Il Metodo Consueto: Parte e Tutto in Aristotele

La Mereologia in Aristotele è un metodo “consueto” in filosofia? «sarà chiaro ciò che si dice a chi considera la questione con il metodo consueto [kata; th;n uJfhghmevnhn mevqodon]. Come nelle altre indagini, anche qui è necessario analizzare il composto fino alle parti semplici (che sono le parti più piccole del tutto) e così esaminando per la città le parti dalle quali è costituita, vedremo meglio in che cosa esse differiscano l’una dall’altra e se è possibile ottenere qualcosa di valido di ciascuna di quelle che si sono menzionate», Politica I, 1, 1252a17-24.

Barnes ne ha messo in evidenza la portata teorica in un saggio del 1988 dedicato alla relazione parte-tutto all’interno del dibattito antico che oppose scettici Pirroniani e Dogmatici, di certo non circoscrivibile a questioni etiche e politiche:

«it was no mere metaphor or façon de parler to call plants and animals and men parts of the universe: they are parts in the full and literal sense of the word. Nor, I think, was the view intended to convey a relatively mundane truth – like the relatively mundane truth that my arm is a part of my body. Rather, it represents a substantive metaphysical thesis: I am a part of the universe, I stand to the universe in the relation in which my right hand stand to me. The kovsmo, the Whole par excellence, is an organic unity, and we are among its organic parts. There is a parallel in Aristotle’s political philosophy. According to Aristotle, each of us is a part of his povli, and the povli is prior by nature to us (pol. 1253a18-25)», cfr. Barnes 1988, p. 227.

Inoltre, «quando si costituisce un composto unitario constante di più parti, continue o discrete, in ogni caso si riscontra un qualcosa che comanda e un qualcosa che obbedisce. E questa condizione, poiché è propria di tutta la natura, è riscontrabile anche negli esseri animati; ma perfino nelle cose che non partecipano alla vita c’è un certo principio, come nel caso dell’armonia», Politica I, 5, 1254a29-35.

Emerge una significativa convergenza concettuale tra l’analisi strutturale dei viventi (delle capacità cognitive di uomini e, in certa misura, degli animali) e l’analisi funzionale degli elementi della città. Tale convergenza si attua a meno della distinzione concettuale tra le diverse valenze della nozione di parte rispettivamente coinvolte. Nel caso dei viventi abbiamo parti organiche mentre nel caso delle città abbiamo caratteri su cui si fonda semeioticamente la classificazione volta ad evidenziare lo sviluppo di determinate funzioni. Il metodo consueto (che in biologia coincide con l’analisi e la sintesi per via combinatoria) proprio dell’approccio naturalistico delle indagini aristoteliche ci permette di distinguere grezzamente due modi dell’analisi in parti: quello in base a cui si distinguono parti propriamente organiche (la cui suddivisione e ricomposizione può veicolare una comparazione tra le forme di vita) e quello in base al quale vengono distinte parti meramente funzionali, tra le quali può essere istituita una gerarchia lineare sulla base di un gradiente di esplicitazione delle medesime funzioni. Se è su questo isomorfismo funzionale determinato dalla comparazione di soggetti biologicamente differenti si misurano le analogie e differenze sul piano delle capacità dell’anima, allora dobbiamo introdurre la topica più generale in cui si suddivide il campo mereologico in Aristotele, presentato ad un livello piuttosto elementare in Metafisica D.

Ho già precisato sulle pagine di questo blog che la mereologia per la quale è possibile trovare qualche riscontro in Aristotele (peraltro approfondita da Tommaso D’Aquino e ripresa, in parte, nella Scolastica) presenta una differenza di fondo rispetto al modo in cui questa disciplina è oggi condotta (o in cui lo è stata almeno dalla riflessione teorica di Leśniewski in poi), ovvero secondo un approccio tendenzialmente estensionale. Anzitutto, l’ontologia aristotelica del vivente produce descrizioni e spiegazioni che fanno largo uso della multivocità del concetto di parte: con parte non si intende semplicemente ogni componente di un intero, e dunque non si articola la relazione di composizione-essere parte di (che nella mereologia logica è espressa da una costante predicativa binaria ‘P’) attraverso la formulazione di teorie determinate da un opportuno insieme di assiomi per ‘P’. 

