Il "mutilo" in Aristotele. Una specificazione della sostanzialità?

La filosofia prima aristotelica prevede che i viventi siano esempi paradigmatici di sostanze. Nel dominio sublunare, popolato da corpi sensibili e corruttibili, sono sostanze gli animali, le piante e le loro parti, compresi i quattro elementi che li compongono (Metaph. Z.2). Non consideriamo qui la complicazione connessa all’intelletto e alla sostanzialità peculiare a Socrate e Callia in quanto interi dotati essenzialmente di anima intellettiva. Consideriamo, invece, l’esemplificazione biologica dominante in Aristotele: l’animale (l’intero dotato di movimento e percezione). Dal punto di vista logico, prima di interrogarsi sulla sostanzialità di qualcosa è opportuno procedere ad un esame della struttura e della natura di questo qualcosa. Questo qualcosa è un corpo, un intero le cui parti stanno insieme secondo una regola o principio. A quali condizioni qualcosa permane? Come è fatto questo qualcosa? È un ente semplice o composto?

Anzitutto, che tipo di corpo possiede un animale come l’armadillo? L’armadillo è un composto di materia e forma le cui parti esibiscono una connessione continua in relazione ad un confine comune. Attività quali movimento e percezione sono possibili e, soprattutto, diventano oggetto di scienza solo grazie ad una qualificazione metafisica della sua struttura mereologica. Schematizziamo, sulla base della distinzione materia-forma, la struttura multilivellare dell’armadillo: (i) livello I: materia {4 elementi} + forma {ratio dei 4 elementi}. (ii) Livello II: materia {carni, ossa, omeomeri} + forma {ratio dei 4 elementi, indirizzamento funzionale}. (iii) Livello III (soglia formale che ha come limite il cuore): materia {parti omeomere, parti anomeomero-potenziali, strutture (sistema scheletrico e cardiovascolare)} + forma {ratio dei 4 elementi, indirizzamento funzionale}. (iv) Livello IV: materia {corpo (compreso il soma in senso geometrico)} + forma {anima}.

Ogni armadillo è un intero strutturato in parti continue ed estese (cuore, vene, zampe, occhi), ed è per questo analizzabile in quanto è composto da parti più o meno necessarie alla sua sopravvivenza. Se l’ilemorfismo implica l’esistenza di due livelli ontologici all’interno di ogni individuo che ricade nel sortale ‘armadillo’, ciò non significa affatto che l’individuazione di questi due livelli ci consegni una descrizione esaustiva che renda conto della sua natura. Se così fosse l’armadillo non differirebbe da una tazza o da qualunque altro artefatto e, sul piano esplicativo, la grammatica concettuale alla base del discorso sul vivente verrebbe a coincidere con quella valida per il non vivente. Ora, tenendo conto del paradigma cardiocentrico della biologia aristotelica – il cuore è sede dell’anima e delle facoltà – già intuitivamente si comprende che il cuore e la zampa dell’armadillo non godono dello stesso grado di necessità. Questa considerazione diventa una tesi metafisica positiva se viene supportata mediante lo strumento della mereologia che articola lo schema ilemorfico di base che l’armadillo condivide con la tazza: sia la materia che la forma dell’armadillo possono essere scomposte in parti materiali e formali – con la complicazione che le parti del corpo hanno un aspetto sia formale che materiale, quelle dell’anima formale soltanto. In questo modo si può ricostruire l’ordinamento regolato di parti che è alla base della struttura corporea dell’armadillo. Vediamo come. A quali condizioni posso procedere alla scomposizione di qualcosa che sia una quantità? Potremmo procedere pensando che sia sufficiente sottrarre, fisicamente o concettualmente, alcune parti dell’individuo nel sortale armadillo per verificare se esse siano essenziali o meno alla sua natura. Vediamo perché questa procedura è inadatta se ci si chiede a quali condizioni e sulla base di quali requisiti si può procedere nella mutilazione di qualcosa che è una quantità. La distinzione tra quantità discrete e quantità continue per sé è introdotta sulla base del fatto che le prime sono costituite da parti che non hanno una posizione le une rispetto alle altre, mentre le seconde da parti che hanno una posizione le une rispetto alle altre (Cat. 6, 4b20-24). L’opposizione che ci interessa è tra il numero (quantità discreta) e il corpo (qui inteso come geometrico e che è una quantità continua) in quanto diviene determinante per stabilire i criteri secondo cui qualcosa può essere detto mutilo:

