Un deittico temporale. L'”ora” in Aristotele e le perplessità di Einstein

Salvador Dalì, La Persistenza della Memoria (olio su tela, 24×33, 1931).

La nozione di ora resta per la fisica un argomento spinoso. In un breve articolo del 2004, James B. Hartle ne ha messo in luce i principali problemi (The physics of now, in “Physica Scripta”, 77 (2004), pp. 67-77). Ora sono seduta alla scrivania e sto scrivendo; interrogarsi sullo statuto del presente significa situarsi nel tempo, riconoscere di avere una storia scandita in un passato e in un futuro. La nostra consapevolezza, la coscienza di noi stessi e del mondo è incardinata nel presente, e tuttavia questo stesso presente sembra irrimediabilmente sfuggirci. Proprio grazie alla Relatività Generale (RG) di Einstein abbiamo imparato che è addirittura impreciso sostenere che percepiamo il presente: se fissiamo la Luna, la vediamo come era un secondo e mezzo fa, il tempo necessario alla luce per arrivare dalla Luna alla Terra. 

Certo, è vero, in un secondo e mezzo la Luna non cambia sensibilmente; tuttavia sarebbe errato dire che la vediamo com’è adesso. Stessa cosa se volgiamo lo sguardo al Sole. Qui la luce impiega 8 minuti per giungere a noi, il che significa che la vediamo come era otto minuti fa. Se poi ci spostiamo verso Alpha Centauri, la stella più vicina a noi, la forbice temporale si dilata: la vediamo come era 4,2 anni fa. Accettare il carattere finito della velocità della luce implica l’accettazione della nostra impossibilità di percepire il presente.

Ciascun osservatore dotato di una massa possiede un tempo proprio. Questo paradosso, secondo cui il presente sembrerebbe essere tutto e niente, e che mette definitivamente fuori gioco l’universalità ed assolutezza proprie dello spazio-tempo della meccanica newtoniana, ha attraversato la filosofia e parte della fisica. Per secoli la filosofia ha tentato di ingabbiare il concetto di tempo cercando di conciliare due istanze a prima vista contraddittorie: l’esperienza soggettiva della sua durata e la tesi oggettiva della sua esistenza ed eternità. Qui intendo concentrarmi su uno degli aspetti filosofici della questione: lo statuto ontologico dell’ora in Aristotele, il che ci dovrebbe permettere di dire qualcosa sul presente. Ma prima è necessario chiarire qual è lo sfondo concettuale in cui ci muoviamo.

§1- Le serie di McTaggart

John Ellis McTaggart sostiene che il tempo non è reale (The unreality of Time, “Mind”, 17, 1908, pp. 457-473). Scrive un articolo in cui dimostra che per parlare del concetto di tempo è necessario distinguere tra la A-serie, l’insieme degli eventi che corrono dal passato, al presente, al futuro, e la B-serie, la relazione che esprime l’esperienza dei rapporti di precedenza e successione tra gli eventi (“prima di” e “dopo di”). Così McTaggart distingue le due serie:

positions in time, as time appears to us, prima facie, are distinguished in two ways. Each position is Earlier than some, and Later than some, of the other positions. And each position is either Past, Present, or Future. The distinctions of the former class are permanent, while those of the latter are not. If M is ever earlier than N, it is always earlier. But an event, which is now present, was future and will be past. (…) For the sake of brevity I shall speak of the series of positions running from the far past through the near past to the present, and then from the present to the near future and the far future, as the A series. The series of positions which runs from earlier to later I shall call the B series” (The unreality of Time, p.458).

L’impatto di questo articolo è stato così dirompente che, ancora oggi, tutta la discussione filosofica sul tempo si inserisce in questo quadro teorico. Ciò posto, l’aspetto più interessante è il “posizionamento” dei fisici nelle due serie. La teoria che rispecchia meglio la concezione comune del tempo, una forma di presentismo, è in accordo con la serie A (e con istanze newtoniane), mentre la serie B, non riconoscendo l’esistenza di un momento presente ontologicamente privilegiato rispetto agli altri, è tipicamente associata alla teoria della RG (la relazione tra ciò che è qui e ciò che è là è identica alla distinzione tra presente, passato e futuro). 