L’aspetto che nell’ambito dell’indagine sull’anima e le sue facoltà, come nella relazione tra anima e corpo, è del tutto centrale, è la disamina sistematica dei diversi significati di parte e l’individuazione tra di essi di un focal meaning concettualmente presupposto dagli altri. Tra un’accezione dominante di parte e le altre che im­plicitamente concorrono alla pregnanza del termine; tale polisemia mira a conciliare le divergenze in un’unità che, sola, ne fonda il reale e complesso valore semantico.

Nel caso della mereologia logica, i diversi tipi di parte sono parificati e ridotti al loro minimo comune denominatore: essere costituenti di qualcosa. Solo successivamente l’adozione di determinati assiomi piuttosto che altri indirizza la teoria formulata in un senso piuttosto che in un altro (ammettendo come costituenti propri diversi tipi di parti piuttosto che altri): le diverse direzioni in cui si può sviluppare la teoria ne determinano la diversa forza e i diversi modelli con un valore descrittivo più o meno marcato nei confronti di alcuni ambiti d’indagine piuttosto che altri. Dato che la validità di questi modelli si basa sull’efficacia delle descrizioni prodotte, si lascia che la determinazione della priorità di uno sviluppo della teoria di base rispetto ad un altro sia determinato post factum, in quanto è oggetto di una ricerca sostantiva, dunque non formale ed eventualmente meta-logica. Queste caratteristiche richieste dall’approccio logico alla mereologia implicano una sua neutralità ontologica: per esempio, la formulazione di una teoria per ‘P’ in base alla quale siano ammesse operazioni di frazionamento mereologico arbitrarie (come somme mereologiche arbitrarie) tra i costituenti, non implica che ci si debba impegnare ontologicamente a favore dell’esistenza di tali enti frazionati o di tali enti agglomerati. Vale la pena di accennare al fatto che, a proposito della valutazione della forza descrittiva di siffatte teorie, sono state rilevate evidenti difficoltà teoretiche nella formalizzazione logica del discorso mereologico una volta applicato all’analisi dei viventi. Dall’esame di una teoria minimale per il predicato P ciò emerge immediatamente: in base ad essa, l’essere parte di si qualifica semplicemente come ciò che in logica viene detto ordine parziale, i cui assiomi sono i seguenti:

riflessività: ogni entità è parte di se stessa.

Transitività: se x è parte di y e y parte di z, allora x è parte di z (due entità distinte non possono essere reciprocamente parte l’una dell’altra).

Antisimmetria: se x è parte di y e y parte di x, allora x è uguale a y.

Nel caso dei viventi in generale, e soprattutto in relazione ai corpi viventi studiati da Aristotele, questi assiomi non sembrano conservare alcun valore descrittivo. Poiché nei miei studi ho cercato di enucleare dei nessi strutturali presenti all’interno del vivente sui quali costruire la teoria della percezione – sia nel momento descrittivo che in quello esplicativo-, le distinzioni concettuali che stiamo introducendo vanno focalizzate su un campo di esemplificazioni che comprende primariamente i viventi, non sul modello degli artefatti. In prima istanza, nell’ontologia aristotelica i diversi tipi di parte non sono parificati e ridotti al loro essere costituenti di una totalità; il livellamento logico dei tipi di parte coinvolgerebbe direttamente la struttura gerarchica delle totalità viventi, relegando su un piano del tutto secondario il ruolo delle parti nella totalità. Al contrario, l’adozione di determinati rapporti tra le parti piuttosto che di altri indirizza la teoria così formulata in un senso piuttosto che in un altro. L’efficacia delle descrizioni prodotte si misura all’interno di una considerazione sostantiva del vivente che, assumendo come fondamentale i diversi ordini di parti e il loro ruolo nella totalità, vieta una riduzione in senso ontologico della sua gerarchia organizzativa del vivente.

