Flash Forward. Il futuro è già determinato?

E se potessimo dare una sbirciata al nostro futuro?

Non vi è dubbio che nel mondo occidentale la maggior parte delle persone sia assolutamente convinta di essere dotata di libero arbitrio  […] La tragedia greca muove proprio dall’assunto opposto: sostiene che i nostri futuri siano predestinati, che il nostro destino sia inevitabile. […] Qual è la visione del mondo corretta? Quella dei greci, che credevano che i nostri destini fossero ineluttabili, o quella di chi oggi insiste nell’affermare che siamo padroni dei nostri futuri? Trovo certamente più attraente l’idea moderna, ma la semplice attrazione non è un motivo abbastanza ragionevole affinché un essere razionale creda che sia vero. Esiste davvero una qualunque valida ragione per accettare che la nostra fiducia nel libero arbitrio sia più valida della credenza greca nella predeterminazione?“, (Robert J. Sawyer, Flash forward. Avanti nel tempo, Fanucci, 2009, pp.17-18). 

Tutti abbiamo visto Star Trek e Ritorno al Futuro. Meno noto è il romanzo di Robert J. Sawyer da cui è stata tratta la serie televisiva americana Flash Forward prodotta dalla ABC nel 2009-2010. Ve ne parlo perché Sawyer conclude così la prefazione di Flash Forward:

“come scrittore di fantascienza, ho iniziato a chiedermi cosa potessero dirci la fisica e la meccanica quantistica riguardo a questa antichissima questione”.

Dobbiamo capire qual è la visione corretta e cosa ci dice la scienza in proposito. Vi piace il mondo di Eschilo e dei tragici greci in cui spesso gli umani sono dipinti come marionette in balìa dell’invidia degli dei e delle trame del Destino, oppure la natura è intrinsecamente indeterministica e probabilistica e dunque esiste uno spazio per qualcosa che possiamo chiamare “fortuna”, “caso”, “coincidenza”? Oppure vi piace Spinoza che, cercando di conciliare libertà e necessità, sosteneva che la libertà non è altro che la capacità di accettare la legge universale ineluttabile che domina l’universo. La libertà non sta nell’arbitrio, ma nell’assenza di costrizioni che consente ad esempio a una pianta di svilupparsi secondo le sue leggi:

tale è questa libertà umana, che tutti si vantano di possedere, che in effetti consiste soltanto in questo: che gli uomini sono coscienti delle loro passioni e appetiti e invece non conoscono le cause che li determinano“, (Spinoza, Ethica, testo latino a fronte, Bompiani, 2007: V, 3).

Certamente solo la fisica può dirci chi ha ragione e chi ha torto, nel senso che esistono delle rappresentazioni della realtà e delle teorie o metafisiche della realtà maggiormente coerenti e consistenti con i principi sperimentalmente verificati.

E se stessimo costruendo una teoria filosofica su questo tema dovremmo innanzitutto definire i termini che usiamo. Ma prima di spingerci nel territorio delle teorie dobbiamo capire di cosa stiamo parlando e, soprattutto, assumerci qualche impegno ontologico. Intendo dire questo: il futuro esiste? Esiste adesso mentre sto scrivendo al computer queste parole? Se ammetto la possibilità teorica – non fisica perché ad oggi non esiste una macchina in grado di catapultarmi nel mio futuro – della sbirciata al mio futuro, allora devo presumere che il futuro esista esattamente come esiste il presente (ed è esistito ed esiste il passato. Non so dove ma c’è).

Bene, abbiamo detto due cose: (1) la fisica è il banco di prova per le nostre teorie, anche le più campate per aria come la sbirciata al futuro. (2) Prima di elaborare una qualsivoglia teoria filosofica di merito, dobbiamo chiarire di cosa stiamo parlando. Abbiamo detto che il futuro esiste, ora dobbiamo capire (o definire) il viaggio nel futuro per usare univocamente i termini del nostro discorso. In questo modo vi fate un’idea di come lavora un filosofo della scienza (o, meglio, di uno dei modi in cui può lavorare).

Una definizione di viaggio nel tempo si trova nel libro di Giuliano Torrengo, I viaggi nel tempoUna guida filosofica, Laterza, Roma-Bari 2011 che, riprendendo il pensiero di David Lewis, afferma: “[scil. il viaggio nel tempo è] una serie di eventi che ci portino a un momento del tempo pubblico che dista dalla nostra partenza più minuti di quanti ne misurerà il nostro orologio da polso quando lo avremo raggiunto, o che si trova nel passato [del tempo pubblico] rispetto all’ora della partenza“, (Torrengo, cit.: p. 21).

Ok. Il futuro esiste e sappiamo cosa vuol dire viaggiare avanti e indietro nel tempo. Ma la fisica cosa ci dice? Ci arriviamo grazie al romanzo di Sawyer che è ambientato a Ginevra, 21 aprile 2009, ore 17.00. Un gruppo di fisici del CERN, guidato da Lloyd Simcoe, dà il via a un grande esperimento: utilizzare il Large Hadron Collider per ricreare i livelli di energia immediatamente precedenti al Big Bang e trovare finalmente il fantomatico bosone di Higgs. Peccato che l’esperimento abbia preso una piega inaspettata: nell’esatto istante in cui l’acceleratore di particelle viene attivato, tutti gli esseri umani sulla Terra perdono coscienza per un minuto e quarantatré secondi. Durante questo fenomeno di blackout collettivo, poi definito dai mass media Cronolampo, le persone sono proiettate avanti nel tempo di 21 anni, fino al 23 ottobre 2030, e si ritrovano ad essere spettatori passivi della propria vita futura.

