La genesi stellare in una immagine

Quali sono i meccanismi che regolano la genesi stellare in un ammasso molto antico? La domanda sorge spontanea studiando regioni dell’Universo come quella occupata dall’ammasso globulare NGC 6752, che si trova nella Costellazione del Pavone, a 13.000 anni luce da noi. Tra le strutture più grandi dell’Universo troviamo gli ammassi di Galassie: possono infatti raggiungere fino a 25 milioni di anni luce di diametro. Sono composti da un’enorme quantità di gas estremamente caldo e radioattivo e da migliaia di galassie, si ingrandiscono assorbendone altre, o fondendosi con altri ammassi, dando luogo ai processi più energetici e turbolenti dell’Universo.Gli ammassi globulari sono insiemi di stelle di forma sferica, che possono contenere fino a 300mila stelle, concentrate in regioni di poche centinaia di anni luce. Queste stelle si trovano nella zona dell’alone della Via Lattea e il loro aspetto più interessante è la loro età: hanno oltre 10 miliardi di anni. Questo significa che hanno il doppio dell’età del Sole, e che si sono formate poco dopo le primissime stelle nell’Universo (all’incirca 13.8 miliardi di anni).Ora, in questa immagine di Hubble si nota la presenza di alcune stelle blu che sono giovanissime: cosa ci fanno in un ammasso così vecchio, e come si sono formate? La domanda è interessante visto che, a differenza degli ammassi aperti sono formazioni abbastanza stabili e legate gravitazionalmente a dispetto del numero di stelle che racchiudono. È possibile che, trattandosi di veri e propri “universi in miniatura”, gli ammassi siano capaci in certa misura di autoregolarsi e, in presenza di particolari condizioni di temperatura legate alla quantità di gas e materia, di fungere da vere e proprie incubatrici stellari.Photocredit: NASA, ESA, F. Ferraro (University of Bologna).

Photocredit: NASA, ESA, F. Ferraro (University of Bologna).

Quali sono i meccanismi che regolano la genesi stellare in un ammasso molto antico?

La domanda sorge spontanea studiando regioni dell’Universo come quella occupata dall’ammasso globulare NGC 6752, che si trova nella Costellazione del Pavone, a 13.000 anni luce da noi. Tra le strutture più grandi dell’Universo troviamo gli ammassi di Galassie: possono infatti raggiungere fino a 25 milioni di anni luce di diametro. Sono composti da un’enorme quantità di gas estremamente caldo e radioattivo e da migliaia di galassie, si ingrandiscono assorbendone altre, o fondendosi con altri ammassi, dando luogo ai processi più energetici e turbolenti dell’Universo.

Gli ammassi globulari sono insiemi di stelle di forma sferica, che possono contenere fino a 300mila stelle, concentrate in regioni di poche centinaia di anni luce. Queste stelle si trovano nella zona dell’alone della Via Lattea e il loro aspetto più interessante è la loro età: hanno oltre 10 miliardi di anni. Questo significa che hanno il doppio dell’età del Sole, e che si sono formate poco dopo le primissime stelle nell’Universo (all’incirca 13.8 miliardi di anni).

Ora, in questa immagine di Hubble si nota la presenza di alcune stelle blu che sono giovanissime: cosa ci fanno in un ammasso così vecchio, e come si sono formate? La domanda è interessante visto che, a differenza degli ammassi aperti sono formazioni abbastanza stabili e legate gravitazionalmente a dispetto del numero di stelle che racchiudono. È possibile che, trattandosi di veri e propri “universi in miniatura”, gli ammassi siano capaci in certa misura di autoregolarsi e, in presenza di particolari condizioni di temperatura legate alla quantità di gas e materia, di fungere da vere e proprie incubatrici stellari.Le immagini a seguire mostrano tutte, in modo peculiare a ciascuna, regioni di incubazione stellare.

Uno scrigno abbagliante di oltre 20.000 stelle che possono essere viste con chiarezza in questa immagine di Hubble, ottenuta grazie alla “Wide Field and Planetary Camera 2”.Il giovane cluster di stelle (ha circa 40 milioni di anni) è noto come NGC 1818, e si trova a 164.000 anni luce di distanza dalla Grande Nube di Magellano, una galassia satellite della nostra Via Lattea. Si tratta di un sito a densa formazione stellare, un laboratorio ideale per studiare la nascita e lo sviluppo delle stelle. (Photocredit: Rebecca Elson e Richard Sword, Cambridge UK, and NASA/ESA (Original WFPC2image courtesy J. Westphal, Caltech)).

