Einstein e Bergson: sul concetto di tempo

L’altra sera mentre oziavo sul web mi è capitato tra le mani un interessante articolo in cui si parla di un recente volume. Si intitola The Physicist and the Philosopher: Einstein, Bergson and the Debate That Changed Our Understanding of Time ed è scritto da Jimena Canales, Thomas M. Siebel Chair in Storia della Scienza all’Università dell’Illinois. Qui trovate  dettagli e il primo capitolo in pdf: http://press.princeton.edu/titles/10445.html.

Si parte dall’annosa faccenda del rapporto tra fisica e filosofia. Personalmente credo sia un falso problema o, meglio, il fatto stesso che noi lo consideriamo “un problema” è sintomatico. Nell’era della specializzazione a tutti i costi, in netta controtendenza con lo spirito di scienziati quali Bohr, Heisenberg, Schrödinger ed Einstein, è inutile che ci chiediamo come mai non abbiamo un Einstein per il nostro secolo (spero che sia un non abbiamo ancora). Nell’articolo si dice questo:

physicists and philosophers have a curious relationship. They both need each other for the cosmic dance, but one partner sometimes refuses to join in. Star physicist Stephen Hawking even declared the end of philosophy in 2011. In some ways the pronouncement was to be expected; physics triumphalism dictates that at some point philosophy will exhaust itself and be unable to solve the mysteries that science seems to conquer in leaps. It’s been coming for a while; at least since the word science replaced natural philosophy a few centuries ago”.

Stephen W. Hawking nel 1980 (credits: The Guardian/Science).

Non so se la filosofia sia finita o meno, quello che è certo che la filosofia che piace a me – e qui Hawking non sarebbe in disaccordo – in questi ultimi decenni è molto debole. Perché? Per lo stesso motivo per cui non abbiamo un genio come Einstein, per lo specialismo che rincorriamo a tutti i costi. Einstein leggeva Newton, Kant, Schopenhauer: c’è una linea di continuità molto forte tra problemi epistemologici e di fondazione affrontati da versanti differenti da questi tre autori e lo sviluppo dei concetti di spazio, tempo ed evento. A noi manca un “ritorno ad Anassimandro” à la Carlo Rovelli. Ovviamente la questione è molto più complessa e spinosa di così e, se vi interessa, scrivetemi che ne riparleremo.

Ho fatto questa premessa solo per farvi capire il metodo con cui mi piace affrontare la (filosofia della) fisica: ha senso problematizzare filosoficamente la scienza solo nel momento in cui diventa un modo per avere due registri linguistico-concettuali indipendenti ma intertraducibili. Una filosofia che non sia in accordo con la scienza sperimentale è mera “collezione di francobolli”. Detto questo, sfogliando l’indice del libro di Jimena Canales ho pensato di mettere un po’ in fila quello che fino ad ora ho capito del concetto di tempo in Einstein e Bergson. Dopo aver chiarito cos’è il tempo per il senso comune vedremo, in ordine, cosa ci dice Einstein e le due critiche che gli muove Bergson in uno dei suoi capolavori, Durata e Simultaneità. Ovviamente elimino possibili note e vi metto in calce una stringata bibliografia (ho cercato di rendere il più agevole possibile la lettura). In §1 e soprattutto in §2 pongo concetti e questione senza dimostrazioni dettagliate: per farlo con la relatività bisognerebbe scriverci un libro (ovviamente ci torneremo se vi interessa).

Portrait of physicist Albert Einstein sitting in an armchair with a pipe, circa 1934.

Albert Einstein nel 1934. Credits: LUCIEN AIGNER/THREE LIONS/HULTON ARCHIVE/GETTY IMAGES.

§1-Il tempo secondo il senso comune – Il tempo è uno degli elementi costitutivi della nostra percezione del mondo. Il concetto stesso di individuo si basa sul mantenimento dell’identità personale attraverso il tempo: anche per questo motivo nessuno di noi dubita che esso scorra seguendo una direzione. Possiamo descrivere questa sensazione in modo abbastanza semplice traducendo ciò che ci accade in un una serie ordinata di eventi: stamattina alle 6:30 mi sono svegliata, alle 6:40 ho fatto la doccia, alle 7 ho fatto colazione, alle 7:25 mi sono recata al lavoro, e così via. Difficilmente ricuseremmo la validità o l’ammissibilità di spiegazioni di questo tipo e ancor più difficilmente potremmo trovare tali spiegazioni poco informative in rapporto alle esigenze quotidiane di comprensione. Già il nostro discorso ordinario, d’altra parte, incorpora teorie sui rapporti tra il tempo e l’esperienza. Così, se sappiamo che stamattina prima ho fatto colazione e poi mi sono recata al lavoro è perché abbiamo una teoria, basata su ricorrenze stabili sebbene forse non su leggi, che ci dice come vanno le cose, almeno normalmente – si tratta di un tipo di competenza che di solito indichiamo con esperienza.

