Parte e Tutto in Aristotele: lineamenti essenziali

[Riporto qui le linee essenziali di un più ampio progetto di ricerca sulla mereologia aristotelica. Si tratta dello sviluppo e approfondimento di un progetto elaborato nel 2007].

§1 – Status quaestionis

Nella letteratura specialistica degli ultimi decenni si è manifestata la tendenza a ritenere l’analisi aristotelica del vivente il centro di gravità dei rapporti tra metafisica e scienze speciali. La nozione di natura, la distinzione tra il naturale e l’artificiale nella Fisica, e l’elaborazione della matura nozione di sostanza nei libri centrali della Metafisica (nei quali appare evidente l’interscambio concettuale con le indagini presenti nelle opere in senso stretto biologiche e psicologiche) sono esempi di questo interesse. Come mostra lo studio del 2006 di G. Galluzzo e M. Mariani (Aristotle’s Metaphysics Book Z: The Contemporary Debate, Edizioni della Normale, Pisa), è innegabile che l’interpretazione del libro Z della Metafisica sia, in certa misura, parallela alla riscoperta di Aristotele nella metafisica analitica. I punti di contatto tra la nozione di essenza e le moderne indagini sulla necessità e la modalità sono un esempio del modo in cui ad oggi viene riproposto l’essenzialismo classico. Il primo passo da compiere è focalizzare il concetto da cui prendere le mosse: la struttura degli oggetti concreti – dove con oggetto si intende un composto di materia e forma. E i tra i composti di materia e forma troviamo quelli che per Aristotele sono esempi paradigmatici di sostanze: la popolazione che fa capo ai generi naturali – uomini, gatti, cavalli, etc..

Come catturare questa struttura? Come catturare ogni membro individuale dei generi naturali? Studiare la relazione tra scienze biologiche (zoologia e psicologia) e metafisica consente di rispondere a queste domande mediante lo sviluppo di due argomenti: (i) classificare non significa spiegare. La modalità esplicativa di Aristotele in biologia è di tipo costruttivistico e mereologico e, come dimostra la critica alla dicotomia di De partibus animalium I.2-4, con “classificazione” non si intende né una dicotomia di stampo platonico né una tassonomia di tipo linneano. L’individuazione di gruppi intende infatti riportare l’attenzione sulle differenze basate sulle parti degli animali e, in ultima analisi, sulla loro struttura. (ii) Definire significa spiegare. La classificazione evidenzia la rilevanza epistemologica delle differenze basate sulle parti degli animali e il ruolo che la differenza specifica assume nella definizione dell’individuo. Ora, dato che le Categorie ammettono almeno due tipi di individui, quale di questi è propriamente definibile? E se sono le sostanze composte di materia e forma ad essere propriamente definibili, la definizione di queste sarà della forma (eidos) soltanto o anche della materia?

La tradizione storiografica si è maggiormente soffermata su alcuni problemi centrali: l’unità della definizione, l’individualità o universalità delle forme, i criteri di sostanzialità. Offrirò una soluzione nei termini della mereologia non estensionale mostrando, in questo modo, l’insufficienza di un approccio logico, secondo il quale la relazione parte-tutto verrebbe ridotta a rapporti di inclusione tra classi (una descrizione completa di questi modelli si trova in P. Simons, Parts: a Study in Ontology, Clarendon Press, Oxford 1987). L’idea centrale consiste nella difesa di una metafisica in cui la struttura ilemorfica delle sostanze trova nella coppia parte-tutto un potente strumento di comprensione, in grado di giustificare l’opzione endurantista: i generi naturali sono soggetti continuanti, entità spaziali che non hanno parti temporali e che sono interamente presenti a se stessi in ogni istante della loro esistenza. Questa stessa metafisica, inoltre, sarà in grado di chiarire alcune questioni fondazionali nella filosofia delle scienze naturali: lo statuto ontologico dell’anima e del corpo vivente in generale.