Uno scrigno abbagliante di oltre 20.000 stelle che possono essere viste con chiarezza in questa immagine di Hubble, ottenuta grazie alla “Wide Field and Planetary Camera 2”.

Il giovane cluster di stelle (ha circa 40 milioni di anni) è noto come NGC 1818, e si trova a 164.000 anni luce di distanza dalla Grande Nube di Magellano, una galassia satellite della nostra Via Lattea. Si tratta di un sito a densa formazione stellare, un laboratorio ideale per studiare la nascita e lo sviluppo delle stelle.  (Photocredit: Rebecca Elson e Richard Sword, Cambridge UK, and NASA/ESA (Original WFPC2image courtesy J. Westphal, Caltech)).

Scoperta da William Herschel nel 1784, NGC 2264 è un brillante ammasso aperto nella costellazione dell’Unicorno, conosciuto anche come “Nebulosa del Cono” per via della curiosa struttura in evidenza in basso nella foto Situato nella  costellazione dell’Unicorno, colpisce la presenza di circa una ventina di stelle – qui indicate in blu - dominato dalla stella S Monocerotis e disposte a triangolo con il vertice puntato verso sud. Nell’emisfero australe questa particolare configurazione assume la forma di un Albero di Natale; nel vertice meridionale dell’ammasso è presente una struttura nebulare a forma di cono che ha dato il nome all’ammasso. Probabilmente la forma a cono è generata dai continui flussi di gas e polveri che, essendo soggetti alla gravità delle stelle, formano vere e proprie tempeste spaziali. (Photocredit: ESA/NASA).

Scoperta da William Herschel nel 1784, NGC 2264 che vedete sopra è un brillante ammasso aperto nella costellazione dell’Unicorno, conosciuto anche come “Nebulosa del Cono” per via della curiosa struttura in evidenza in basso nella foto

Situato nella  costellazione dell’Unicorno, colpisce la presenza di circa una ventina di stelle – qui indicate in blu – dominato dalla stella S Monocerotis e disposte a triangolo con il vertice puntato verso sud. Nell’emisfero australe questa particolare configurazione assume la forma di un Albero di Natale; nel vertice meridionale dell’ammasso è presente una struttura nebulare a forma di cono che ha dato il nome all’ammasso. Probabilmente la forma a cono è generata dai continui flussi di gas e polveri che, essendo soggetti alla gravità delle stelle, formano vere e proprie tempeste spaziali. (Photocredit: ESA/NASA).

L’astrofotografo Chuck Manges ha scattato questa nuova immagine della Nebulosa di Orione, nota anche come Messier 42 o NGC 1976, situata a circa 1.500 anni luce dalla Terra (un anno luce è la distanza percorsa dalla luce in un anno, pari a circa 6.000 miliardi miglia (10.000 miliardi km).

I colori vivaci mostrano un’iconica regione centrale di formazione stellare e sono indicativi della presenza di ossigeno e di emissioni di gas, soprattutto idrogeno. La Nebulosa di Orione si estende per un diametro di 40 anni luce e può essere vista ad occhio nudo osservando il cielo nella zona adiacente alla cintura delle tre stelle della costellazione di Orione. La nebulosa è stata riconosciuta come tale solo nel 1610 da un avvocato francese, Nicolas-Claude Fabri de Peiresc (1580-1637), anche se, date le dimensioni e la luminosità, era certamente conosciuta anche in epoche preistoriche.Tolomeo la identificava come una stella della spada di Orione, di magnitudine 3. (Photocredit: Chuck Manges http://www.astrochuck.blogspot.it/).

Sopra avete una vista del Telescopio Spaziale Hubble della regione di formazione stellare S106.

L’immagine mostra una stella di nuova costituzione, battezzata S106 IR o, in breve, S106, avvolta in una coltre di polvere al centro di una compatta regione di formazione stellare nella costellazione del Cigno. La forma a clessidra rivela lo “spessore” della vorticosa nube di gas che la circonda. In blu sono indicate le emissioni luminose provenienti dall’idrogeno incandescente. (Photocredit: NASA/ESA).

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