Neuroni a specchio for dummies

Crediti: wikipedia.

La storia dei neuroni a specchio inizia negli anni Novanta quando un team di ricercatori dell’università di Parma – diretto da G. Rizzolati e composto tra gli altri da V. Gallese, L. Fadiga, G. di Pellegrino – stava conducendo degli esperimenti sulla corteccia premotoria del macaco per studiare l’attivazione cerebrale durante il compimento di atti motori.  Fu allora che si accorsero che i neuroni del macaco, che fino a quel momento erano considerati dei semplici neuroni motori, si attivavano anche quando uno di loro prendeva in mano uno degli oggetti usati per l’esperimento. All’iniziale stupore ed accettazione dell’ipotesi più probabile –  sicuramente la scimmia si era mossa – seguirono una serie di esperimenti che confermarono nell’animale l’attivazione di questo tipo di neuroni sia quando compiva un’azione diretta ad uno scopo sia quando osservava la medesima azione compiuta da altri. Ecco le ragioni del nome: si chiamano neuroni specchio appunto perché rispecchiano l’atto motorio osservato (un po’ come se si preparassero ad eseguirlo). Questo sistema di accoppiamento diretto tra dati visivo-uditivi e un circuito sensoriale-motorio che l’osservatore già possiede è stato considerato dai ricercatori la soluzione più parsimoniosa al problema della comprensione immediata dell’azione altrui. La fondatezza di questa ipotesi non è così scontata.

§1- Che cosa sono i neuroni a specchio. I neuroni specchio avrebbero dovuto riflettere anche il senso, cioè lo scopo dell’azione osservata, indipendentemente dalle sue caratteristiche visive. A questo proposito gli esperimenti condotti da M. A. Umiltà e collaboratori (2001) hanno mostrato che i neuroni specchio dell’area F5 si attivano anche quando la scimmia non vede l’azione (perché parzialmente nascosta), confermando che l’attivazione del sistema specchio non avviene sulla base delle informazioni visive, ma sulla base dell’anticipazione dello stato finale dell’atto motorio (scopo). La cosa sorprendente è che questi neuroni (chiamati audiovisivi) rispondono al suono dell’azione e sono in grado di riconoscere l’atto motorio fra i differenti suoni, ma non rispondono ad altri suoni come rumori dell’ambiente o vocalizzazioni di animali (cioè a suoni non associati ad azioni dirette ad uno scopo). Alla luce di queste evidenze si è ipotizzato che la presenza di un tale meccanismo neurale di rispecchiamento poteva essere interpretato come meccanismo-base della concettualizzazione, proprio perché codifica il significato nel farsi dell’azione (eseguita o osservata) nella misura in cui l’azione è stata esperita e incarnata.

Un ulteriore passo avanti nella conoscenza delle proprietà del sistema a specchio (SNS) si è compiuto quando è scoperto che i neuroni specchio nel lobo parietale del macaco, non solo risuonavano allo scopo di un atto motorio – sia eseguito che osservato – ma anche all’intenzione complessiva dell’azione: ad esempio, discriminavano tra il portare un oggetto alla bocca per mangiarlo o per metterlo in un contenitore. La spiegazione fornita è questa: il SNS mappa sequenze di atti motori finalizzati a uno scopo (come afferrare, portare) così da formare un “vocabolario motorio”, da sequenze temporalmente collegate di atti motori propriamente orchestrati per raggiungere uno scopo distale.  Il fatto poi che il SNS del macaco, oltre a riconoscere lo scopo dell’atto motorio osservato sia anche in grado di prevedere il successivo atto motorio dell’agente, quindi l’intenzione ultima dell’azione, è stato interpretato come la possibilità che il SNS sia il meccanismo neurale alla base delle capacità di comprensione delle intenzioni, che nella nostra specie hanno raggiunto un alto grado di sofisticazione. Negli anni sono stati condotti numerosi esperimenti sugli animali per indagare le proprietà del SNS da parte di molti ricercatori in diversi Paesi, ma l’interrogativo che i neurofisiologi si sono posti sin dall’inizio era se questa particolare classe di neuroni fosse presente anche nell’uomo.