Seguendo le direttrici esegetiche consegnateci da M. F. Burnyeat (A map of Metaphysics Zeta, Mathesis, Pittsburg, 2001), inizierò evidenziando la non linearità della trattazione e la procedura a due livelli. Nel libro Z si realizza il continuo interscambio tra livello logico e livello metafisico o sostantivo di indagine: in quest’ultimo sono operanti le coppie materia-forma, potenza- atto, parte-tutto. In questo senso, il metodo non potrà che essere analitico. I problemi di coerenza interna alle differenti opzioni esegetiche consegnateci dai testi saranno resi in termini di opzioni teoriche alternative, il cui grado di plausibilità esplicativa sarà misurato con gli strumenti e i linguaggi della metafisica contemporanea di matrice tridimensionalista (gli autori di riferimento sono D. Wiggins, e S. Kripke).

§2 – Programma di ricerca

§2.1 – Aspetti e problemi filologico-testuali – Il secolare lavoro filologico svolto fino ad ora ci consegna un testo in buone condizioni; ciò nonostante, verranno discusse le controversie interpretative legate ai dubbi testuali con l’intento di far emergere le questioni teoriche ad essi sottese. Data la rilevanza del problema della sostanzialità dei corpi viventi, verrà analizzata sistematicamente un’ampia famiglia di testi. L’ordine e il modo in cui testi apparentemente eterogenei verranno accostati sarà già un indizio del percorso concettuale intrapreso. Si possono ora tratteggiare le linee guida della ricerca.

§2.2– Logica e fisica delle strutture

Nella prima fase del progetto verranno studiati, nell’ordine, Categorie 5-6, Phys. II.1, De anima II.5, II.12, De gen. et corr. I.7. I Parva Naturalia, l’Hist. an. e il De part. an., ci permetteranno di completare lo studio sistematico delle differenze, degli attributi e delle parti degli animali. L’obiettivo è di ottenere una prima, pur parziale, articolazione interna del soggetto primo inteso come corpo naturale dotato di un principio interno di movimento e percezione, che corrisponde, adottando il lessico di Wiggins, ad una prima articolazione della suchness del questo F stipulato in sede categoriale.

(I) I generi naturali come individui. Al centro del pensiero di Aristotele vi è un problema che ne guida l’intera impresa metafisica: che cos’è il soggetto in se stesso? Il problema emerge in questi termini. Quando una proprietà dipende da un soggetto, la proprietà è una caratteristica del soggetto oppure essa ne determina la natura? Il primo tentativo di dare una soluzione al problema consiste nell’introdurre nelle Categorie due forme di dipendenza dal soggetto, essere detto di un soggetto ed essere in un soggetto, e tra due tipi di sostanze – sostanze prime e seconde. Le sostanze prime sono individui che rappresentano il livello base dell’ontologia delle Categorie, il livello in cui terminano le procedure logiche di raggruppamento in classi di generi e specie. Ma le due serie, quella di inerenza e quella di predicazione, non evitano alla catena dei generi e delle specie di far ricadere un ampio gruppo di proprietà e di parti delle sostanze prime nell’ambito del non sostanziale. La sostanza prima è, infatti, un intero atomico ed unidimensionale. Essendo un questo di una certa sorta (come questo uomo e questo gatto), un portatore di clusters indifferenziati di determinazioni, gli appartiene una modalità di composizione mereologica. Possiamo descrivere questo gatto come un tipo di intero compreso in una unità-classe (differente da un insieme vuoto), intendendo le classi come la composizione mereologica delle rispettive unità-classi. Generi e specie sono esempi di queste classi. Se il genere animale è la somma delle sue sottoclassi, lo stesso vale per questo gatto? Questo gatto è una somma mereologica che include sia elementi universali (testa, zampe) che individuali (rosso, bianco, etc.)?