«‘mutilo’ si dice non di ciò a cui capita di essere delle quantità; bisogna invece che si tratti di una cosa che sia divisibile e che sia un intero. Infatti, il due non è mutilo se gli viene tolta l’una e l’altra unità (infatti, ciò che è tolto con la mutilazione non è mai uguale a ciò che rimane), né in generale lo è [scil. mutilo] nessun numero. Infatti, deve permanere anche la sostanza: se una coppa è mutila bisogna che sia ancora una coppa, invece il numero non resta più lo stesso. Inoltre, neppure le cose anomeomere sono tutte [scil. mutile] (infatti un numero può anche avere parti dissimili, il due e il tre), ma in generale, nessuna delle cose per le quali la posizione delle parti non fa nessuna differenza, come l’acqua o il fuoco, è mutila, ma è necessario che queste siano tali da avere una posizione delle parti stabilita dalla loro stessa sostanza. Bisogna inoltre che si tratti di cose continue. Infatti, l’armonia è costituita da parti dissimili e che hanno una posizione, ma non diviene mutila. Inoltre, non tutte le cose che sono interi sono mutile, non sono mutile neppure quelle che sono private di una parte qualsiasi. Infatti è necessario che non siano private né delle parti proprie della sostanza né delle parti in una posizione qualsiasi. Per esempio, se una coppa è bucata non è mutila, ma lo è se gli viene tolto un manico o una qualche estremità; e un uomo non è mutilo se gli viene asportata della carne o la milza, ma se gli manca una qualche estremità, e non una qualsiasi, ma una che non può più ricrescere dopo che è stata asportata per intero. Per questo i calvi non sono mutili» (Metaph. D.27, 1024a11-28, trad. C.A. Viano modificata).

Questa voce del lessico filosofico è assolutamente peculiare. Contrariamente alle altre ventinove, qui il tono è assertivo-normativo, come se si trattasse anzitutto di normalizzare l’uso linguistico di mutilo per farne un uso filosofico, la cui tecnicità interviene primariamente in contesti biologici (necessità comprensibile se si tiene conto dell’occorrenza certamente tematica che compare nel Politico di Platone: il gregge mutilo, 265d4 (agli occhi di Aristotele si tratta, peraltro, di un uso errato)). I concetti chiave del capitolo, che poi corrispondono all’esplicitazione di veri e propri criteri di mutilazione, sono i seguenti: posizione, continuità, estremità(Assumo (dato che per ragioni di spazio non posso qui dimostrarlo) che i concetti che nella filosofia analitica contemporanea vengono annoverati nella meta-ontologia e classificati come topologici e mereotopologici (quali confine, limite, ‘x è connesso a y’, cfr., A. Varzi, Ontologia, Laterza, Roma-Bari, 2005) in Aristotele possano essere fatti oggetto di analisi mediante la coppia tutto-parti.).