Il fatto che Einstein faccia parte dei teorici-B ha segnato pesantemente il dibattito successivo. Da un lato il lavoro del padre della Relatività e dei suoi colleghi ha aiutato la filosofia ad uscire da alcune ambiguità linguistiche. Spesso infatti nel linguaggio comune ci esprimiamo come se fraintendessimo sistematicamente i rapporti tra tempo e cambiamento: percepiamo il tempo attraverso il cambiamento, ma il tempo non è il cambiamento. Semmai possiamo asserire che il tempo non è senza cambiamento. Attraverso i suoi formalismi, la fisica distingue tra il corso del tempo, ossia il rinnovamento irreversibile dell’istante presente, e la freccia del tempo, che è l’evoluzione irreversibile dei fenomeni nel tempo. Da Newton in poi la rappresentazione del corso del tempo coincide con la causalità (e con il determinismo rigoroso di Leibniz). Dall’altro è grazie ad Einstein che torna alla ribalta il problema del presente e della percezione del presente.

Il punto è questo: la relatività fatica a rendere conto della presenza del presente, e non spiega neanche cosa l’istante presente possa avere di così speciale in confronto agli altri istanti del tempo, difficoltà che non esistono nel quadro della fisica newto­niana. È l’universo che scandendo il ritmo generale si incarica di imporre lo stesso presente in ciascuno dei suoi punti: il tem­po è assoluto, dovunque lo stesso. Scorre in maniera identica in qualunque luogo e l’avverbio adesso assume un significato chiarissimo: ciò che accade adesso per me, accade allo stesso modo adesso per tutti gli osservatori nell’universo. Il concetto di contemporaneità è dunque assoluto: in qualunque istante, due osservatori possono sincronizzare gli orologi, e in qualun­que ulteriore istante i due orologi rimarranno sincronizzati, quali che siano gli spostamenti e le velocità degli osservatori. Due eventi che appariranno simultanei agli occhi di un certo os­servatore lo saranno, dunque, allo stesso modo per tutti gli altri. Tuttavia, secondo la Relatività Ristretta – per cui esistono altrettanti orologi fondamentali quanti sono gli oggetti in movimento – questo unanimismo ontologico non è sostenibile. Non si possono sincronizzare gli orologi in modo perpetuo: certo, si potranno regolare le lancette, ma qualche istante più tardi le ore indicate smet­teranno di coincidere. Alla fine della sua vita Einstein era tormentato dallo “statuto dell’ora o dell’adesso” nella Relatività. Nella sua autobiografia intellet­tuale Rudolf Carnap riporta a questo proposito un aneddoto interessante:

una volta Einstein mi disse di essere seriamente preoccupato dal problema dell’ora. Spiegò che l’esperienza dell’ora [o adesso] ha un significato particolare per l’uomo, es­senzialmente diverso dal passato e dal futuro, ma che questa differenza non ricorre e non può ricorrere nella fisica. Il fatto che tale esperienza non potesse essere colta dalla scienza gli sembrava un elemento di penosa, ma inevitabile rassegnazio­ne. Osservai che tutto ciò che è oggettivamente accaduto do­vrebbe poter essere descritto dalla scienza: da un lato, le se­quenze temporali degli eventi possono essere descritte dalla fi­sica; dall’altro, le particolarità delle esperienze umane in rap­porto al tempo, compreso il diverso atteggiamento verso pas­sato, presente e futuro, possono essere descritte e (in linea di principio) spiegate dalla psicologia. Tuttavia, Einstein pensava che queste descrizioni scientifiche non possono soddisfare le  nostre necessità umane; che c’è qualcosa di essenziale a propo­sito dell’ora che è interamente fuori dalla portata della scien­za”. (Carnap, 1978, p. 83).

