Parti, potenze e realizzabilità multipla in Aristotele

Che le parti siano potenze è tematizzato in modo esplicito nelle pagine della Metafisica di Aristotele:

«è evidente che anche delle cose che sembrano essere sostanze la maggior parte sono potenze: le parti degli animali (infatti nessuna di esse presa separatamente esiste, invece, una volta separate, anche allora esistono tutte come materia), e la terra, il fuoco e l’aria1. Infatti, nessuna di queste cose2 è un’unità, ma è come un mucchio3 prima che siano cotte4 e da esse nasca qualcosa che sia unitario.Qualcuno potrebbe pensare che soprattutto le parti degli esseri animati e quelle più prossime all’anima siano in entrambi i modi, in potenza ed in atto, perché hanno nelle giunture qualcosa da cui deriva il movimento: per questo alcuni animali vivono anche dopo essere stati sezionati. Ma tuttavia queste parti sono soltanto in potenza, quando costituiscono un’unità continua per natura, ma non per violenza o per congiunzione naturale: questa è infatti una anomalia [fanero;n de; o{ti kai; tw’n dokousw’n ei\nai oujsiw’n aiJ plei’stai dunavmei” eijsiv, tav te movria tw’n zwv/wn (oujqe;n ga;r kecwrismevnon aujtw’n ejstivn: o]{tan de; cwrisqh/’, kai; tovte o[nta wJ” u{lh pavnta) kai; gh’ kai; pu’r kai; ajhvr: oujde;n ga;r aujtw’n e{n ejstin, ajlloi|on swrov”, pri;n h] pefwh/’ kai; gevnetaiv ti ejx aujtw’n e{n. mavlista da[n ti” ta; tw’n ejmyuvcwn uJpolavboi movria kai; ta; th'” yuch'” pavreggu” a[mfw givgnesqai, o[nta kai; ejnteleceiv/a kai; dunavmei, tw’/ ajrca;” e[cein kinhvsew” ajpov tino” ejn tai'” kampai'”: dio; e[nia zw’/a diairouvmena zh’. ajllo{mw” dunavmei pante[stai, o{tan h\/ e{n kai; sunece;” fuvsei, ajlla; mh; biva/ h] sumfuvsei: to; ga;r toiou’ton phvrwsi”5.

La totalità data con gli elementi ed i composti elementari è una totalità mucchio, priva di un principio interno di coordinazione che permetta l’istituzione di rapporti regolati tra le parti e dunque di una parte principale e di processi di formazione che portino alla determinazione del composto attorno a questo fulcro centrale. I composti elementari possono essere infatti soggetti a divisioni massive senza che l’identità del tutto ne sia affetta. Correlativamente, i processi elementari presentano una peculiare reversibilità –in essi c’è un soggetto che permane e che in essi si trasforma.

Dal principio per cui una sostanza non può essere un composto di più sostanze di per sé sussistenti6 segue che tutto ciò che comunemente è ritenuto essere sostanza in realtà non lo è: le parti strumentali hanno un’unità solo in quanto parti del composto integrale7. Non si tratta di una semplice eliminazione delle parti dell’animale dall’alveo delle sostanze, bensì una riqualificazione di suddette parti: le parti dei composti integrali sono sia potenzialità che attualità. L’assunto è plausibile in quanto nel De anima le facoltà sono descritte sia come potenze (potenze2) del vivente, sia come attività (attualità1)8. Se però accogliamo la proposte di Frede-Patzig e intendiamo il kai; ta; th'” yuch'” come aggiunta epesegetica a ta; tw’n ejmyuvcwn movria intendendo qui quelle parti del composto integrale più vicine all’anima dunque che intrattengono una relazione necessaria con l’assetto funzionale del vivente. Si rafforza l’idea che tra elementi e parti del vivente, per quanto nella prima parte del passo se ne evidenzino gli elementi di continuità al fine di porli sullo stesso piano, esista una differenza di fondo che non viene considerata come rilevante, dal momento che ciò che conta è che si tratta di parti in potenza rispetto al tutto che vive. Si dissolve l’apparente stranezza che deriverebbe dalla presentazione di parti dell’anima che non sono ritenute oujsivai né sono in potenza. Il periodo «mavlista da[n ti” ta; tw’n ejmyuvcwn uJpolavboi movria kai; ta; th'” yuch'” pavreggu” a[mfw givgnesqai, o[nta kai; ejnteleceiv/a kai; dunavmei, tw’/ ajrca;” e[cein kinhvsew” ajpov tino” ejn tai'” kampai'”: dio; e[nia zw’/a diairouvmena zh’» pone un altro problema: in alcuni animali ci sono delle parti che sembrano avere principi di movimento propri. Si tratta di quelle parti che una volta amputate dall’organismo risultano ancora in grado di muoversi e addirittura di vivere. La menzione di quegli animali che vivono anche divisi, avendo più principi vitali, anche se soltanto uno di essi è di volta in volta in atto, potrebbe deporre ulteriormente a favore della lettura di Frede-Patzig che qui accogliamo, dal momento che in tal caso esistono diverse sedi primarie dell’anima, sebbene solo una possa essere in atto, altrimenti si avrebbe una mostruosità. Viene sempre presupposto che l’unità dell’intero, in cui normalmente una parte svolge la sua funzione, sia un’unità conforme a natura, e non il risultato di una deviazione casuale dall’ordinario processo di sviluppo9. Non vi sono, infatti, diverse parti dell’anima in potenza, ma diverse sedi di un’anima che è sempre in atto finché l’animale è in vita.

Parti e composti

La spiegazione scientifica della natura di un soggetto sostanziale sarà dunque l’analisi di un individuo in una continuità di piani ilemorfici emergenti incardinati nella parte principale. Questa tesi, da minimale requisito di sensatezza interno alle nostre argomentazioni, deve diventare una posizione metafisica positiva. A tal fine è necessario produrre un’analisi di merito che abbia ad oggetto la nozione di parte specificando di volta in volta a quale parte si faccia riferimento nella spiegazione adottata. Ci proponiamo dunque di far emergere la relazione tra le parti strumentali e il composto integrale, da un lato, e quella tra la parte principale e il composto integrale dall’altro. Posto che il problema si configura nei termini della relazione di proporzionalità tra le parti della cosa (che è identica all’essenza sulla base del dettato di Z, 6) e parti dell’essenza, si tratta di vedere, nello specifico, se e come la definizione delle parti deve stare in quella della totalità (la definibilità si configura come una specificazione della sostanzialità).

«Dato che [i] la definizione [oJ oJrismov”] è una nozione [lovgo”]10 e [ii] ogni nozione ha parti [pa’” lovgo” mevrh e[cei], e la nozione sta rispetto alla cosa, come la parte della nozione sta alle parti della cosa, [iii] sorge ora questa difficoltà: se la nozione delle parti debba stare nella nozione della totalità [povteron dei’ to;n tw’n merw’n lovgon ejnupavrcein ejn tw/’ tou’ o{lou lovgw/] oppure no. È evidente che in certi casi i discorsi delle parti stanno in quelli della totalità, in altri casi no [ejnivwn me;n ga;r faivnontai ejnovnte” ejnivwn d ou[11.

Il senso del passo è il seguente: la nozione della totalità deve contenere quella delle sue parti? Nel fornire una soluzione provvisoria al problema delle parti della definizione, nella prima metà del capitolo (1034b32-1035b3) Aristotele si serve di una distinzione preliminare: quando ci chiediamo se le parti di qualcosa rientrino o meno nella sua definizione dobbiamo chiarire la natura di questo qualcosa. La tesi sostenuta in [ii] prevede che per ogni formula definizionale F che abbia f come parti, e che sia relata ad un ente E, che abbia e come parti, vi sia una corrispondenza tra f ed e. Si tratta di una formulazione alquanto generale volta ad opporre tw’n merw’n lovgo” e tou’ o{lou lovgo”: non è chiaro né se essa valga per tutte le parti di E o, in caso contrario, per quali parti valga e per quali no, né quale sia la natura esatta di questa corrispondenza tra le parti della nozione e quelle della cosa. Infatti, per come il problema viene posto, non si tratta di chiedersi se la nozione di una cosa contenga quella delle sue parti, ma solo se debba fare riferimento a tutte le sue parti.

Peraltro, l’espressione «la nozione di x» è polivoca12: può riferirsi all’espressione linguistica con cui si rende il che cos’è di x, ma può anche riferirsi direttamente al che cosa di x; Aristotele potrebbe volere dire che il che cosa delle parti di x è contenuto nel che cosa dell’intero, pur non volendo necessariamente dire che la formulazione linguistica espliciti il che cosa delle parti, essendo sufficiente che esse siano menzionate in essa. Anche ammettendo questo secondo caso, tale menzione fa comunque riferimento alla loro natura essenziale, ed è difficile pensare che qui si intenda distinguere un caso in cui la nozione è solo menzionata da un caso in cui sia anche contenuta nella definizione dell’intero: il punto per noi essenziale è che sin d’ora si può intuire che il che cosa di non tutte le parti potrà rientrare nel che cosa dell’intero.

Tanto più che, mantenendo una distinzione tra una parte ed il lovgo” della parte, solo il lovgo” che esprime la necessità di quella parte nella natura essenziale dell’intero potrà rientrare nel lovgo” dell’intero. Non si tratta dunque solo di stabilire i rapporti di anteriorità e posteriorità tra le parti e il tutto e quali parti rientrino o meno nella definzione degli interi13, ma soprattutto di stabilire per quali parti valgano queste relazioni e in merito a quali interi abbia senso porre tale relazione: se un intero è per natura capace di percepire, allora la relazione tra le parti sarà misurabile ed istituibile sulla base di questa capacità. Mettiamo in evidenza il primo punto per noi significativo con un esempio: il mio gatto non è semplicemente la combinazione delle sue parti e, dunque, non si lascia comprendere pienamente a partire da un’analisi delle sue parti – ad un livello generale possiamo dire che carni, ossa e nervi sono parti materiali del gatto, in cui il gatto si corrompe e che non entrano nella sua definizione.

A ciò si aggiunga che alcuni tipi di parti, come le parti strumentali, le chiamiamo in questo modo appunto per la funzione che svolgono nell’espletamento delle capacità che per natura appartengono all’animale. Se caratterizziamo un pezzo di materia organica come un dito, nell’atto stesso con cui lo indichiamo e gli attribuiamo un nome esso contiene già il suo essere parte dell’intero: vale a dire un certo tipo di parte di un certo tipo di vivente. Ma ciò non sembra ancora sufficiente. La teoria della percezione ci permette di qualificare ulteriormente la parte di volta in volta messa a tema: quel determinato pezzo di materia organica si lascia comprendere solo in quanto parte strumentale, ovvero come articolazione ad un certo livello di complessità della parte principale. Solo nella misura in cui alcune parti presuppongono l’intero potremmo sostenere che l’intero è anteriore alle parti. Diventa agevole mostrare come questo problema si connetta a quello della definizione. Se alcune parti si possono comprendere solo in quanto parti dell’intero (un dito, l’angolo acuto) ne consegue che il loro lovgo” debba contenere un riferimento all’intero e non, viceversa, che l’intero vada definito facendo riferimento alle parti –si badi che viene lasciata aperta la possibilità logica che un ulteriore tipo di parte possa rientrare nella definizione dell’intero.

In ogni caso, poiché quando definiamo una cosa possiamo intenderla o in quanto forma o in quanto composta di materia e forma, le parti materiali non rientreranno nella sua definizione non essendo in alcun modo parti della forma. Ma di quali parti stiamo parlando? La formulazione parti materiali è ancora troppo generica. Scrive Aristotele: «Il termine ‘parte’ si dice in molti modi, uno dei quali è di essere unità di misura secondo la quantità; ma [questo significato] mettiamolo da parte: dobbiamo invece occuparci di quelle che sono le parti della sostanza»14. Risulta qui irrilevante l’uso del termine parte nel senso di unità di misura. Per comprendere di quali parti stiamo parlando, dovremo dunque raffinare la definizione della nostra parte sottoponendola ad una analisi di merito in base al ruolo che essa svolge all’interno del composto: l’identità di una parte risulta vincolata a quella della struttura d’insieme di cui essa è parte, come peraltro dalla relazione che la lega alle altre parti. La tesi che in questa prima parte del capitolo Aristotele sostiene è la seguente: dato che distinguiamo tra la materia, la forma ed il composto di entrambe, ed essendo tutte e tre oujsiva, ci sarà un tipo di oujsiva di cui la materia o una parte materiale è parte, ed un tipo di oujsiva di cui la materia o una parte materiale non è parte. Se dunque possiamo intendere una sostanza sia sotto il profilo per cui essa è forma, sia sotto il profilo per cui essa è un composto ilemorfico, potremmo sostenere che le parti materiali saranno parti della sostanza in quanto parti di un composto ilemorfico e, al tempo stesso, che non saranno parti della sostanza in quanto non saranno parti della forma. Se di ciascuna parte va considerato un dato aspetto corrispondente a una determinazione rilevante per il tutto, ovvero un dato aspetto formale, ne deriva che della materia non sarà fatta menzione nelle definizioni, almeno non se essa è considerata per sé e dunque in modo del tutto indeterminato. Come stabilire il livello di determinazione delle parti per cui esse rientrano nella definizione del tutto direttamente o per mediazione di altre parti strutturalmente e definizionalmente preordinate che rientrano direttamente in tale definizione?