L’indagine sull’uomo presentava non poche difficoltà. A differenza delle scimmie, nell’uomo non è possibile osservare i singoli neuroni ma solo le attivazioni attraverso le variazioni del flusso sanguigno dovute ad esse. Ciò posto, attraverso la risonanza magnetica funzionale (fMRI), la stimolazione magnetica transcranica (TMS) e l’elettroencefalografia (EEG) è stato possibile identificare anche nell’uomo l’esistenza dei neuroni specchio, cioè di un meccanismo neurale che mappa direttamente, nel cervello dell’osservatore, le azioni osservate, sulla base della rappresentazione motoria delle stesse azioni. In un noto studio del 2005 i partecipanti assistevano a tre generi di scene visive: 1) azioni di afferramento manuale di una tazza senza un contesto; 2) uncontesto senza azioni (una scena contenente oggetti disposti come all’inizio o al termine di una colazione); 3) azioni di afferramento manuale della tazza nei due diversi contesti. Questo studio ha permesso di mettere in evidenza che le aree pre-motorie del SNS, cheprecedentemente si riteneva fossero coinvolte soltanto nel riconoscimento dell’azione, sono anche coinvolte nella comprensione dell’intenzione sottesa ad un azione. Questo ed altri studi hanno portato i ricercatori a ritenere che anche l’uomo non abbia bisogno di rappresentarsi le intenzioni in formato proposizionale, poiché esse sono incorporate a livello neurale nella rappresentazione motoria dello stato finale dell’azione. In sintesi, sembra che lo scopo dell’azione sia mappato nella sequenza di atti motori collegati ad un fine specifico.

Diversi studi hanno dimostrato che la visione degli oggetti attiva le cosiddette affordances, termine coniato da J. Gibson nella sua Teoria ecologica della percezione visiva del 1979 e, pur nella difficoltà di individuare un termine italiano che lo traduca, possiamo interpretarlo con “invito” a fare qualcosa. Gibson introduce il concetto di affordance per indicare che le caratteristiche oggettive dell’ambiente, una volta percepite, costituiscono dei suggerimenti (vincoli/inviti) per agire in maniera appropriata in quell’ambiente; dunque un’affordance rappresenta un’opportunità di azione (o di inibizione) per il soggetto, fornita dall’ambiente. Ad esempio, l’aspetto di una maniglia o la forma di una tazza fa intuire automaticamente l’impugnatura più adatta. La percezione automatica delle possibilità d’uso insite in un oggetto è stata esplorata con le tecniche di brain imaging. Cosa ci dicono? Semplice: quando osserviamo un oggetto si attivano nel nostro cervello le aree motorie deputate alle azioni che potremmo compiere con esso. In altre parole, l’atto stesso di percepire qualcosa attiva in noi la simulazione delle azioni che potremmo compiere con quel qualcosa. Ancora una volta percezione e azione sono intimamente legate e correlate alla cognizione (benché io non abbia definito questi termini, già da queste brevi osservazioni si comprende che con “cognizione” qui non si intende una mera operazione computazionale).

Altre ricerche hanno messo in luce che le configurazioni di stimoli esterni vengono comprese e riconosciute dall’osservatore nella misura in cui fanno parte del suo bagaglio di conoscenze, ovvero del suo repertorio sensorimotorio. Un famoso studio condotto con la fMRI ha dimostrato come anche nell’uomo il sistema specchio non sia coinvolto solo nella comprensione delle azioni transitive con oggetti, ma agisca anche su azioni facciali e comunicative. In questo studio i partecipanti osservavano filmati (senza sonoro) in cui un uomo, una scimmia e un cane mordono del cibo e un altro filmato in cui compiono azioni comunicative (un uomo muove le labbra per parlare, una scimmia esegue il lipsmacking, un cane abbaia). I risultati hanno mostrato che l’osservazione dell’azione “mangiare” (che fa parte del repertorio motorio di tutti gli attori come dell’osservatore) attiva il sistema specchio degli osservatori, mentre l’osservazione di azioni comunicative induce l’attivazione dell’area motoria nella misura in cui queste fanno parte del repertorio motorio dell’osservatore: si attiva ampiamente osservando l’uomo che parla, parzialmente nell’osservazione del lipsmacking e non si attiva quando si osserva il cane che abbaia (in quest’ultimo caso si attivano esclusivamente le aree visive).  Esperimenti più recenti hanno messo in luce come le nostre possibilità di azione influenzino l’attribuzione di senso all’agire altrui. Tutte queste evidenze hanno condotto Gallese a sostenere che in molte situazioni della vita quotidiana noi non attribuiamo intenzioni agli altri, semplicemente le rileviamo grazie alla “simulazione incarnata”. Insomma, i neuroni specchio non solo ci permettono di cogliere in maniera automatica lo scopo o l’intenzionalità sottesa alle azioni, ma rendono possibile l’imitazione e quelli stati che chiamiamo immedesimazione, condivisione, empatia, grazie ai quali abbiamo la possibilità di rispondere efficacemente ai comportamenti altrui.