(i) Posizione. A quali condizioni, dunque, si può dire che qualcosa è mutilo? Vediamo se è possibile dimostrare che il concetto di connessione continua è alla base della struttura di un intero che possa essere diviso in parti continue. Ciò che viene sottoposto a mutilazione non deve essere una quantità qualsiasi, ma deve esserlo in modo qualificato: deve essere divisibile e costituire un intero. Sia il numero che il corpo rientrano in questa categoria. La mutilazione non si applica ai numeri in quanto alla fine del processo ciò che rimane è qualcosa di essenzialmente diverso dall’ente di partenza: sia che al numero 3 si sottragga il numero 2, sia che si sottragga il numero 1, il risultato della divisione (o, meglio, dell’operazione di sottrazione) sarà un numero sempre diverso dal 3. Per quale motivo? Le parti del numero sono intese a guisa di parti sconnesse, poiché non vi è nessun confine comune che le connetta: il 5 è il risultato di 3+7. Questa operazione è come se fosse intesa come una somma mereologica, in quanto il tre e il sette non si connettono in relazione a nessun limite comune (Cat. 6, 4b28-29). Ciò che è corpo (qui inteso grezzamente, in senso geometrico), invece, si può concepire come se avesse un limite comune: la linea o la superficie in relazione alla quale le parti si connettono o, se si pensa all’armadillo, la linea tracciabile seguendo la successione continua delle parti e che hanno come limite e principio di connessione il cuore. Le parti dell’armadillo, infatti, proprio perché parti di un intero connesso in relazione ad un confine comune (il cuore) e che hanno una posizione le une rispetto alle altre occupano un certo luogo e, aggiungiamo, sono in potenza (al contrario del tutto di cui sono parti che, invece, è in atto). Che le parti siano potenze è tematizzato in modo esplicito nelle pagine di Aristotele:

«è evidente che anche delle cose che sembrano essere sostanze la maggior parte sono potenze: le parti degli animali (infatti nessuna di esse presa separatamente esiste, invece, una volta separate, anche allora esistono tutte come materia), e la terra, il fuoco e l’aria. Infatti, nessuna di queste cose è un’unità, ma è come un mucchio prima che siano cotte e da esse nasca qualcosa che sia unitario. Qualcuno potrebbe pensare che soprattutto le parti degli esseri animati e quelle più prossime all’anima siano in entrambi i modi, in potenza ed in atto, perché hanno nelle giunture qualcosa da cui deriva il movimento: per questo alcuni animali vivono anche dopo essere stati sezionati. Ma tuttavia queste parti sono soltanto in potenza, quando costituiscono un’unità continua per natura, ma non per violenza o per congiunzione naturale: questa è infatti una anomalia» (Metaph. Z.16, 1040b5-16, enfasi mia. Trad. C.A. Viano modificata).

Quali sono le parti più prossime all’anima? I composti elementari e gli aggregati di elementi esemplificano totalità-mucchio rese unitarie da un agente esterno ad esse; la loro caratteristica peculiare è di essere del tutto prive di un principio interno che ne regoli l’assetto complessivo ed i rapporti tra le parti. Dunque non possiedono parti più o meno prossime a qualcosa che in esse funga da fulcro delle variazioni pur nella permanenza dell’intero. Per questo motivo gli omeomeri, gli aggregati ed i mucchi possono essere sottoposti a processi di scomposizione senza che la loro identità ne risulti compromessa: non hanno, infatti, una soglia formale che sia incardinata ad un assetto mereologico. Le parti anomeomero-potenziali hanno un’unità solo in quanto parti di una architettura continua per natura all’interno della quale possiamo isolare quelle più prossime all’anima proprio mediante il criterio della mutilazione.

Il riferimento è significativo in quanto riprende il dettato di Metaph. Z.10,1035b25-27 qualificandole come parti poste tra la mera potenzialità e l’attualità piena. Non si tratta di una semplice eliminazione delle parti dell’animale dall’alveo della sostanzialità (possibilità, peraltro, presa in considerazione seriamente da Aristotele, almeno nell’ambito dell’ontologia categoriale (Cat. 5 e 7)), bensì di una loro riqualificazione: se è in gioco l’ontologia soggetto-proprietà, in cui il soggetto categoriale non è articolato su base ilemorfica, la questione risulta per certi aspetti indecidibile, e sono del tutto accettabili oscillazioni in merito alla sostanzialità delle parti dei soggetti categoriali. Invece, se si utilizza lo schema della potenza e dell’atto per complessificare lo schema dei rapporti mereologici tra le parti, allora risulta giustificabile la posizione secondo cui le parti delle sostanze sono sostanze solo al modo della potenza.

