La Mereologia della definizione in Aristotele

La spiegazione scientifica della natura di un soggetto sostanziale sarà dunque l’analisi di un individuo in una continuità di piani ilemorfici emergenti incardinati nella parte principale. Questa tesi, da minimale requisito di sensatezza interno alle nostre argomentazioni, deve diventare una posizione metafisica positiva.

Qui trovate un estratto del mio lavoro sulla mereologia della definizione e dei contrari inserita nel contesto più ampio della teoria della percezione di Aristotele. Di seguito il link e un estratto su Metafisica Zeta.

https://www.dropbox.com/s/4bqzt9y9rplvnus/CAPITOLI%20I-II.Mereologia.doc?dl=0

A tal fine è necessario produrre un’analisi di merito che abbia ad oggetto la nozione di parte specificando di volta in volta a quale parte si faccia riferimento nella spiegazione adottata. Ci proponiamo dunque di far emergere la relazione tra le parti strumentali e il composto integrale, da un lato, e quella tra la parte principale e il composto integrale dall’altro. Posto che il problema si configura nei termini della relazione di proporzionalità tra le parti della cosa (che è identica all’essenza sulla base del dettato di Z, 6) e parti dell’essenza, si tratta di vedere, nello specifico, se e come la definizione delle parti deve stare in quella della totalità (la definibilità si configura come una specificazione della sostanzialità).

«Dato che [i] la definizione [oJ oJrismov”] è una nozione [lovgo”]1 e [ii] ogni nozione ha parti [pa’” lovgo” mevrh e[cei], e la nozione sta rispetto alla cosa, come la parte della nozione sta alle parti della cosa, [iii] sorge ora questa difficoltà: se la nozione delle parti debba stare nella nozione della totalità [povteron dei’ to;n tw’n merw’n lovgon ejnupavrcein ejn tw/’ tou’ o{lou lovgw/] oppure no. È evidente che in certi casi i discorsi delle parti stanno in quelli della totalità, in altri casi no [ejnivwn me;n ga;r faivnontai ejnovnte” ejnivwn d ou[2.

Il senso del passo è il seguente: la nozione della totalità deve contenere quella delle sue parti? Nel fornire una soluzione provvisoria al problema delle parti della definizione, nella prima metà del capitolo (1034b32-1035b3) Aristotele si serve di una distinzione preliminare: quando ci chiediamo se le parti di qualcosa rientrino o meno nella sua definizione dobbiamo chiarire la natura di questo qualcosa. La tesi sostenuta in [ii] prevede che per ogni formula definizionale F che abbia f come parti, e che sia relata ad un ente E, che abbia e come parti, vi sia una corrispondenza tra f ed e. Si tratta di una formulazione alquanto generale volta ad opporre tw’n merw’n lovgo” e tou’ o{lou lovgo”: non è chiaro né se essa valga per tutte le parti di E o, in caso contrario, per quali parti valga e per quali no, né quale sia la natura esatta di questa corrispondenza tra le parti della nozione e quelle della cosa. Infatti, per come il problema viene posto, non si tratta di chiedersi se la nozione di una cosa contenga quella delle sue parti, ma solo se debba fare riferimento a tutte le sue parti.

Peraltro, l’espressione «la nozione di x» è polivoca3: può riferirsi all’espressione linguistica con cui si rende il che cos’è di x, ma può anche riferirsi direttamente al che cosa di x; Aristotele potrebbe volere dire che il che cosa delle parti di x è contenuto nel che cosa dell’intero, pur non volendo necessariamente dire che la formulazione linguistica espliciti il che cosa delle parti, essendo sufficiente che esse siano menzionate in essa. Anche ammettendo questo secondo caso, tale menzione fa comunque riferimento alla loro natura essenziale, ed è difficile pensare che qui si intenda distinguere un caso in cui la nozione è solo menzionata da un caso in cui sia anche contenuta nella definizione dell’intero: il punto per noi essenziale è che sin d’ora si può intuire che il che cosa di non tutte le parti potrà rientrare nel che cosa dell’intero.