Questo significa che il modo in cui pensiamo e rappresentiamo l’esperienza dipende dall’attribuzione di determinazioni temporali sia alle nostre percezioni che alla realtà esterna. Come vedremo, una delle difficoltà principali della relatività concerne il passaggio dalle percezioni alla realtà così come le equazioni la descrivono. Ora, la nostra esperienza del trascorrere del tempo è in grado di cogliere un aspetto oggettivo della realtà, oppure resta vincolata alla dimensione interna del soggetto cosciente? Ovviamente per rispondere dovremmo prima definire in modo rigoroso i termini oggettivo e soggetto cosciente. Se poi cerchiamo di definire la natura del tempo e capire qual è il suo motore è difficile venire a capo dei problemi che esso solleva: cos’è dunque il tempo? È una sostanza, un’entità primitiva e irriducibile, oppure è un’entità secondaria che deriva causalmente da qualche altra relazione? Da dove viene? È il big bang l’origine, il motore del tempo? Perché il tempo scorre? Scorre da sé oppure ha bisogno di noi, enti biologici coscienti, per scorrere? Questo motore è di natura fisica oppure è una semplice illusione costruita delle nostre menti per collocare gli oggetti e gli eventi nello spazio, per dare un senso ad un presente che finisce altrimenti per dissolversi? La filosofia e la fisica hanno cercato di affrontare questi temi con metodi e strumenti diversi (Klein 2008 e Torrengo 2011).

Per secoli la filosofia ha tentato di ingabbiare il concetto di tempo cercando di conciliare due istanze a prima vista contraddittorie: l’esperienza soggettiva della sua durata e la tesi oggettiva della sua esistenza ed eternità. Anche se le scuole principali sono essenzialmente due, la visione dinamica del tempo, ossia il tempo come flusso continuo di eventi che prescinde dall’osservatore, e la visione statica, per la quale il tempo non scorre sebbene gli eventi abbiano un ordine temporale oggettivo, la serie di distinguo e caratterizzazioni interne ha reso il dibattito spesso fumoso e difficile da seguire utilizzando gli occhiali della fisica. Tutti noi abbiamo una conoscenza intuitiva ed empirica dello scorrere del tempo dal passato al futuro, basta soffermarsi sul comportamento degli oggetti e dei sistemi fisici attorno a noi. Molti di questi sistemi  sembrano comportarsi diversamente lungo la direzione in avanti del tempo in confronto a come si comporterebbero nella direzione indietro o semplicemente  invertita: non vediamo mai un gas rientrare spontaneamente nel contenitore da cui è fuoriuscito, né il calore passare spontaneamente (senza nessun intervento esterno) da un corpo ad una certa temperatura ad un altro a temperatura superiore. Tutte queste evidenze suggeriscono l’esistenza di una sorta di direzione nella dimensione temporale, direzionalità che viene generalmente chiamata freccia del tempo (ne parla in dettaglio Dorato 2013).

Affermazione plausibile limitatamente al dominio macroscopico. Se invece ci spostiamo al livello degli atomi e delle particelle, questa freccia del tempo risulta piuttosto misteriosa in quanto tutti i processi fisici fondamentali sembrano essere tempo-reversibili. Se osserviamo un filmato che riproduce le oscillazioni di un pendolo semplice, in cui gli effetti dissipativi sono trascurabili, non possiamo affermare con certezza se stiamo guardando il filmato proiettato nel verso in cui è stato ripreso il fenomeno, oppure a ritroso nel tempo (invertendo il senso di proiezione del filmato). Ora, in questa scala della realtà dove sono, se esistono, gli effetti dissipativi e i fenomeni irreversibili? Da dove ha avuto origine questa differenza fra il passato e il futuro? Perché ricordiamo il passato ma non il futuro?