Fino a che punto possiamo mutilare l’armadillo? Fin quando rimane in possesso di quella parte in cui risiedono le proprietà essenziali al suo essere sostanza di un certo tipo (si tenga presente che per Aristotele è la percezione a definire l’animale: De somn. 1, 454b23-24). Questa parte è il cuore. Si capisce altresì il senso dell’oscura affermazione di Mepaph. Z.10, 1035b25 secondo cui alcune parti vengono insieme al tutto: solo le parti in cui risiedono le capacità essenziali alla vita dell’organismo possono essere poste allo stesso livello del tutto in quanto fungono da totalità in processi quali movimento e percezione.

Torniamo alla prima sezione del capitolo sul mutilo. L’esemplificazione in merito alle parti che hanno o meno posizione è condotta su base artefattuale. Una coppa è un intero connesso composto da un insieme di parti. Possiamo dire di una coppa che è mutila poiché se togliamo una parte all’intero, l’intero sarà sempre una coppa e preserverà la sua sostanza: ciò che permane deve essere la stessa ousia che si aveva all’inizio. Ma affinché una cosa sia mutila non è sufficiente che sia un intero anomeomero, o composto da parti dissimili, altrimenti anche il numero potrebbe essere detto mutilo (non tutti gli anomeomeri sono sostanze: il 5, infatti, esemplifica un intero anomeomero visto che può essere dato dalla somma del 3 e del 2). Possiamo infatti considerare il 3 e il 2 come parti dissimili del 5, ma questa considerazione non è ancora sufficiente in quanto non possiamo istituire una regola secondo cui il 3 ed il 2 siano parti a diverso titolo e funzione del 5. Il numero si comporta come la sillaba: i rapporti di anteriorità e posteriorità istituibili tra di essi originano una successione all’interno della quale non è prevista la presenza di un ulteriore elemento o sillaba tra i due. Non c’è limite comune, non c’è contatto. Per gli elementi vale lo stesso discorso: per essere mutilo l’intero non deve avere una natura omogenea ed indifferenziata come l’acqua ed il fuoco (se verso da un bicchiere una parte di acqua ciò che rimane è sempre acqua, come accade per tutti i termini-massa). Nel caso delle sostanze le parti devono essere disposte secondo un ordine necessario che è dettato dall’essenza stessa dell’intero, che deve esibire una organizzazione strutturale sufficientemente articolata affinché sia applicabile la scomposizione, ed il corpo scomposto possa essere detto mutilo nella misura in cui conserva la sua stessa sostanza nonostante la mutilazione. Come mai? La nozione di continuo è la chiave per capire il punto.

(ii) Continuità. Come accade nell’analisi di luogo, tempo e movimento, che sono le coordinate di riferimento per esperire qualcosa, il continuo è il presupposto dell’analisi dei corpi in generale. Tale meta-struttura è alla base dei criteri di mutilazione. All’inizio di Fisica VI.1 si distingue il continuo dal contatto e dal consecutivo: continuo è ciò le cui estremità sono una sola cosa, in contatto sono quelle cose le cui estremità sono insieme, consecutive infine quelle in mezzo a cui non vi è nulla di affine, (231a22-30). Tra le grandezze le cui estremità sono una unità solo di quelle divisibili si può dire che sono continue: nel nostro caso, un animale è una grandezza divisibile. L’esemplificazione geometrica aiuta a capire il punto. Una linea, precisa Aristotele, non può consistere di punti poiché, se così fosse, non sarebbe soddisfatta la condizione secondo cui gli estremi sono uno. Infatti, un punto è privo di parti (231a24-28: in osservazioni di questo tenore si deve cercare il motivo per cui Aristotele non annovera tra i problemi matematici il continuo. Impostare la trattazione anche con l’ausilio della distinzione tutto-parti sposta il baricentro stesso dell’argomento).