Tanto più che, mantenendo una distinzione tra una parte ed il lovgo” della parte, solo il lovgo” che esprime la necessità di quella parte nella natura essenziale dell’intero potrà rientrare nel lovgo” dell’intero. Non si tratta dunque solo di stabilire i rapporti di anteriorità e posteriorità tra le parti e il tutto e quali parti rientrino o meno nella definzione degli interi4, ma soprattutto di stabilire per quali parti valgano queste relazioni e in merito a quali interi abbia senso porre tale relazione: se un intero è per natura capace di percepire, allora la relazione tra le parti sarà misurabile ed istituibile sulla base di questa capacità. Mettiamo in evidenza il primo punto per noi significativo con un esempio: il mio gatto non è semplicemente la combinazione delle sue parti e, dunque, non si lascia comprendere pienamente a partire da un’analisi delle sue parti – ad un livello generale possiamo dire che carni, ossa e nervi sono parti materiali del gatto, in cui il gatto si corrompe e che non entrano nella sua definizione.

A ciò si aggiunga che alcuni tipi di parti, come le parti strumentali, le chiamiamo in questo modo appunto per la funzione che svolgono nell’espletamento delle capacità che per natura appartengono all’animale. Se caratterizziamo un pezzo di materia organica come un dito, nell’atto stesso con cui lo indichiamo e gli attribuiamo un nome esso contiene già il suo essere parte dell’intero: vale a dire un certo tipo di parte di un certo tipo di vivente. Ma ciò non sembra ancora sufficiente. La teoria della percezione ci permette di qualificare ulteriormente la parte di volta in volta messa a tema: quel determinato pezzo di materia organica si lascia comprendere solo in quanto parte strumentale, ovvero come articolazione ad un certo livello di complessità della parte principale. Solo nella misura in cui alcune parti presuppongono l’intero potremmo sostenere che l’intero è anteriore alle parti. Diventa agevole mostrare come questo problema si connetta a quello della definizione. Se alcune parti si possono comprendere solo in quanto parti dell’intero (un dito, l’angolo acuto) ne consegue che il loro lovgo” debba contenere un riferimento all’intero e non, viceversa, che l’intero vada definito facendo riferimento alle parti –si badi che viene lasciata aperta la possibilità logica che un ulteriore tipo di parte possa rientrare nella definizione dell’intero.

In ogni caso, poiché quando definiamo una cosa possiamo intenderla o in quanto forma o in quanto composta di materia e forma, le parti materiali non rientreranno nella sua definizione non essendo in alcun modo parti della forma. Ma di quali parti stiamo parlando? La formulazione parti materiali è ancora troppo generica. Scrive Aristotele: «Il termine ‘parte’ si dice in molti modi, uno dei quali è di essere unità di misura secondo la quantità; ma [questo significato] mettiamolo da parte: dobbiamo invece occuparci di quelle che sono le parti della sostanza»5. Risulta qui irrilevante l’uso del termine parte nel senso di unità di misura. Per comprendere di quali parti stiamo parlando, dovremo dunque raffinare la definizione della nostra parte sottoponendola ad una analisi di merito in base al ruolo che essa svolge all’interno del composto: l’identità di una parte risulta vincolata a quella della struttura d’insieme di cui essa è parte, come peraltro dalla relazione che la lega alle altre parti. La tesi che in questa prima sezione del capitolo Aristotele sostiene è la seguente: dato che distinguiamo tra la materia, la forma ed il composto di entrambe, ed essendo tutte e tre oujsiva, ci sarà un tipo di oujsiva di cui la materia o una parte materiale è parte, ed un tipo di oujsiva di cui la materia o una parte materiale non è parte. Se dunque possiamo intendere una sostanza sia sotto il profilo per cui essa è forma, sia sotto il profilo per cui essa è un composto ilemorfico, potremmo sostenere che le parti materiali saranno parti della sostanza in quanto parti di un composto ilemorfico e, al tempo stesso, che non saranno parti della sostanza in quanto non saranno parti della forma. Se di ciascuna parte va considerato un dato aspetto corrispondente a una determinazione rilevante per il tutto, ovvero un dato aspetto formale, ne deriva che della materia non sarà fatta menzione nelle definizioni, almeno non se essa è considerata per sé e dunque in modo del tutto indeterminato. Come stabilire il livello di determinazione delle parti per cui esse rientrano nella definizione del tutto direttamente o per mediazione di altre parti strutturalmente e definizionalmente preordinate che rientrano direttamente in tale definizione?