Vediamo alcuni esempi. Meltzoff e Moore (1977) mostrarono come i neonati siano in grado di imitare gesti della bocca, già pochi minuti dopo la nascita e Buccino et alii. (2004) hanno dimostrato il ruolo del SNS nell’apprendimento imitativo delle sequenze di azioni richieste per produrre accordi con una chitarra (circuito parieto-premotorio dei neuroni specchio; area 44 di Brodmann). Numerosi studi hanno dimostrato la comprensione incarnata delle emozioni su base mirror; è stato rilevato che durante l’osservazione dell’espressione facciale di emozioni, come rabbia, gioia o paura, i muscoli dell’osservatore si attivano in modo congruente e che, tanto più siamo empatici, tanto più i nostri muscoli risuonano con quelli di chi sta esprimendo una data emozione (Carr et alii, 2003). La stretta connessione tra percezione delle emozioni altrui e rappresentazione motoria propria è stata mostrata grazie all’attivazione delle stesse strutture cerebrali (corteccia premotoria ventrale, l’insula e l’amigdala) funzionanti durante la produzione dell’espressione facciale delle emozioni di base (paura, rabbia, felicità, disgusto, etc..). Queste stesse zone sono attive anche durante la percezione delle emozioni sugli altri.

In breve, ecco la base neurale della socialità: la compartecipazione e comprensione dell’altro non è qualcosache si acquisisce con l’educazione, ma è un’attitudine innata dal deciso impatto evolutivo. Ai fini della sopravvivenza è necessario saper cooperare, aiutarsi l’un l’altro, imparare imitando l’altro e comprenderne le intenzioni. Sembra proprio che la matrice evolutiva dei neuroni a specchio sia implicita in tutte queste evidenze sperimentali.

§2-  Embodied simulation (ES) e la comprensione dell’intenzionalità. Con embodied simulation o simulazione incarnata si descrive  il meccanismo derivante dalla specifica funzione dei neuroni specchio, che consiste appunto nel “rispecchiare” azioni, intenzioni, sentimenti. Se è stato ampiamente riscontrato che l’osservazione delle azioni altrui (ma anche di un comportamento, di un’emozione, ecc) induce nell’osservatore l’attivazione dello stesso circuito nervoso che ne controlla l’esecuzione, ne deriva che l’osservazione di un’azione provoca nell’osservatore la “simulazione” o riproduzione automatica (in quanto non richiede elaborazione) dell’azione percepita. Più in dettaglio, simulare significa reclutare gli stessi sistemi coinvolti durante la percezione e l’interazione con oggetti e, correlativamente, recuperare off-line quelle reti neurali coinvolte in operazioni specifiche come percepire o agire. Si parla di “simulazione” non tanto in termini di “finzione”, quanto di azione rappresentata a livello motorio senza che ad essa faccia seguito l’azione corrispondente. Gallese spiega che quando si “simula”, pur attivandosi lo stesso circuito neurale di quando si agisce, si ha un’attivazione più debole del circuito implicato, che comporta contemporaneamente l’attivazione di un meccanismo che blocca l’output motorio; mancando il feedback sensoriale che si ha durante l’esecuzione (poiché muscoli e arti non si muovono), l’attivazione durante la simulazione è più debole dell’attivazione relativa all’azione vera e propria. Ed è questa diversa intensità di attivazione che distingue l’azione simulata da quella eseguita. Inoltre, poiché un azione (non essendo un semplice movimento) comporta sempre una direzione, cioè uno scopo, attivare il circuito che mappa l’azione osservata significa averne già colto implicitamente lo scopo; diversamente, se l’intenzione individuata fosse altra, si attiverebbe un altro circuito “direzione-scopo”.