Solo le parti possono stare in una relazione di continuità o essere in contatto: a differenza dei punti di una linea, le parti di un armadillo non coincidono (se non grazie ad un limite comune) né lasciano tra loro uno spazio occupabile da altre parti. Così intesa, la continuità tra le parti di una tazza o tra le parti di un armadillo non è una qualità né una relazione dell’intero. È, invece, la condizione stessa della divisibilità in parti – nel caso di grandezze quali luogo, tempo e movimento – e della mutilabilità di grandezze estese quali i corpi percipienti. Invero, è inteso indivisibile ciò che è privo di parti e si trova ad essere in contatto con qualcosa in quanto intero. Ma un contatto tra interi esemplifica una discontinuità. Un armadillo è una totalità continua perché può essere diviso in parti localmente distinte e separate: infatti, il continuo ha ora una parte ora un’altra e si divide in cose che siano diverse in questo modo e siano separate per luogo (231b4-6). Ovviamente non si esclude per questo che si possa, in alcuni casi, avere a che fare con una separazione concettuale tra le parti, e non fisica. Il punto significativo è che un continuo è divisibile in parti che sono sempre nuovamente divisibili (231b16): infatti, se fosse divisibile in parti indivisibili, si verificherebbe un contatto tra due indivisibili, dal momento che una è l’estremità e uno è il punto di contatto dei continui (231b16-19). Mentre in questa definizione non si richiede una precisa qualificazione del concetto di parte in essa implicato, per cui è sufficiente dire che si tratta di parti a loro volta continue e concettualmente divisibili all’infinito, nei processi di mutilazione la focalizzazione non è posta sulla divisione in quanto tale. È piuttosto posta sul tipo di parti che ci fanno dire che qualcosa è mutilo o non mutilo. Poiché il continuo è inteso come costituito di parti e queste parti non possono che essere caratterizzate come parti (che è possibile) dividere all’infinito, né la relazione di costituzione né la nozione di parte sono qui oggetto di ulteriore raffinamento teorico. Al contrario, se mutiliamo un armadillo dobbiamo tenere presente sia da cosa è governata la sua costituzione in unità, sia quali parti sono rilevanti in questa relazione.

(iii) Estremità (comune). Perché una coppa bucata non è mutila, invece una coppa senza manico lo è: il manico è dunque una parte più necessaria delle altre? Anche la carne e la milza qui vengono investite dello stesso grado di necessità per la vita animale, al punto che la mutilazione della carne e l’asportazione della milza compromettono la persistenza della sostanza. Il caso della carne è abbastanza semplice: è detta essere principio e corpo per sé degli animali (De partibus animalium II.8, 653b23) ed essendo l’intermediario del tatto, una radicale asportazione della carne potrebbe compromettere la soglia formale della sostanza. Quanto alla milza, invece, da De partibus animalium III.7 sappiamo che fegato e milza sono organi correlativi (si tratta di visceri dalla natura bipartita) data la loro collocazione speculare; poiché il fegato si trova in una posizione spostata a destra, si è venuta a formare la milza che, in una certa misura, ma non in modo assoluto, è necessaria alla vita animale (De partibus animalium III.7, 670a2). Trattandosi di parti che non ricrescono, come invece i capelli, la loro perdita compromette la sopravvivenza della totalità. Una dissimiglianza generica tra le parti non è dunque sufficiente per fare dell’intero un mutilo, altrimenti anche l’armonia sarebbe tale (tolta un’ottava per esempio). Deve dunque darsi una distinzione tra quelle parti che sono più essenziali all’essere una sostanza di un certo tipo, e quelle parti che invece godono di gradi di necessità sempre inferiori; la presenza di un ordine gerarchico di parti sembra addirittura implicata nella continuità che ne caratterizza l’articolazione.

Si può spiegare il punto mediante un esempio non aristotelico. Si consideri un computer: se a questa macchina togliamo il microprocessore e l’hard disk, essa non sarà più in grado di svolgere la sua funzione come totalità, venendo meno la sua identità specifica. Quando sottoponiamo la morfologia di un artefatto ad un processo di scomposizione massiva, e restiamo soltanto con dei pezzi tra le mani, ed eventualmente quando con questi pezzi costruiamo un altro artefatto, l’intero di partenza cessa di esistere se e nella misura in cui questo percorso implica una perdita dell’organizzazione mereologica essenziale all’essere artefatto, e dunque al mantenimento continuativo della propria identità. L’esempio non è relativo al vivente. Il limite superato il quale si ha la distruzione del computer è di matrice funzionale: non è la sostanza a venir meno bensì la possibilità stessa di assolvere ad una data funzione. Il computer potrà svolgere altre funzioni e realizzarle su un supporto materiale modificato: potrà essere per esempio un insieme di pezzi di ricambio e così via. Detto questo, non significa affatto che quel particolare microprocessore e quel particolare hard disk siano parti necessarie al mantenimento dell’identità di quel computer come computer, dal momento che sono pezzi rimontabili su supporti differenti dello stesso modello.

