della loro stessa concettualizzazione, spingono a ritenere che esse siano più degli oggetti di ogni altra scienza degli esistenti attuali: quelle determinazioni che invece restano vincolate a quadri scientifici particolari e non “passano” sul piano metafisico, che stipulativamente costituisce il piano di invarianza ultimativo nella considerazione degli enti, per ciò stesso sono in qualche modo ridotte; si scopre invece che l’essere vivente è una determinazione che resiste ad ogni tentativo riduzionistico. E ciò offre certamente un’ulteriore dimensione costitutiva del concetto di vivente.

1- La sostanzialità prima dei viventi. Cercherò di enucleare, entro la metafisica di Aristotele, ed in modo particolare entro la dottrina della sostanza che è contenuta nei libri centrali della Metafisica, una componente che si presti ad essere interpretata come una metateoria per la teoria psicologica e biologica; senza con ciò voler suggerire che questo aspetto esaurisca il significato complessivo dell’impresa metafisica di Aristotele. In quest’ottica, in linea con i suggerimenti provenienti dalla discussione della biologia e soprattutto della psicologia – in primo luogo la teoria della percezione di cui mi sono occupata nelle mie ricerche di dottorato – tenterò una traduzione in termini mereologici dei criteri di sostanzialità posti da Aristotele, primariamente, nel settimo libro della Metafisica.

1.1- Mereologia classica e mereologia logica. Va precisato che la mereologia per la quale è possibile trovare qualche riscontro in Aristotele (e poi nella Scolastica) presenta una differenza di fondo rispetto al modo in cui questa disciplina è oggi condotta – o in cui lo è stata almeno da Leśniewski in poi – ovvero secondo un approccio tendenzialmente estensionalista. Il punto centrale sembra essere il seguente: la mereologia-logica che viene oggi condotta prescinde metodicamente dalla multivocità del concetto di parte, ponendo come “parte” semplicemente ogni componente di un intero, e articolando la relazione di composizione/esser parte di (espressa da una costante predicativa binaria ‘P’) attraverso la formulazione di teorie determinate da un opportuno insieme di assiomi per ‘P’. L’aspetto che agli occhi di un aristotelico appare del tutto centrale – ovvero la disamina sistematica dei diversi significati di “parte” e l’individuazione tra di essi di un significato focale concettualmente presupposto dagli altri – viene perciò radicalmente ridimensionato: i diversi tipi di parte sono in una prima mossa parificati e ridotti al loro minimo comune denominatore dato dall’essere costituenti, e solo successivamente l’adozione di determinati assiomi piuttosto che altri indirizza la teoria formulata in un senso piuttosto che in un altro, e dunque ad ammettere come costituenti propri certi tipi di parti piuttosto che altri. Lo sviluppo della teoria in diverse direzioni – corrispondenti a teorie con una diversa forza e diversi modelli, con un valore descrittivo più o meno marcato nei confronti di certi ambiti fenomenici piuttosto che altri – lascia d’altra parte che la determinazione della priorità di uno sviluppo della teoria di base rispetto ad un altro sia determinato post factum (esso è oggetto di una ricerca non formale, bensì sostantiva (e d’altra parte anche meta-logica), il cui effetto è primariamente quello di stabilire l’efficacia descrittiva dei modelli per le diverse teorie rispetto ai diversi campi fenomenici che sono oggetto di ricerca di merito). L’estensionalità e la formalità dell’approccio logico alla mereologia implica dunque anche una sua neutralità ontologica di base: per fare soltanto un esempio, la formulazione di una teoria per ‘P’ in base alla quale siano ammesse somme mereologiche arbitrarie tra i costituenti non implica che ci si debba impegnare ontologicamente a favore dell’esistenza di tali enti agglomerati. A proposito della valutazione della forza descrittiva delle teorie per ‘P’, va detto anche che esistono, e sono state rilevate, difficoltà teoretiche notevoli nella formalizzazione logica del discorso mereologico implicato nell’analisi di viventi. Il livellamento logico dei tipi di parte coinvolge infatti anche la struttura gerarchica delle totalità biologiche, relegando su un piano del tutto secondario i diversi ordini delle parti (anche se non per questo necessariamente riducendo in senso ontologico la gerarchia organizzativa del vivente, per la ragione cui si è fatto cenno). Questo emerge immediatamente dall’esame della teoria minimale per il predicato P (teoria M): in base ad essa l’essere parte di si qualifica semplicemente come ciò che in logica viene detto ordine parziale, i cui assiomi sono quelli di riflessività, antisimmetria e transitività della relazione P. Ma in che modo questi assiomi conservano un valore descrittivo rispetto agli organismi viventi?