Questa descrizione della sostanza prima solleva due questioni. (i) le parti delle sostanze sono a loro volta sostanze? (ii) Come distinguere l’individualità degli accidenti (il bianco) dall’individualità della sostanza prima? Alla (i) è impossibile dare risposta con l’ausilio degli strumenti categoriali soltanto. Le Categorie non offrono una risposta coerente al problema dello statuto ontologico delle parti delle sostanze. In merito alla (ii) si può avanzare un’ipotesi. Il punto è il seguente: il bianco individuale della barba di Socrate non gode di esistenza indipendente. Le sostanze sono individuali non-ricorrenti, e dunque sono soggetti indipendenti, mentre un colore individuale (il bianco di Socrate) deve la sua identità ad una dipendenza da quell’unico soggetto cui inerisce. Il concetto di unità qui in gioco può essere catturato descrivendo la sostanza prima mediante i suoi attributi spaziali. Socrate e questo gatto hanno un corpo, e il corpo è una quantità continua (Cat. 6). Se diciamo che il bianco è nel corpo di Socrate, scopriamo immediatamente una stretta relazione tra le determinazioni quantitative della sostanza (avere un certo peso, ad esempio) e gli accidenti individuali. Per questo motivo le quantità godono di uno statuto privilegiato, poiché individuano i caratteri propri ma non necessari del soggetto, connessi con la sua identità (più che con la sua individualità): necessariamente un corpo animale è più o meno pesante, indipendentemente dal peso effettivo che ha.

(II) I generi naturali come percipienti. Un modo per mettere ordine nell’insieme delle parti e delle proprietà che formano il soggetto è dato dall’analisi del corpo animale. Cos’è per Aristotele un animale? Un animale è essenzialmente un corpo percipiente. Se i soggetti categoriali sono stipulati senza con questo introdurre dei criteri costanti per la loro individuazione, un primo gruppo di criteri procedurali può essere introdotto su base psicologica: i corpi naturali sono viventi e si differenziano dagli artefatti in quanto hanno un principio interno di mutamento e stasi localizzato nella parte centrale della sostanza. Le parti che individuiamo in connessione con le funzioni percettive (gli organi di senso) sono moduli operativi che hanno una valenza nell’analisi comparativa del vivente. Ma questo non è ancora sufficiente: come articolare internamente il soggetto categoriale? La risposta di Aristotele a questa domanda portare a compimento l’argomentazione aperta in Cat. 5 e 6, mostrando perché una mereologia non strutturale vada rigettata, essendo incapace di fondare le differenze tra parti e determinazioni della cosa.

La teoria della percezione introdotta in De anima II.5 presuppone infatti un’analisi in parti non uniformi e continue, parti sulle quali far leva per ricostruire l’interazione causale tra corpi. Sarà affrontata l’analisi delle affezioni sensitive, intese come un tipo qualificato di alterazione nelle parti dell’animale, una serie di movimenti continui. Ai movimenti per parti che caratterizzano la trasmissione delle forme attraverso un mezzo (ad esempio, il suono della campana che dalla piazza giunge nella mia stanza) si contrappongono le alterazioni, ovvero i mutamenti che non hanno uno sviluppo per parti (al contrario del suono che si propaga nell’ambiente parte dopo parte, l’acqua di uno stagno si congela simultaneamente in tutte le sue parti). A questa prima spiegazione si contrapporrà la mereologia dell’atto, ovvero il modello esplicativo valido per la percezione che attività dell’animale in quanto intero è istantanea, e non necessita di uno sviluppo temporale. Infine, l’introduzione (in entrambi i modelli esplicativi) di parti materiali e formali nell’ordine fisico delle strutture, pone il problema del tipo di materia qui in gioco. Esiste dunque una materia originariamente vivente? Concluderò con una caratterizzazione positiva del sostrato materiale, mostrando in che modo la contemporanea nozione di quantità di materia possa catturare il concetto aristotelico di corpo tridimensionale soggiacente ai mutamenti.