Sappiamo che i mirror non rispondono a semplici movimenti (alzare un braccio) o alle caratteristiche fisiche degli oggetti (dimensione, forma, etc..), ma risuonano ad atti in relazione ad un preciso scopo, cioè ad atti intenzionali. Ne deriva che per simulare l’azione come se fossi io stesso a compierla è necessario afferrarne lo scopo dell’azione, che equivale a comprendere l’intenzione del comportamento osservato. Ecco perché i ricercatori di Parma attribuiscono a questa classe di neuroni la funzione di comprensione dell’azione, intesa come comprensione dello scopo dell’azione, ovvero delle sue conseguenze (sottoforma di previsione del risultato). Infatti, parafrasando Gallese, per pianificare un’azione occorre predirne le conseguenze, sia quando la eseguiamo, che quando la simuliamo. La possibilità di predire quello che succederà (che equivale a coglierne l’intenzione o lo scopo) deriva tuttavia dal “modello” incorporato di quell’azione, cioè dalla sua rappresentazione motoria non proposizionale. Dunque, dal momento che percezione, rappresentazione e azione insistono sulla stessa concatenazione motoria, l’attivazione di quest’ultima (simulazione) comporta una comprensione diretta dell’azione altrui.

In altre parole, per comprendere il mondo degli altri individui sfruttiamo le stesse modellizzazioni che utilizziamo per mappare le nostre azioni, il tutto attraverso un meccanismo inconscio, automatico e pre-riflessivo di simulazione motoria (embolie simulation). In contrasto con le spiegazioni fornite dalla scienza cognitiva classica, la comprensione di un’azione e l’attribuzione di intenzioni ad altri non apparterebbero quindi a domini cognitivi diversi, in quanto entrambi sarebbero il risultato della simulazione motoria conseguente all’attivazione di quelle che Gallese chiama “catene di neuroni specchio logicamente collegate”. Di conseguenza, il meccanismo di comprensione dell’intenzionalità sembra essere piuttosto semplice: quando osserviamo il comportamento di qualcuno, l’osservatore attiverebbe lo schema motorio (se è stato precedentemente mappato dal soggetto) corrispondente all’intenzione attribuita all’agente. Come può essersi formato un tale meccanismo? Attualmente esistono solo delle ipotesi: l’osservazione o l’azione ripetuta di certi atti motori, in corrispondenza di determinati contesti, può aver creato certe concatenazioni neurali che non solo pianificherebbero l’azione osservata, ma anche quelle che abitualmente seguirebbero in un certo contesto. Inoltre, quando assistiamo al comportamento intenzionale di qualcuno, la simulazione incarnata genererebbe uno stato specifico di “sintonizzazione intenzionale” che a sua volta genererebbe uno stato di identificazione con gli altri. Il meccanismo della sintonizzazione intenzionale, sarebbe dunque “consustanziale al rapporto di reciprocità dinamica che sempre s’instaura tra il polo soggettivo e quello oggettivo della relazione interpersonale”, (Gallese, 2007: 9).