Dalle pagine di Aristotele è dunque possibile estrapolare una teoria che non opacizza le differenze tipologiche (strutturali e funzionali) tra le parti e rispetti la specificità del vivente rispetto al non vivente. Ad esempio, per parti biologiche collocate ad un livello preciso nell’organizzazione di un vivente – un occhio, una mano –, e definite in base a relazioni di unificazione ulteriori e alla funzione in essi svolta, non ha senso dire che un occhio, una mano è parte (componente) di se stessa. Aristotele dunque sostiene un assunto diametralmente opposto a quanto scrive Lewis a proposito del ruolo delle parti nel tutto: «a hand that is in fact part of a body might have existed on its own […] and something that is intrinsically just like the hands that are parts of bodies might exist without being a part of a body» ( Lewis 1986, p.43).

Dal catalogo dei significati di parte che leggiamo nel lessico filosofico di Aristotele sappiamo che con totalità si intende o la forma o il composto di materia e forma in grado di esibire una configurazione specifica (ciò che ha forma).

Con ogni probabilità l’indagine aristotelica prende le mosse dai significati di parte registrabili in corrispondenza degli usi linguistici ordinari; ciò nonostante, il passo non va inteso come un mero catalogo del tutto scevro da impegni ontologici. Scrive Aristotele: «in un senso [I] si dice parte ciò in cui si divide ciò che ha quantità, in qualunque modo si divida: sempre infatti ciò che viene tolto da una quantità, in quanto quantità, si dice parte di ciò da cui viene tolto, per esempio il due si dice in qualche modo parte del tre. In un altro senso [II] si dice parte soltanto ciò che costituisce un sottomultiplo di ciò da cui è stato sottratto: perciò il due in un certo senso è parte del tre, in un altro no. Anche quelle in cui si può dividere la specie, senza tener conto della quantità, si chiamano parti della specie; perciò si dice che le specie sono parti del genere», cfr. Metafisica D, 25, 1023b11-19. Possiamo sostenere che in un primo senso [I] chiamiamo parte ciò in cui si divide ciò che ha quantità, in qualunque modo si divida (senza che sia preliminarmente dato un criterio della divisione). Indipendentemente dal modo in cui viene operata la divisione, abbiamo un primo significato, di certo ancora grezzo e minimale, della nozione in oggetto: chiamiamo parte qualunque risultato della divisione applicata a un’entità che abbia quantità. Tuttavia la divisione non viene operata su qualunque entità che abbia quantità. L’esempio aristotelico mostra come questa prima nozione di parte implichi una restrizione del dominio di entità cui si applica. Se possiamo dire che due è parte di tre in quanto due è ciò in cui si divide il tre, significa che questo significato di parte è in primo luogo relativo alle quantità discrete, come i numeri. Se il numero è qui inteso come un aggregato di punti materiali aventi ciascuno consistenza reale, si può ipotizzare che con parte Aristotele intenda indicare una generica componente di un intero le cui parti (poniamo nel dieci il tre e il sette, oppure il cinque e il cinque) non hanno alcun confine comune, dato che è come se la divisione fosse effettuata tra unità, e quindi separando le relative superfici. Si può dunque dire che le parti del numero non esibiscono alcun limite comune in relazione al quale si possono connettere (Categorie 6, 4b25-32). Non avendo per definizione le sue parti né una posizione reciproca né una localizzazione spaziale determinata a causa della mancanza di un principio in base al quale stabilire una relazione che le connetta (5a24-25), possiamo considerare il numero come un intero sconnesso in cui l’esistenza attuale delle parti nel tutto sembra l’unica condizione in grado di assegnare alle parti una posizione, seppur non determinata, nel tutto (eventualmente frazionando il tutto). Negli interi sconnessi è assente una relazione di ordinamento tra le parti che ne impedisce una analisi di merito utile in quei contesti in cui l’obiettivo è caratterizzare alcune parti come più necessarie di altre a uno specifico livello organizzativo. La necessità di raffinare questo primo uso linguistico ordinario del termine parte è immediatamente espressa. In un secondo senso [II] è parte ciò in cui può essere non arbitrariamente diviso ciò che ha quantità: solo in un certo senso, potremmo dire non qualificato, il due è parte di tre, mentre il due non è parte di tre ma del quattro allorché viene posta una relazione r (tale che r = sottomultiplo) che è vera solo per i termini due e quatto, non per il due e il tre. In questo modo, mentre per la [I] la relazione due è parte di tre è sempre vera, la [II] afferma che non in tutte le situazioni controfattuali possibili essa sarà vera. La limitazione segue l’introduzione di una regola: due è parte di quattro in quanto due è sottomultiplo di quattro. In questo caso la fissazione dell’in quanto implica una qualificazione del criterio per cui diciamo che qualcosa è parte di qualcos’altro, considerando come irrilevanti, a questo livello di analisi, gli altri possibili criteri come, peraltro, la stessa mancanza di un criterio (come in [I]). Se la parte intesa in questa accezione di unità di misura quantitativa resta tuttavia un buon modello della forma sostanziale è proprio in virtù della dipendenza della misurazione rispetto a un supporto formale: è parte nel senso di occorrenza regolare (modulo ripetibile) di un certo tipo: questa regolarità, potremmo forse aggiungere in conclusione, non è frutto di mera convenzione, ma dipende da certi rapporti di isomorfismo tra i corpi estesi (nel caso ad esempio della lunghezza) che permettono di assumere un corpo di una certa lunghezza come metro campione. Le diverse occorrenze dell’unità di misura sono tuttavia distinte non in base a questo piano di invarianza e isomorfismo strutturale, ma su un piano più grezzo in cui questa occorrenza di un metro può essere distinta, indicata ed anche numerata e sommata ad altre. L’unità di misura è dunque una forma semplice, ripetibile per accidente, e situata ad un certo livello di determinazione: maggiore diventa la quantità di fattori considerati accessori e a meno dei quali viene stabilita l’unità di misura (deformazione, composizione ecc.) maggiore sarà la determinatezza di tale unità, che sarà definita a meno di uno spettro più ampio di fattori e dunque permetterà di gestire uno spettro più ampio di caratteristiche del misurato.