§2.3- Metafisica delle Strutture

Nella seconda e ultima fase del progetto verranno studiati, nell’ordine, De anima III.1, Metaph.Z.3, Z.10-11, Z.16-17, De anima III.4-5. L’obiettivo è di ottenere un’articolazione interna coerente ed ultimativa del corpo vivente, mostrando in che modo la sostanzialità degli uomini, degli animali e delle loro parti, sia pensata in termini mereologici.

(I) I generi naturali come sostanze. L’idea semplificata di corpo percipiente (un intero dotato minimamente di capacità tattile) verrà articolata per mezzo dell’aporia sul sesto senso sollevata in De anima III.1. L’identità specie-specifica così ottenuta per i percipienti verrà fatta dipendere dal genere e, in ciascun individuo, dal possesso di una parte principale: il cuore. Una mereologia richiede una fondazione metafisica in grado di garantire l’unità non accidentale delle parti del soggetto e, in modo corrispondente, delle parti della definizione. A siffatte questioni Aristotele si rivolge nei libri centrali della Metafisica; intenderemo il problema dell’unità della definizione come un problema posto dalla necessità di garantire un principio di unità e costituzione non mereologico. La forma sostanziale è infatti introdotta per rendere conto dell’unità delle componenti materiali della sostanza. In entrambi gli argomenti presentati (l’aggregate argument di Metaph. Z.17, e il threshold argument di H.6) Aristotele insiste nel mostrare che la forma sostanziale non è un ulteriore componente o parte della sostanza, ma è qualcosa che ha un differente statuto ontologico (un eteron ti). Questo gatto, una sostanza a tre dimensioni, è un singolo individuo che non coincide con la fusione (o la somma) delle sue componenti. Se fosse la mera fusione delle sue componenti, allora rientrerebbero nell’alveo della sostanzialità anche le totalità-mucchio e gli aggregati. Per questo motivo il criterio di composizione valido per i generi naturali non può che essere di ordine non mereologico. Non nel senso che l’intero sostanziale sia mereologicamente atomico, ma nel senso che è composto da una parte che ha una peculiare relazione con l’intero. A ciò segue che la sostanza deve avere una struttura tutto-parti centralizzata, costruita attorno ad una parte principale, le cui condizioni di identità e di permanenza coincidono con quelle del tutto. Infatti, una parte (negli animali il cuore o un suo analogo) è data da subito assieme al tutto, e la sua forma coincide con la forma del tutto (principio di esclusione della realizzabilità multipla della forma). Se si ritiene dimostrato che la forma della parte principale non è altro che la forma sostanziale, allora sotto il profilo formale si ha completa sinonimia tra parte principale e sinolo.

In merito alla particolarità, ritengo che Aristotele non la faccia derivare da un primitivo costituente della sostanza, come potrebbe essere la materia o il sostrato nudo. Aristotele si impegna a sostenere il principio della conservazione della materia nelle trasformazioni elementari: ciò che permane non è lo stesso tipo di materia ma la stessa quantità di materia soggiacente al processo. Un gatto particolare è un soggetto ultimo, la cui sostanzialità consiste nell’unificazione delle diverse componenti in un tutto strutturato, e l’essere un soggetto ultimo consiste nel non dipendere da qualcos’altro come soggetto – il che significa anche non rientrare come parte soggettiva in un altro intero. In atto, la forma sostanziale non è un componente distinto della sostanza, ma è il complesso delle sue capacità vitali connesse alla parte principale. Dunque, la forma sostanziale (l’anima) del gatto è un designatore rigido di sostanzialità à la Kripke, un insieme ordinato di capacità invarianti in ogni mondo possibile, capacità che determinano il mantenimento in vita del gatto in ogni situazione controfattuale sia pensabile per esso. A qualunque assetto di mutamenti accidentali, la forma del gatto sarà un designatore costante di una matrice biologica di base per l’animalità data dal possesso della capacità tattile. Il gatto è per questo necessariamente un animale attuale e la sua forma sostanziale – la forma della parte principale – non può essere qualcosa di universale. Nessun universale, infatti, può essere qua talis causa e principio di questo gatto (non del gatto in generale: Metaph. B.6, M.10). La trattazione della particolarità che qui offro ci porta al paradosso dell’identità delle sostanze aristoteliche elaborato da K. Fine. Lo studioso sostiene che due sostanza appartenenti alla stessa specie hanno la stessa forma: Socrate e Callia hanno la stessa forma della specie. Ma è anche possibile che abbiano la stessa materia: quindi, dopo la morte di Socrate, sarebbe possibile per la materia che precedentemente entrava nell’assetto costitutivo di Socrate essere riassemblata in un maschio della specie umana. A mio modo di vedere, il rifiuto di una premessa di questa tesi, la Compositionally Premise, è sufficiente per mostrare che il principio della costituzione non mereologica rende impossibile adottare questa interpretazione.