Una prima osservazione di carattere generale: i rapporti di anteriorità vengono introdotti come rapporti che sussistono tra alcune o tutte le parti ed il tutto, dunque in modo qualificato e relativo, e attraverso l’esempio che gioca qui una funzione apparentemente generale dell’angolo retto e del cerchio (1035 b 6-10), che risultano, dice Aristotele, anteriori rispetto alla definizione all’angolo acuto e al semicerchio che ne fanno parte, in modo analogo a un dito rispetto all’uomo di cui è il dito (1035 b 10-11). Sembra tuttavia che in queste esemplificazioni entri in gioco un significato di parte che Aristotele ha in precedenza escluso dall’analisi (il concetto di parte come unità di misura) al fine di focalizzare il significato di parte come parte di una sostanza. Non è però escluso, ma anzi potrebbe ricevere conferma da questo tipo di esemplificazione, che l’esclusione delle unità di misura possa essere intesa diversamente, in modo da risolvere l’apparente problema che deriva dal riferimento all’angolo retto: con questa esclusione si direbbe semplicemente che occorre risalire dall’unità di misura al supporto formale che consente l’applicazione di quella unità di misura, che è appunto fondata su un aspetto strutturale nel misurato, stabilito a meno della diversità tra le diverse occorrenze dell’unità di misura. In tal caso le unità di misura rientrano nella disamina delle parti della sostanza, sebbene non in quanto misurazioni quantitative effettive, bensì in quanto supporti formali che consentono la misurazione quantitativa: possiamo cioè dire che un angolo è una tale frazione di un retto perché riconosciamo nell’angolo la forma semplice, che nella misurazione è ripetibile per accidente (e anche divisibile per accidente se il coefficiente della ripetizione è frazionario), di un angolo retto. Non è ovvio dunque che l’angolo retto giochi qui il ruolo del tutto in senso quantitativo, poiché lo stesso esempio avrebbe potuto essere fatto con l’angolo ottuso, che è pure tale rispetto a un retto: ciò che questa introduzione al riesame del problema dell’unità della definizione vuole focalizzare è semplicemente la trama di rapporti di anteriorità e posteriorità che sussistono tra una parte e un tutto o viceversa a seconda del modo della totalità.

L’esemplificazione, apparentemente neutrale rispetto ai rapporti mereologici stabiliti, potrebbe rappresentare proprio una conseguenza dell’esclusione delle parti quantitative o forse una riproposizione della stessa restrizione (dal momento che Aristotele dichiara di voler riesporre qui quanto argomentato nella prima sezione di Z,10 in un modo più chiaro). Ad essere in gioco non è la misura quantitativa – e quale angolo sia più grande ma la dipendenza del misurato dall’unità di misurazione, che è tale non in virtù dell’essere parte o tutto secondo la quantità, ma secondo la sostanza. L’esempio seguente (1035 b 10-11), il dito dell’uomo, aiuta poi a correlare i rapporti di anteriorità e posteriorità ai rapporti sussistenti tra materia e forma (per inciso, se pure attraverso una analogia, gli enti matematici vengono qui considerati come composti di materia e forma, attribuendo al misurato il ruolo di materia). La conclusione generale è dunque la seguente: «tutte quelle che sono parti in quanto materia, e nelle quali le cose si dividono in quanto materia, sono posteriori, e tutte quelle che sono parte della definizione e della sostanza, quale si determina attraverso la definizione, o alcune di esse, sono anteriori», 1035b11-14.

Essendo impossibile stabilire a priori e per ciascun caso quali parti materiali rientrino e quali non rientrino nella definizione, il punto del ragionamento non è il fatto che i costituenti materiali del composto permangano alla dissoluzione di esso, quanto piuttosto il modo determinato in cui il loro distacco causa cessazione della esistenza della cosa. In questo caso dunque vedere in quali parti si dissolve la cosa può essere utile a capire quali siano le parti della cosa e della sua definizione, purché si consideri che la dissoluzione deve essere circostanziata in modo da considerare la perdita o il distacco della parte materiale in quanto essa occupa un certo aspetto del tutto, o in quanto essa ha una forma che è connessa in modo continuativo, sebbene sia subordinata, alla forma della totalità. Nel caso dei viventi in base al principio di omonimia il criterio della mera sottrazione delle parti non funziona: dobbiamo considerare le parti del gatto ai rispettivi livelli di strutturazione e stabilire in che misura occupare un livello piuttosto che un altro (essere una una zampa o essere il cuore) sia un aspetto vincolato all’attualità del tutto e che risulta giustificato dalle attività proprie del gatto, come la la percezione.

La percezione ci permette di produrre una riformulazione qualificata dell’argomento basato sulla mutilazione ed una riformulazione qualificata del concetto di parte materiale. Quale ratio della composizione permette di distinguere i viventi dotati di percezione dagli artefatti? La parte principale corrisponde a quel principio che garantisce l’unità delle determinazioni dell’animale ed il supporto delle attività che gli sono proprie, consentendo, al tempo stesso, la sua permanenza nel mutamento. Ogni vivente dotato di percezione incorpora due livelli di variazioni cui può andare incontro, il livello formale ed il livello materiale: il problema della sua identità nella variazione e della pluralità dei piani di variazioni possibili –pur essendo la medesima questione metafisica – assume particolare rilevanza in ragione della connessione tra i due livelli nell’ambito della teoria della percezione.

Lo schema delle relazioni tra le parti e il tutto

Vi sono parti della forma del tutto e parti del tutto in quanto composto di materia e forma: anche le parti conseguentemente possono essere dette parti formali e parti materiali. Ciò che è formale e ciò che è materiale è stabilito in base all’analisi ilemorfica del tutto; si può fare allora una combinatoria dei casi possibili:

«sicché tutte quelle che sono parti come materia [wJ” u{lh] e nelle quali queste si dividono come nella materia [wJ” eij” u{lh], sono posteriori; quelle che lo sono come parti della nozione e della sostanza, di quella secondo la nozione, sono anteriori, o tutte o alcune. Poiché l’anima degli animali (questa infatti è sostanza dell’animato [tou’to ga;r oujsiva tou’ ejmyuvcou]) è sostanza secondo la nozione, forma ed essenza di un corpo siffatto [hJ kata; to;n lovgon oujsiva kai; to; ei\do” kai; to; tiv h|n ei\nai tw’/ toiw/’de swvmati] (se la si definisce correttamente, ciascuna parte non può essere definita senza la sua funzione, che non si dà senza percezione [e{kaston gou’n to; mevro” eja;n oJrivzetai kalw'”, oujk a[neu tou’ e[rgou oJriei’tai, o} oujc uJpavrxei a[neu aijsqhvsew”]); sicché le sue parti precedono, tutte o alcune [h] e[nia], il sinolo, e allo stesso modo per ciascuno; il corpo e le sue parti sono posteriori a questa sostanza [to; de; sw’ma kai; ta; touvtou movria u{stera tauvth” th'” oujsiva”], e in quelle che sono parti come materia si risolve non la sostanza ma il sinolo. Esse dunque precedono il sinolo in un senso ma in un altro no (infatti non possono esistere separate, dal momento che un dito non in qualsiasi condizione è il dito di un animale, poiché quello morto è un dito solo in modo equivoco). tuttavia, ci sono alcune parti che sussistono insieme [e[nia de; a{ma] [scil. al composto di materia e forma] e ci sono quelle più importanti, che costituiscono la sede primaria della definizione [oJ lovgo”] e della sostanza, per esempio si può porre il cuore o il cervello, e non fa alcuna differenza che si tratti dell’uno piuttosto che dell’altro»15.

Dal passo possiamo trarre le seguenti relazioni:

– le parti della nozione sono anteriori al composto di materia e forma;

– le parti della nozione sono anteriori al composto privo di materia sensibile (si intende il composto universale, il cerchio geometrico);

  • le parti della forma tutte o alcune sono anteriori rispetto all’animale come sinolo

  • le parti materiali (del composto integrale) sono tutte posteriori all’animale come sinolo

Il caso che a noi interessa, ovvero il composto integrale, rappresenta l’esempio più complesso. Le parti della forma (aijsqhtikovn) sono anteriori al composto integrale; le parti integrali e strumentali sono posteriori al composto integrale e, in generale, le parti della forma sono anteriori alle parti del composto integrale. È evidentemente escluso il caso delle parti materiali di una totalità formale, dal momento che esse non rientrano se non per accidente nella composizione del tutto: l’esclusione delle parti materiali considerate a prescindere dalla forma è proprio l’esclusione delle parti materiali di totalità formali, dal momento che materiale e formale si riferiscono all’analisi del tutto. Le parti possono rientrare nella definizione se e in quanto condividono con il tutto un aspetto formale, che è ciò che deve rientrare nella definizione (1035a2-9: della statua intesa secondo la forma il bronzo non fa parte, della statua intesa come composto di materia e forma in un certo senso fa parte). Viene parimenti provvisoriamente non considerato il caso di parti formali di totalità formali, probabilmente in base al fatto che in questo caso un ordine di priorità basato sull’essere materia e l’essere forma dovrebbe essere sostituito da un differente ordine di priorità, analogo a quello che sussiste tra le parti (nella misura in cui possono essere chiamati parti dei complessi funzionali) dell’anima, che ad ogni livello di articolazione formale e funzionale mantiene la propria unità).

L’introduzione dei rapporti di anteriorità e posteriorità tra parti e totalità sembra sino a questo punto non aver prodotto risultati divergenti rispetto alla semplice applicazione dell’analisi ilemorfica che era stata fatta nella prima parte di Z, 10, dal momento che anteriore e posteriore corrispondono grossomodo a formale e materiale.

  1. In che modo la coppia di anteriore e posteriore può quindi aiutare a risolvere il problema di partenza, relativo alle parti che debbono entrare nella definizione del tutto, o, in altri termini, relativo al modo di unità e permanenza di un vivente dotato di percezione?

  1. In che modo i rapporti di priorità possono contribuire a restringere la popolazione delle sostanze ai viventi dotati di percezione (o minimamente dotati di capacità tattile)?

Riguardo al secondo punto va detto che gli esempi fatti solo apparentemente coinvolgono una restrizione di campo; ovvio, si parla primariamente di animali e delle loro parti, ma gli esempi presenti potrebbero agevolmente essere sostituiti con quelli di artefatti, dal momento che in gioco sono soltanto due livelli di analisi quello corrispondente all’anima e quello corrispondente al corpo e le parti su questi due livelli, mentre il nesso tra forma e materia e tra le rispettive parti non viene tematizzato in modo da escludere che si possa trattare di artefatti: è semplicemente richiesto che vi sia una materia e vi sia una forma ultimativa, il rapporto tra i due piani non è messo a fuoco.

Si consideri l’esempio del dito: il punto dell’esemplificazione è il fatto che il dito, come tale, è formale nella misura in cui al venir meno della sua unione al corpo dell’uomo esso cessa di essere dito: l’anima – come si è detto in una sezione precedente – costituisce una totalità essenziale emergente su un corpo organico che è strutturato come una totalità integrale, ma in questo contesto è semplicemente richiesta la considerazione dell’anima come totalità essenziale rispetto al corpo, senza che sia messo a tema il modo peculiare di organizzazione del corpo, che rende il dito una parte subordinata ed integrata ad altre. Forse per questo motivo è fatto l’esempio del dito, la cui perdita non causa danni sostanziali all’organismo vivente e per il quale si può stipulare che l’unico aspetto formale rilevante è dato dalla sua appartenenza ad un tutto vivente: poiché l’in quanto rilevante della parte si identifica con quello del tutto, l’avere un certo dito non compare nella definizione dell’uomo. La percezione offre un’ulteriore base atta a giustificare questo punto: Socrate, sebbene amputato di un (o più) dito, rimarrà sempre un vivente dotato di percezione fintanto che sia salvaguardato l’asse di determinazioni strutturali che si trovano al livello della parte principale.