In primo luogo, per parti biologiche collocate ad un livello preciso nell’organizzazione di un vivente e dunque definite rispetto a livelli di unificazione ulteriori non ha molto senso affermare che esse sono “parti di se stesse”, a meno di non indebolire fortemente la pregnanza della relazione di esser componente al fine di acquisire un maggiore livello di generalità, che ci permetta di vedere l’identità come un caso limite della relazione P. In secondo luogo risulta parimenti problematico parlare di transitività, poiché se un mitocondrio di una cellula è parte della cellula e questa è parte di un tessuto muscolare che è parte di un muscolo delle gambe, non è ovvio che il mitocondrio possa sensatamente dirsi parte di quel muscolo.

Ancora, ed in modo più rilevante, alla struttura gerarchica del vivente si accompagna uno svincolamento, anche se solo relativo, delle parti a ciascun livello organizzativo, che permette che la materia dell’organismo sia, in un certo senso, (determinato e vincolato) in perpetuo flusso, senza che con ciò venga meno l’identità del tutto. Anche l’aspetto (moderatamente) “eracliteo” del vivente viene tuttavia del tutto sottostimato ed aggirato dagli assiomi citati, per i quali non è prevista una qualificazione temporale (implicante una permanenza del tutto), modale (implicante un sistema di vincoli) e genericamente intensionale delle componenti che entrano nella relazione P. Le distinzioni concettuali della mereologia classica e scolastica, che qui tenteremo di rintracciare in Aristotele, sembrano invece focalizzate su un campo di esemplificazioni che comprende i viventi in modo privilegiato. Introduciamo innanzitutto tali distinzioni:

− le parti di totalità mucchio non possiedono in quanto parti alcun attributo determinato, se non per accidente (ad esempio l’essere state ammucchiate insieme in un certo luogo o in una certa maniera); le parti di totalità essenziali appartengono al tutto in ogni situazione possibile in cui esso si trovi, l’identità del tutto appartiene quindi loro necessariamente e separate dal tutto esse perdono completamente la loro identità costitutiva. Le lettere che compongono una sillaba, ad esempio, separate dalla sillaba, non sono più sotto-unità di un’unità di pronuncia, ma se mai grafemi o fonemi, unità non di pronuncia ma della struttura fonologica di una lingua, dunque qualcosa di sostanzialmente differente;

− le parti di totalità integrali presentano in quanto parti degli attributi differenziali a seconda del posto che occupano nell’economia del tutto (ad esempio una mano, in quanto mano di una persona, presenta determinate caratteristiche relative al suo esserne parte, ovvero la morfologia, le connessioni con le altre parti del corpo); − le parti di totalità generiche sono parti soggettive, e sono dette soggettive perché il termine generico si predica di esse, ovvero presentano in modo distributivo i caratteri definitori del tutto (tutti i rappresentanti delle specie del genere viviparo – se viviparo è un genere – sono vivipari); − le parti di totalità potenziali, infine, sono funzioni o capacità del tutto in cui il tutto si attua, funzioni presenti nell’attualità del tutto come costitutivamente in potenza – e quindi senza risultarne separabili in atto.

In sintesi, nel quadro della biologia aristotelica il ruolo di parti di mucchi sembra spettare agli elementi, l’anima sembra essere una totalità essenziale, le parti anomeomere corrispondono alle parti integrali, mentre i caratteri dei viventi possono essere fatti corrispondere ad indici dell’appartenenza dei soggetti portatori ad una totalità generica. Veniamo ora alla discussione della mereologia metafisica.