La fisica moderna si è costruita operando nei suoi formalismi una distinzione tra tempo e divenire o, meglio, tra il corso del tempo e la freccia del tempo. La fisica ci permette di uscire da un’ambiguità che ha radici lontane, quella secondo cui il tempo sarebbe equivalente al cambiamento. Se ci sembra difficile definire il cambiamento senza fare riferimento al tempo, dobbiamo fin da ora rassegnarci al fatto che il tempo può esistere senza cambiamento. Se, infatti, teniamo distinti da un lato il corso del tempo, cioè il rinnovamento irreversibile dell’istante presente, dell’ora, e dall’altro la freccia del tempo, cioè l’evoluzione irreversibile dei fenomeni temporali, non è poi così difficile immaginare, ad esempio, una sorta di morte termica dell’universo in cui tutto è immobile ed invariante, in cui il tempo non scorre. È il nostro movimento a temporalizzare lo spaziotempo: la nostra traiettoria è all’origine della sensazione cha abbiamo del passare del tempo, un tempo che non scorre di per se stesso, ma che siamo noi a far scorrere muovendoci. Noi, in quanto osservatori, trasferiamo la nostra dinamica allo spaziotempo: come abbiamo accennato, la relatività speciale conferma che ciascun osservatore che possieda una mas­sa è dotato di un suo tempo proprio. Eccoci arrivati ad una delle lezioni di Einstein: l’accelerazione ral­lenta lo scorrere del tempo proprio come fa un campo gravi­tazionale.

La relatività generale è una teoria della gravitazione, in cui proprio l’incurvamento dello spaziotempo sostituisce la forza gravitazionale della fisica classica e la gravitazione è quindi spiegata mediante le proprietà metriche dello spaziotempo. La distribuzione di massa-energia determina le proprietà geometriche dello spaziotempo e queste, a loro volta, influenzano il moto delle masse. Lo spazio-tempo di Minkowski allora non potrà più essere descritto, come nella relatività speciale, dalla geometria euclidea (seppure a 4 dimensioni) e in esso non potremo più considerare sistemi di riferimento cartesiani ortogonali, ma sistemi di riferimento curvilinei, detti gaussiani (la somma degli angoli interni è uguale a 180° solo nella geometria euclidea della relatività ristretta). Credits: wikipedia.org.

§2- Einstein e la concezione parmenidea del tempo – Nel panorama filosofico attuale di stampo analitico si fronteggiano due teorie del tempo, la teoria A e la teoria B. Ne esistono ovviamente molte sottospecie che, però, possiamo lasciare sullo sfondo visti gli scopi di queste brevi riflessioni. Come è noto, una particolare versione della teoria A è quella che rispecchia meglio il dettato del senso comune. Si tratta del presentismo che, come suggerisce il termine stesso, ritiene esista solo il presente.  Questa concezione, fortemente intuitiva e radicata nel linguaggio ordinario, non va affatto d’accordo con la relatività. Einstein è infatti un sostenitore della teoria B che nega al presente quello statuto ontologico privilegiato che sembra avere nelle nostre esperienze quotidiane. Passato, presente e futuro esistono a pari titolo o, meglio, distinguerli come segmenti dell’esperienza sarebbe un errore ontologico, in quanto l’unica cosa che possiamo dire è che sono analoghi alla distinzione tra (ciò che è) qui e (ciò che è) là. La distinzione tra le tre fasi del tempo – passato, presente e futuro – è per il nostro senso comune (e per il presentismo) ontologica. Solo il presente esiste. Il passato è nella memoria e il futuro nelle speranze e nell’immaginazione.

Il tempo scorre secondo una direzione indicabile da una freccia (ricordate che la fisica dice qualcosa di diverso). Il passato è immutabile e immodificabile e solo il futuro è aperto. Einstein li nega tutti e tre sostenendo una visione parmenidea del tempo che tende a negare realtà e consistenza al divenire. “L’esperienza del presente significa qualcosa di speciale per l’uomo, qualcosa di essenzialmente diverso dal passato e dal futuro, ma questa importante differenza non ha luogo e non può averne nella fisica “, (Carnap, 1963: 37-38). Ho già accennato ai rompicapi connessi con il presente e con l’ora nella relatività (nella sezione filosofia della fisica). Il concetto di tempo, scrive Einstein, “è indubbiamente associato al fatto del “richiamare alla mente”, come pure con la differenziazione fra esperienze dei sensi e ricordo di queste ultime. È di per sé dubbio u la differenziazione fra esperienze dei sensi e ricordo (o semplice ripresentazione) sia qualcosa che è direttamente dato alla nostra psiche. Ognuno ha fatto l’esperienza di trovarsi in dubbio se aveva effettivamente percepito qualcosa con i propri sensi o se l’aveva semplicemente sognato. Probabilmente l’abilità nel discriminare fra queste alternative si forma all’inizio come un risultato dell’attività mentale ordinatrice”, (Einstein 2011: p. 297).