Tuttavia l’esito del capitolo sembra mirato a mostrare la relatività dei rapporti sussistenti tra parte e tutto rispetto al modo (formale, materiale o composto) in cui è considerata la totalità da cui parte l’analisi ilemorfica:

«tuttavia, ci sono alcune parti che sussistono insieme [e[nia de; a{ma] [scil. al composto di materia e forma] e ci sono quelle più importanti, che costituiscono la sede primaria della definizione [oJ lovgo”] e della sostanza, per esempio si può porre il cuore o il cervello, e non fa alcuna differenza che si tratti dell’uno piuttosto che dell’altro. L’uomo e il cavallo e le altre cose che in questo modo si riferiscono a individui, ma sono universali, non sono sostanze, ma composti determinati di questa definizione particolare e di questa materia particolare [suvnolovn ti ejk toudi; tou’ lovgou kai; thsdi; th'” u{lh” wJ” kaqovlou], prese in universale: l’individuo, per esempio Socrate, è costituito ormai dalla materia ultima, e analogamente si può dire delle altre cose»16.

Sembra che per comprendere cosa Aristotele intendesse nel riferirsi a parti che sono assieme al tutto occorra infatti una rielaborazione teorica del significato dei rapporti di anteriorità e posteriorità nel contesto dell’analisi ilemorfica e di quella mereologica. Abbiamo detto che, se il soggetto in esame è un composto, le parti materiali potranno rientrare nella sua definizione sotto il rispetto e nella misura in cui compete loro anche un aspetto formale relativo al tutto. Se al contrario teniamo ferma una totalità formale, le parti materiali non potranno rientrare nella sua definizione. In che senso una parte materiale ha un aspetto formale? Il suo essere materiale è detto rispetto alla forma del tutto, ma se il soggetto che analizziamo (il soggetto categoriale che qui diviene soggetto sostanziale trattandosi di comprendere dall’interno) è un composto anche la parte materiale avrà una determinazione formale dovuta al suo farne parte (tipicamente l’occupare un certo posto nell’economia progettuale del tutto) e come tale potrà rientrare nella definizione.

Se il tutto è composto anche una sua parte sarà composta ed in questo senso avrà un aspetto materiale ed uno formale, pertanto la materia potrà rientrare, anche se indirettamente, nella definizione di questa totalità in quanto totalità composta: parte e tutto sono infatti determinazioni trasversali rispetto a forma e materia. Si è visto tuttavia che nel caso del dito dell’uomo questo aspetto formale coincide sostanzialmente con quello del tutto, dal momento che il dito staccato non è più in nessun senso un dito, ed il tutto continua ad essere se stesso, un uomo nella pienezza delle sue funzioni psichiche; similmente riguardo agli artefatti, ciò che fa l’aspetto formale della parte è un ruolo funzionale (si tratta dunque di qualcosa di affine alle parti potenziali), ed essa cessa di essere tale una volta staccata, per quanto possa assolvere ad altre funzioni.

Se dunque i livelli della costituzione ilemorfica presi in esame sono soltanto due, non si riesce a capire in che modo le parti possano rientrare nella definizione del tutto, ed il problema di partenza non può dirsi risolto. Chiamare posteriore la parte materiale ed anteriore la parte formale su questo quadro ilemorfico semplificato potrebbe non comportare altro che una riforma terminologica, ma non sembra che questo sia il solo portato della coppia concettuale. Se cosideriamo non solo la forma e la materia del tutto e delle sue parti, ma anche la forma e la materia delle parti considerate come a propria volta delle totalità da analizzare, allora potremo riscontrare casi in cui la forma della parte non coincide con quella del tutto, come nel caso del dito, ma conserva una propria parziale autonomia per cui è in qualche senso determinante per la permanenza della totalità.

I rapporti di anteriorità e posteriorità permettono di porre in un ordine unificato la parte ed il tutto: anteriore è la totalità secondo la forma rispetto alla totalità considerata secondo il composto, ma anteriore è anche la parte secondo la forma rispetto alla parte secondo la materia in una totalità composta. Dunque anteriore può essere sia la parte sia il tutto a seconda del termine di paragone rispetto al quale è anteriore, ma ciò significa anche che tanto la parte quanto il tutto possono essere forma. Se è in base al venire ad essere e a mancare della forma che un soggetto si dice venire ad essere o a mancare, ciò significa che ciò può avvenire sia in virtù di una parte sia in virtù del tutto secondo la forma. Anteriore è ciò in virtù del cui principio un soggetto si dice venire ad essere o a mancare, e può essere sia la forma considerata come un tutto, sia la forma considerata come una parte del tutto composto.

Se la totalità è relativa al modo in cui un soggetto è considerato (e può includere o meno aspetti accidentali e materiali) l’anteriorità è sempre propria della forma, ma può dirsi di una parte così come di un tutto. I rapporti di anteriorità e posteriorità mostrano dunque la relatività della scala di scomposizione mereologica alla scala dei rapporti di dipendenza della forma rispetto alla materia; ma questa relatività ha un aspetto di particolare rilevanza. Ciò in virtù di cui il soggetto viene a mancare può essere parte o può essere totalità, quindi ci sono delle parti che dal punto di vista del venire ad essere e a mancare di un certo questo possono essere sul medesimo piano del tutto (se la parte può essere considerata come totalità o se il tutto di cui è parte conserva lo stesso nome e le stesse condizioni di identità nel mutamento rispetto alla parte). In altri termini la forma del soggetto, in ragione della quale un certo questo c’è o non c’è, è una certa parte ed è una certa totalità formale.

Si consideri nuovamente l’esempio geometrico con il quale è introdotto il tema dei rapporti di anteriorità e posteriorità: l’angolo retto è nell’angolo acuto come una parte semplice, ripetibile o frazionabile per accidente, che permette di qualificare l’angolo stesso come acuto, ma potrebbe anche essere detto una totalità formale di ordine superiore rispetto agli angoli non misurati in base al riferimento con il retto, dal momento che considerando il retto come unità di misura cogliamo degli angoli un numero di determinazioni che è superiore a quello che cogliamo senza questo riferimento (possiamo in primo luogo dire se si tratta di angoli acuti o ottusi). L’istituzione di una unità di misura coincide con la fissazione di un sortale F in base al quale gli angoli possono ora essere detti un certo F così e così; questo sortale incorporerà un maggior numero di determinazioni del sortale angolo e al tempo stesso sarà dato entro gli angoli come un semplice, una parte. La forma, che è espressa in questo sortale, può essere data dunque come parte o come tutto nel senso che c’è un ordine di concatenazione delle determinazioni proprie di un soggetto per il quale alcune sono anteriori ed altre posteriori: sono anteriori quelle determinazioni formali (come il retto rispetto all’angolo in generale) che offrono un principio di identità e permanenza del tutto a meno di un maggior numero di variazioni accidentali e permettono di regolare e qualificare queste determinazioni (così come il retto regola e qualifica l’acuto e l’ottuso).

La relatività dell’essere tutto e dell’essere parte rispetto all’ordine scandito dalla priorità della forma rispetto alla materia non riduce l’analisi mereologica all’analisi ilemorfica, ma dà all’analisi ilemorfica quella essenziale scansione su più livelli intermedi rispetto alla forma ultima e alla materia prima che ne fonda l’effettiva esplicatività: sui due soli livelli dello schema ilemorfico semplificato, infatti, non avremmo basi per distinguere parte e tutto. Deve trattarsi perciò di uno schema ilemorfico ulteriormente analizzabile. Perché i rapporti di priorità e posteriorità, a cui sono relativi i rapporti di parte e tutto, abbiano un fondamento occorre però trovare un ordinamento analogo a quell’ordinamento concettuale che sussiste tra gli angoli in generale e gli angoli misurati in base all’angolo retto: quali sono le caratteristiche di questo ordinamento?

Innanzitutto sembra che si possa dire che il medesimo soggetto (con il medesimo nome e le medesime condizioni di identità nel mutamento), si articola nel passaggio concettuale, secondariamente e conseguentemente che ci deve essere una componente nel soggetto di partenza, che resta invariata nel cambiamento, ed in esso si precisa a meno di un maggior numero di fattori. Ci deve essere insomma un fulcro della variazione che si mantiene su più livelli, da quelli relativamente materiali a quelli relativamente formali, restando se stesso e costituendo il fondamento dell’identità e della permanenza del soggetto. Di qui l’introduzione della parte principale. Poiché le determinazioni essenziali sono date con la forma, possiamo pensare che la forma sia il sistema dei rapporti tra di esse. Se consideriamo il soggetto come un insieme molto ampio di determinazioni (e ciò è possibile data quella che si è indicata come la relatività o trasversalità dei rapporti mereologici rispetto a quelli ilemorfici), comprendendo in esso anche caratteri accidentali, la forma sarà parte, se ci limitiamo invece ai caratteri essenziali essa sarà il tutto, ma ad ogni livello di enucleazione e analisi mereologica del soggetto sarà inclusa in esso la forma.

Questo significa che c’è ad ogni livello di analisi un ordine tra le determinazioni del soggetto, ed in questo modo la mereologia in base alla quale esso è analizzato non sarà data da grappoli e raggruppamenti di caratteri, poiché l’inserzione di una regola in questi grappoli fa di essi delle parti in senso integrale, definite in base alla loro relativa e qualificata svincolabilità dal tutto. Se dunque la forma è data ad ogni livello di analisi si può dire anche che essa è data tanto come parte integrale quanto come totalità integrale; l’insieme delle determinazioni del soggetto considerate potrà essere ampliato a piacere, ma vi sarà sempre una parte in cui si potrà vedere la totalità del soggetto stesso, o, il che è lo stesso, vi sarà una prospettiva dalla quale tutte le determinazioni del soggetto si raccolgono in una regola unificata e questa prospettiva sarà data con la sua articolazione mereologica interna.

Dire che c’è una parte principale significa dunque dire che c’è una regola dei mutamenti e che c’è un campo di mutamenti intermedi tra quelli secondo sostanza e quelli puramente accidentali, in cui il soggetto né viene a mancare né fa da semplice sostrato di proprietà accidentali transitorie, ma assume caratteri stabili che lo articolano internamente. Consideriamo ulteriormente questa struttura, tenendo a mente l’esempio dell’angolo e dell’angolo retto: la parte principale o centrale costituisce l’asse attorno al quale si coordinano le altre determinazioni, ad ogni livello di articolazione si ha a che fare con un certo questo, un individuo, che nei livelli superiori di strutturazione acquisisce determinazioni sortali più articolate (il suo essere un certo X si articola e determina, ma rimane sempre un certo questo poiché è data l’identità della parte principale); ai livelli più grezzi il sortale corrispondente sarà di estensione più ampia, sarà più generale, ai livelli più raffinati sarà più particolare pur restando sempre un termine universale e pur restando ad ogni livello la determinazione propria di un individuo.

Esistono diversi livelli d’analisi a cui può essere considerata una parte: dobbiamo ora focalizzare quel livello per cui una parte rientra nell’identità del tutto e identificare quella parte che rientra nella definizione di animale -considerando l’animale in quanto vivente dotato di percezione. Visto che abbiamo a che fare con individui internamente strutturati su più livelli attorno ad una parte principale, la spiegazione scientifica della loro natura sarà l’analisi dell’individuo in una continuità di piani ilemorfici emergenti incardinati nella parte principale. Il punto è che il nostro ritaglio concettuale (l’uso aristotelico dell’in quanto) secondo cui una data parte è parte di quella totalità, non può essere determinato semplicemente sottraendo quella parte al tutto e verificando se il tutto persiste o meno. Occorre vagliare tutte le situazioni controfattuali possibili per una certa sostanza, e la struttura interna alle parti deve essere messa a tema, chiedendosi di volta in volta quale parte o attributo della parte possa essere sottratto o modificato ferma restando l’identità della parte nell’economia del tutto. Il criterio per cui una parte della sostanza rientra nella sua definizione implica una qualificazione su base percettiva del processo di distacco delle parti. abbiamo visto che se procediamo ad una progressiva amputazione delle parti di un gatto saremo di fronte ad un vivente dotato di percezione finché non giungeremo al cuore. Possiamo sostenere che in ogni sostanza sensibile percipiente le sue parti sono ritagliate in base alla fissazione di una regola (esprimentesi nell’uso dell’in quanto) secondo cui una parte rientra nella definizione della totalità e questo coincide con la qualificazione del processo di distacco della parte fermo restando il mantenimento della capacità tattile (che coincide con il mantenimento dell’identità dei viventi dotati di percezione).