1.2- Criteri di sostanzialità. La metafisica a paradigma psicologico che si tenterà di delineare si configura come una forma peculiare di essenzialismo, poiché postula nature determinate nei soggetti sostanziali e richiede anche sul piano epistemologico una modalità esplicativa che parta da queste; i criteri di sostanzialità, finalizzati alla circoscrizione del dominio ontologico di base, che credo si possano rintracciare in Aristotele sono i seguenti:

Criterio dell’esser-soggetto e criterio di determinatezza. Un primo criterio è di ordine categoriale: nelle Categorie Aristotele definisce la sostanza prima negativamente, come ciò che non si dice di altro e non è in altro (2 a 11-13), caratterizzando l’essere in altro (inerenza) come un essere in non al modo di parte e tale per cui ciò che è in altro ne dipende per la propria sussistenza (1 a 24-25). Con ciò è escluso che le sostanze prime siano predicati di un soggetto meno generale ed attributi accidentali di un soggetto non appartenente alla medesima categoria, ma è lasciata aperta la possibilità che siano in altro come parte (e nello specifico come una parte dotata di un certo grado di indipendenza, una parte integrale).

L’assenza di una articolazione mereologica dei soggetti categoriali è dovuta in ultima analisi alla mancanza di un criterio di determinatezza. Vediamo come: un certo soggetto S può essere introdotto in quanto F (dove F è una determinazione atomica e non accidentale, di modo che un certo F non sia predicabile di altro e non sia un attributo di altro): è un certo F. Se il soggetto è un certo F, allora esso rimarrà se stesso nella misura in cui esibisce la determinazione F: insomma, tutto quello che si può dire del soggetto è che esso è F, e viene ad essere e a mancare con la determinazione F (ad esempio “essere un animale dotato di anima razionale”). Poniamo però che la sostanza che gioca il ruolo del soggetto sia anche G (ad esempio “essere bipede”): con gli strumenti del criterio “stesso F” non potremo determinare se quella cosa che è F e quella cosa che è G siano il medesimo; ma, anche se potessimo, con ciò non sarebbe determinato se la perdita della determinazione G (ad esempio il perdere l’uso delle gambe, o il nascere senza quest’uso) sia più o meno decisiva (rispetto a F), per la conservazione dell’identità del soggetto. Nessuna pluralità e nessuna gerarchia nell’insieme di determinazioni che costituiscono una cosa può essere tematizzata con l’ausilio del criterio dell’essere-soggetto; dunque non possiamo sapere se un certo F sia il medesimo di un certo G, di un certo H, di un certo J… e a quali condizioni lo sia. In conclusione, quindi, ciò che viene messo a tema con il criterio dell’essere-soggetto è una struttura minimale, la struttura oggetto-proprietà, ed è lasciato del tutto libero il suo utilizzo ad ogni livello di scala nelle determinazioni proprie di una cosa: nel campo generale delle differenze, interne ed esterne alla costituzione di una singola sostanza, potremo sempre stabilire un portatore per ogni proprietà o attributo, ma ogni soggetto di ogni proprietà sarà differente. Conseguentemente, non essendo determinato alcun sistema di vincoli nelle determinazioni di una cosa, nessuna analisi mereologica in parti integrali può avere luogo; potremo al massimo dire che alcune componenti (ciascuna con la propria determinazione specifica) si giustappongono in maniera del tutto contingente a formare quella che il linguaggio naturale indica come una singola cosa; la natura della cosa resta però una scatola nera.

Tuttavia, sebbene l’ontologia logico-categoriale sia dunque definita a meno della distinzione tra vivente e non vivente, nella misura in cui l’organizzazione mereologica integrale che è propria del vivente è lasciata sullo sfondo, come il tassonomista linneano anche chi elabora matrici categoriali non può tuttavia non essere guidato dall’ispezione naturale e dai sistemi di identificazione propri del linguaggio naturale (per i quali, ad esempio “germano reale” è certamente più di un insieme di caratteri, ovvero un sistema di parti). Al primo criterio logico-categoriale andrà dunque affiancato un criterio di determinatezza: primo criterio logico: criterio dell’esser-soggetto: Se S è sostanza allora S non è in altro come parte dipendente e non include altro come parte soggettiva: S è un portatore di una proprietà semplice e può eventualmente essere in altro come sua parte integrale.