Dato che si tratta di una totalità ilemorficamente regolata dalla forma, pur essendo l’esempio aristotelico di natura artefattuale, nulla vieta di estendere al vivente questo significato, e mostrare su questo terreno come risulti problematico parlare in Aristotele di transitività della relazione essere parte di. Pensiamo a una mano: se una parte omeomera terrosa va a costituire una parte anomeomera funzionale, come una mano, e questa entra nel sistema di ricezione periferica degli stimoli percettivi esterni, non ha senso dire che la parte omeomera terrosa (peraltro presente in diverse proporzioni in svariate parti organiche anomeomere), è parte della mano in senso proprio. Si tratta, infatti, di una parte qualificata, ossia omeomera. Come vedremo, l’introduzione di questo concetto è mirata a distinguere nettamente e minimalmente due livelli di composizione per i quali la transitività della relazione di costituzione non vale: la nozione di parte, anche qualora assuma il significato di componente, sarà una componente ad un preciso livello di composizione.

In modo ancor più rilevante, vedremo che alla struttura gerarchica del vivente si accompagna uno svincolamento, seppur solo relativo, delle parti a ciascun livello organizzativo, che permette che la materia dell’intero organismo sia in un certo senso (determinato e vincolato), in perpetuo flusso (il vivente deve assumere sempre nuova materia per poter sopravvivere), senza che ciò comporti il venir meno dell’identità del tutto. D’altro canto, questa stessa struttura è teleologicamente orientata all’esercizio di una classe di funzioni che sono la ragion d’essere del modo in cui effettivamente le parti si articolano. In ultima analisi, la capacità di un organismo di svolgere le funzioni vitali che gli sono proprie: nutrizione, accrescimento, riproduzione, percezione, etc., è un aspetto che viene del tutto sottostimato ed aggirato dagli assiomi della mereologia logica, per i quali non è prevista una qualificazione modale, temporale (implicante una gerarchia ordinata e la permanenza del tutto) e intensionale delle componenti che rientrano nella relazione per ‘P’. Detto ciò, le distinzioni concettuali della mereologia classica e scolastica che tenteremo di rintracciare in Aristotele – e di utilizzare come grammatica concettuale su cui condurre lo studio dell’anima e della percezione- sono focalizzate su un campo di esemplificazioni che comprende i viventi come soggetti centrali. Anzitutto, vediamo di introdurre tali distinzioni:

  • le parti di totalità-mucchio (gli elementi) prive, in quanto parti, di attributi determinati se non per accidente, come essere disposte in un certo modo all’interno di una porzione di spazio.