Anche la totalità può essere considerata secondo molteplici aspetti, e quindi non si potrà stabilire con una regola unificata quali (aspetti delle) parti siano posteriori alla definizione della totalità e quali invece siano anteriori ad essa. Solo nel caso in cui il tutto si risolvesse in una combinazione o giustapposizione delle sue parti e, dunque, si lasci comprendere esclusivamente a partire dalle sue parti, le parti sarebbero sempre anteriori ad esso. Ma noi non abbiamo a che fare con totalità -mucchio. Ma se c’è un modo di considerare il tutto che ne presuppone concettualmente la definizione, ed un modo che la implica, c’è anche un modo che si colloca al livello concettuale stesso della totalità in esame; tale modo sarà quello opportuno per definire l’essenza della cosa e descriverne le capacità percettive complesse. Possiamo dire che la determinazione formale che definisce la cosa, collocandosi al livello concettuale stesso della totalità, sarà parte della cosa, sebbene al tempo stesso sia totalità, perché è quella parte che dà il principio di identità della cosa nel suo insieme. Esiste dunque una parte che non è né anteriore né posteriore, ma che è, come Aristotele si esprime, assieme al tutto. La sede primaria della sostanza come soggetto composto è dunque la parte principale ed essa è anche sede della definizione della sostanza: un vivente non potrebbe esistere senza il cuore, dunque il cuore sussisterà insieme al tutto.

Come si coniugheranno tuttavia i requisiti logici della definizione a questa base metafisica?

Sappiamo su base logica che c’è definizione dell’universale, ma questo non esclude che ci possa essere definizione dell’individuo (del certo questo) anche se certamente implica che esso vada considerato in una sua determinazione sortale generale (nel suo essere questo X, dove X corrisponde alla determinazione sortale rilevante, alla suchness che fonda l’appartenenza ad una specie): dunque si può ben dire che c’è definizione della forma e dell’universale senza escludere che la forma sia individuale, perché l’individuo è posto su un differente livello metafisico rispetto alla scala di generalità (la forma è infatti in questo senso individuale nel senso che è strutturalmente di un individuo). Ugualmente si può dire dunque che c’è definizione dell’individuo composto, seppure in universale, ovvero considerato nei suoi livelli di determinazione più generali, nel suo questo più ampio e generale. La rilevanza dei caratteri o delle determinazioni assunte come definitorie del termine generico è misurata in base al sistema di rapporti tra di esse, sistema che, come abbiamo visto, mette capo ad una parte principale, con conseguente subordinazione delle totalità generiche e delle totalità mucchio alla struttura mereologica integrale. Il brano citato a seguire propone un ragionamento affine a Z, 11, 1037a5-10:

«l’uomo e il cavallo e le altre cose che in questo modo si riferiscono ad individui, ma sono universali, non sono sostanze, ma composti determinati [suvnolonv ti]17 di questa definizione particolare e di questa materia particolare [suvnolovn ti ejk toudi; tou’ lovgou kai; thsdi; th'” u{lh” wJ” kaqovlou], prese in universale: l’individuo, per esempio Socrate, è costituito ormai dalla materia ultima, e analogamente si può dire delle altre cose»18.

In questo contesto riceve una giustificazione di merito il fatto che animale corrisponda alla considerazione in universale del livello di strutturazione base della parte principale. Ad un livello di base tratto dalla biologia potremmo dunque riferirci al nostro esemplare di animale come un certo vivente dotato di cuore, ovvero dotato di un centro del sistema nutritivo che si svolge attraverso il medium di un liquido di trasporto (sangue o suo analogo). Su un’altra base di merito, data dalle indagini svolte nel De anima, scopriamo che ciò significa che il nostro animale è dotato di un principio dell’attività treptica e di una sede della facoltà sensitiva. Va notato che nel passo di Z la scelta della parte principale è posta come relativamente secondaria, un fatto che potrebbe sorprendere data l’enfasi che queste righe pongono sulla parte principale e data anche la centralità assoluta che assume il cuore nell’ambito del corpus biologico. Due considerazioni possono essere fatte a questo proposito. In primo luogo si tratta di una distinzione relativamente secondaria, e non per questo accidentale: con questa aleatorietà nella selezione della parte principale si intende infatti svincolare il piano dell’analisi metafisica qui svolta (che in questo caso diventa soprattutto analisi meta-teorica) da quello dell’analisi propria di una scienza particolare, in modo da aprire e determinare un varco in cui possano inserirsi, affinché le conclusioni metafisiche non possano essere ritenute in nessun senso sostitutive delle conclusioni delle singole scienze, senza che queste possano essere già poste in sede metafisica.

In secondo luogo, ci si potrebbe chiedere se la procedura di estrapolazione del tipo animale dalla struttura mereologica e ilemorfica del composto individuale, che è stata tentata in via esemplificativa, possa essere modificata in modo da integrare un presupposto encefalocentrico19. Ciò che emerge immediatamente è che questo potrebbe avvenire al prezzo però di distinguere il centro del sistema nutritivo dal centro del sistema sensitivo, e dunque le sedi psicologiche corrispondenti. Certamente la psicologia di Aristotele non segue questa strada: la teoria della percezione non può mantenere rispetto al paradigma cardiocentrico quella neutralità che mostra la Metafisica in Z,10 (dove animale vale come termine generico), poiché il De anima è vincolato a livello teorico e non semplicemente esemplificativo (o in base all’inserzione in essa di risultati della scienza biologica) proprio alla scelta del cuore come parte principale. La scienza biologica non considera uomo come un vivente dotato di percezione (tantomeno come animale razionale), ma piuttosto come un gevnoV oppure come un ei\doV semplice che si dice degli individui20. Al contrario, la disamina delle facoltà condotta nel De anima richiede che uomo abbia un ruolo ben preciso, determinato dal nou’V all’interno del termine generico animale, con tutte le complicazioni ed oscurità che ciò comporta. Per quanto concerne la percezione, invece, gatto, cane, cavallo, Socrate sono tutti necessariamente qualificabili come viventi dotati di percezione e movimento. La teoria della percezione che stiamo ricostruendo, a maggior ragione nei suoi aspetti cognitivi e contenutistici (cfr. §IV), giustifica qualcosa che la Metafisica non è in grado di fondare: il motivo per cui proprio il cuore deve essere la parte principale. (A titolo di esempio possiamo anticipare che il meccanismo della trasmissione dei movimenti psichici ha una plausibilità esplicativa se e solo se il cuore è la parte principale, e dunque il paradigma biologico sottostante è di tipo cardiocentrico).

Caratterizzandolo come un certo questo dotato, minimamente, della facoltà nutritiva, possiamo comprendere come il gevno” animale possa essere ricavato dalla considerazione in universale del soggetto, che è individuale, nella sua parte principale che si conserva ad ogni livello gerarchico di strutturazione. Naturalmente, la definizione di un soggetto potrà attuarsi su più livelli ed in diversi ambiti della ricerca scientifica. In universale, il gatto Robespierre sarà «un certo dotato di cuore», ovvero «un certo animale», di Robespierre ci sarà dunque una definizione in quanto animale, in quanto mammifero viviparo, in quanto felino (e si potrebbe proseguire), ma ciò non toglie che la definizione sarà sempre di un individuo seppure in universale. Le parti della definizione sono le parti della cosa in quanto e nella misura in cui presentano un aspetto formale per cui rientrano nello schema progettuale della parte principale e come tali vanno a costituire il tutto nel corso di un processo di formazione; la definizione è di questa struttura mereologica propria dell’individuo considerata in universale, infatti dal momento che c’è identità tra cosa ed essenza la definizione d’essenza è definizione della cosa stessa, ovvero della forma o natura della cosa considerata in universale. Il carattere universale della definizione è desunto dal fatto che essa deve essere valida per l’intera popolazione di un tipo biologico (gevnoV)21: la determinazione formale che definisce l’animale, il suo criterio di determinatezza, sarà parte dell’animale pur essendo, al contempo, l’animalità stessa; sarà infatti quella parte che è sede della percezione e che si costituisce come principio funzionale dell’animale nel suo insieme. La forma allora individua il portatore nella misura in cui rende possibile riconoscere il continuum delle diverse articolazioni al proprio interno –essa è dunque su di un piano di identificazione dei corpi più articolato rispetto a quello del composto integrale: la forma è per questo motivo più particolare, poiché isola più individui (Socrate, Callia, Corisco), ma anche più universale, perché li individua non in base agli accidenti ma alle differenze specifiche. La forma è dunque principio sia della particolarità sia della comunanza, ma nel primo caso è correlativa ad una materia e propria di un composto integrale che è dunque originariamente ossia costutivamente diverso dagli altri:

«ma le cose non stanno nello stesso modo, poiché l’animale è un qualcosa dotato di percezione, e non può essere definito senza il movimento, perciò neppure senza una particolare disposizione delle parti [aijsqh<ti>ko;n gavr ti i[sw” to; zw’/on, kai; a[neu kinhvsew” oujk e[stin oJrivsasqai, dio, oujda[neu tw’n merw’n ejcovntwn pwv”]. Infatti, nemmeno la mano è parte dell’uomo in modo incondizionato, ma in quanto capace di svolgere una funzione, sicché è animata: se non lo fosse, non sarebbe una parte»22.

Aristotele sta di nuovo sottolineando il nesso concettuale esistente tra l’animale e la facoltà percettiva, al quale aveva peraltro già fatto cenno in Z, 10, 1035b18: o} oujc uJpavrxei a[neu aijsqhvsew”. Anche senza adottare la congettura di Frede-Patzig (ad loc.1036b28-29: aijsqhtikovn [dotato di percezione] al posto di aijsqhtovn [percepibile])23 il senso fondamentale del passo si mantiene. Se l’anima stessa è identica all’animale o all’essere animato, allora è necessario porre che una certa totalità è posteriore ad una certa parte24; un angolo retto particolare è posteriore alle parti che figurano nella definizione –ed alle parti di un angolo retto determinato. Nel nostro caso, una parte strumentale particolare (una mano) è posteriore alla parte principale, come è posteriore alle parti di una parte strumentale determinata (dunque alla kovrh, ai povroi, etc.). Mentre la parte strumentale in universale (senza materia) è posteriore alla parte principale (che figura nella definizione del composto), ma è anteriore alle parti strumentali che costituiscono le parti individuali del soggetto sostanziale. Al problema non c’è dunque una risposta univoca ed assoluta: se poi l’anima e l’animale non sono la medesima cosa, suppone Aristotele a conclusione di Z, 10, anche in questo caso sarà necessario specificare che alcune parti sono anteriori mentre altre no.

Utilizzando come filtro teorico la percezione possiamo dunque sospendere alcuni attributi relativamente accidentali e più particolari (come il colore e la morfologia degli occhi) limitandoci a definire il nostro gatto a meno di un certo colore e forma degli occhi e tuttavia come dotato di occhi di una qualche forma e colore. Va notato che in linea teorica non si esclude che anche di queste determinazioni ci possa essere una spiegazione (definizione) ad un livello di analisi ulteriore. Entro la struttura del soggetto stiamo focalizzando il livello d’analisi proprio della percezione, e rispetto al quale tali determinazioni, essendo equipollenti, rientreranno nella definizione della specie proprio in quanto equipollenti. Vengono in questo modo polarizzati, separati nettamente, gli attributi che sono necessari al livello di strutturazione per cui un vivente è un certo questo dotato di percezione e quelli che sono contingenti, ovvero le determinazioni essenziali ed accidentali a quel livello di strutturazione. Attributo essenziale del gatto Robespierre è l’avere un cuore ed una organizzazione corporea che gli garantisca almeno il possesso del tatto. Sarà poi del tutto accidentale che egli abbia occhi azzurri e palpebre più o meno strette poiché l’unico modo per formalizzare gli attributi materiali è di considerarli come differenze. La definizione è della forma dell’individuo e ne esprime l’essenza ad un certo livello di strutturazione formale come un piano di differenze strutturato attorno al fulcro dato dagli attributi necessari ma aperto a configurazioni formali ulteriori –che a quel livello non potranno che essere materiali. Si tratta di configurazioni che, nell’esposizione definitoria dell’essenza, sono previste come parametri a n valori possibili, i cui valori non sono a quel livello determinati Questa polarizzazione degli aspetti essenziali ed accidentali connessi con la percezione corrisponde all’individuazione dei tratti teleologici ad alla loro netta separazione da quelli non teleologici –dettati dalla necessità materiale dei costituenti elementari  o perché dovuti al caso. Il campo di differenze include:

–     gli attributi formali che sono necessari ed attuali ad ogni livello dello studio dell’ articolazione formale dell’animale: percezione, movimento, una  parte principale.

