La solitudine delle specie gioca brutti scherzi

La solitudine delle specie gioca brutti scherzi.Seguire a tutti i costi la mitologia dell’anello mancante nell’evoluzione, come le illusioni del finalismo che assumono forme diverse ma complementari come la scala naturae, la grande catena dell’essere e l’antropocentrismo, conduce a cecità cognitiva. Basta fare un esempio: la solitudine odierna della nostra specie è identica a quella dell’oritteropo africano dalle grandi orecchie (Orycteropus afer) un divoratore notturno di termiti che è rimasto l’unico rappresentante di un intero ordine, i Tubulidentati. E con ordine si intende una categoria tassonomica che occupa ben due livelli sopra il genere. Se l’oritteropo una mattina si svegliasse e pensasse di essere il culmine dell’eroica avventura dell’evoluzione, il culmine in fatto di perfezione, e si mettesse a cercare gli “anelli mancanti” della scala naturae che lo separano dai fratelli lamantini e dugonghi, ad esempio, non ci strapperebbe altro che un sorriso.    Telmo Pievani scrive che in un articolo contro l’Intelligent Design pubblicato su PNAS nel 2010, John C. Avise, il fondatore della filogeografia (la disciplina che studia i processi ecologici ed evoluzionistici che sono alla base dell’odierna distribuzione geografica delle popolazioni e delle loro varianti genetiche) ha spiegato come le nostre conoscenze sul genoma umano ci facciano concludere che, se un design vi è stato, il fine doveva essere quello “dell’imperfezione e del rabbercio”. Il nostro sistema genetico è tutt’altro che un capolavoro di efficienza progettuale. Secondo Avise, “molti tratti biologici complessi cono gratuitamente complicati, funzionano malamente e addirittura debilitano i loro portatori”.Nonostante le illusioni di intelligenza, finalismo e progresso, la selezione naturale non è onnipotente, “ma trova di volta in volta compromessi sub-ottimali con il materiale riottoso che ha a disposizione e con la rete delle altre forze evolutive, talvolta antagoniste, come la selezione sessuale e la deriva genetica.”, (Telmo Pievani, La vita inaspettata. Il fascino di un’evoluzione che non ci aveva previsto, Raffaello Cortina Editore, 2011:321). Siamo il risultato di un bricolage artigianale, imperfetto e in alcuni casi nemmeno bello. L’illusione dell’anello mancante è evidente anche nel caso del Tiktaalik rosae. Come l’ornitorinco lo è fra i rettili e i mammiferi, il Tiktaalik rosae è una delle diverse forme intermedie fra i pesci crossopterigi e i tetrapodi. Si tratta di un predatore lungo tre metri dai denti aguzzi rinvenuto nella parte meridionale dell’isola di Ellesmere, nel Nunavut, in Canada.Ha 375 milioni di anni: questo significa che si colloca in una interessante finestra temporale, se consideriamo che nel Devoniano sono successe cose strane. Prima di 380 milioni di anni fa abbiamo testimonianza dell’esistenza di pesci soltanto, mentre dal periodo successivo ai 365 milioni di anni fa abbiamo solo rettili. Cosa è successo nel frattempo? Il Tiktaalik rosae non è un anello mancante ma un esempio di evoluzione a mosaico perché presenta sia caratteristiche conservate – quelle dei pesci – sia tratti derivati – quelli dei terapodi terrestri. È dunque una forma intermedia tra vertebrati acquatici e terrestri o, meglio, una delle possibili forme intermedie attraverso cui l’evoluzione ha agito.Per saperne di più:John C. Avise, Footprints of nonsentient design inside the human genome, in PNAS (2010), 107 (Supplement 2): 8969-8976.Sull’evoluzione a mosaico, Il gioco delle parti: confermata in molte specie l’evoluzione a mosaico.Photocredit: Neil H. Shubin, et alii., The pectoral fin of Tiktaalik roseae and the origin of the tetrapod limb, in Nature, (2006) 440: 764-771.