  • Le parti di totalità essenziali (l’anima) appartengono al tutto necessariamente poiché separate dal tutto perdono la loro identità costitutiva. L’aijsqhtikovn fa capo a un insieme di funzioni o capacità del tutto in cui il tutto si attua, sono costitutivamente in potenza nel tutto ed inseparabili da esso in atto.

  • Le parti di totalità integrali (le parti anomeomere tra cui i sensori) presentano delle proprietà differenziali a seconda del posto e della funzione che occupano nel tutto: la mano di Socrate presenta determinate caratteristiche, come la morfologia, e precisi rapporti che determinano le connessioni con le altre parti del corpo di Socrate.

  • Le parti di totalità generiche sono parti soggettive poiché il termine generico si predica di esse, ovvero presentano in modo distributivo i caratteri definitori del tutto: tutti i rappresentanti delle specie del genere oviparo sono ovipari.

In sintesi, nel quadro della trattazione aristotelica nei viventi il ruolo di parti di mucchi spetta agli elementi; l’anima è una totalità essenziale; gli organismi viventi (limitatamente al mondo sublunare, piante e animali), sono composti integrali; le parti anomeomere corrispondono alle parti integrali che entrano nella costituzione del corpo organico, ovvero avente vita in potenza. Queste parti, a differenza degli elementi e dei composti elementari, presentano anisomorfismi definiti da diversi assi di simmetria; in altri termini, esse possono soggiacere a certi mutamenti (ad esempio le affezioni esercitate sui sensori), conservando la propria identità di parte, e non ad altri. Ciò significa che i mutamenti in certi casi conservano e/o mutano (sembra proprio il caso dell’attivazione di una capacità) ed in altri distruggono l’unità del tutto. Queste parti non solo non saranno più tali –se non per omonimia- una volta disarticolate dal tutto, ma coinvolgono il tutto in una serie di movimenti ed attività in modi differenziali a seconda della rilevanza della parte nell’economia dell’organismo. In questa classe più ampia rientrano le parti preposte alla percezione, ovvero le parti strumentali. Si tratta di parti potenziali nella misura in cui sono definite in base alla funzione da esse espletata nel tutto: infatti, le funzioni costitutive dell’animale in quanto complesso psichico sono tali solo entro l’unità di questo complesso. Ci occuperemo primariamente delle parti integrali e strumentali: in questo ambito ci proponiamo di dimostrare che la modalità esplicativa messa in opera può essere caratterizzata come un’analisi strutturale e, nello specifico, mereologica e costruttivistica del vivente. Di conseguenza, vedremo che la percezione implica l’impossibilità di una riduzione in senso ontologico della gerarchia organizzativa del vivente; essa infatti richiede che all’interno dell’architettura dell’animale si individui una parte principale (il cuore) rispetto alla quale le altre parti possono essere considerate come articolazioni possibili, interne ad un range di differenze determinato dal tipo biologico di appartenenza. La mereologia viene così a dipendere da una ousiologia processuale e da un principio di naturalità.

In altre parole, se, come ho cercato di fare altrove, il nostro scopo è mettere a tema la percezione come capacità di una architettura regolata del vivente che si pone come vincolo strutturale in grado di escludere che le differenze formali tra i cinque sensi si dissolvano in una mera relatività di scala. Dallo studio delle parti strumentali si può trarre una qualificazione modale (implicante una gerarchia ordinata), temporale (implicante una permanenza nel tutto) ed intensionale delle parti nel tutto. Pur nella pluralità delle differenze che caratterizzano le specie (il colore degli occhi in relazione all’acutezza della vista per esempio), le parti strumentali comprendono delle strutture ricorrenti (come vedremo, il diafano nell’occhio, la membrana nell’orecchio), necessarie affinché alcune parti e non altre siano parti strumentali.

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