–     Gli attributi formali che sono necessari a quel livello di studio, ma contingenti rispetto alla forma: se si considera Robespierre in quanto dotato di occhi grigi e palpebre sottili.

–       Attributi materiali relativamente contingenti inclusi in maniera disgiuntiva: forma delle palpebre, occhi di colore x, y o z.

L’essenza fa da tramite tra una forma che è individuale ed essenzialmente propria di un composto particolare (il gatto Robespierre) ed una specie universale, che di per sé non è né particolare né universale, ma è data da una definizione (disgiuntiva) che, pur ammettendo particolarizzazioni ulteriori, è determinata in virtù dell’efficacia esplicativa di quei tratti in riferimento alla natura dell’individuo, in vista del quale certi tratti sono detti essenziali o meno. La materia rientra nella definizione d’essenza del composto nella misura in cui vi è un’organizzazione mereologica integrale che consente un’analisi della forma a diversi livelli di strutturazione (le parti sono scandite in una continuità di piani che articola la medesima parte principale) e che incorpora aspetti relativamente materiali.

Seguendo Metafisica Z, 10, 1036a11-25 non è possibile dunque determinare una volta per tutte ciò che è parte e ciò che è totalità, dal momento che questi concetti sono relativi allo schema ilemorfico e questo va tracciato da una ricerca di merito, che faccia leva sulla natura dei soggetti in esame. Si consideri infatti la procedura che è stata sopra accennata in merito alla definizione di animale come dotato di anima (minimamente) sensitiva: in questa procedura sono stati fatti valere presupposti di merito sia biologici (il cuore o il suo analogo come parte principale dei viventi e centro del sistema nutritivo), sia psico-biologici (il cuore come sede del centro psichico dell’anima nutritiva e sensitiva), sia psicologici (le funzioni psichiche nutritive e sensitive come soglia della psichicità animale). La procedura definitoria è dunque effettivamente una procedura esplicativa, dal momento che si fonda sul patrimonio di proprietà essenziali che costituiscono la natura propria di un certo soggetto in virtù della articolazione che la sua parte principale assume nel processo di formazione.

Secondo l’interpretazione che è stata data la teoria della percezione presuppone e giustifica un ordinamento ilemorfico articolato delle determinazioni proprie di un soggetto, scandito da rapporti di anteriorità e posteriorità attorno ad un fulcro centrale di determinazioni che si conservano e che non sono né anteriori né posteriori al tutto, ma sul medesimo piano: questo fulcro centrale costituisce ciò che l’individuo è e che nello sviluppo di questo va incontro ad articolazioni interne ne formano la natura senza comprometterne l’identità e la permanenza. Il soggetto sostanziale verrebbe dunque ad essere e a mancare con una parte che fa da principio della sua formazione e che è sede della percezione e del movimento. Ciò significa anche che deve esserci una distinzione tra processi di mutamento e processi di crescita o formazione: deve essere possibile distinguere tra i processi in cui il sistema delle parti che è racchiuso inizialmente nella parte principale si articola e processi nel corso dei quali il principio di identità del soggetto non è chiamato in causa, ma sono coinvolte sue determinazioni (relativamente e in modo qualificato) accidentali, il cui venire ad essere e a mancare non inficia la permanenza del portatore. Ed è in questo secondo ambito di mutamenti che Aristotele pone la percezione.

Ricapitolando, all’interno di un composto ilemorfico le parti ed il tutto non costituiscono un ordinamento gerarchico assoluto, ma relativo al tipo di composto in esame e sottoponibile a differenti analisi di merito. Benché le distinzioni che stiamo producendo all’interno del soggetto sostanziale dipendono e sono finalizzate alla sua comprensione in quanto animale dotato di percezione, è necessario che un ordine non relativo di priorità e posteriorità si costituisca nello schema di analisi ilemorfica. In virtù di esso le distinzioni mereologiche potranno infatti essere regolate senza perdere la propria relatività. Il caso del cuore è emblematico: una data determinazione potrà essere detta tutto o parte, ma se è considerata sotto un certo rispetto sarà parte (in quanto parte in cui è localizzato l’aijsqhtikovn), se è considerata sotto un altro rispetto sarà tutto (come vedremo, in quanto parte in cui è localizzato il sensorio primo). Affinché l’ordine di priorità e posteriorità possa essere dato e sia dunque possibile sulla sua base distinguere i rispetti sotto i quali una certa determinazione è parte piuttosto che tutto, deve esserci poi una concatenazione di piani formali nella struttura di una medesima sostanza, e questo corrisponde minimamente alla presenza di una parte principale, le cui condizioni di identità coincidono con quelle del tutto.

L’esclusione della realizzabilità multipla della forma

Quando siamo di fronte a qualcosa che si realizza in qualcos’altro differente per specie (o{sa me;n ou\n faivnetai ejpigignovmena efeJtevrwn tw/’ ei[dei)25, come il cerchio nel bronzo, nella pietra e nel legno, sembra chiaro che il bronzo e la pietra non sono parti dell’essenza del cerchio, che può essere separata da queste (tau’ta me;n dh’la ei\nai dokei’ o{ti oujde;n th’V tou’ kuvklou oujsivaV oJ calko;V oujdoJ livqoV dia; to; cwrivzesqai aujtw’n)26. Nulla impedisce che ciò valga anche per ciò che non si vede sussistere indipendentemente dalla materia: se anche si vedessero tutti i cerchi realizzati nel bronzo, nondimeno, il bronzo non sarebbe affatto una parte della forma (w{sper ka}n eij oiJ kuvkloi pavnteV eJwrw’ntw calkoi’: oujde;n ga;r a]n h\tton h\n oJ calko;V oujde;n tou’ ei[douV)27. Sarebbe però difficile per il nostro pensiero astrarre da questo (calepo;n de; ajfelei’n tou’to th/’ dianoiva)28. Ad esempio, scrive Aristotele, la forma dell’uomo appare sempre nella carne, nelle ossa ed in parti di questo tipo. Non saranno allora anche queste parti della forma e della definizione? Oppure no, ma sono materia, e non si può separare la forma da questa, perché quella forma non può realizzarsi in altre materie? (oi\on to; tou’ ajnqrwvpou ei\doV ajei; ejn sarxi; faivnetai kai; ojstoi’V kai; toi’V toiouvtoiV mevresin: a\rou\n kai; ejsti; tau’ta mevrh tou’ ei[douV kai; tou’ lovgou; h] ou[, ajllu{lh, ajlla; dia; to; mh; kai; ejp a[llwn ejpigivgnesqai29 ajdunatou’men cwrivsai)30.

Il circolo di bronzo rappresenta, nei termini concettuali di Aristotele, un questo in questo (tovde ejn tw/’de)31, dal momento che in esso (proprio in virtù della contingenza relativa del suo essere realizzato nel bronzo) si presenta con maggiore chiarezza la dualità di componenti che rende possibile la predicazione (il questo di questo) tanto nel modo dell’inerenza che della predicazione. Potrebbe trattarsi dunque indistintamente tanto di un corpo naturale non vivente, quanto di un sostrato sensibile da cui il matematico deriva la forma del circolo, quanto infine di un artefatto ottenuto per imposizione artigianale della forma del circolo ad un sostrato di bronzo: in ciascuno di questi casi si ha un questo in questo, e, di fatto, in ciascuno di questi casi si dà in una certa misura una realizzabilità multipla della forma come si mostra già attraverso una analisi ilemorfica semplificata su due livelli. Qualche problema a parte sorge nel caso del circolo matematico, dal momento che esso è definito a meno della composizione materiale da cui è estrapolato, ed è dunque possibile che si presenti separato dal bronzo o dal legno, ma non privo di una propria differente materia. Il caso esaminato nel passo (il circolo di bronzo) non va tanto in direzione degli enti matematici, ma li considera probabilmente in modo implicito, dal momento che Aristotele ha già precisato in via parentetica (Z,10) che il circolo di bronzo è un sensibile, un oggetto considerato congiuntamente alle sue caratteristiche sensibili e non a prescindere da esse, come invece accade per gli enti matematici. Possiamo dunque distinguere genericamente tra forma e materia, distinguere una forma riguardo alla nozione e, ancora, separare idealmente la forma dalla materia. Questo processo di progressiva astrazione con cui separiamo la forma dalla materia è logicamente possibile (nel modo dell’irrealtà, nel caso in cui ogni circolo da noi esperito fosse realizzato solo nel bronzo) ma attualmente impossibile nei composti integrali.

Vale la pena di notare, a questo punto, che per gli artefatti, non essendo possibile individuare una struttura mereologica e processuale di base, non è possibile dare una definizione d’essenza che consideri in universale siffatta struttura. Nel caso di un tripode non è necessario considerare tutte le situazioni logicamente e fisicamente possibili per la loro realizzazione. Anche solo uno sguardo alle situazioni attuali conferma il caso in cui un tripode si presenta realizzato su supporti differenti. I problemi che ora si pongono sono i seguenti:

  1. come si possono distinguere i livelli della totalità (totalità formale, totalità composta) e le rispettive parti – ovvero, come si possono distinguere entro un medesimo soggetto sostanziale i diversi livelli mereologici in cui si struttura?

  1. Per quale motivo, a differenza degli srtefatti, nel caso dei composti integrali la loro forma non può realizzarsi in materie differenti rispetto a carni ed ossa?

Abbiamo visto che nel caso dei soggetti sostanziali esiste un asse di determinazioni centrali che vengono articolate nella crescita dell’animale e che costituiscono il suo principio di identità; ma allora su questo asse dovremo riconoscere uno schema ilemorfico molto differenziato ed in qualche modo continuo. La continuità tra forma e materia è modalmente qualificata sulla base di un principio fisico, una successione continua articolantesi a partire da una parte che funge da principio ed articola il nesso ilemorfico su più livelli. Una funzione psichica come la percezione non può realizzarsi nel corso della formazione di un animale se non in presenza di parti materiali opportunamente strutturate per quella funzione.

Non sarà possibile distinguere nei processi di crescita una forma realizzabile diversamente che nella materia in cui di fatto si realizza. Se la forma potesse essere realizzata in supporti materiali differenti potremmo infatti immaginare situazioni in cui basi strutturali differenti in un processo di formazione assumono una medesima forma e non sarebbe garantita l’individualità del soggetto. Non sarebbe possibile distinguere una parte principale che sia sempre quella nei processi di formazione degli animali e che costituisce la base della sua individualità; non distingueremmo, inoltre, i processi di crescita dai processi di mutamento cui può andare incontro non solo restando se stesso, ma senza che la sua forma ne venga coinvolta. Potremmo insomma immaginare differenti processi di formazione come processi di formazione di quel soggetto; ma in questo caso non si tratterebbe più del medesimo soggetto sostanziale, ma di più soggetti individuati su una base differente: l’essere proprio di un certo soggetto sostanziale deve infatti darsi ad ogni livello del processo di formazione e della struttura mereologica di base. Abbiamo fondate ragioni per formulare il principio di esclusione della realizzabilità multipla della forma sostanziale, o anche principio della spiegazione non funzionalistica della conformazione di base, dei processi formativi delle sostanze e delle loro attività.

La parte principale esprime il modo in cui i piani ilemorfici della costruzione mereologica interna di un soggetto si concatenano mantenendo l’identità del tutto. La forma sostanziale esprime il principio di questa concatenazione e la sua regola. La presenza di una parte principale esclude che si possano dare percorsi di realizzazione multipla di una forma dal momento che possiamo immaginare per un certo soggetto una varietà di situazioni possibili in cui determinate parti siano sottratte e/o determinati attributi siano differenti, ma non possiamo immaginare situazioni in cui quello stesso soggetto esista senza la sua parte principale. Il processo di formazione permette alle diverse configurazioni possibili di attuarsi in modo determinato partendo da una configurazione di base che è necessaria e comune agli individui di una stessa specie. Avendo un inizio necessario ed identico, il processo di formazione delle parti esclude la possibilità di supporti differenti per la medesima forma: il soggetto che viene ad essere è uno solo.