Intendo mettere in evidenza che nel caso degli artefatti il processo di distacco delle parti e la disposizione delle parti nel tutto non implicano una differenza quanto alla loro esistenza: è possibile estrarre le parti, riorganizzarle, senza che il tutto cessi di esistere in quanto tale. Nel caso degli artefatti (che non sono sostanze a pieno titolo) le parti che risulterebbero proprie della definizione potrebbero essere solo le parti del progetto nella mente dell’artigiano. Per ognuna di esse sarebbero disponibili supporti materiali multipli vincolati soltanto dal presentare o meno certe proprietà disposizionali – in ambito artefattuale rimane aperta la possibilità logica di una lettura funzionalista del nesso materia/forma. Invece, se ci chiediamo quali sono le proprietà (atemporali) che una sostanza percipiente non avrebbe potuto mancare di avere e di quali proprietà avrebbe potuto essere privo pur continuando ad esistere (atemporalmente), dobbiamo riconoscere che, se ogni armadillo deve essere fatto di carni, ossa, sangue, etc., e se ogni armadillo trae origine da una materia non qualsiasi e da una forma non qualsiasi, allora esso non avrebbe potuto avere origine né in un’altra materia né in un’altra forma.

Nel caso dell’armadillo, in conclusione, non è possibile un processo di scomposizione e ricomposizione massiva ferma restando l’identità del soggetto. Poiché non tutte le sue parti godono del medesimo grado di necessità in relazione all’unità ed identità di ciò di cui sono parte, i viventi impongono un confine preciso alla mutilazione, confine dato dall’organizzazione anomeomera della sostanza e dal mantenimento delle sue parti necessarie. Posso operare la mutilazione sul mio armadillo eliminando occhi, naso, orecchie, zampe, testa: affinché rimanga un armadillo devono essere salvaguardate le parti che rientrano nella soglia formale del composto e che lo mantengono in vita. L’armadillo mutilo di zampe è comunque un animale che conserva tutte le potenzialità proprie della sua anima, pur conservandone solo alcune in atto (il tatto e alla possibilità di rotolare o strisciare). L’armadillo mutilo di zampe è comunque una sostanza fintanto che il processo di mutilazione non incontra un limite oltre il quale non può esercitarsi: quel limite è dato dal cuore, dalla sede delle proprietà essenziali all’essere sostanza di quel tipo. La mutilazione, intesa come limite della sostanzialità, implica la conservazione delle proprietà che fanno capo al genere e che rientrano come necessarie nell’intero. (Per inciso, va rilevato che, invece, da un tutto autentico di tipo essenziale come l’anima non è separabile alcuna parte senza perdita di identità, perché esso è l’identità stessa della cosa, ovvero quel semplice essenziale in cui riposa la definizione della sostanza stessa).