Seguire a tutti i costi la mitologia dell’anello mancante nell’evoluzione, come le illusioni del finalismo che assumono forme diverse ma complementari come lascala naturae, la grande catena dell’essere e l’antropocentrismo, conduce a cecità cognitiva. Basta fare un esempio: la solitudine odierna della nostra specie è identica a quella dell’oritteropo africano dalle grandi orecchie (Orycteropus afer) un divoratore notturno di termiti che è rimasto l’unico rappresentante di un intero ordine, i Tubulidentati. E con ordine si intende una categoria tassonomica che occupa ben due livelli sopra il genere. Se l’oritteropo una mattina si svegliasse e pensasse di essere il culmine dell’eroica avventura dell’evoluzione, il culmine in fatto di perfezione, e si mettesse a cercare gli “anelli mancanti” della scala naturae che lo separano dai fratelli lamantini e dugonghi, ad esempio, non ci strapperebbe altro che un sorriso.

Telmo Pievani scrive che in un articolo contro l’Intelligent Design pubblicato suPNAS nel 2010, John C. Avise, il fondatore della filogeografia (la disciplina che studia i processi ecologici ed evoluzionistici che sono alla base dell’odierna distribuzione geografica delle popolazioni e delle loro varianti genetiche) ha spiegato come le nostre conoscenze sul genoma umano ci facciano concludere che, se un design vi è stato, il fine doveva essere quello “dell’imperfezione e del rabbercio”. Il nostro sistema genetico è tutt’altro che un capolavoro di efficienza progettuale. Secondo Avise, “molti tratti biologici complessi cono gratuitamente complicati, funzionano malamente e addirittura debilitano i loro portatori”.

Nonostante le illusioni di intelligenza, finalismo e progresso, la selezione naturale non è onnipotente, “ma trova di volta in volta compromessi sub-ottimali con il materiale riottoso che ha a disposizione e con la rete delle altre forze evolutive, talvolta antagoniste, come la selezione sessuale e la deriva genetica.”, (Telmo Pievani, La vita inaspettata. Il fascino di un’evoluzione che non ci aveva previsto, Raffaello Cortina Editore, 2011:321). Siamo il risultato di un bricolage artigianale, imperfetto e in alcuni casi nemmeno bello. L’illusione dell’anello mancante è evidente anche nel caso del Tiktaalik rosae. Come l’ornitorinco lo è fra i rettili e i mammiferi, il Tiktaalik rosae è una delle diverse forme intermedie fra i pesci crossopterigi e i tetrapodi. Si tratta di un predatore lungo tre metri dai denti aguzzi rinvenuto nella parte meridionale dell’isola di Ellesmere, nel Nunavut, in Canada.

Ha 375 milioni di anni: questo significa che si colloca in una interessante finestra temporale, se consideriamo che nel Devoniano sono successe cose strane. Prima di 380 milioni di anni fa abbiamo testimonianza dell’esistenza di pesci soltanto, mentre dal periodo successivo ai 365 milioni di anni fa abbiamo solo rettili. Cosa è successo nel frattempo? Il Tiktaalik rosae non è un anello mancante ma un esempio di evoluzione a mosaico perché presenta sia caratteristiche conservate – quelle dei pesci – sia tratti derivati – quelli dei terapodi terrestri. È dunque una forma intermedia tra vertebrati acquatici e terrestri o, meglio, una delle possibili forme intermedie attraverso cui l’evoluzione ha agito.

Per saperne di più:

John C. Avise, Footprints of nonsentient design inside the human genome, inPNAS (2010), 107 (Supplement 2): 8969-8976.

Sull’evoluzione a mosaico, Il gioco delle parti: confermata in molte specie l’evoluzione a mosaico.

Photocredit: Neil H. Shubin, et alii., The pectoral fin of Tiktaalik roseae and the origin of the tetrapod limb, in Nature, (2006) 440: 764-771.

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