L’individuazione della parte principale ci permette di definire in modo non accidentale i processi che comportano la cessazione dell’esistenza della totalità e di distinguere da essi un campo di processi, come le percezioni, in cui la parte principale si preserva (si tratta infatti della soglia formale del composto) e la totalità muta (o, in altri termini, data la correlatività di parte principale e totalità, in cui la parte principale si articola). A questo campo di processi potremmo poi contrapporre un campo di mutamenti accidentali che non concernono la totalità considerata in quanto definita dalla sua parte principale, ma rispetto ai quali il livello mereologico e definitorio della totalità resta invariante: questi mutamenti, al di sotto della soglia formale del composto, sono qualificabili come flussi materiali (ad esempio, la continua rigenerazione della materia a seguito dell’alimentazione). Correlativamente, vi è un processo qualificato che si definisce come articolazione della parte principale (per cui parti strumentali affini ricorrono nella popolazione di un gevno”). Vi è poi un processo al di sotto della soglia formale del composto (parte principale+parti proto-strutturali) in cui il soggetto assume determinazioni categoriali in modo relativamente accidentale (avere occhi blu o marroni, ad esempio) senza che la sua struttura e natura ne siano coinvolte.

Invero, al livello della soglia formale del composto, che rappresenta l’asse delle determinazioni strutturali di base che articolano la parte principale, si deve avere una continuità che non può darsi nel caso delle determinazioni accidentali. Tale continuità impedisce la purezza32 e la realizzazione multipla della forma (è dubbio che simile distinzione sia possibile per gli enti matematici, composti inanimati e gli elementi e le loro misture)33, poiché una determinazione relativamente materiale o ralativamente grezza non può realizzarsi diversamente che nella determinazione formale in cui di fatto si articola: non è possibile che materie differenti nella struttura di base realizzino la medesima forma, dunque non è possibile distinguere i requisiti posti dalla forma per la propria realizzazione dal modo particolare in cui effettivamente la materia assolve quei requisiti.

In un caso di realizzabilità multipla di una forma avremo infatti a che fare con due livelli materiali in linea di principio distinguibili; poniamo che una sedia sia attualmente realizzata nel legno: è possibile immaginare che in situazioni differenti avrebbe potuto essere realizzata nel bronzo o in pietra o in ferro, ma in ciascuna di queste situazioni il materiale prescelto dall’artigiano risponde a certi requisiti minimi per la realizzazione di una sedia (il materiale non deve ad esempio essere liquido alla temperatura ambiente e deve essere resistente ad un certo tipo di sollecitazioni, sarebbe difficile infatti costruire un tavolo di carta o di sabbia). Le proprietà che un materiale deve esibire per essere prescelto da un artigiano potrebbero utilmente essere chiamate, con terminologia contemporanea, proprietà disposizionali; si tratta di proprietà che sono esibite da un materiale, ma sono proprie di un soggetto solo sotto i requisiti di una certa forma o funzione ed in un determinato contesto di esercizio di quella funzione. Una sedia di sabbia o di ghiaccio sarebbe difficilmente realizzabile (o realizzabile soltanto per fini differenti rispetto alla normale funzione di una sedia). Anche nella produzione artigianale, di fatto, il prodotto finale non è arbitrariamente imposto ad una materia, ma in base a caratteristiche di questa e all’opera dell’artigiano: un rapporto ed una qualche unità tra forma e materia si costituisce comunque nel prodotto artigianale, e questo fa sì che anche per un artefatto siano poste derivativamente condizioni di permanenza e vincoli riguardanti il sostrato materiale della funzione. Come ha efficacemente sostenuto Kosman, in ambito artefattuale la materia concreta, considerata negli attributi sensibili che le sono propri, a prescindere dunque dalla forma, può assumere forme differenti ed essere chiamata materia1, materia2, etc. 34. Il tentativo di Kosman è infatti volto alla distinzione concettuale di questi due concetti di materia a partire da esempi artefattuali ed alla dimostrazione della loro inseparabilità sia fisica sia logica e astrattiva nel caso di organismi viventi.

D’altra pare i requisiti posti dalla forma alla propria realizzazione (nei termini di proprietà disposizionali che deve possedere il sostrato) possono essere intesi come criteri di individuazione di una materia di tipo differente, che sarà la materia S (dove S sta per della sedia) se e nella misura in cui risponde ai requisiti della forma della sedia e potrà dunque essere individuata nelle diverse situazioni possibili (un architetto potrà infatti far variare nella propria mente i sostrati concreti possibili avendo in mente sempre un medesimo oggetto, una medesima materia opportuna): questo secondo tipo di materia potrebbe essere chiamata materia2 o (con le dovute cautele, dovute al fatto che questa seconda denominazione porta con sé connotazioni ulteriori) materia intelligibile. È di certo opportuno ricordare nell’analisi delle sostanze viventi e non viventi il principio della priorità non solo ontologica ma anche esplicativa della forma sulla materia. In questo senso, se è corretto insistere (contro i funzionalisti) che i principi di organizzazione (F) che governano il composto F(fmifmn) non possono essere compiutamente compresi in termini di mere proprietà meccaniche (dunque non-teleologiche) della materia, non è corretto concluderne (come sembrano fare Burnyeat e Kosman) che fmifmn ovvero l’articolazione delle parti, non possa essere pienamente descritto, ad un dato livello di analisi ed assumendo differenti determinazioni come date e come concettualmente rilevanti, anche in termini meccanici.

Nelle parole di Lennox: «in the explanations we will be examining [scil. De partibus animalium], there are certain features of living things that are sufficiently explained by reference to their material natures; and there are certain material facts about certain kinds of animal that are as explanatorily primitive as are other facts about their living function»35. Una delle più significative conseguenze di questa teoria aristotelica è stata rilevata da Lloyd: «there can be no question of the souls/forms of living creatures being realisable in matter other than the matter in which they are found, and what has been called the ‘compositional plasticity’ of yuchv is minimal, if not zero»36. A questo livello esplicativo, in cui si situa la teoria della percezione, differenti tipi di materia non possono essere identificati e descritti senza che queste procedure li qualifichino immediatamente come tipi di materia di e per una particolare forma e funzione. Non è possibile distinguere tra la materia intesa come questa materia qui nella sua concretezza, dalla materia come l’insieme delle proprietà disposizionali necessarie alla realizzazione di una certa forma. Il funzionalismo fallisce37 nella misura in cui non riconosce né l’articolazione mereologica dei soggetti né quanto radicale e al tempo stesso flessibile sia la teleologia aristotelica38. Se la forma si articolasse su supporti materiali differenti dovremmo immaginare dei processi di formazione ed un tipo di percezione non vincolati alla continuità ilemorfica che la parte principale articola, nel primo caso, ed alla continuità ilemorfica e strutturale necessaria alla trasmissione dei movimenti psichici nel secondo caso. A ciò si aggiunga che gli esiti formativi di un soggetto sostanziale possono variare soltanto entro un range consentito dal mantenimento della continuità tra le sue determinazioni strutturali (parte principale+parti proto-strutturali): nel nostro gatto, il nesso di unità tra le sue determinazioni è tale per cui determinazioni necessarie appartenenti all’articolazione delle parte principale (le parti proto-strutturali e le parti strumentali ad esempio) non possono essere fatte variare ferme restando altre determinazioni strutturalmente preordinate dal gevno” di appartenenza.

NOTE

1 La traduzione segue qui la lettura di Ross, ripresa da Frede-Patzig, in cui è posto in parentesi oujqe;n pavnta (linee b 6-8: perché nessuna.. .come materia); vi è una lettura alternativa del passo, che in base agli argomenti portati da Frede-Patzig sembra meno plausibile (cfr. ad loc), e che si trova in Asclepio e ps. Alessandro ed è presente anche in Schwegler e Bonitz, lettura secondo cui la menzione degli elementi va connessa a quella della materia. Il pregio di questa lettura alternativa è quello di sottolineare come fuoco del discorso la tesi secondo cui la mano, una volta che viene tagliata, non esiste più come mano, ma solo come materia di cui risulta composta (Frede-Patzig, ad loc.). La lettura di Ross è tuttavia preferita da Frede-Patzig perché permette di correlare il te di b 6 al kai; di b 8 senza che sia necessario aspettare sino al mavlista di b 10 (che segue immediatamente al passo citato). Già in Z,2 (1028 b 9-13) gli animali e le loro parti erano stati introdotti accanto egli elementi.

2 Aujtw’n può riferirsi sia agli elementi soltanto (che mancano di unità in senso più semplice, dacché sono resi unitari da una trasformazione adeguata) o agli elementi ed alle parti degli animali congiuntamente (sebbene nel caso delle seconde sia presente una forma di unità, seppur dipendente da quella del tutto vivente); sembra tuttavia, come notano Frede-Patzig ad loc. che la seconda opzione sia preferibile, dal momento che ciò che è fatto valere come punto fondamentale (alle linee b 8-9) vale per entrambi i casi: in entrambi i casi infatti l’unità è dipendente rispetto a quella del tutto. In relazione alla argomentazione qui svolta ciò non crea particolari problemi: è infatti pienamente compatibile la dipendenza delle parti rispetto al principio vitale del tutto (l’anima, la totalità essenziale che corona i rapporti di vincolo interni alla totalità integrale del vivente) con la tesi secondo cui l’organizzazione delle parti (il loro essere anomeomenre, dipendenti e vincolate su più livelli) giustifica l’elaborazione di questa particolare teoria percettiva e non di un’altra.

3 Viene qui seguito il testo di Ross, Jaeger e Frede-Patzig, (adottato anche da Bostock) che legge appunto swrovV (mucchio) e non oj ojrrovV (il siero) che è integrato nella traduzione di Bonitz e deriva dallo ps. Alessandro e dal Parisinus ojrrovV, notano Frede-Patzig, è una lectio difficilior e come tale andrebbe preferito, ma sembra che la corrispondenza con Z,17 (1041 b 12) e con H.3 (1044 a 4) spinga a mantenere la menzione del mucchio; la scelta di siero potrebbe essere dovuta all’associazione con phfqh/’, ma phfqh/’ non si riferisce, notano Frede-Patzig, a swrovV / oj ojrrovV ma a aujtw’n: queste cose (elementi e parti) sono come un mucchio e sono privi di unità prima di venire cotti così che da loro nasca qualcosa di unitario (Frede-Patzig, ad loc.). Naturalmente è essenziale ad discorso condotto in questa sezione che si parli di mucchi e non di siero; per questo motivo ci si appoggia a Frede-Patzig e Ross, esplicitando tuttavia il fatto che l’argomentazione svolta vale se e nella misura in cui Aristotele stia parlando di totalità mucchio. Se questo non fosse il caso verrebbe sì a cadere in parte il punto su Z,16, ma la correlazione tra una forma di totalità affine ad un mucchio e l’assenza di quella unità che è propria delle sostanze potrebbe comunque reggersi su Z,17 ed H,3.

4 I1 riferimento al calore (per cui cfr. anche la nota precedente) si spiega a partire dal paradigma della cozione, che informa la biologia aristotelica ed in particolare guida la spiegazione dei processi di generazione, in cui opera un tipo di calore che è generativo.

5 Metafisica Z, 16, 1040b5-16, enfasi ovviamente mia. Accolgo nella traduzione una correzione che deriva dall’interpretazione di Frede-Patzig (cfr. ad loc.), secondo i quali, contra Ross e Bonitz, alla linea 11 il kai; ta; th’V yuch’V pavregguV è aggiunta epesegetica di ta; movria. Frede-Patzig sostengono che il riferimento sarebbe a quelle parti del corpo che, come il cuore o il cervello rivestono particolare importanza tanto da considerarsi la sede dell’anima. Tali parti, menzionate in Z, 10,1035b25-27, che sono più vicine all’anima, sono poste a metà strada tra la mera potenzialità e l’attualità piena e sembrano partecipare di entrambe.

6 Metafisica Z, 13, 1039a7-8.

7 «Aristotle cannot mean us to apply this line of thought to the parts of an animal, for he is insisting that a separated hand, not capable of fulfilling the natural function of an hand, is not actually a hand. What, then, is it that is merely ‘potential’ about a fully functioning hand that is part of a man?», cfr., Bostock 1994, p. 225.