§2- L’ora in Aristotele

Vediamo qual è la natura dell’ora in Aristotele. Prima dico brevemente qualcosa sul tempo. La prima difficoltà sulla natura del tempo concerne la sua composizione: passato e futuro. (Phys. IV.10, 217b33-218a3). Il tempo dividendosi in passato (che non è più) e futuro (che non è ancora) finisce per dividersi in due parti che non sono, che non esistono. Come fa qualcosa ad essere ed esistere se è composta da parti che non godono della stessa proprietà? Ed è a questo livello della discussione che entra in gioco il concetto di ora. Se infatti qualcuno obiettasse che l’ora è, ciò ci permetterebbe di dire che anche il tempo è, visto che l’ora è una delle sue parti.

Aristotele confuta questa obiezione dicendo che l’ora non è una parte del tempo, in quanto le parti di un tutto godono di due peculiarità non condivise dall’ora: la parte misura l’intero, nel senso che possiamo dire quante volte la parte sta nell’intero, e la parte è costitutiva dell’intero (Metaph. V.25, 1023b12-17). Il modello parte-tutto è un modello logico, esemplificato dalla relazione unità/numero, in cui l’intero è ciò che è anche in quanto misurato dalla sua parte-misura (X.6, 1056b20-27). Aristotele si riferisce all’istante temporale proprio usando il termine ora. Sarah Waterlow mette in luce molto bene questo punto:

he often speaks in the plural, of ‘Nows’. But when he uses the singular it is sometimes hard to know whether he means the unique present; or one of many instants past, present and future; or both. Not that the double meaning ever leads Aristotle himself glossy astray, to the point, for example, how past and future instants manage all the same to be instants without being all present in the basic sense of ‘present now’. But, even so, why chose a locution that risks this at all, however slightly?”, (Waterlow, 1984, p.105).

In quale senso essi sono caratterizzati dalla presenza che è naturalmente veicolata dal termine ora? In questa possibilità si nasconde una opzione filosofica non neutra, come sembra suggerire la Waterlow:

in both languages [English and Greek] it is natural to speak of the present year, hour, decade etc. (in Greek it would be ‘the now year’ etc.). Thus the consideration that every instant is in course of time present fails to justify an exclusive philosophical link between ‘present’ and ‘instant’, since it is no less true that every year is eventually the present year”, (ivi, p.105).

Da una prospettiva moderna, nell’ora aristotelico viene a cadere la distinzione concettuale tra il tempo inteso come serie completamente eternalizzata (e dunque immutabile: la serie normalmente rappresentata con la retta temporale, scandita e quantificata dagli istanti t1-tn) e il tempo inteso come processo (che si dispiega nelle dimensioni qualitativamente differenti del presente, del passato e del futuro): nei termini di McTaggart che abbiamo introdotto in precedenza, siamo di fronte alla distinzione tra la serie-B e la serie-A delle determinazioni temporali.

L’ora è infatti un deittico temporale – analogamente a ciò che è il qui per lo spazio – e come tale incorpora un riferimento alla presenza, sebbene nell’utilizzo fattone da Aristotele l’ora sia quantitativamente determinato come avente estensione temporale pari a zero, e dunque come un indivisibile temporale. L’ora non è dunque semplicemente un indice valido a indicare un istante nella serie temporale completamente eternalizzata (ovvero un punto sulla retta temporale): l’argomento con cui Aristotele giunge ad affermare l’indivisibilità dell’ora non può infatti fare a meno della presenza (ovvero della determinazione qualitativa) a esso associata. Parafrasando Aristotele, si può dire questo: se l’istante-ora fosse divisibile, ci sarà qualcosa del passato nel futuro e qualcosa del futuro nel passato. Infatti, il punto in cui il tempo sarà diviso, distinguerà il tempo passato dal futuro. Inoltre, l’istante-ora non sarà tale per se, ma in virtù di altro, poiché la divisione non sarà per sé. Inoltre, parte dell’istante-ora sarà passata e parte futura, e non sempre la stessa parte passata e futura, né l’istante-ora sarà sempre lo stesso, infatti il tempo è divisibile in molti punti. Di conseguenza, dato che tutto ciò è impossibile, è necessario sia lo stesso l’istante-ora in entrambi i tempi, ma, se è lo stesso, è anche chiaro che esso è indivisibile. Se infatti fosse indivisibile, ci si imbatterebbe nelle stesse difficoltà di prima. È chiaro che ci sia nel tempo qualcosa di indivisibile: l’istante-ora (Phys., VI.3, 234a11-24).