Che cosa intendiamo per oggettivazione del concetto di tempo? Faccio un esempio (che si trova anche nei libri di Jim Al-Khalili). Una persona A (io) percepisce l’esperienza lampeggia. Intanto la persona A sperimenta pure un comporta­mento della persona B tale da portare il comportamento di B in re­lazione con la propria esperienza lampeggia. Ne risulta che A collega con B l’esperienza lampeggia. Nella persona A nasce l’idea che anche altre persone condividano l’esperienza lampeggia. Lampeggia non viene più interpretato ora come esperienza esclu­sivamente personale, ma come esperienza (o eventualmente soltanto esperienza potenziale) di altre persone. Sorge in tal modo l’idea di interpretare anche come un evento (oggettivo) il lampeggia, che in origine aveva fatto il suo ingresso nella coscienza quale atto di sperimentare. La somma totale di tutti gli eventi è proprio ciò che noi intendiamo quando parliamo della realtà o mondo esterno. A prima vista sembrerebbe ovvio supporre che esista un ordina­mento temporale degli eventi, il quale concordi con l’ordinamento temporale delle esperienze. Così venne fatto, in generale, e incon­sciamente, finché affiorarono dei dubbi scettici. Per giungere all’oggettivazione del mondo, fu ancora necessaria un’ulteriore idea co­struttiva: l’evento viene localizzato non soltanto nel tempo, ma anche nello spazio.

Come ha più volte sottolineato Einstein, i concetti di spazio, tempo e di evento possono essere messi in relazione psicologica con le esperienze, ma “considerati da un punto di vista logico, essi sono libere creazioni dell’intelletto umano, stru­menti del pensiero, che debbono servire allo scopo di porre le espe­rienze in relazione l’una con l’altra, e di poterle quindi abbracciare meglio con lo sguardo. Il tentativo di rendersi conto delle fonti empiriche di questi concetti fondamentali deve mostrare in quale misura noi siamo effettivamente legati a questi concetti. In tal modo diventiamo coscienti. della nostra libertà, libertà di cui, in caso di necessità, riesce sempre difficile fare un uso ragionevole”.

§3- I due argomenti di Bergson contro Einstein – Bergson muove due diverse critiche, in certo modo complementari, alla relatività. La prima ha natura filosofica e si serve di argomenti di stampo fenomenologico (benché Bergson e Husserl si siano reciprocamente ignorati, pur essendo quasi coetanei e avendo lavorato su un analogo spettro di problemi). La seconda critica si trova nel quarto capitolo di Durata e Simultaneità e sfrutta argomenti matematici. Non mi dilungherò in formule – non mi leggereste. Ne accennerò sotto il profilo filosofico. Ne i primi due capitoli di Durata e Simultaneità Bergson ripercorre criticamente la teoria della RG (relatività generale). Il nucleo concettuale è il seguente: due osservatori in moto relativo l’uno rispetto all’altro non percepiscono le distanze (lo spazio) e il tempo allo stesso modo. Questo significa che due orologi identici, indossati dagli osservatori dell’esperimento, non segnano le ore in modo sincrono e non concordano sugli intervalli di tempo trascorsi tra due eventi fissati. La RS (relatività speciale o ristretta) già dimostra che questa affermazione non ha nulla a che fare con la precisione degli orologi, ma che è una caratteristica intrinseca al tempo.

Questa concezione dello spaziotempo quadrimensionale, pur corroborata da innumerevoli riscontri sperimentali, continua a scontrarsi col senso comune, ossia con l’intuizione che ci porta a intendere spazio e tempo in termini assoluti. Se ci pensate un attimo l’esito è assolutamente ovvio. Chi di voi può vantare esperienze di eventi alla velocità della luce o, per lo meno, a velocità prossime a quelle della luce? Nessuno. Gli effetti della relatività nella nostra vita quotidiana sono impercettibili: certo, se vi fate un viaggio in aereo nel vostro piccolo la relatività la sperimentate eccome, ma le differenze di percezione tra chi sta fermo e chi vola in aereo sono talmente piccole che nessuno le nota. Ora, procedendo con l’impostazione metodologica che vi dicevo, cosa ha da dire la filosofia su questo tema? Bergson vi si avvicina con gli occhiali del fenomenologo.