Di per sé la trama non è molto originale, ma non poteva essere diversamente, visto che le domande che pone sono le classiche domande che ci poniamo dagli albori della scienza e della filosofia: davvero tutto quanto è già deciso? Viviamo dunque in un universo il cui futuro è già scritto? Se la risposta è affermativa – cosa che la possibilità stessa di viaggiare nel futuro sembra implicare – possiamo comunque ritagliare uno spazio per il libero arbitrio? O siamo semplici automi che vanno incontro più o meno consapevolmente ad una fine già scritta?

Il libro, come peraltro la serie televisiva, ha il pregio della leggerezza. A parte un breve intermezzo (di otto pagine) in cui siamo spettatori di una discussione fisico-matematica tra Simcoe, Della Robbia e Procopides, la narrazione scorre velocemente e non è appesantita da lunghe digressioni scientifiche. Insomma, Sawyer non è Greg Egan, per intenderci. Secondo la fantascienza e alcuni filosofi sembra possibile uno scenario in cui il futuro esiste già nel momento in cui aziono la macchina del tempo e tutto è determinato in quanto se decido di visitare me stessa il 3 novembre del 2029 ciò implica che lo spazio e il tempo (e me stessa) esistono già da qualche parte nell’universo. Qui i teorici si scatenano: dall’Universo-Blocco al Multiverso vi capiterà d ascoltare le tesi più suggestive, e non è strano visto che è lo stesso Einstein a dire che passato, presente e futuro esistono tutti allo stesso modo e che una partizione del tempo è solo un artificio psicologico tipicamente umano.

Mi soffermo ora su quello che è certo. Abbiamo visto che Sawyer chiama in causa la meccanica quantistica. Sembrerà strano ma alcune certezze arrivano proprio da qui. Il principio di indeterminazione di Heisenberg ha demolito lo stesso presupposto teorico della causalità humeana. Infatti, se prima si poteva immaginare l’universo come un sistema consequenziale, causativo, univoco e quindi prevedibile, dopo la scoperta del principio di indeterminazione non è più epistemologicamente possibile darlo per scontato, ma è necessario tenere conto che fenomeni basilari della realtà sono descrivibili solo in termini probabilistici (usando, ad esempio, la meccanica delle matrici). Non mi dilungo perché su Heisenberg ho scritto varie cose.

Il punto importante è dato dal fatto che, se vogliamo studiare il Big Bang e ipotizzare la fine del nostro universo, è proprio ai fenomeni quantistici che dobbiamo volgerci. Questo significa che l’universo è, almeno in origine, indeterministico. Totalmente indeterministico. Uno spazio per il determinismo si può ritagliare solo nel corso della sua evoluzione, visto che ad ordini di grandezza e velocità differenti corrispondono leggi differenti.

La fisica sembra suggerire questo, visto che quando si parla dei primi minuti e degli ultimi minuti di vita dell’universo si chiamano in causa solo ipotesi e congetture, si rompono i legami di causa-effetto e le nozioni di spazio e tempo sembrano sfumare (Big Rip, Big Crunch, etc.: potete leggere Paul Davies, Gli ultimi tre minuti. Congetture sul destino dell’universo, BUR, 2000). Nella dimensione che abitiamo, lontano dalla velocità limite della luce e da oggetti esotici dalle enormi masse, possiamo accontentarci delle leggi di Newton e della causalità per come la conosciamo dalle opere di Hume. Questo implica che ci portiamo appresso una buona dose di determinismo.

Bene, ora che sappiamo cosa ci dice la fisica, del libero arbitrio che ce ne facciamo? Ci risponde Schopenhauer:  “l’uomo come tutti gli oggetti dell’esperienza, è un fenomeno nel tempo e nello spazio, e siccome la legge di causalità vale per tutti a priori e pertanto senza eccezioni, anche lui vi deve essere sottomesso”, (Arthur Schopenhauer, La libertà del volere umano, Laterza, 1997, p. 89). Ecco spiegata l’illusione del libero arbitrio:

sono le sei di sera, il lavoro è terminato. Ora posso fareuna passeggiata, o posso andare al circolo, posso anche salire sul campanile e vedere il tramonto del sole [..] Tutto ciò dipende soltanto da me, ne ho la piena libertà, ma adesso non ne faccio nulla, ritorno invece altrettanto liberamente a casa di mia moglie”, (ivi, p. 86). E’ come se l’acqua dicesse “io posso muovere alte ondate (certo, nel mare in tempesta), posso scendere di corsa (certo nel letto del torrente) […] Ma di tutto ciò non faccio nulla e rimango volontariamente calma, limpida nel lago tranquillo”, (ibidem).

Non possiamo volere qualunque cosa, ma possiamo desiderare qualcosa solo in accordo con il pacchetto di cause da cui le nostre azioni dipendono. 

A seguire il link al romanzo di fantascienza di Sawyer:

Robert J. Sawyer, Flash forward. Avanti nel tempo, Fanucci, 2009

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