Una prima osservazione di carattere generale: i rapporti di anteriorità vengono introdotti come rapporti che sussistono tra alcune o tutte le parti ed il tutto, dunque in modo qualificato e relativo, e attraverso l’esempio che gioca qui una funzione apparentemente generale dell’angolo retto e del cerchio (1035 b 6-10), che risultano, dice Aristotele, anteriori rispetto alla definizione all’angolo acuto e al semicerchio che ne fanno parte, in modo analogo a un dito rispetto all’uomo di cui è il dito (1035 b 10-11). Sembra tuttavia che in queste esemplificazioni entri in gioco un significato di parte che Aristotele ha in precedenza escluso dall’analisi (il concetto di parte come unità di misura) al fine di focalizzare il significato di parte come parte di una sostanza. Non è però escluso, ma anzi potrebbe ricevere conferma da questo tipo di esemplificazione, che l’esclusione delle unità di misura possa essere intesa diversamente, in modo da risolvere l’apparente problema che deriva dal riferimento all’angolo retto: con questa esclusione si direbbe semplicemente che occorre risalire dall’unità di misura al supporto formale che consente l’applicazione di quella unità di misura, che è appunto fondata su un aspetto strutturale nel misurato, stabilito a meno della diversità tra le diverse occorrenze dell’unità di misura. In tal caso le unità di misura rientrano nella disamina delle parti della sostanza, sebbene non in quanto misurazioni quantitative effettive, bensì in quanto supporti formali che consentono la misurazione quantitativa: possiamo cioè dire che un angolo è una tale frazione di un retto perché riconosciamo nell’angolo la forma semplice, che nella misurazione è ripetibile per accidente (e anche divisibile per accidente se il coefficiente della ripetizione è frazionario), di un angolo retto. Non è ovvio dunque che l’angolo retto giochi qui il ruolo del tutto in senso quantitativo, poiché lo stesso esempio avrebbe potuto essere fatto con l’angolo ottuso, che è pure tale rispetto a un retto: ciò che questa introduzione al riesame del problema dell’unità della definizione vuole focalizzare è semplicemente la trama di rapporti di anteriorità e posteriorità che sussistono tra una parte e un tutto o viceversa a seconda del modo della totalità.

L’esemplificazione, apparentemente neutrale rispetto ai rapporti mereologici stabiliti, potrebbe rappresentare proprio una conseguenza dell’esclusione delle parti quantitative o forse una riproposizione della stessa restrizione (dal momento che Aristotele dichiara di voler riesporre qui quanto argomentato nella prima sezione di Z,10 in un modo più chiaro). Ad essere in gioco non è la misura quantitativa – e quale angolo sia più grande ma la dipendenza del misurato dall’unità di misurazione, che è tale non in virtù dell’essere parte o tutto secondo la quantità, ma secondo la sostanza. L’esempio seguente (1035 b 10-11), il dito dell’uomo, aiuta poi a correlare i rapporti di anteriorità e posteriorità ai rapporti sussistenti tra materia e forma (per inciso, se pure attraverso una analogia, gli enti matematici vengono qui considerati come composti di materia e forma, attribuendo al misurato il ruolo di materia). La conclusione generale è dunque la seguente: «tutte quelle che sono parti in quanto materia, e nelle quali le cose si dividono in quanto materia, sono posteriori, e tutte quelle che sono parte della definizione e della sostanza, quale si determina attraverso la definizione, o alcune di esse, sono anteriori», 1035b11-14.

Essendo impossibile stabilire a priori e per ciascun caso quali parti materiali rientrino e quali non rientrino nella definizione, il punto del ragionamento non è il fatto che i costituenti materiali del composto permangano alla dissoluzione di esso, quanto piuttosto il modo determinato in cui il loro distacco causa cessazione della esistenza della cosa. In questo caso dunque vedere in quali parti si dissolve la cosa può essere utile a capire quali siano le parti della cosa e della sua definizione, purché si consideri che la dissoluzione deve essere circostanziata in modo da considerare la perdita o il distacco della parte materiale in quanto essa occupa un certo aspetto del tutto, o in quanto essa ha una forma che è connessa in modo continuativo, sebbene sia subordinata, alla forma della totalità. Nel caso dei viventi in base al principio di omonimia il criterio della mera sottrazione delle parti non funziona:

– dobbiamo considerare le parti del gatto ai rispettivi livelli di strutturazione e stabilire in che misura occupare un livello piuttosto che un altro (essere una una zampa o essere il cuore) sia un aspetto vincolato all’attualità del tutto e che risulta giustificato dalle attività proprie del gatto, come la la percezione.