French philosopher Henri Bergson sitting on a garden chair

Henri Bergson nel 1905. (Credits APIC/GETTY IMAGES).

Una teoria controintuitiva, le cui conclusioni non trovano spazio nelle nostre percezioni, è appunto una teoria che sbatte il naso contro il principium principiorum, il “principio dei principi”, il criterio metodologico di muovere dall’intuizione come fondamento originario di legittimità per le scienze. Contravviene, dunque, a quello che per alcuni filosofi è il senso stesso della scienza rigorosa enucleato da Husserl nel 1913: dobbiamo interrogare le cose stesse. Torniamo all’esperienza, all’intuizione, che sole possono dare un senso e una legittimità razionale alle nostre parole. Nelle sue lezioni sulla coscienza interna del tempo Husserl diceva chiaramente che la percezione è, qui, l’atto che ci pone sott’occhio qualcosa come “se stesso”, l’atto che costituisce originariamente l’oggetto. Ecco, la fisica sperimentale – per non parlare della quantistica – ci conferma che non è così. Il principio di tutti i principi non ha valore fondazionale per la scienza (della natura). Siete in grado di percepire i singoli atomi di un oggetto che tenete in mano? Avete mai visto un quark? Sentito un campo magnetico mentre vi muovete? Siete attraversati da miliardi di neutrini al secondo eppure non ve ne accorgete. Sicuri che la percezione “costruisca” gli oggetti così come “realmente” sono? La fisica è piana di cose che sappiamo esistono ma di cui non ci accorgiamo; forse dovremmo dire che la nostra percezione è tagliata sugli oggetti di media grandezza a fini evolutivi e di sopravvivenza, che dunque spazia in un range definito dalle necessità naturali: sostentamento, riproduzione, adattamento all’ambiente.

Se però smontiamo il potere che percezione ed intuizione hanno in Bergson, parte del suo argomento scricchiola. Per non parlare del fatto che la relatività muove dai famosi esperimenti mentali di Einstein, non da percezioni, e che è una delle teorie sperimentalmente più corroborate e validate della storia della scienza. E che se ne possano produrre solo esperimenti e non esempi (tanto cari ad alcuni fenomenologi) non è un buon argomento: come potrebbe mai fare passi avanti la scienza senza il tribunale dei laboratori? I fenomenologi duri e puri devono arrendersi: anche se nessuno di noi le nota, le differenze di percezione tra chi sta fermo e chi vola in aereo esistono davvero.

La RS, che si applica cioè al caso del moto uniforme (a velocità costante in assenza di forze), mostra che tale moto è relativo al sistema dell’osservatore: è il noto caso dell’osservatore fermo a terra e del passeggero su un treno in movimento. Se i due volessero misurare un evento in apparenza simultaneo per entrambi (ad esempio, a che ora il passeggero sfreccia davanti all’osservatore fermo a terra), le loro misure non concorderebbero. La teoria della relatività ristretta mostra infatti che un orologio ritarda in proporzione all’aumentare della velocità. Più in dettaglio, che il tempo scorre più velocemente per un osservatore in quiete rispetto a uno in moto. Dobbiamo quindi abbandonare l’idea che la simultaneità sia un concetto universale, su cui tutti concordano indipendentemente dallo stato (di moto o quiete) e dal sistema di riferimento in cui si trovano.

Possiamo dunque dire, parafrasando Bergson, che se ogni moto è relativo e non c’è un punto di riferimento assoluto né un sistema privilegiato, è evidente che l’osservatore interno a un sistema non avrà alcun modo di sapere se il suo sistema è in moto o in quiete il suo sistema sarà immobile, appunto per definizione, se egli ne fa il suo “sistema di riferimento” e se vi colloca il suo punto di osservazione. Questo è il cuore della RG: anche se non è un modo precisissimo di descriverla, possiamo dire che la RG è la RS applicata ai contesti in cui la gravità è rilevante, dunque allargata al moto accelerato, che Einstein formulò a partire dalla riflessione sulla forza di gravità espressa da Newton della quale scoprì l’equivalenza – negli effetti – con il moto accelerato.