(II) I generi naturali come viventi. Ora, l’ontologia che soddisfa il requisito dell’esistenza di una parte principale è, nelle intenzioni di Aristotele, la psicologia (e più in generale la biologia). In altre parole, lo scienziato aristotelico è in grado di produrre un’analisi del vivente come una struttura in parti e centralizzata.

Non c’è linea di demarcazione tra il pensiero logico-metafisico di Aristotele e il corpus biologico. La biologia è certamente distinta per lo meno nei termini degli oggetti di cui si dota, ma è una branca della fisica all’interno del sistema delle scienze teoretiche di Aristotele. Le varie classificazioni ed ordinamenti di animali non sono semplicemente procedure empiriche ma sono sempre relative ad una ricerca propriamente epistemica e metafisica. Questo è vero per le nozioni di genos e eidos e per le relazioni che intrattengono con i concetti di analogia e differenza. A questo proposito saranno inizialmente discussi gli studi di Lloyd (1961), Balme (1962), e Pellegrin (1982): sulla scia di Balme si intende dimostrare che troviamo solo sette passi nel corpus biologico in cui la distinzione tecnica tra genos e eidos pare obbligatoria, e che unalettura corretta di questi passi mostrerà che non sono affatto a sostegno del progetto di una tassonomia
animale. Questo punto verrà sviluppato in due momenti: (1) alcuni testi biologici confermano lo schema che regola l’uso di genos e eidos come concetti logici, specialmente nei Topici e nelle Categorie. (2) Ma la lettura di altri testi biologici, lasciando da parte presupposizioni tassonomiche e ponendo attenzione alla struttura dell’oggetto della classificazione, conferma che lo schema concettuale genos – eidos è applicato in modo preponderante non alle classi o famiglie animali ma alle parti degli animali. È l’identità in eidos delle parti a fungere da base per l’identità delle classi animali. Da questo punto di vista la biologia è fondamentalmente una mereologia, uno studio delle parti uniformi e non uniformi.
La prima descrizione della sostanza prima, l’atomon eidos risultante dalla divisione per genus et differentiam solleva un problema: le parti delle sostanze prime sono in se stesse sostanze? È impossibile rispondere a questa domanda usando gli strumenti categoriali soltanto. Il primo tentativo di dare una soluzione al problema consiste nell’introdurre nelle Categorie due forme di dipendenza dal soggetto, essere detto di un soggetto ed essere in un soggetto, e tra due tipi di sostanze – sostanze prime e seconde. Le sostanze prime sono individui che rappresentano il livello base dell’ontologia delle Categorie, il livello in cui terminano le procedure logiche di raggruppamento in classi di generi e specie. Ma le due serie, quella di inerenza e quella di predicazione, non evitano alla catena dei generi e delle specie di far ricadere un ampio gruppo di proprietà e di parti delle sostanze prime nell’ambito del non sostanziale. La sostanza prima è, infatti, un intero atomico ed unidimensionale. Essendo un questo di una certa sorta (come questo uomo e questo gatto), un portatore di clusters indifferenziati di determinazioni, gli appartiene una modalità di composizione mereologica. Possiamo descrivere questo gatto come un tipo di intero compreso in una unità-classe (differente da un insieme vuoto), intendendo le classi come la composizione mereologica delle rispettive unità-classi (una posizione simile è offerta da D. Lewis). Generi e specie sono esempi di queste classi. Se il genere animale è la somma delle sue sottoclassi, lo stesso vale per questo gatto? Questo gatto è una somma mereologica che include sia elementi universali (testa, zampe) che individuali (rosso, bianco, etc.)? Dal momento che in questa teoria le parti delle sostanze, allo stesso modo degli interi, sono individui, soggetti primi di predicazione, una parte può essere per l’intero come un intero è per un altro intero, di modo che la composizione mereologica delle sostanze possa essere relegata a fatto accidentale.