Nell’argomento vengono enunciate le dimensioni (non appartenenti alla serie temporale eternalizzata) del presente, del passato e del futuro come elementi strutturali del tempo: premessa essenziale è che il presente sia tra il passato e il futuro e che il passato e il futuro terminino al limite del presente. (1) Se l’ora non fosse indivisibile, il limite del presente non coinciderebbe con il presente stesso (che avrebbe un interno ulteriormente divisibile). Ma, per la definizione di passato e futuro come terminanti al limite del presente, ciò che è dopo questo limite (nell’interno dell’ora), per il passato, sarebbe futuro e, per il futuro, sarebbe passato. Dunque parte del futuro sarebbe passato e parte del passato sarebbe futuro. (2) Inoltre, posta la definizione di presente come ciò che è tra passato e futuro, se l’ora non fosse indivisibile, ci sarebbero diverse divisioni possibili al suo interno (dunque diversi tra). Dunque l’ora di cui si parla sarebbe tale solo in virtù di altro.

Diverse divisioni comportano diversi limiti; pertanto la divisibilità dell’ora è associata alla mancanza di uno e un solo limite tra passato e futuro. Se dunque le conclusioni ai punti (1) e (2) non sono accettabili, possiamo congiuntamente concludere l’indivisibilità dell’ora e la presenza di uno e un solo limite (dunque, puntuale) tra passato e futuro. In questo modo, pertanto, si determina la “contrazione” dell’ora in un istante situato tra un passato ed un futuro aperti. L’argomento aristotelico per l’indivisibilità dell’ora sfrutta la fusione di presenza e istantaneità ma è incapace di fondarla proprio perché conserva la dimensione quantitativa dell’ora:

Aristotle’s Now is thus the temporal form of an event that functions for our understanding as a terminus of a time-interval of specifiable lenght. But while this explains the instantaneity of whatever event is said to be, in Aristotle’s sense, Now, it does not explain why the word ‘Now’, with its connotation of presentness, should have been singled out as the verbal mark of that terminal status. (…) Why call the terminating moments ‘Nows’? For instance, why not call them ‘whens’?” (Waterlow, 1984, p.112).

Secondo Waterlow, Aristotele intende salvare la possibilità di determinare accadimenti simultanei: data una congiunzione di due asserti atomici “p e q”, nel caso essi siano temporalizzati al passato o al futuro, non si può inferire “p quando q” o viceversa: “only with the present tense does joint truth entail simultaneity”. Ed è dalla simultaneità degli eventi espressi da asserti al tempo presente che dipende la determinazione (o la previsione) della simultaneità degli stessi quando siano passati (o futuri). In questo senso il presente conserva una sorta di designazione rigida che non è accessibile nel caso delle altre dimensioni temporali. L’ora sta al tempo come il mobile sta al movimento:

l’istante-ora in un senso è lo stesso, in un altro senso non è lo stesso. Infatti, in quanto è sempre in altro, è diverso (questo è infatti ciò in cui consisteva l’essere dell’ora), mentre ciò che, qualsiasi cosa sia, è l’ora, è lo stesso. Infatti il movimento, come è stato detto, segue la grandezza e il tempo il movimento, come diciamo. […] L’istante-ora segue la cosa che è in movimento, così come il tempo il movimento; in base a ciò che è in movimento, infatti, conosciamo ciò che è prima e ciò che è dopo nel movimento, e l’istante-ora è il prima e poi in quanto numerabile. Di conseguenza, anche in queste cose, ciò che, qualsiasi cosa sia, è l’ora, è lo stesso (è infatti il prima e il poi che è nel movimento), ma il suo essere è diverso (infatti l’istante-ora è il prima e poi in quanto numerabile). […] L’istante-ora dunque è in un certo modo sempre lo stesso, in un certo modo no: infatti questo è vero anche di ciò che è in movimento (Phys., IV.11, 219b12-33).