Per quanto sia stato condotto in maniera astratta, senza una indagine metodica dei testi aristotelici, a quali conclusioni ci porta questo discorso? La prima è di ordine metodologico. L’impostazione che viene data alla contrapposizione tra quantità discrete e continue che ha origine in Categorie 6, che poi sfocia nella lunga trattazione dei libri della Fisica dedicati al luogo (IV.1-5) e al continuo (V.3-VI), e che è implicata nel capitolo sul mutilo, sembrano suggerire una focalizzazione dei problemi in termini mereologici. Peraltro il punto è particolarmente significativo se è in questione la struttura dell’armadillo e dei motivi per cui è sostanza. Il percorso aristotelico (che trova le sue giustificazioni ultime nel dettato di Metaph.Z.10-11), analizzato con l’occhiale parte-tutto, è grossomodo questo. Da una nozione grezza e generica di quantità si isola una specie – quella continua – e si ottiene la nozione geometrica di soma. Il senso degli esempi geometrici cui sovente Aristotele ricorre è in primo luogo questo: contrapporre quantità continue che non sono sostanze – linee, superfici – a quantità continue che invece lo sono e, con una funzione simile a quella assolta dagli artefatti in tema di materia e forma, si usa il caso più semplice (linee, superfici) per dire qualcosa della sostanza. Ma questo qualcosa non è ancora sufficiente. Funge da contrasto, da punto di rottura e permette di oltrepassare l’intero considerato in precedenza (il corpo in senso geometrico) affinando, al tempo stesso, la grammatica concettuale utile all’analisi dell’intero sostanziale. Invero, per passare dal soma geometrico al soma biologico è necessario un approfondimento della struttura mereologica interna a questo secondo tipo di corpo, in grado di far emergere i motivi per i quali la sostanzialità per Aristotele è primariamente connessa all’asse anomeomero continuo di un intero. Il motivo più evidente è questo: l’armadillo non è un intero anomeomero qualsiasi, ma è un intero dotato di un’anima, i cui criteri di mutilazione sono vincolati al mantenimento di quella parte in cui si localizza quella potenzialità dell’anima necessaria al suo mantenimento in vita in quanto essere vivente: l’anima vegetativa (si badi bene, non al suo mantenimento in vita in quanto animale. Se così fosse la soglia formale di riferimento si sposterebbe alla parte dell’anima cui fa capo la percezione).

La seconda è di ordine teoretico ed è strettamente connessa alla prima. Se si accettano queste premesse, e se solo ciò che è sostanza può dirsi mutilo significa immediatamente istituire un rapporto tra i criteri di mutilazione e quelli di sostanzialità. Intendere l’animale come intero continuo di parti che hanno una posizione le une rispetto alle altre e confini comuni, parti che fanno capo al cuore che regge l’intera articolazione anomeomera della forma della specie dell’armadillo consente non solo di istituire una differenza tra divisioni e frazionamenti di una quantità discreta e mutilazioni di una quantità continua. Ma soprattutto consente di qualificare ulteriormente la nozione di parte della sostanza rispetto alle altre quantità continue. Ed è su questo aspetto della questione che è possibile scorgere una connessione con i criteri di sostanzialità. Punto nevralgico dato il modo in cui Aristotele imposta la questione in Metaph. Z.10: «il termine ‘parte’ si dice in molti modi, uno dei quali è di essere unità di misura secondo la quantità; ma [scil. questo significato] mettiamolo da parte: dobbiamo invece occuparci di quelle che sono le parti della sostanza» (Metaph. Z.10, 1034b32-34). Mi limito a qualche riflessione sulla determinatezza che caratterizza ciò che è sostanza (il percorso aristotelico inizia in Metaph. Z.3). Già dalle Categorie sappiamo che con sostanza si intende un certo questo, un intero la cui determinatezza non può essere indagata con i soli strumenti dell’ontologia categoriale (quando Aristotele parla di un certo cavallo o di un certo bue nelle Categorie ha in mente il soggetto di proprietà, non un intero composto da materia e forma). La determinatezza dell’armadillo può essere messa a tema solo con gli strumenti della filosofia prima, istituendo dei rapporti verticali (di maggiore o minore necessità rispetto al modo di vita) e orizzontali (di anteriorità e posteriorità) tra le proprietà (essenziali ed accidentali) e le parti della sostanza. Così si ottiene un ordinamento regolato di parti e proprietà in grado di orientare nella comprensione, ad esempio, di quali parti rientrino nella definizione della sostanza e quali invece non vi rientrino. Ripercorrere questo ordinamento regolato significa avere scienza dell’articolazione mereologica in cui si declina la scansione ilemorfica della sostanza. Se questo è uno dei compiti dell’ousiologia, allora le specifiche offerte dal capitolo sul mutilo non possono che porsi ad integrazione di uno dei problemi fondamentali della filosofia prima di Aristotele: la sostanzialità prima dei viventi esemplificati dall’armadillo.

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