Le Categorie non provvedono a fornire una soluzione definitiva al problema mereologico dello statuto ontologico delle parti sostanziali, che può essere catturato solo con l’ausilio della Metafisica. Il corpus logico contribuisce a rendere la divisione dei dialoghi platonici dell’ultimo periodo un metodo molto più regolare. Le critiche che Aristotele ha esposto nei Topici e negli Analitici sono volte a produrre un buon metodo, un metodo scientifico molto diverso da quello desumibile da Platone, rappresentato dal cambiamento nel background metafisico dalla teoria delle Forme alla teoria delle sostanze individuali (tode tina). In tema di classificazione degli animali Aristotele introduce tre regole rilevanti: (a) la distinzione ontologica tra proprietà essenziali e non essenziali, e la distinzione tecnica tra genos, eidos e diaphora (Topici IV.6, VI, e Categorie). Dai Topici Aristotele pone l’eidos come una sotto-classe del genos, ed è essenzialmente in base alla loro estensione relativa che i termini genos, eidos e diaphora sono definiti: Aristotele presenta un ordine estensionale in cui genos,e eidos non qualificano in modo assoluto una classe di oggetti poiché non indicano un livello univoco di generalità. (b) Per preservare l’unità della definizione, l’insistenza su una differenziazione continua e successiva (Analitici Secondi I.5, I.13-14 e Metafisica Z.12, H.6). (c) L’insistenza su una divisione non dicotomica, una divisione che procede per una pluralità di differenze simultaneamente (De partibus animalium I.2-4). Aristotele critica non necessariamente la divisione (in due classi) ma un uso particolare di essa che chiama dicotomia, la divisione che procede per una differenza alla volta (che sia in due classi o più), un metodo incompatibile con le procedure per molteplici differenze e che smembra i generi naturali. Dal momento che la logica della divisione è per contrari, tali differenze dovranno essere incluse in modo disgiuntivo nella definizione d’essenza dell’individuo.