Primo criterio metafisico: criterio di determinatezza: Se S è sostanza allora S è un certo questo; in altri termini se S è sostanza allora le determinazioni categoriali di S sono ordinate secondo un gradiente di determinatezza e tra i portatori di ciascuna proprietà essenziale semplice esiste un rapporto di vincolo che ne fa delle parti interne integrali del soggetto sostanziale. In ultima analisi, dunque, se S è sostanza, allora le sue determinazioni essenziali sono tali da costituire una organizzazione mereologica interna ad S.

In questo modo potrà essere esclusa dal dominio dei soggetti di base una ontologia dei bare particulars, ovvero di portatori purchessia di proprietà.

Criteri logici di definibilità. A fronte dell’articolazione mereologica interna ai soggetti sostanziali, il problema che ora si pone è relativo all’identità di tali soggetti di base. La domanda si configura immediatamente, d’altra parte, nei termini del problema dell’unità della definizione, se è la definizione che ci dà l’identità di una cosa: quale è l’oggetto della definizione, ed in virtù di che cosa è un oggetto unitario capace di fornire quel principio di determinatezza che regola la sfaccettata struttura interna dei soggetti di base e garantisce anche la loro appartenenza ad una certa specie? Occorrono dunque dei criteri di definibilità o, in altri termini, occorre stabilire la regola dell’organizzazione mereologica del soggetto; i primi criteri che possono essere posti derivano da requisiti logici alla definizione d’essenza; come nel caso dei criteri appena esposti sembra infatti essere richiesta una oscillazione dal piano logico a quello metafisico-sostantivo, oscillazione che viene ripetuta in diverse strategie di approfondimento argomentativo e che sembra costituire un ulteriore elemento di affinità al discorso biologico, dal momento che la modalità esplicativa propria della psicologia  e biologia aristoteliche si fonda sull’interconnessione di approcci definitori e strutturali.

Criteri di definibilità del soggetto sostanziale: criteri logici: unità reale del definito Se S è sostanza allora S deve poter essere oggetto di una definizione reale, che non coincida con la nominalizzazione di una descrizione arbitrariamente formulata: la definizione di S sarà definizione reale nella misura in cui indica le determinazioni definitorie del soggetto come connesse dallo stesso modo di unità che è proprio del definito.

Non ridondanza della sua definizione: Se S è sostanza allora S deve poter essere definito senza che tra definiendum e definiens si generi una circolarità dovuta alla presenza in ciò che definisce di un riferimento al definito.

Identità tra cosa ed essenza (criterio basato sulla lettura de re di =def): Se S è sostanza allora S deve poter essere definito in modo che tra definiendum e definiens sussista una identità de re: l’unità propria della definizione d’essenza non è una unità di tipo qualsiasi e non appartiene agli accidenti.

Questi criteri logici presentano significative implicazioni ontologiche: in particolare viene escluso che il soggetto sostanziale possa essere uno stato di cose risultante da una descrizione arbitraria nominalizzata, in modo da renderla una descrizione definita mediante un articolo determinativo ed una forma participiale (“il f-ente”, ad esempio “l’essente uomo-bianco”). Ciò di cui si è alla ricerca quando si definisce è infatti una unità reale, essenziale, tra le determinazioni della cosa; da un lato, dunque, l’identità della sostanza non può essere presupposta nella definizione dei suoi predicati, d’altra parte l’unità dei predicati non può essere data intendendo semplicemente la definizione in modo nominale, perché ciò non escluderebbe la possibilità che noi stiamo definendo enti complessivamente accidentali. Sebbene non sia possibile stabilire a livello logico quale sia il nesso tra le determinazioni di una cosa, risulta logicamente paradossale negare che questo nesso non vi debba essere.