Ad opinione di Gallese, con la scoperta dei neuroni specchio l’intersoggettività diventa fondativa della natura umana e che ora siamo più in grado di capire quanto e perché lo sviluppo del Sé sia collegato alla possibilità di rispecchiare e di essere rispecchiati dagli altri; un sé che per la maggior parte delle volte non avrebbe bisogno di attribuire intenzioni agli altri (Teoria della Mente) perché queste intenzioni sono già incluse nel comportamento altrui. Secondo la teoria ES noi “riutilizziamo” i nostri stati mentali o i nostri processi attribuendogli agli altri e l’affidabilità di tale attribuzione dipende dal repertorio di colui che simula e dal grado di condivisione con il repertorio-target. Al fine di chiarire ulteriormente il concetto di “simulazione” di un azione rispetto a “immaginarla”, Gallese fa notare che mentre l’osservazione dell’azione altrui induce automaticamente (in modo obbligato, involontario) la simulazione della stessa, nell’immaginazione mentale il processo di simulazione è voluto: decidiamo di immaginare di fare o vedere qualcosa. In conclusione, “simulare” significa reclutare gli stessi sistemi percettivi, motori e emozionali che utilizziamo quando impieghiamo gli oggetti, quando interagiamo con gli altri, quando ascoltiamo qualcuno che parla o quando leggiamo.

§3- Conclusione critica. Gallagher e Zahavi nel libro La mente fenomenologica (2009) avanzano una critica interessante alla teoria della simulazione implicita di Gallese, Non contestano tanto il fenomeno, più volte confermato da evidenze empiriche, della risonanza motoria operata dall’attivazione del sistema specchio mentre osserviamo o eseguiamo una determinata azione, bensì il ricorso al termine simulazione per spiegare il verificarsi delle rappresentazioni condivise. Il termine “rappresentazioni condivise”, introdotto dai due fenomenologi, si riferisce al fatto che agenti ed osservatori stanno utilizzando simultaneamente gli stessi circuiti e perché gli stessi circuiti consentono contemporaneamente: l’azione, l’osservazione, l’immaginazione e l’imitazione.  Gallagher e Zahavi fanno notare che quello che i teorici dell’ES chiamano “simulazione” non trova riscontro in nessun senso genuino della parola, poiché non si tratta né di “finzione”, né di uso strumentale di un modello, quanto di qualcosa che è parte integrante di un’esperienza intersoggettiva.  Quando vediamo compiere un gesto o manifestare un’emozione, attribuiamo immediatamente un significato a ciò che vediamo, cioè: “vediamo” la gioia, la rabbia, l’intenzione di un azione nel momento in cui la percepiamo.

Sembra proprio che questo sia quello che intende Gallese con il temine “simulazione”. Forse la scelta del termine non è stata appropriata, data l’elevata polisemia del termine, ma Gallese e collaboratori non pensano che l’attivazione del SNS “avvii la simulazione” e che – sempre secondo Gallagher e Zahavi – il momento della percezione sia separato da quello della simulazione. Anche se di fatto l’attivazione delle aree visive precede l’attivazione dell’area premotoria, sede dei mirror (dai 30 ai 100 ms) e quindi la comprensione dell’intenzionalità dell’azione sembrerebbe posticipatarispetto alla percezione, più volte, sia Gallese che Rizzolatti, hanno ripetuto che grazie ai neuroni specchio si è “scoperto” che percezione, comprensione e azione non sono affatto fenomeni separati o appartenenti a domini diversi in quanto insistono sullo stesso circuito neurale. noltre, se è l’attivazione anticipata di alcuni millesecondi che fa dire a Gallagher e Zahavi che, nel modello della simulazione implicita, la percezione è separata dalla simulazione, si potrebbe far notare che l’attivazione delle aree visive, senza il collegamento con le altre aree sensoriali-motorie, non provocherebbe l’attribuzione di nificato che fa della visione una percezione, attraverso il “riconoscere” che a sua volta implica l’attribuzione di significato. I sostenitori dell’ES con il termine “simulazione” hanno probabilmente inteso sostenere che la comprensione dell’azione (intesa come comprensione dell’intenzionalità dell’azione) richiede la risonanza motoria di quell’azione e che questa genera la comprensione o l’attribuzione di significato all’azione nello svolgersi dell’azione stessa, e non dopo.