La connessione tra l’ora e la numerabilità del tempo, ovvero l’aspetto quantitativo del tempo stesso, che si affianca all’aspetto qualitativo della presenza: l’ora è infatti ciò che è indivisibile nel tempo inteso come chronos (cfr. 234a11-24), ovvero nel tempo in quanto quantificabile. L’ora segue il corpo in movimento proprio in questo senso, come un uomo nella barca viene trasportato da questa senza essere esso stesso in moto (per accidente). L’ora è un indivisibile e come tale è in moto per accidente, in virtù del movimento di ciò che lo trasporta, in cui è immerso: il tempo scorre, e il suo scorrere comporta lo spostamento di quella soglia tra il prima e il poi, e tra le dimensioni del passato e del futuro, che costituisce l’ora e il presente, ma il mutamento reale è del sistema di coordinate temporali nel suo complesso, non dell’asse centrale (del presente) che il flusso temporale attraversa – come se dicessimo che il sistema di coordinate temporali segue il movimento dei corpi. L’ora è infatti il centro di questo sistema di coordinate in movimento ed è come un punto che viene mosso nel sistema stesso.

Se vogliamo trovare un’immagine per indicare ciò che per Aristotele è l’istante-ora, non dobbiamo pensare al flusso dell’acqua in un fiume, ma piuttosto al punto su cui poggia una sfera in movimento (una biglia che rotola), un punto che è sempre diverso e tuttavia è di volta in volta uno solo e in tal senso è uno stesso. L’ora non è infatti una struttura esterna al flusso temporale, ma, come il punto della sfera, è qualcosa che viene continuamente trasportato e, se esso esibisce una qualche invarianza, è da una prospettiva strettamente formale.

Il modello in gioco è il seguente: gli oggetti spaziali sono organizzati secondo rapporti di precedenza e successione relativi e un mobile, muovendosi lungo la propria traiettoria spaziale ne attraversa alcuni prima altri poi, ciò da cui deriverebbe la determinazione del prima e del poi in senso temporale. Ciò che fa apparentemente problema in questo caso è l’assenza di un isomorfismo netto tra spazio e tempo: mentre infatti nel caso dello spazio è necessario il riferimento a un punto di origine o punto di vista (“x è prima di y dal punto di origine z”, (Metaph., X.11, 1018b9-29) per il tempo questa specificazione (in cui il punto di origine corrisponderebbe al presente) non pare necessaria – in un caso dunque la relazione prima-poi è ternaria, nell’altro binaria. L’ora è sempre al contempo identico e diverso. Ciò che non muta è lo statuto del presente come serie temporale, precisa Waterlow, congiuntamente all’ordine temporale degli eventi; tuttavia, muta incessantemente il contenuto empirico dell’ora, ovvero ciò che il deittico temporale di volta in volta ritaglia, ciò che di volta in volta “è ora”.

Avendo importato nella serie temporale il riferimento alla presenza (ancora una volta, una determinazione temporale appartenente alla serie-A, nei termini di McTaggart), Aristotele deve rendere compatibile l’introduzione delle due dimensioni del passato e del futuro, che al presente si associano, con la costituzione di un unico ordine temporale.

Se infatti non fanno problema i rapporti tra un evento passato e un altro e tra un evento futuro e un altro, nel caso del rapporto tra un evento passato e uno futuro (o viceversa), sembrerebbe che non sia sufficiente stabilire le distanze dall’ora per stabilire ciò che è prima e ciò che è poi: occorrerebbe infatti stabilire, intuitivamente, “in che direzione” è misurata la distanza, senza tuttavia con ciò presupporre la fissazione del prima e del poi. A tal fine è utile far riferimento, sempre seguendo l’analisi di Waterlow, al cambiamento del contenuto empirico dell’ora: dal momento che questo cambia incessantemente, possiamo fare riferimento all’ordine che sarà costituito tra un evento passato e uno futuro quando entrambi saranno passati, avendo “attraversato” lo spazio deittico dell’ora. Il riferimento all’ora, in conclusione, assolve al compito di costituire un unico ordine temporale scandito dal prima e dal poi per il passato e il futuro. In base alla ricostruzione di Waterlow, dunque, l’ora non appartiene alla serie temporale, ma rispetto a esso questa si costituisce.