Ipotizziamo di trovarci all’interno di un treno privo di finestrini che procede in moto rettilineo e uniforme: dalla relatività ristretta sappiamo già che, in assenza di parametri esterni di confronto, non possiamo determinare se ci troviamo in moto o in quiete. Se ora il treno accelerasse nella direzione di marcia noi percepiremmo l’accelerazione sotto forma di una pressione sullo schienale della poltrona su cui sediamo: in assenza di riferimenti esterni al sistema, l’accelerazione sarebbe dunque esperita come se fosse gravità (questo è il principio di equivalenza). Se non avvertissi il campo gravitazionale, non starei accelerando: come osservato da Bergson, dunque, tutti gli osservatori, indipendentemente dal loro stato di moto, possono affermare di essere stazionari, a patto che includano un opportuno campo gravitazionale nella descrizione del loro ambiente.

Torniamo a Bergson. Anche se Einstein non parla di durata, per Bergson è proprio la durata che definisce la natura del tempo, poiché in sua assenza non sarebbe possibile nemmeno il darsi di istanti. Certo, questa potrebbe ben essere una mera differenza di approccio, fisico dell’uno e filosofico dell’altro, e così potrebbe essere se l’argomento non fosse usato da Bergson per scopi e su basi “fisiche”. Gli istanti di tempo sono ottenuti per astrazione da un tutto di cui il fisico non si interessa, poiché non è sottoponibile a misurazione. Anche quando diciamo, di una melodia, che “dura mezz’ora”, tale durata non è propriamente quella della melodia percepita, ma la risultante della differenza tra due misurazioni istantanee (istante iniziale e istante finale). L’insistenza sull’importo percettivo e intuitivo è dunque funzionale alla rilevazione di un versante ulteriore rispetto a quello matematico e oggettivo: si tratta della dimensione soggettiva e qualitativa dell’esperienza del tempo. Seguendo Husserl, Bergson ritiene che una melodia che ascoltiamo a occhi chiusi, pensando solo a essa, viene quasi a coincidere con questo tempo che è la fluidità stessa della nostra vita interiore.

Bergson pone anche l’accento sulla questione delle analogie e differenze tra tempo misurato e tempo. Il tempo misurato dallo scienziato è una modificazione del tempo fondamentale, vissuto consapevolmente, ed è appreso in una corrispondente modificazione dell’atteggiamento intenzionale. In quanto si dà un tempo vissuto, dunque, è possibile il darsi di un tempo misurato e il “di più” del vissuto non è esso stesso misurabile, poiché costituisce la condizione di possibilità della misurazione. Se applichiamo l’argomento alla relatività, potremmo dire che il tempo non è ciò che risulta dalle equazioni di Einstein, ma è anche quello, in quanto è lo scienziato in quanto soggetto a renderlo oggetto della scienza fisica. Il tempo è durata, dunque non è nulla di originariamente oggettivabile: costituisce la sostanza stessa del soggetto di coscienza. Come è possibile renderlo oggetto di teorie scientifiche?

Il problema che qui si pone riguarda il criterio di oggettività delle scienze, dal cui chiarimento fenomenologico dipende il rigore delle scienze stesse. A ben vedere non si tratta più di smontare Einstein quanto piuttosto di capire se e come possano essere oggetto di scienza quei concetti che sfuggono dall’alveo del soggetto per oggettivizzarsi. Rispetto al programma fenomenologico abbiamo qui due difficoltà: la prima è quella del rapporto tra teoria fisica e intuizione, da cui il problema dell’oggettività delle leggi fisiche, la seconda è quella della concezione del tempo che presuppone. Se la teoria non è riferita all’intuizione diretta (a ciò che Bergson definisce “senso comune”), neppure il tempo di cui essa tratta, facendone un oggetto di teoria, lo sarà: sarà un tempo oggettivo. Ma questo per Bergson vuol dire spazializzare il tempo o, meglio, parlare di spazio e non di tempo. L’orologio non misura “il tempo” ma la distanza percorsa dalle lancette, suddivisa in unità di misura standard: l’istante è ciò che costituirebbe il termine di una durata se la durata si fermasse. Ma la durata non si arresta, e il tempo reale non potrebbe dunque fornire l’istante; l’istante nasce dal punto matematico, cioè dallo spazio.