Che sia il linguaggio che induce la separazione di percezione e comprensione per il fatto che la spiegazione dei due processi  comporta necessariamente la “messa in successione, ovvero la linearità o serialità del loro dispiegarsi, cosa che non succede invece a livello cerebrale, dove prevale la logica parallela conseguente al sincronizzarsi di particolari circuiti neurali (scaricano insieme) per dar luogo alla grande varietà dei fenomeni di cui siamo coscienti e che Edelman spiega con il meccanismo del rientro:

“il rientro è la segnalazione incessante da una certa regione cerebrale (o mappa) ad un’altra e poi di nuovo alla prima lungo fibre massicciamente parallele (assoni) che sappiamo essere onnipresenti nei cervelli superiori. Le vie di segnalazione rientranti cambiano costantemente di pari passo con il pensiero. L’effetto finale di questo traffico rientrante è la scarica sincronizzata di gruppi neuronali in particolari circuiti. È così che si ottiene la coordinazione nel tempo e nello spazio che altrimenti dovrebbe essere garantita da qualche forma di computazione”, (Edelman, Seconda natura, 2007: 25).

Un ulteriore critica rivolta da Gallagher e Zahavi alla teoria ES, che avvalora l’ipotesi che le critiche non nascono sempre da quello che le fonti affermano, ma da come chi critica interpreta le fonti riguarda la neutralità dell’atto percepito rispetto all’agente. Secondo i due filosofi sostenere che il SNS è neutrale rispetto all’agente (cioè i mirror registrerebbero le intenzioni delle azioni senza nessuna specificazione dell’agente, né in prima, né in terza persona) non spiegherebbe come “io” posso simulare le “tue” intenzioni se non so che sono le “tue”. Anche in questo caso sembra abbastanza evidente che il punto sotto accusa nasce dall’attribuire al meccanismo simulativo un carattere di “volontà” che non può appartenere alle “intenzioni” degli autori, che sono principalmente dei neurofisiologi, cioè studiosi del funzionamento del sistema nervoso centrale, e i neuroni – il loro oggetto di studio – non sono soggetti epistemici, come ben spiega Gallese nel seguente passaggio:

“Un neurone è una “macchina” che genera delle tensioni, dei voltaggi. L’unica cosa che un neurone verosimilmente conosce del mondo esterno, è una manciata di ioni come potassio, sodio, calcio, cloro, ecc., che incessantemente escono ed entrano dai canali che ne attraversano la membrana. Non c’è nulla di intrinsecamente intenzionale nel funzionamento di un neurone. Ma questo neurone non è contenuto in una scatola magica, è contenuto in un organo – il cervello – che è legato, vincolato, cresce e si sviluppa in parallelo ad un corpo, attraverso il quale ha accesso al mondo esterno. Il cervello che studiamo non è quindi quello degli esperimenti “pensati” dalla filosofia analitica, il cervello nel vaso (“brain in a vat”), per così dire, ma è un organo legato ad un corpo che agisce, che si muove, che patisce nel suo continuo interscambio con il mondo”, (Gallese, Dai neuroni specchio alla consonanza intenzionale, 2007:199).

Non è insensato ritenere che le parole usate per spiegare la funzione del SNS attraverso la metafora della simulazione abbiano reificato qualcosa che con buona probabilità non alberga nella mente dei sostenitori dell’ES, ma in quello spazio delle ragioni in cui le parole dette incontrano gli schemi precedentemente mappati da chi quelle parole recepisce generando il loro significato. Da questo connubio nascono i neuroni a specchio. La convergenza delle stesse configurazioni motorie, ovvero la risonanza reciproca della concatenazione di movimenti diretti ad un determinato scopo, ma (contro) tale corrispondenza risente del modo in cui ognuno l’ha mappata in base all’esperienza personale. Ed è probabilmente così che si realizza la nostra grande variabilità soggettiva, insieme alla nostra altrettanto grande somiglianza, ed è sempre da qui che origina la possibilità di comunicare che, tuttavia, spesso sfocia nell’impossibilità di farlo. In conclusione, Gallagher e Zahavi accolgono positivamente la presenza di un meccanismo primario (i neuroni specchio) responsabile della comprensione intersoggettiva, così come l’idea che questa si realizzi sottoforma di risonanza motoria (le rappresentazioni condivise), anche per il fatto che un tale meccanismo spiegherebbe molte delle ipotesi della fenomenologia, come il concetto di coscienza, di corpo, il ruolo delle azioni, ecc. I due filosofi contestano solo l’uso del termine “simulazione” (ora però risolto; comunicazione personale di Gallese), come contestano l’ipotesi della Teoria della teoria (spiegazione cognitivista della comprensione dell’intenzionalità altrui) in quanto sostengono che l’uomo è dotato di un meccanismo di intersoggettività primaria che spiegano così:

