Sul liceo classico

Sul liceo classico ho letto molte assurdità. Le più fantasiose si trovano su FB in calce a un post di Michele Boldrin. E’ bastato pubblicare una breve intervista in cui diceva di abolire il Liceo Classico “per impedire che il nostro sistema educativo continui lungo la strada dello sfacelo” per scatenare reazioni grottesche e senza senso (la sua posizione la trovate su noisefromamerika). Per chi mi conosce non è segreta la mia simpatia per alcune delle posizioni politiche di Boldrin, ma devo ammettere che non sono per niente d’accordo su alcune cose che dice a proposito del Classico.  

Due premesse. La prima: ho fatto il classico al Parini di Milano, sperimentazione “Progetto Brocca”, il che significa che stavo tra i banchi di scuola ben 34 ore settimanali per coprire il programma dello scientifico in matematica, fisica, poi anche economia e diritto, storia dell’arte, inglese. Un ciclo di studi che rifarei e a cui devo, in parte, la persona che mi impegno ad essere. Dunque non ho studiato solo greco, né mi sono diplomata con l’idea che il latino e il greco sarebbero state le armi per il mio successo nella vita. Lo preciso perché su FB ho letto commenti di gente invasata, come se la società fosse popolata da orde massoniche di classicisti che cospirano contro il progresso scientifico (questa gente non sa cosa sia il liceo).

La seconda: la discussione sul Classico, impostata così, come purtroppo usciva dall’intervista a Boldrin, può essere fraintesa perché mischia tra loro tre livelli problematici diversi, culturale, sociale e politico (senza contare tutta una serie di altre questioni, dall’analfabetismo scientifico e tecnologico alla necessità di potenziare il dialogo tra industria ed università):

(1) Il problema dell’impostazione gentiliana e filo-fascista in pedagogia sulla quale si regge, per certi aspetti, la convinzione che il liceo classico sia al vertice della piramide educativa e formativa;

(2) Il problema sociale delle politiche garantiste che legittimano l’esistenza della graduatorie (sarebbero da abolire) e che garantiscono posti a tempo indeterminato anche ai fannulloni grazie a procedure concorsuali molto spesso viziate o mal gestite;

(3) Il problema politico della riforma dei cicli scolastici e della formazione al lavoro più che dell’educazione filo-classicista o filo-scientifica.

Il punto (1) è fin troppo ovvio. Certo che c’è bisogno di una ridiscussione o, meglio, di una fondazione filosofica della pedagogia e dell’educazione. Fondazione necessaria per avviare riforme sensate e non gli scempi cui abbiamo assistito negli ultimi anni. Un breve intermezzo per dirvi come la penso. Per chi si interessa di questi temi, in Italia sono stati fondamentali gli studi di Franco Cambi ma grandi passi avanti, sul piano empirico e fattuale, non ci sono stati. Anche la teoria vive anni di stagnazione: elementi di rottura si trovano nel bel libro di Martha C. Nussbaum, Non per profitto, ma la nostra cultura continentale necessita di una più profonda contaminazione con le istanze analitiche – pensate ai lavori di G. F. Kneller, I. Scheffler o, meglio, alla revisione critica del modello pedagogico-analitico in senso neoaristotelico di P. Hirst(Sto studiando questa roba e credo fermamente che l’idealismo e lo storicismo si possano “combattere” con l’approccio analitico condito con un pizzico di aristotelismo).

Sul punto (2) sono d’accordo con Boldrin. Aggiungo che il problema dei cattivi insegnanti è un problema che andrebbe risolto al livello della formazione universitaria: basterebbe abolire silsis, pass, tfa e cicli abilitanti a numero chiuso regolato da stupidi test per estendere il modello normalista della media dei voti come garanzia del proseguimento delle carriere per chi deciderà di insegnare. E, ovviamente, trasformare le lauree quinquennali in quinquennali-abilitanti, da concludersi anche con una tesi di tirocinio. E poi introdurre esami di pedagogia e didattica in tutti i cicli, scientifici e non. Un buon ricercatore non è necessariamente un buon insegnante.

Mentre è sul punto (3) che non sono d’accordo. Boldrin sostiene che al classico ci vanno le élite, le élite fanno tra le altre cose anche politica e sono responsabili del declino, ergo il declino si deve alla cultura classica:

“niente religione, latino, educazione fisica, filosofia, greco, storia dell’arte. Mi dispiace ma sono lussi che vanno acquisiti, se ce lo si puo’ permettere, dopo”. “Piaccia o meno, e nonostante le mille riforme, persino oggi al classico si insegna non tanto greco e latino ma, soprattutto, un modello del mondo che e’ quello pre-scientifico, pre-moderno. […] Si insegna un modello del mondo in cui, anzitutto, conta lo status ricevuto e conta la retorica nell’arena pubblica, conta il saper argomentare la propria posizione e non contano i fatti bruti. Un modello del mondo in cui l’efficienza ed il cambiamento devono sempre cedere il posto alla tradizione ed in cui la logica (che, mi dispiace, e’ matematica) e’ secondaria all’opinione e, appunto, all’argomentare”.

(i) Al classico si iscrive circa l’8% dei quattordicenni. E non siamo tutti figli di ricconi o noti imprenditori. Non tutti facciamo parte delle élite.

(ii) Grazie alla cattedra di filosofia ho imparato cos’è la scienza, cos’è il metodo scientifico, ho capito cos’è la luce e cos’è un pendolo anche grazie alla sinergia con la cattedra di fisica. Uno studente medio del classico forse non ne è del tutto consapevole, ma la logica e il metodo scientifico si imparano su Galielo, Cartesio, Newton e Leibniz, e i fatti bruti come secondari alle opinioni si isolano traducendo Lisia, Seneca, Tacito e Senofonte. Autori che si fanno al Classico. Lo ripeto: le basi per un modello del mondo scientifico e moderno si pongono anche al classico. Non so come si possa distinguere ciò che è moderno da ciò che non lo è, ciò che è scienza da ciò che non lo è, se non si conosce la storia delle idee. Se poi moderno si confonde con utile e storicamente necessario – vedi l’informatica e l’inglese – non è certo chiudendo il classico che i nostri studenti colmeranno le loro lacune.

(iii) Il sistema scolastico proposto da Boldrin non mi piace. I licei hanno anche il compito di formare futuri cittadini, mentre nelle università si dovrebbero formare futuri professionisti. Una cesura tra educazione formazione a mio avviso va mantenuta nel discorso pedagogico. Al liceo Classico non si deve dare il compito di preparare al mondo del lavoro: cittadino non è sinonimo di lavoratore; qui il discorso si fa complicato perché una presa di posizione come la mia poggia su un concetto di persona e di “animale sociale” che si trova a metà strada tra Aristotele e Locke. Respingo per questo con forza tutte le politiche che tendono a subordinare la realizzazione individuale – il télos dell’individuo – alle contingenze storiche e ai cicli economici. Non siamo al servizio del capitale. Ed è inutile che argomento su questo punto perché basta leggere la Nussbaum. Un’ultima cosa: quando il discorso si sposta sul lavoro diventa surreale. Di questi tempi in Italia un “bocconiano” ha le mie stesse chances di cambiare/trovare lavoro e non si può nemmeno pensare di spingere tutti a diventare medici e ingegneri piegando la natura umana alle regole del mercato della domanda e dell’offerta. E mi viene da ridere: di cosa stiamo parlando? Di un misero 8% che si iscrive al classico…

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