Cosa accade se proviamo ad applicare questa tesi alla relatività di Einstein? La differenza tra tempo vissuto e tempo misurato non appare riducibile, se non nella forma dell’als husserliano: il tempo misurato dal fisico è il tempo vissuto come (als) misurato. Questo tempo, questa “durata pura” non suddivisibile in istanti, non frammentabile in punti di spazio misurabili, costituisce la “natura del tempo” – intendendo con “natura”, in senso forte, la sostanza stessa della temporalità, la quale coincide con la sostanza che il soggetto è in quanto coscienza. All’interno di tale durata noi ritagliamo delle frazioni sottoponibili a misura non appena vestiamo gli abiti dello scienziato: ma resta, o dovrebbe restare viva in noi, la coscienza dell’origine soggettiva dell’esperienza-tempo. La contro-intuitività della teoria einsteiniana è così attenuata: se non è possibile, sul piano dell’esperibilità scientifica, fornire esempi direttamente intuitivi della teoria, resta pur sempre possibile (sul piano filosofico) ricondurre la teoria alla sua origine nella Lebenswelt, nell’intuizione originaria del tempo prima di ogni idealizzazione matematica. Si comprende, così, anche l’insistenza di Bergson sulla natura unitaria del tempo: la relatività di cui parla Einstein è quella della traduzione spaziale del tempo, mentre l’umanità è portata intuitivamente a credere nell’esistenza di un tempo unico fatto della connessione universale dei tempi di coscienza degli individui, ed è, questa, l’ipotesi del senso comune, che come noi sosteniamo, potrebbe anche coincidere con quella di Einstein, per cui la teoria della relatività sarebbe più adatta a confermare l’idea di un tempo unico per tutte le cose.

Con ciò, passiamo alla seconda critica fondamentale mossa da Bergson a Einstein. Bergson sostiene, dunque, che la teoria della relatività di Einstein è compatibile con l’ipotesi del senso comune – assai vicina all’assunto dell’assolutezza newtoniana – circa l’esistenza di un tempo unico reale. Ciò sembra contraddire la relativizzazione della simultaneità operata da Einstein: come abbiamo visto, tempi apparentemente simultanei non sono tali per sistemi di riferimento diversi. Per Bergson la conclusione einsteiniana si applichi alla misura degli istanti temporali, ossia ai punti spaziali in cui quelli si traducono, e nulla dica della durata come tale. Nel capitolo IV su La pluralità dei tempi la critica di Bergson si precisa ulteriormente. Come riassume Fabio Polidori nella introduzione all’edizione italiana di Durata e Simultaneità, potremmo enuclearla come segue: Einstein può sostenere l’esistenza di tempi multipli solo ammettendo che il tempo da lui teorizzato sia unico. In altri termini: esistono tempi multipli a condizione che la teoria di Einstein sia vera, ossia che il tempo sia unicamente fatto come la teoria della relatività lo descrive. Se il tempo è unicamente quello di Einstein, allora esistono i tempi multipli che il suo modello descrive; la posizione assume però, in questo modo, un carattere auto-contraddittorio che ne annulla la validità. L’argomento di Bergson sfrutta l’acquisizione fondamentale derivante dalla prima critica: se è vero che il tempo misurato dal fisico è in realtà una spazializzazione del tempo autenticamente esperito dal soggetto, allora l’unità del tempo non è messa davvero in questione. Anzi, è possibile – secondo Bergson – che la teoria della relatività confermi suo malgrado la tesi del tempo unico. Come?

Bergson sostiene che non si può parlare di una realtà che dura senza introdurvi la coscienza: questo è l’elemento tradizionalmente trascurato dall’atteggiamento scientifico. E tuttavia, se il tempo è successione, esso è composto di “prima” e “dopo”, legati tra loro da un elemento che deve essere necessariamente nella rappresentazione. È infatti il legame della memoria, ossia – appunto – della coscienza. Come è possibile allora che la scienza misuri il tempo? Questo accade perché il tempo viene tradotto simbolicamente in spazio, attraverso la mediazione del movimento: gli “istanti” altro non sono che i punti individuabili all’interno della linea spazializzata ed è confrontando tra loro questi presunti istanti di tempo (i quali sono invece punti spaziali) che il matematico procede nelle sue misurazioni. Bergson introduce allora una precisazione di cruciale importanza: la simultaneità degli istanti (come punti spaziali) rende certamente misurabile il tempo, ma è solo la traduzione di quella simultaneità nei momenti corrispondenti del flusso di durata interno (di coscienza) che rende quegli istanti degli istanti temporali, ossia che rende tempo il tempo. Il tempo è tale, direbbe Husserl, per la coscienza.