“nella maggior parte delle situazioni intersoggettive abbiamo una comprensione diretta delle intenzioni dell’altra persona, perché queste ultime trovano espressione nelle sue azioni incarnate e nel suo comportamento espressivo. Questa comprensione non richiede che postuliamo o inferiamo una credenza o un desiderio nascosto nella mente dell’altra persona. Quelli che alcuni teorici potrebbero chiamare una credenza o un desiderio di una persona trovano diretta espressione nelle sue azioni e nei suoi comportamenti” (Gallagher e Zahavi, La mente fenomenologica, 2009: 285-286).

Bene. Dato che il funzionamento del SNS dimostra che eseguire un’azione, rappresentarsela e comprenderla sono operazioni che insistono tutte sullo stesso circuito motorio, ne consegue che lo stesso circuito neurale viene reclutato per scopi diversi (percepire, agire, comprendere, parlare). Nella loro ipotesi dello sfruttamento neurale sostengono che l’architettura cerebrale che controlla l’azione, sarebbe stata successivamente adattata come nuova struttura neurofunzionale per il pensiero e il linguaggio, pur mantenendo la sua funzione originale. In questo senso, struttura neurofunzionale all’interno dell’area premotoria (dove si trova il sistema mirror, e che corrisponde all’area di Broca) che prepara la sequenza appropriata all’azione finalizzata, potrebbe “essere sfruttata” per la strutturazione frastica del linguaggio e del pensiero. Ha ragione Gallese quando scrive che disponiamo ormai di molteplici evidenze empiriche che mostrano che la comprensione del significato di una parola (es. “tavolo”) non sembra derivare dalla scelta di un etichetta applicata a un dato oggetto; il significato di “tavolo” deriva dall’uso che se ne fa, cioè dalle possibilità di azione che esso evoca.

In tale prospettiva, la nostra comprensione delle espressioni linguistiche non è solamente un’attitudine epistemica, è un modo di essere. Il nostro modo di essere, a sua volta, dipende da ciò che facciamo, da come lo facciamo, e da come il mondo ci risponde. Avendo favorito l’imitazione e la comunicazione, i neuroni a specchio possono essere intesi come i precursori del linguaggio, in particolare grazie alla loro posizione “linguisticamente” strategica del l’area di Broca. Il Sistema Specchio è quindi implicato non soltanto nella comprensione delle azioni presentate visivamente, ma anche nel modo in cui processiamo degli enunciati linguistici descriventi l’azione, indipendentemente dalla loro presentazione acustica o visiva. Un altro indizio della loro funzione all’interno del quadro della selezione naturale.

Bibliografia essenziale:

Rizzolatti, L. Fogassi, V. Gallese, Neurophysiological mechanisms underlying the understanding and imitation of action, in “Nature Neuroscience Reviews”, n. 2, 2001, pp. 661-670.

Gallese, The manifold nature of interpersonal relations: The quest for a common mechanism, in “Philosophycal Transactions Royal Society of London”, serie B, n. 358, 2003, pp. 517-528.

Gallese, The roots of empathy: The shared manifold hypothesis and the neural basis of intersubjectivity, in “Psychopatology”, XXXVI, n. 4, 2003, pp. 171-180.

Gallese, Intentional attunement: A neurophysiological perspective on social cognition and its disruption in autism, in “Brain Research”, n. 1079, 2003, pp. 15-24.

Gallese, C. Keysers, G. Rizzolatti, A unifying view of the basis of social cognition, in “Trends in Cognitive Sciences”, n. 8, 2004, pp. 396-403.

Rizzolatti, C. Sinigaglia, So Quel che Fai. Il Cervello che Agisce e i Neuroni Specchio, Milano, Raffaello Cortina, 2007.

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