Criteri propriamente metafisici di definibilità. In gioco è una modalità dei rapporti tra le determinazioni della cosa, e dunque tra le sue parti, che consenta una unità reale per il soggetto; si potrebbe pensare che sia sufficiente sottrarre, fisicamente o concettualmente, alcune parti alla cosa per verificare se esse siano essenziali alla natura di questa. Ma ciò non pare sufficiente. Facciamo un esempio dei nostri giorni: si consideri un’automobile (l’esempio è artefattuale, e va preso dunque con le dovute cautele), se a questa automobile togliamo il serbatoio ed il carburante essa non è più in grado si svolgere la sua funzione come totalità, e quindi viene a mancare la sua identità specifica. Dal momento che si tratta di un artefatto la distruzione non sarà totale, poiché l’automobile potrà svolgere altre funzioni e realizzarle su questo supporto materiale modificato: potrà essere ad esempio un ripostiglio, un insieme di quattro poltrone, una sorgente di pezzi di ricambio e così via. Con ciò non si intende tuttavia che il serbatoio di benzina sia, considerato come questo oggetto concreto (con queste e queste caratteristiche) una parte necessaria al mantenimento dell’identità dell’automobile come automobile, dal momento che esistono automobili che al suo posto hanno una pila elettrica e una serie di cavi. Dovremo dunque raffinare la definizione della nostra parte ed a questo scopo sarà richiesta una analisi di merito: un fisico potrà dirci ad esempio che se non è necessario un serbatoio di benzina è tuttavia necessaria una fonte di energia potenziale di un tipo qualsiasi, se adatta a quel motore. Dunque l’identità della parte risulta vincolata a quella della struttura d’insieme del veicolo e delle altre sue parti: questo aspetto della parte che è definizionale per quanto riguarda la sua appartenenza al tutto compete a quell’oggetto concreto (il serbatoio dell’esempio) solo fin tanto che esso svolge il proprio ruolo di parte, ed una volta che l’oggetto sia “staccato” gli spetta solo per omonimia. Esistono dunque diversi livelli a cui può essere considerata una parte: ciò che occorre fare è focalizzare quel livello che rientra nell’identità del tutto (nel nostro caso il serbatoio va dunque considerato soltanto in quanto sorgente di energia potenziale). Il punto è che l’in quanto secondo cui una data parte è parte di quella totalità non può essere determinato semplicemente sottraendo quella parte al tutto e verificando se il tutto viene a mancare o meno: vanno infatti vagliate tutte le situazioni controfattuali immaginabili per una certa sostanza, e la struttura interna alle parti deve essere messa a tema, chiedendosi di volta in volta quale attributo della parte posa essere sottratto o modificato ferma restando l’identità della parte nell’economia del tutto. Occorre dunque una qualificazione del criterio basato sulla dissoluzione. criterio qualificato a partire dalla dissoluzione e di correlatività di ordine mereologico e ordine dei processi: Se S è sostanza le sue parti e le parti della sua definizione sono ritagliate in base alla fissazione caso per caso dell’in quanto secondo il quale la parte rientra nella definizione della totalità e questo coincide con la qualificazione caso per caso del processo di distacco della parte.

Anche la totalità può tuttavia essere considerata secondo molteplici aspetti, e dunque non si potrà stabilire con una regola unificata quali (aspetti delle) parti siano posteriori alla definizione della totalità e quali siano anteriori ad essa. Ma, se c’è un modo di considerare il tutto che ne presuppone concettualmente la definizione, ed un modo che la implica, c’è anche un modo che si colloca al livello concettuale stesso della totalità in esame; tale modo sarà quello opportuno per definire l’essenza della cosa. Inoltre, data la correlazione tra determinazioni della cosa e parti integrali che è già implicata nel criterio di determinatezza, possiamo dire che la determinazione formale che definisce la cosa, collocandosi al livello concettuale stesso della totalità, sarà parte della cosa, sebbene al tempo stesso sia totalità, perché è quella parte che dà il principio di identità della cosa nel suo insieme. C’è dunque una parte/determinazione che non è né anteriore né posteriore, ma che è, come Aristotele si esprime, assieme al tutto. Mentre il discorso logico-categoriale, come si è visto, lasciava indeciso l’ordine gerarchico delle determinazioni di una cosa complessa, e poteva situarsi ad ogni livello della scala di queste, e mentre il criterio di determinatezza richiedeva vi fosse una scala di determinazioni (ovvero una gerarchia tra le parti) definita, si è ora in grado di richiedere come criterio di sostanzialità il superamento della relatività di scala del discorso logico, nei termini di un criterio che richieda la presenza di una parte principale. Se questa parte è stata individuata è possibile definire in modo non accidentale i processi che comportano cessazione dell’esistenza della totalità, ed inoltre distinguere da essi un campo di processi in cui la parte principale si preserva e la totalità muta (o in altri termini, data la correlatività di parte principale e totalità, in cui la parte principale si articola). A questo campo di processi andrà poi contrapposto un campo di mutamenti accidentali che non concernono la totalità considerata in quanto definita dalla sua parte principale, ma rispetto ai quali il livello mereologico e definitorio della totalità resta invariante (questi mutamenti, che sono al di sotto della soglia formale del soggetto, potrebbero essere detti flussi materiali). Tentiamo di formulare questo criterio.