Per Bergson il “limite” della teoria di Einstein sarebbe questo: misurare significa identificare dei punti/istanti. Per quanto attenta possa essere la misurazione, essa non arriverà mai a cogliere ciò che accade negli intervalli tra i punti: può solo identificarne le estremità. Soltanto l’intervallo, tuttavia, è davvero vissuto dal soggetto, esso solo è un dato immediato dell’esperienza e costituisce un valido punto di partenza (pre-categoriale in senso husserliano) per la teoria. Il vantaggio, qui, è tutto dalla parte filosofica: una filosofia che comprenda la natura qualitativa del tempo e il processo attraverso cui esso diviene misurabile, potrà ammettere senza dubbio lo spaziotempo quadrimensionale di Einstein, mentre non è detto che una teoria fisica interessata al solo aspetto quantitativo sia in grado di cogliere il versante soggettivo e vissuto del tempo.

Non è detto, perché non è necessario in fisica: siamo di fronte a un problema di fondamento filosofico. Questo ci diviene chiaro introducendo il riferimento alla Lebenswelt: il limite della critica bergsoniana consiste nel tentativo di dimostrare l’unità del tempo sul piano della teoria fisica. Dimostrato filosoficamente che la teoria di Einstein oblia la sfera soggettiva della temporalità, Bergson cerca (nel capitolo sulla pluralità dei tempi) di dimostrare la sua acquisizione anche sul piano della stessa teoria della relatività. Proprio qui egli incontrò forti resistenze; dobbiamo riconoscere che è molto ingenuo tentare di confutare una teoria sperimentalmente corroborata e verificata come la relatività.

§4- La risposta di Einstein – Nello stesso 1922, anno di pubblicazione di Durata e Simultaneità, si tenne un convegno sulla teoria della relatività in onore di Einstein, presso la Société de Philosophie di Parigi: Bergson, che era presente, fu sollecitato a tenere un breve intervento, in cui ripercorse gli snodi critici contenuti in Durata e simultaneità. Nella sua risposta, Einstein riformulò così il problema: il tempo del filosofo è il medesimo tempo del fisico? Per Bergson, e soprattutto per Husserl, la risposta è affermativa. Si tratta dello stesso, unico tempo, vissuto secondo differenti atteggiamenti intenzionali. Nella sua replica, Einstein nega proprio questo punto. Egli afferma che nulla impedisce di rappresentarci la simultaneità relativa degli eventi, poiché questi non sono altro che costruzioni mentali, esseri logici. Einstein fornisce una risposta di carattere “filosofico” in quanto sostiene che gli eventi sono “costruzioni mentali, esseri logici”. Il che andrebbe benissimo a un logico o a un filosofo di stampo analitico.

Al di là della non ovvia equiparazione implicita di “costruzioni mentali” ed “esseri logici” un fenomenologo risponderebbe ad Einstein – con Husserl – che tempo filosofico e tempo psicologico sono ben lontani dall’essere riducibili l’uno all’altro, come tutta la fenomenologia sta a dimostrare. Se la negazione dell’unità di tempo filosofico e tempo fisico vuol dunque riposare sulla riduzione del tempo filosofico a quello psicologico, siamo autorizzati – come fenomenologi – a ritenere ancora quell’unità valida e possibile. E quindi? Cosa ci dice questo sulla realtà? Nulla. Einstein non ha mai pensato di sostituire il tempo fisico con quello psicologico o del senso comune; anzi ha più volte sottolineato che i dilemmi legati allo scorrere del tempo hanno molta importanza, quasi uno statuto speciale nelle nostre esperienze, ma che non è compito del fisico renderne conto. Emblematiche a questo proposito sono le lettere a Michelangelo Besso, dove potete leggere: per noi che crediamo nella fisica, la distinzione tra passato, presente e futuro ha solo il significato di un’illusione, per quanto tenace (parte di questo scritto comparve su cyberscienza.it nel luglio 2011).

Bibliografia:

Bergson, H., Durata e Simultaneit, Raffaello Cortina Editore, 2004.

Dorato, M., Che cos’è il tempo? Einstein, Gödel e l’esperienza comune, Carocci, 2013.

Einstein, A., Relatività. Esposizione divulgativa, Bollati Boringhieri, 2011.

Klein, É., Il tempo non suona mai due volte, Raffaello Cortina Editore, 2008.

Torrengo, G., I viaggi nel tempo. Una guida filosofica, Laterza, 2011

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