L’indivisibilità dell’ora non è dunque l’indivisibilità di un punto posto sulla retta temporale, ma quella di un deittico, che – pur mutando incessantemente nel suo contenuto empirico e spaziando su ciascun costituente della retta – conserva una componente formale invariante. Ciascun componente della serie temporale può essere isolato come ora, e in quanto tale è considerato come indivisibile, ma nel momento in cui è considerato come indivisibile non è posto nella serie temporale a fianco degli altri momenti, ma gioca il ruolo dell’ora che è invariante rispetto ai contenuti empirici che lo realizzano. Nel tempo è dunque dato un indivisibile, ma semplicemente come struttura formale che accompagna un mutamento soggiacente continuo, in cui nessun indivisibile è in atto.

Se dunque pretendiamo di far corrispondere l’invariante-ora a un costituente della serie temporale, possiamo farlo solo focalizzando un singolo contenuto empirico. Noi dunque ritagliamo mutamenti particolari sulla base della natura (ovvero del principio di identità e permanenza) del mobile, che attraversando diverse posizioni definisce il loro prima e poi, e questa operazione avviene su uno sfondo comune a tutti i mutamenti, che ha una comune misura rispetto al tempo. La trattazione del tempo, pertanto, mostra rispetto a quella della grandezza una particolarità: non è possibile portare a termine nella serie del tempo la divisione che invece effettuiamo nella serie cinetica e della grandezza. A questo si associano quelle discrasie tra serie spaziale e serie temporale che mettono in difficoltà il tentativo di Aristotele di mostrare che la seconda dipende dalla prima, derivandola da questa senza circolarità: ad esempio la serie spaziale è sì relativa a una posizione, come il tempo lo è all’ora, ma conserva un’invarianza rispetto alla direzione che la serie temporale non mostra. Il tempo ha una processualità e un’unitarietà irriducibili.

§2.1- Lo statuto ontologico delle determinazioni temporali

Qual è lo statuto ontologico delle determinazioni temporali? Sono reali o irreali? Di fatto sono state date due risposte di segno opposto a questa domanda: la prima si deve a Owen. Secondo Owen, il tentativo di Aristotele di derivare la serie temporale del prima e del poi da quella spaziale non ha successo, proprio perché l’isomorfismo tra le due serie non è perfetto; tuttavia l’isomorfismo messo in luce da Aristotele è sufficientemente forte da offrire una buona argomentazione a favore della realtà del tempo, mostrando che, per entrambe le dimensioni, gli indivisibili non possono sussistere senza i segmenti e le durate (che sono unità attuali) di cui sono i limiti.

Una risposta opposta al medesimo problema è offerta da Lear. Secondo Lear la particolarità dell’analisi del tempo rispetto alla grandezza si collega fondamentalmente al diverso statuto di cui essi godono e al diverso modo in cui può essere affermata la rispettiva infinità potenziale. (1) Nel caso della grandezza, infatti, non c’è alcun processo che possa essere considerato testimone della esistenza potenziale delle sue suddivisioni. È in base alle caratteristiche della grandezza che sussistono sempre possibilità di divisione non realizzate e che la possibilità di dividere la linea anywhere non si associa alla possibilità di dividerla everywhere. I punti dipendono sì da un processo, quello di divisione, ma ciò indica semplicemente il loro statuto derivativo rispetto alle grandezze, non indica cioè che i punti siano generati dalla divisione, ma che essi sono nella linea come entità derivative. (2) Va inoltre ricordato che nel caso del tempo l’infinità non dipende tanto dalla sua infinita divisibilità, ma dalla sua processualità (ovvero dalle determinazioni riportabili alla serie-A di McTaggart): per il tempo è infatti necessario da un lato un riferimento all’anima che lo misura, dall’altro al presente rispetto al quale gli eventi hanno una distanza e una collocazione. Se la misurazione del tempo avviene in questo modo, allora i singoli eventi possono essere situati nel tempo a una distanza precisa, ma la totalità degli eventi passati è vagamente determinata, e non può essere stabilito il primo mutamento che in essa è avvenuto.