Criterio della dualità di processi e strutture: Se S è sostanza, allora i rapporti tra le determinazioni dipendenti e non dipendenti in base alle quali sono ritagliate le parti mettono capo ad un principio unitario o parte principale, di cui l’intera struttura mereologica è una articolazione interna, e rispetto alla quale vi sono altre parti il cui distacco risulta meramente contingente; correlativamente, c’è un processo qualificato che si definisce come articolazione della parte principale ed un processo in cui il soggetto assume determinazioni categoriali in modo relativamente accidentale senza che la sua struttura e natura ne siano coinvolte.

La sede primaria della sostanza come soggetto composto è dunque la parte principale, ed essa è anche la sede della definizione della sostanza: la rilevanza dei caratteri o delle determinazioni assunte come definitorie del termine generico è misurata in base al sistema di rapporti tra di esse, sistema che mette capo alla parte principale, con una conseguente subordinazione delle totalità generiche e delle totalità mucchio alla struttura mereologica integrale. Aristotele si esprime infatti in questi termini: “sono quelle più importanti, che costituiscono la sede primaria della definizione e della sostanza, per esempio si può porre il cuore o il cervello, e non fa nessuna differenza che si tratti dell’uno piuttosto che dell’altro. L’uomo, il cavallo e le altre cose che in questo modo si riferiscono a individui, ma sono universali, non sono sostanze, ma composti determinati di questa definizione particolare e di questa materia particolare, prese in universale: l’individuo, per esempio Socrate, è costituito ormai dalla materia ultima, e analogamente si può dire delle altre cose”, (Metaph. 1035 b 25-31; trad. Viano modificata).

Che ad esempio “animale” corrisponda alla considerazione in universale del livello di strutturazione base della parte principale riceve giustificazione di merito, dal momento che se la parte principale dell’animale è per Aristotele il cuore e se la sua considerazione ad un livello base sarà “dotato di (un analogo a ciò che è il) cuore”, ovvero “dotato di un (centro del) sistema nutritivo che si svolge attraverso il medium di un liquido di trasporto (sangue o suo analogo)”, e se, su un’altra base di merito (la psicologia del De anima) scopriamo che ciò significa “dotato di un principio dell’attività treptica e di una sede della facoltà sensitiva”, ovvero “dotato di anima sensitiva, almeno minimalmente”, possiamo capire come il tipo o genos “animale” (ovvero “dotato di anima (minimalmente) sensitiva”) possa essere ricavato dalla considerazione in universale del soggetto, che è individuale, nella sua parte centrale che si conserva su ogni livello gerarchico di strutturazione. Naturalmente la definizione di un soggetto potrà attuarsi su più livelli e a diversi gradi di ricerca scientifica: in universale il gatto Robespierre sarà “un certo dotato-di-cuore”, ovvero “un certo animale”; di Robespierre ci sarà definizione in quanto animale, in quanto mammifero viviparo, in quanto felino, in quanto gatto (e si potrebbe proseguire), ma ciò non toglie che la definizione sarà sempre di un individuo, seppure in universale. Se vi deve essere la dualità di processi e strutture richiesta nel criterio precedente, ciò significa che lungo l’asse delle determinazioni strutturali di base, che articolano la parte principale, si deve avere una continuità, che invece non può darsi nel caso delle determinazioni accidentali. Tale continuità impedisce dunque che una determinazione relativamente grezza o relativamente materiale (in questa struttura di base) possa realizzarsi diversamente che nella determinazione formale in cui di fatto si articola. Gli esiti formativi di un soggetto sostanziale possono dunque variare solo entro il range di variabilità consentito dal mantenimento della continuità tra le sue determinazioni strutturali.