(i) Contrariamente alla tassonomia, intesa come sistema esaustivo di classi, in biologia la classificazione è condotta sulla base di considerazioni intensionali. Genere (genos) e specie (eidos), innanzitutto, non paiono associati né a livelli di generalità logica (estensione) ben precisi né a rapporti fissi di inclusione logica: se c’è una logica cui i concetti tassonomici rispondono si tratta di una logica che necessita di operatori intensionali o modali, tali da rendere conto del rapporto di vincolo sussistente tra le parti della definizione del genere sulle parti della definizione della specie. Un genos è un tipo che raccoglie differenti forme, mentre un eidos è una delle forme di un tipo; un grappolo i cui membri esibiscono le stesse caratteristiche essenziali. Il genos in se stesso può essere membro di un genos più ampio che raccoglie genera analoghi: similmente, un eidos può essere divisibile in eide, in qual caso deve essere inteso come un genos rispetto ad essi. Genere e specie possono essere coestensivi (caso corrispondente ai taxa monotipici dell’odierna tassonomia), poiché si tratta di concetti analitici corrispondenti a ranghi definiti su base strutturale, non logica. Anche la nozione di genos megiston è classificatoria, non tassonomica: esso infatti designa una classe inclusa in un insieme di classi più o meno estese, ma lontano dal designare una classe fissa per estensione: ciascun genos megiston designa in un frangente temporale un differente livello tassonomico. (ii) La biologia è una mereologia delle forme viventi. Il corpus biologico non studia le specie ma le parti (moria) e le funzioni di queste parti: la corretta divisione di un genos nelle sue eide può solo essere applicata alle parti – ad esempio Aristotele divide in eide, in accordo con il metodo che procede per determinazioni contrarie, il genos dei sanguigni (sangue puro, sangue fibroso, sangue caldo, etc: De partibus animalium IV.12, 693b13-15), e il vocabolario usato per la divisione delle parti ricorre a tutti i contenuti logici dello schema concettuale genos-eidos. Di conseguenza, con il genos e l’eidos diamo un ordine alla variazione dei caratteri esibita nel regno animale, ponendo dei limiti (ranges) alla loro variazione, dati dal fatto che una certa variazione deve essere compatibile con la preservazione di una struttura, una parte. I limiti sono posti tenendo via via fisse delle determinazioni, secondo un ordine di dipendenza strutturale da una parte più necessaria delle altre: queste determinazioni corrispondono alle differenze specifiche presenti nella definizione della specie ed esprimono la presenza o la conformazione di una parte, a partire dalla parte centrale e necessaria fino alle parti dipendenti più contingenti. Primaria dunque è la forma del soggetto totale e delle sue parti, da questa dipende la differenza specifica; questo permette di definire le specie, entro la definizione delle quali il genere rappresenta il range di variazione compatibile con la preservazione delle strutture preordinate, la differenza rappresenta la conformazione di queste strutture che si è prescelta come individuante una struttura dipendente.

Postilla – Ora, la relazione tra l’intelletto umano – una parte dell’anima – e il corpo umano è coerente con questo modello strutturale mereologico? C’è spazio per la mereologia nella teoria aristotelica dela mente?

E’ possibile produrre un’interpretazione coerente del nous umano, per mostrare l’asimmetria con le altre parti dell’anima e la sua dipendenza indiretta dal corpo? In De anima III.4 Aristotele introduce l’intelletto, la parte dell’anima con cui l’anima pensa e conosce, come qualcosa di separabile (o separato) sia spazialmente che per definizione (429a10-12). Diversamente dal modo in cui le capacità sensitiva e nutritiva sono parti dell’anima, l’intelletto umano è parte dell’essenza dell’uomo ma non è parte del suo corpo. Molto brevemente, come le altre parti il nous è un insieme di capacità, che può esistere in varie realizzazioni. Da questa collezione di realizzazioni possiamo desumere che l’intelletto è una singola entità che può esistere a differenti livelli: come nous pathetikòs quando non sta pensando, e come nous poietikòs quando sta pensando un dato oggetto. Le affermazioni aristoteliche che fanno del nous qualcosa di non mescolato sono introdotte come mero supporto della tesi secondo cui il nous non è nulla in atto se non mentre pensa. Il nous ricettivo, che non ha un organo specifico, dipende comunque da un insieme ordinato di strutture corporee, ed è realizzato in queste strutture come una organizzazione si livello superiore propria dell’individuo. E queste strutture corporee dipendono dalla struttura della parte principale. In questo quadro, non dobbiamo pensare al nous poietikòs come ad una parte soggettiva dell’anima, una parte che produce da sola il pensiero. L’unità del nous è un fatto primitivo. Dobbiamo pensare che l’intelletto umano – contrariamente alla definizione di anima in generale – non è l’atto di nessun corpo. Esso è l’atto della parte formale della parte principale: se si accetta questa premessa, possiamo tentare di ottenere un modello mereologico unificato per tutti i generi naturali.

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