L’indivisibilità dell’ora non è quella di un punto posto sulla serie temporale, ma è quella di un invariante che si conserva identico rispetto all’incessante mutamento dei suoi contenuti empirici. E ciò implica che per lo meno sul piano dei contenuti empirici sia possibile fissare il presente, considerarlo come denso di contenuti. Il fatto che l’ora non possa essere considerato come duplice può essere letto come argomento a favore di questo ragionamento, visto che dipende dall’impossibilità di considerare terminato il mutamento che il tempo misura (va da sé che questo aspetto chiama in causa lo statuto ontologico del tempo e con le condizioni di possibilità della sua misurazione).

A differenza di Owen, Lear sostiene un’interpretazione moderatamente irrealista del tempo, secondo la quale Aristotele non è lontano dalla linea in cui si collocheranno le analisi di Dummett e McTaggart. Una interpretazione che mi sembra condivisibile soprattutto in ragione dei possibili sviluppi del punto (2) La determinatezza ed autenticità empirica del presente non dipende da qualche carattere intrinseco del tempo stesso, ma da qualcosa che, per noi moderni, trascende il dominio della fisica: l’anima o, meglio, la mente.

§3- Conclusioni

Aristotele non mi sembra molto lontano da McTaggart. Restano però aperti numerosi problemi: se da un lato l’istanza irrealista sembra accomunare Aristotele ad una corrente moderna, dall’altro è innegabile che per Aristotele il divenire sia reale, non illusorio. Al contrario, Einstein fu un vivace sostenitore di una visione parmenidea del tempo, tesa a negare la realtà stessa del divenire, in cui la differenza tra passato, presente e futuro ha solo il sapore di un’illusione. In parole povere, il presentismo è falso e l’eternalismo è l’unica metafisica possibile nel quadro della RG.

Facciamo un esempio. Anche se non posso osservare ciò che è , non posso assolutamente affermare che ciò che è è meno reale di ciò che è qui. In pratica Einstein fa corrispondere pienamente i deittici spaziali a quelli temporali – punto su cui abbiamo incontrato le riserve di Aristotele. La differenza tra presente e non presente deve essere intesa in questo modo: vale la proporzione qui:là=presente: non presente. Il qui ha lo stesso ruolo dell’ora. Se la strutturazione matematica del tempo fisico rende equivalenti tutti i suoi istanti, resta di fatto da capire la singo­larità che ogni istante ha per ciascuno di noi. Nulla ci garanti­sce che la fisica da sola possa risolvere il problema che è par­zialmente correlato alla questione del motore del tempo; biso­gnerebbe che fosse in grado di descrivere l’integralità della nostra esperienza del tempo in termini esclusivamente fisici. Se, al contrario, il corso del tempo è, in qualche modo, dipen­dente dalla nostra soggettività, se la coscienza che ne abbiamo svolge un ruolo nella sua dinamica, allora essa dovrà fare ap­pello alle scienze cognitive, in particolare alle neuroscienze”, (Klein, 2008, p.96).

Bibliografia:

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Carnap R., Tolleranza e logica: autobiografia intellettuale, il Saggiatore, 1978.

Klein É, Il tempo non suona mai due volte, Raffaello Cortina Editore, 2008.

Lear J., Aristotelian Infinity, in “Proceedings of the Aristotelian Society”, 80, (1980), pp.187-210.

McTaggart J.E., The unreality of Time, in “Mind”, 17, (1908), pp.457-473.

Owen Gwilym E.L., Aristotle on Time, in Logic, Science, and Dialectic: Collected Papers in Greek philosophy, ed. by Martha Nussbaum, Cornell University Press, Ithaca N.Y, (1986), pp: 295-314.

White M. J., Aristotle on ‘Time’ and ‘A Time’, in “Apeiron”, 22/3, (1989), pp:207 – 224.

Wieland W., La Fisica di Aristotele: studi sulla fondazione della scienza della natura e sui fondamenti linguistici della ricerca dei princìpi in Aristotele, Il mulino, Bologna [ed. or. 1970].

Waterlow S., Aristotle’s Now, in “The Philosophical Quarterly”, 34, (1984), pp. 104-128.

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