Criterio dell’esclusione di una realizzabilità multipla della forma: Se S è sostanza allora il nesso di unità tra le determinazioni della cosa è tale per cui determinazioni necessarie appartenenti all’articolazione della parte principale non possono essere fatte variare ferme restando altre determinazioni strutturalmente preordinate.

Questo criterio ha una formulazione esplicitamente modale, dato che concerne le possibilità formative concesse su una certa base; possiamo però dire anche questo: se non è possibile che materie differenti nella struttura di base realizzino la medesima forma, significa che non è possibile distinguere i requisiti posti dalla forma per la propria realizzazione dal modo particolare in cui una certa materia assolve a quei requisiti. Non è possibile dunque distinguere tra la materia intesa come questa materia qui, nella sua concretezza, dalla materia come l’insieme delle proprietà disposizionali necessarie alla realizzazione di una certa forma. Tale distinzione sembra tuttavia possibile nel caso degli artefatti (possiamo ad esempio distinguere le caratteristiche richieste ad una materia per l’essere materia di un tavolo, dalla materia che in una certa occasione le realizza), mentre è dubbio che una simile distinzione sia possibile nel caso di enti matematici, composti inanimati (per Aristotele gli elementi e le loro misture) e soprattutto nel caso dei viventi. Ma i composti elementari (se di omeomeri si tratta, ma sembra proprio che la composizione anomeomera sia riservata ai viventi) possono essere soggetti a divisioni massive senza che l’identità del tutto ne sia affetta e, correlativamente, i processi elementari presentano una peculiare reversibilità, dal momento che, appunto, non c’è un soggetto che in essi si trasforma: questo porta a pensare che il tipo di totalità qui esemplificata sia una totalità mucchio e quindi non presenti un principio di unità e di identità del tutto. L’emergenza di parti anomeomere sembra quindi connettersi strettamente alla sostanzialità di un soggetto.

Criteri metafisico-epistemologici. Ora, la spiegazione di soggetti sostanziali è la definizione d’essenza: questi soggetti, per quanto individui, sono internamente strutturati su più livelli attorno ad una parte principale che si articola in tutti i livelli ulteriori e sussiste in ogni situazione possibile in cui quel certo individuo si dà. La spiegazione scientifica della natura di un soggetto sostanziale sarà dunque l’analisi dell’individuo in una continuità di piani ilemorfici emergenti incardinati nella parte principale. Se è così, si può dunque dire in linea generale che la sostanza è primariamente la forma sostanziale, intesa come ciò che dà la regola ed il principio d’essere e di conoscenza a questa continuità di piani, in quanto è la forma della parte principale. Nella ricerca mereologica, che si interroga sulle situazioni possibili per un certo soggetto che deve restare se stesso, partiamo sempre da una forma che è data e che costituisce il principio della ricerca scientifica e esplicativa; possiamo dunque aggiungere un criterio metafisico-epistemologico ulteriore. Criterio di conoscibilità del soggetto sostanziale: la forma è principio: se S è sostanza allora di essa c’è conoscenza e tale conoscenza è possibile perché anche ciò che è unitario in base ai criteri di unità della definizione possiede una articolazione interna che ne rende possibile la conoscenza discorsiva; nella struttura mereologica della sostanza vi è infatti una determinazione formale ultima che veicola l’identità e l’unità della cosa è che è data e conosciuta in modo differente e non discorsivo, come un principio. Si può dire che la forma sostanziale corrisponda a livello mereologico ad una totalità essenziale, le cui parti non possono venire meno facendo salva l’identità del tutto, una totalità per cui non è previsto mutamento mereologico e che si situa al vertice organizzativo della totalità integrale (per la quale invece un mutamento mereologico è previsto). Il modo d’essere della forma sostanziale è da Aristotele connotato in termini di attualità. S è sostanza se e solo se la sua forma è attuale.

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