8 Wedin 2000, p.393.

9 Si può spiegare l’intervento dello Pseudo-Alessandro che aggiunge kai; touvtwn ouj pavntwn ajllav (535, 27-28) ed appoggiandosi a De anima I, 5, 411b19-22 e II, 2, 413b16-22 ha ipotizzato ejntovmwn (insetti) al posto di ejmyuvcwn, pur tenendo conto del fatto che per Aristotele questa particolarità non è propria degli insetti soltanto. Infatti, a proposito di 1040b13 cita serprenti, cavallette e ragni.

10 Per lovgo” si è mantenuto qui nozione (Ross/Bostock rendono con formula) perché tradurre con definizione, come fa Viano, potrebbe essere criticabile data la presenza di oJrismovV a breve distanza; in questo modo si può rendere anche la correlazione tra la parte della nozione alla linea 21 e la nozione delle parti alla linea 23. In questo caso Aristotele mantiene ferma la distinzione tra lovgo” e oJrismovV, ovvero tra una nozione atta ad indicare che cosa è un oggetto (attribuendole anche un nome), a prescindere dalla sua sostanzialità o meno, e una definizione propriamente detta (la definizione d’essenza).

11 Metafisica Z, 10, 1034b20-24. La bibliografia sul problema è molto vasta. Mi limito a citare i contributi più significativi, che hanno guidato la discussione. Frede 1990, pp. 117-21; Morrison 1990, pp. 131-44; Whiting 1991, pp. 626-31; Bostock 1994; Ferejohn 1994, pp. 291-318; Heinaman 1997, p.284.

12 Frede-Patzig 1988.

13 Ross 1924.

14 Metafisica Z, 10, 1034b32-34. In che modo intendere l’esclusione del concetto di parte come unità di misura quantitativa? Frede-patzig (cfr. ad loc.) commentano notando che con questa mossa non viene accantonato in generale il confronto tra i diversi significati di parte (a favore dell’indagine sui vari impieghi di ousia), ma soltanto quel significato di parte per cui essa è unità di misura secondo la quantità. Il declassamento della parte secondo l’unità di misura corrisponde d’altra parte ad un suo innalzamento in prossimità delle parti delle sostanze, nella misura in cui questa specificazione di campo e messa da parte della parte quantitativa è teoricamente richiesta: il punto, si potrebbe congetturare, è forse relativo al rapporto tra le categorie di quantità e sostanza (vi è infatti un nesso contrastivo, nel testo, tra posovn (1034 b 33) e oujsia (1034 b 34)), e la necessità di puntualizzazione – in un contesto in cui evidentemente sono in gioco le parti rilevanti ai fini della definizione d’essenza, della sostanza in quanto essenza – relativa alle parti quantitative dipende forse dal fatto che qualsiasi sostanza composta ha una data morfologia, e può essere ridotta per via di prescissione di componenti (anche essenziali, peraltro) ad un minimo comune denominatore dato dal solido geometrico misurabile. Le differenze quantitative ed in generale secondo il più e il meno possono essere determinate soltanto su un supporto formale che dia l’asse di contrarietà su cui si scandiscono il più e il meno, e le variazioni secondo il più e il meno, per quanto derivativamente abbiano un riscontro morfologico e quantitativo, sono primariamente varianti formali concesse su quel supporto unitario. Con ogni probabilità che in questa prospettiva si possa intendere l’accantonamento del significato di parte come unità di misura quantitativa: l’unità di misura (ovvero l’isomorfismo strutturale di un supporto di misurazione e la sua invarianza rispetto ad un dato gruppo di variazioni accidentali) resta probabilmente un buon modello analogico per il concetto di forma, ma se il problema è dato dalla pluralità delle parti del composto e della definizione, occorre risalire dall’unità di misura al suo supporto formale e considerare quest’ultimo all’interno della organizzazione mereologica della sostanza.

15 Metafisica Z, 10, 1035b12-27.

16 Metafisica Z, 10, 1035b25-31.Il passo citato è qui analizzato soltanto nella misura in cui una plausibile sua rilettura risulta coerente con l’argomentazione svolta relativamente al nesso sussistente tra parte principale e procedura di estrapolazione dei termini generici attraverso la considerazione in universale del composto; esistono ovviamente però letture alternative dettate da prospettive interpretative divergenti, focalizzate su quadri problematici che qui sono stati lisciati sullo sfondo. Nel caso del passo in esame il problema più notevole che si solleva è relativo alle implicazioni sul problema della particolarità o universalità della forma sostanziale della dottrina della definizione qui esposta, che da un lato fa leva sulla considerazione in universale del composto, d’altra parte caratterizza nelle righe seguenti (1035 b 31- ss.) la definizione come definizione dell’universale. Mi limito qui a menzionare quanto osservato, a proposito del passo citato e della sua interpretazione tradizionale, da Frede e Patzig: l’interpretazione classica o universalistica delle forma sostanziale legge in questo passaggio (1035 b 27-31) l’affermazione della dottrina della materia come principio di individuazione di una forma universale nel composto. L’interpretazione a cui Frede-Patzig si riferiscono è quella di Ross e soprattutto dei Londinesi, secondo i quali la definizione esprime la forma dell’uomo insieme alla sua materia in generale; le difficoltà sollevate da Frede e Patzig per questa interpretazione sono di due ordini: in primo luogo, dal momento che tanto in questo passo quanto soprattutto in Z,13 si afferma che i termini generici non indicano una sostanza e non sono quindi reali in senso pieno, intendere in questo modo significa attribuire alla materia il ruolo sostanzializzante del composto o meglio della forma che si individua nel composto per via della materia. In secondo luogo, quando si parla dell’uomo in universale ci si riferisce anche alla materia dell’uomo. Pertanto, pur dandosi una esplicazione del predicato generale uomo, non si può però parlare di definizione. Frede e Patzig tentano di svincolare la dottrina della definizione della forma dalla dottrina della definizione dell’universale, facendo leva sulla teoria per cui i termini generici derivano dalla considerazione in universale del composto ed includono quindi una menzione della materia, di cui, come in questi capitoli si dimostra, non c’è definizione.

17 Secondo Frede-Patzig ad loc suvnolonv ti corrisponderebbe all’inglese composite of a sort mentre senza ti designerebbe una cosa individuale concreta.

18Metafisica Z, 10, 1035b27-31, enfasi mia. Insieme a Z, 11, 1037a5-10 che recita: «[dh’lon de; kai; o{ti hJ me;n yuch; oujsiva hJ prwvth, to; de; sw’ma u{lh, oJ da[nqrwpoV h] to; zw/’on to; ejx ajmfoi’n wJV kaqovlou: SwkravthV de; kai; KorivskoV, eij me;n kai; hJ yuchv, dittovn (oiJ me;n ga;r wJV yuch;n oiJ dwJV to; suvnolon), eij daJplw’V hJ yuch; h{de kai; <to;> sw’ma tovde, w{sper to; kaqovlou [te] kai; to; kaqe{kaston] è chiaro anche che l’anima è la sostanza prima, il corpo è materia, l’uomo o l’animale è ciò che è costituito da entrambi, considerato universalmente. Prendiamo Socrate e Corisco: se Socrate può essere anche l’anima, allora quei nomi hanno due sensi, perché in uno significano l’anima, nell’altro il composto; ma, se indicano semplicemente questa particolare anima e questo particolare corpo, l’individuale è come l’universale», il brano ha fornito uno dei principali banchi di prova per la disputa interpretativa relativa alla particolarità o sostanzialità delle forme sostanziali, abbastanza di recente rilanciata dal commentario di Frede-Patzig 1988e dalla riproposizione con nuovi argomenti della tesi particolaristica. In questa nota prenderò in esame sommariamente alcuni aspetti centrali del dibattito relativo ai due passi (Z,10 1035 b 27-31 e Z, 11, 1037 a 5-10), al fine di mostrare il punto di connessione di quella problematica e di quella che è stata qui affrontata a partire dai capitoli Z,10 e Z,11. Seguendo una schematizzazione proposta da Burnyeat 2001 e da Wedin 1991 per cogliere il senso del passo è opportuno iniziare disambiguando l’operatore wJ” kaqovlou che compare alla fine. Esso interviene a spostare oltre la soglia di sostanzialità enti come l’uomo o l’animale: questi infatti sono insiemi determinati di questa definizione e questa materia wJ” kaqovlou. Le interpretazioni possibili sono ben sistematizzate da Burnyeat come segue; se indichiamo con M la materia, con F la forma o definizione e con un pedice g l’operatore wJ” kaqovlou potremo così indicare le diverse letture:

a. (F + M)g: in to; ejx ajmfoi’n wJ” kaqovlou (Z, 11, 1037a6-7) l’operatore wJ” kaqovlou interviene non solo su ajmfoi’n (come nell’opzione a seguire) ma su to; ejx ajmfoi’n complessivamente considerato; viene presupposta la particolarità del sinolo, ma non necessariamente quella dei suoi componenti. Il concetto di particolarità in gioco è quello relativo al composto ed è connesso alla sua concretezza.

b. (F g + Mg) in questo caso è implicata sia la particolarità della materia sia quella della forma –si tratta della lettura di Frede-Patzig secondo cui Aristotele, a partire dal problema della definibilità del concreto, si preoccupa di definire di volta in volta l’apporto della materia e pertanto distingue tra la materia in senso generale da un lato, e la materia prossima dall’altro. Uno dei problemi principali di questa lettura è gestire la particolarità come un attributo che perbene alla forma tanto quanto alla materia ed assume nei due casi il medesimo significato: sembra infatti che vada distinta la particolarità della forma (intesa come determinatezza) dalla particolarità della materia (intesa al contrario come indeterminatezza, particolarità atomica) e da quella del composto (intesa come concretezza). La possibilità della lettura nominalistica vale comunque a dissolvere l’apparente ovvietà dell’interpretazione classica che intende la materia come principio di individuazione.

c. (F + Mg) lettura tradizionale: la forma è universale e la materia funziona come principio di individuazione ed è quella componente particolare del composto che va universalizzata nei termini generici e specifici che figurano nella definizione. Anche in questo caso il concetto di particolarità che entra in gioco è relativo alla materia, e dunque connesso alla indeterminatezza.