La percezione ci permette di produrre una riformulazione qualificata dell’argomento basato sulla mutilazione ed una riformulazione qualificata del concetto di parte materiale. Quale ratio della composizione permette di distinguere i viventi dotati di percezione dagli artefatti? La parte principale corrisponde a quel principio che garantisce l’unità delle determinazioni dell’animale ed il supporto delle attività che gli sono proprie, consentendo, al tempo stesso, la sua permanenza nel mutamento. Ogni vivente dotato di percezione incorpora due livelli di variazioni cui può andare incontro, il livello formale ed il livello materiale: il problema della sua identità nella variazione e della pluralità dei piani di variazioni possibili –pur essendo la medesima questione metafisica – assume particolare rilevanza in ragione della connessione tra i due livelli nell’ambito della teoria della percezione.

1 Per lovgo” si è mantenuto qui nozione (Ross/Bostock rendono con formula) perché tradurre con definizione, come fa Viano, potrebbe essere criticabile data la presenza di oJrismovV a breve distanza; in questo modo si può rendere anche la correlazione tra la parte della nozione alla linea 21 e la nozione delle parti alla linea 23. In questo caso Aristotele mantiene ferma la distinzione tra lovgo” e oJrismovV, ovvero tra una nozione atta ad indicare che cosa è un oggetto (attribuendole anche un nome), a prescindere dalla sua sostanzialità o meno, e una definizione propriamente detta (la definizione d’essenza).

2 Metafisica Z, 10, 1034b20-24. La bibliografia sul problema è molto vasta. Mi limito a citare i contributi più significativi, che hanno guidato la discussione. Frede 1990, pp. 117-21; Morrison 1990, pp. 131-44; Whiting 1991, pp. 626-31; Bostock 1994; Ferejohn 1994, pp. 291-318; Heinaman 1997, p.284.

3 Frede-Patzig 1988.

4 Ross 1924.

5 Metafisica Z, 10, 1034b32-34. In che modo intendere l’esclusione del concetto di parte come unità di misura quantitativa? Frede-patzig (cfr. ad loc.) commentano notando che con questa mossa non viene accantonato in generale il confronto tra i diversi significati di parte (a favore dell’indagine sui vari impieghi di oujsiva), ma soltanto quel significato di parte per cui essa è unità di misura secondo la quantità. Il declassamento della parte secondo l’unità di misura corrisponde d’altra parte ad un suo innalzamento in prossimità delle parti delle sostanze, nella misura in cui questa specificazione di campo e messa da parte della parte quantitativa è teoricamente richiesta: il punto, si potrebbe congetturare, è forse relativo al rapporto tra le categorie di quantità e sostanza (vi è infatti un nesso contrastivo, nel testo, tra posovn (1034 b 33) e oujsiva (1034 b 34)), e la necessità di puntualizzazione – in un contesto in cui evidentemente sono in gioco le parti rilevanti ai fini della definizione d’essenza, della sostanza in quanto essenza – relativa alle parti quantitative dipende forse dal fatto che qualsiasi sostanza composta ha una data morfologia, e può essere ridotta per via di prescissione di componenti (anche essenziali, peraltro) ad un minimo comune denominatore dato dal solido geometrico misurabile. Le differenze quantitative ed in generale secondo il più e il meno possono essere determinate soltanto su un supporto formale che dia l’asse di contrarietà su cui si scandiscono il più e il meno, e le variazioni secondo il più e il meno, per quanto derivativamente abbiano un riscontro morfologico e quantitativo, sono primariamente varianti formali concesse su quel supporto unitario. Con ogni probabilità che in questa prospettiva si possa intendere l’accantonamento del significato di parte come unità di misura quantitativa: l’unità di misura (ovvero l’isomorfismo strutturale di un supporto di misurazione e la sua invarianza rispetto ad un dato gruppo di variazioni accidentali) resta probabilmente un buon modello analogico per il concetto di forma, ma se il problema è dato dalla pluralità delle parti del composto e della definizione, occorre risalire dall’unità di misura al suo supporto formale e considerare quest’ultimo all’interno della organizzazione mereologica della sostanza.

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