Ad opinione di Burnyeat la mera possibilità di una lettura neutrale, quale è (i), vale a disinnescare gli argomenti di quanti si appoggiano ai passi in questione per avvalorare una interpretazione universalistica o particolaristica delle forme sostanziali (Burnyeat, 2001: p. 85). Perché però la lettura neutrale sia sostenibile deve essere possibile nel passo di Z,10 (1035 b 29-30) non intendere questa (toudiv) forma e questa (thsdiv) materia come questa particolare forma e questa particolare materia: i pronomi dimostrativi possono essere interpretati, sottolinea Burnyeat, come dei segnaposto, spazi bianchi che sono di volta in volta fissati nel loro contenuto da una ricerca di merito (cfr. ivi, p. 84; l’esempio paradigmatico dato da Burnyeat di una simile definizione aperta è rappresentato dall’analisi della collera presente in De Anima 1, 1, 403 a 25-b 9). Contro questa lettura neutrale si potrebbe far valere un argomento di Wedin 1991 secondo il quale l’opzione (i) non lascia di fatto alcun ruolo all’operatore wJ” kaqovlou, rendendolo ridondante, dal momento che esso opera fuor di parentesi e come tale non sulla costituzione interna dei singoli componenti, ma sul livello logico di generalità del composto, spostandolo ad un grado maggiore di generalità, come l’esponente di una operazione reiterabile. L’interpretazione di Frede-Patzig, sposata anche da Wedin, dà all’operatore un peso molto forte, anche a costo di inserire un’enfasi che, a parere ad esempio di Burnyeat, nel testo non si trova, dal momento che l’operatore sembra introdotto in Z. 10 semplicemente in riferimento a un modo della totalità (la totalità di tipo generico) di cui viene negata la sostanzialità sulla base di un argomento mereologico. Secondo la lettura deflazionistica proposta da Burnyeat, in questi passi non entra in gioco lo statuto ontologico di ciò che viene significato dai termini generici, ma solo l’esclusione dal novero delle sostanze delle totalità di tipo generico attraverso un atto generalizzante che sposta oltre una soglia di sostanzialità che è ancora in corso di definizione. Va ricordato che è disponibile un’altra critica (cfr. Wedin 1991) all’opzione (ii) ed alla lettura di Frede-Patzig, basata sul fatto che in Z,10 non si parla di sostanza prima, ma semplicemente di sostanza: la risposta dei sostenitori della tesi particolaristica fa leva sul passo tratto da Z,11 (per il quale lo stesso Burnyeat ritiene possibile anche l’opzione (ii), in cui da un lato si dice che la forma sta alla materia come l’anima (esplicitamente detta qui sostanza prima) sta rispetto al corpo, e d’altra parte è presente una forma condizionale (se consideriamo Socrate o Corisco – o Socrate e Corisco come anima e corpo (o nomi di anima e corpo), allora il particolare è come l’universale. Sulla base di questi punti, nella lettura particolaristica, la particolarità non è posta nella composizione (dal momento che anche l’universale è composto) ma nei costituenti, e tra questi anche nella forma. L’argomento suppone che il composto da cui si generalizzi sia particolare e che la particolarità, se non sta nella composizione, stia nei costituenti, ma si tratta di presupposti non scontati, dal momento che la particolarità potrebbe stare in un certo livello a cui si attua la composizione: l’inferenza dalla composizione ai componenti si basa infatti sul presupposto che il modo di composizione sia il medesimo nei due casi, ma ciò non è scontato, dal momento che Aristotele istituisce qui una proporzione e non una identità. Il fondamento più forte ad una lettura particolaristica non è qui, ma nel fatto che nel passo di Z,1 l la composizione viene ascritta in modo paradigmatico all’universale, e solo sulla base di un ragionamento proporzionale estesa al particolare: ciò emerge con chiarezza se non si traduce il passo in questione inserendo immediatamente la composizione (composto come l’universale: così fa Wedin ed una simile lettura è presente anche nella traduzione italiana di Viano), ma lasciando semplicemente la comparazione (come l’universale). In questo senso l’enfasi sulla forma condizionale dell’argomentazione sembra pregnante. In Z,11 sembra si dica questo: (il nome) Socrate può essere inteso come (riferentesi all’) anima o (al) composto di anima e corpo, dove l’anima è la sostanza prima di Socrate stesso; ma se Socrate è considerato in quanto composto, allora è come l’universale. Ma, concludiamo, per ciò stesso non è considerato più come anima, cioè come sostanza prima. L’universale è dunque primo in base alla composizione e secondo in base alla sostanzialità, mentre primario riguardo alla sostanzialità è un particolare modo della totalità che si riscontra negli individui. Il sinolo è posteriore e più chiaro nei termini di Z,3 in quanto alla composizione del composto, di cui sono paradigma le totalità di tipo generico, si lega dunque la secondarietà nell’ordine della sostanzialità. In questi limiti emerge una certa plausibilità dell’interpretazione particolaristica di questi passi; ma non credo che così intesa essa implichi una particolarità stretta (ed eventualmente una concezione in qualche senso nominalistica) delle forme sostanziali, dal momento che tale interpretazione potrebbe funzionare anche con una lettura della sostanza come semplicemente individuale e della forma sostanziale come determinazione essenziale semplice espressa da un termine sortale, dunque non universale nel senso di un universale caratterizzante ovvero di una totalità generica ma sempre propria di quell’individuo ad un certo livello della sua strutturazione mereologica interna, per quanto collocata derivativamente su un gradiente di generalità, dal momento che esistono determinazioni che sono sempre determinazioni dell’individuo, pur essendo più grezze e meno determinate di altre.

19 Già nella Scolastica ed in particolare nel pensiero di Tommaso d’Aquino, si registra una oscillazione sullattribuzione del ruolo di parte principale al cuore, cfr. Henry 1991.

20 Si tratta di un risultato teorico raggiunto sulla base delle argomentazioni svolte in § 3.1.

21 Lloyd 1981 ha correttamente osservato che la forma non è un universale in re ovvero esistente in Socrate ed in Callia, perché la forma dell’uno non è numericamente identica alla forma dell’altro. Universale è il predicato uomo che si applica allo stesso modo ad entrambi, ma questo esiste solo nelle proposizioni, cioè è un universale post rem. Aristotele sostenne una teoria delle forme in re e degli universali post rem. Si consideri il complesso passo di Metafisica Z, 11, 1037a5-10 in cui si dice che l’anima è la sostanza prima, il corpo la materia e l’uomo il composto di entrambe inteso come universale. Socrate e Corico hanno dunque due significati (anima e corpo). Se invece, sono semplicemente questa anima qui (hJ yuch; h{de) e questo corpo qui, allora come è per l’universale, è per l’individuale. Burnyeat et al 1979 non riescono a rendere pienamene l’espressione hJ yuch; h{de che allude all’esistenza di una forma individuale che, a loro avviso, sarebbe in contrasto con Z, 8, 1034a6-8 dove si dice che Socrate e Callia sono la tale forma (to; toiovnde ei\doV) in queste carni ed ossa qui. Secondo i londinesi, infatti, ogni individuo è costituito da una forma universale ed una materia individualizzante e, pertanto, escludono la possibilità di una forma individuale. Come ha osservato Berti 2002, p. 536, il fatto che non riescano a rendere conto di questa espressione depone a sfavore della loro tesi. Peraltro Lloyd ha mostrato come toiovnde non è altro che un questo generalizzato, cioè l’astrazione da molti questi: un universale.

22 Metafisica Z, 11, 1036b26-31. «Delle cose che costituiscono oggetto di definizione e delle essenze, alcune sono come il camuso, altre come il concavo. C’è questa differenza tra l’uno e l’altro: che camuso viene preso con la materia, dal momento che il camuso è un naso concavo, mentre la concavità sta senza materia sensibile. Ora, tutti gli oggetti naturali, come naso, occhio, viso, carne, osso e in generale animale, fogli, radice, corteccia e in generale pianta si definiscono in modo analogo a camuso, cioè non c’è definizione di nessuno di essi che non si riferisca al movimento, e la loro definizione comprende sempre la materia. È chiaro allora in che modo bisogna cercare di definire l’essenza nelle cose naturali, e perché spetta al fisico considerare anche alcune parti dell’anima, cioè quelle che non stanno senza materia», Metafisica H, 1, 1025b30-1026a6 trad. Viano. La definizione propria del fisico è oggetto di approfondimento in Metafisica E, 1, 1025b28-1026a6; K, 7, 1064a23-28; Fisica II, 194a12-15; 200b7-8; De anima I, 1, 403a24-b16.

23 Frede 1988.

24 Metafisica Z, 10, 1036a16-25.

25 Metafisica Z, 11, 1036a31.

26 Metafisica Z, 11, 1036a32-33.

27 Metafisica Z, 11, 1036b1-2. In merito all’espressione oujde;n tou’ ei[douV Jaeger 1957 ritiene di dover integrare il testo con <mevroV>: oujde;n <mevroV> tou’ ei[douV. Condivido il rilievo di Frede-Patzig 1988. Già alcune righe prima, in 1036a33, Aristotele usa la costruzione oujde;n tou’ X ei\nai nel senso di non essere parte di X. Oujde;n può essere costruito sia in forma avverbiale che pronominale (non è nulla che sia parte della forma), cfr. pp.353-354.

28 Ross 1924 e Jaeger 1957 leggono con Ab tou’ton. Seguo Frede-Patzig 1988, ad loc. 1036b3, p. 354 nell’adottare la lezione di EJ. Indubbiamente, il pronome si riferisce alla materia. Aristotele lascia aperta la possibilità che si riferisca al bronzo, oppure se l’intera frase vada intesa in senso più generale, come se il dimostrativo si riferisse a qualunque tipo di materia. L’esempio che compare in seguito, essendo relativo alla materia e alle parti dell’uomo, sembrerebbe deporre per questa seconda possibilità.

29 Il verbo ejpigivgnesqai va, con ogni probabilità, inteso in senso modale: la separazione dalla materia non solo sarebbe difficilema addirittura impossibile qualora la forma potesse realizzarsi solo in questo tipo di materia. Cfr., Frede-Patzig 1988, pp. 354-355; Code-Moravcsik 1992.

30 Metafisica Z, 11, 1036b3-7. In merito alla linea 1036b5 seguo la lettura tradizionale proposta da Ross 1924 e da Burnyeat et al. 1979 secondo la quale Aristotele sostiene che nella definizione dell’uomo ci si debba riferire alla materia. Il nesso di 1036b5, h] ou[, testimonierebbe, secondo Frede-Patzig, che nessuna parte è parte della definizione di uomo nel senso di uomo concreto. Invero, la nozione di parte in questo passo non riceve la necesaria qualificazione atta ad escludere ogni tipo di parte dalla definizione del composto. Burnyeat parafrasa 1036b5-7 come segue: «are the flesh and bones in which we always find the form of man themselves part of the form and the definition, or are they (inessential) matter which, like the bronze of the hypothetical bronze circles, we find ourselves unable to separate because it is never actually found separate?», p. 88-89. Non condivido la posizione di Frede-Patzig 1988 ad loc. 1036b5, p. 354 e di Wedin 2000, pp. 323-341 che argomenta a favore della purezza delle forme con evidenti conseguenze sul piano dell’analisi delle facoltà psichiche. Scrive Wedin: «so one way to think about the purity of formi s in terms of its independence from the matter it, or its parts, happens to be realized in. On this view, a given form may exist in matter of a certain kind but could be realized in different matter, and, in this sense, the form is capable of existing independently of matter. Putting matters this way gives the issue a younger look, for it appears to entertain the suggestion that form enjoys what is now called compositional plasticity. Roughly, this is the idea that a given (kind of) form, psychological state, mental event, or whatever, can be realized in different kinds of matter. Although not equivalent to purity, compositional plasticity is a sufficient condition of it. This, at least, is Aristotle’s position. So an argument that formi s compositionally plastic would boost the claim that formi s pure of material parts», 2000, p. 321, enfasi ovviamente mia. Per una trattazione più diffusa sul piano strettamente psicologico, cfr. Wedin 1988, 1989, 1993a, 1994, 1995, 1996a. La posizione che stiamo cercando di argomentare in questo studio tende proprio a dimostrare la tesi opposta a quella espressa da Wedin.

31 Metafisica Z, 5, 1030b31-32: il camuso è una concavità del naso (e[sti ga;r to; simo;n koilovth” ejn rJiniv), altri termini di questo tipo sono maschio, femmina (inseparabili da animale) e doppio (inseparabile da numero, Metafisica Z, 5, 1030b26, 1031a3-4).Similmente ad una sfera di bronzo che, in quanto è questa sfera di bronzo, è per essenza costituita dal bronzo, la camusità occorre per essenza in un naso (la camusità esemplifica proprio la natura del composto, tovde ejn tw/’de) e, dunque, nella carne, come soggetto proprio. Al contrario del cerchio, entrambi sono universali materiali nella misura in cui la loro definizione (ottenuta per aggiunta, in quanto verte su due termini che compaiono in coppia (sundeduasmevnwn, Z, 5, 1030b16) include un riferimento essenziale ad un certo tipo di materia: della concavità non è parte la carne, che è la materia nella quale essa si genera, mentre la carne è parte della camusità (1035a4-6). Nonostante ciò, sarebbe un errore ritenerli due esempi perfettamente paralleli: la camusità implica la presenza della carne, e la carne ha una natura materiale ed una formale (un assetto composizionale dato dalle proporzioni degli elementi che vi rientrano come costituenti ed un ruolo funzionale in quanto parte del composto integrale). Inoltre, la camusità, a differenza della sfera di bronzo che richiede come materia un pezzo di bronzo qualunque, richiede proprio questa particolare proporzione degli elementi che si attua in questa particolare parte carnosa e non in un’altra.

32 Wedin 2000.

33 I composti elementari (omeomeri, poiché la composizione anomeomera pare riservata ai viventi) possono essere soggetti a divisioni massive senza che l’identità del tutto venga meno e, al tempo stesso, i processi elementari presentano una peculiare reversibilità, dal momento che non c’è un soggetto che in essi si trasforma. Si tratta dunque di una totalità-mucchio, che non presenta un principio di unità ed identità del tutto.

34 Su questo punto anche Charles 1994.

35 Lennox 2001, p.183.

36 Lloyd 1992, p. 165.

37 «If functionalism is described simply as the view that biological structures are only contingently related to their functions, Aristotle cannot be a simple functionalist. To cite an example discussed at the end of this paper, it is essential to lunged animals that they have a structure for closing their windpipes when they swallow, though some do so by means of an epiglottis, others by means of collapsable opening. But to do so by means of an epiglottis, while in some sense ‘contingent’ for the general class of breathers, is essential to vivipara, and is so because of their distinctive material natures. Thus, whether an organ is essential for a given function will depend on the precise characterization of each». Cfr. Lennox cit. p. 183.

38 Wardy 1990.

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