I classici e l'educazione in Martha C. Nussbaum

Pur essendo stato pubblicato negli Stati Uniti intorno al 1990, sembra che il libro di Martha C. Nussbaum di cui oggi parliamo sia sempre più attuale (Martha C. Nussbaum, Coltivare l’umanità. I classici, il multiculturalismo, l’educazione contemporanea, Carocci, 2006). 

Non solo perché zittisce sterili polemiche sull’inutilità della cultura classica per la vita, ma soprattutto perché ci consente di riflettere su alcuni temi centrali nel dibattito contemporaneo: umanità, diritti, cittadinanza, multiculturalismo, cosmopolitismo, globalizzazione, classicismo, educazione, sessualità, etc.. Ammesso che tutti noi sappiamo “definire” più o meno dettagliatamente il significato di questi termini, ritengo ancora più interessante, quando so cos’è x, capire come si è arrivati a x e alla sua attuale definizione. Mi diverte molto l’archeologia dei concetti.

Photo by Eric Allix Rogers, (CC)

Martha Nussbaum. Foto di Eric Allix Rogers, (CC).

Ora, non intendo recensire il testo come tradizionalmente si fa. Anche se questa rubrica si chiama “Recensioni”, sapete che di solito prediligo ragionamenti e discussioni a sterili riassunti. Una buona recensione si trova su Acta Philosophica; anzi, iniziamo proprio da un passo che cito da qui:

Peter Sloterdijk, pensatore tedesco che si trova in prima linea nelle polemiche attuali, ha dichiarato poco tempo fa ad un giornale: gli studi umanistici erano il nucleo delle università europee. Ebbene, quel tempo è finito. Oggigiorno si è voltata pagina e gli studi umanistici non sono più al centro. Attualmente c’è solo una grande quantità di studi; sono Capital Studies(studi del capitale) o Money Studies (studi sul denaro). Tutte le materie universitarie si trasformano per il potere educatore del mercato, comprese la medicina e l’etica. Il destino dell’Università si è già deciso, e l’imperativo del mercato è in marcia”.

Peter Sloterdijk è un filosofo controverso, molto noto in Germania (per alcuni la sua fama eguaglia quella di mostri sacri come Gadamer e Habermas) ma un po’ meno in Italia. Le opere più famose di Sloterdijk sono la Critica della Ragion Cinica, Raffaello Cortina Editore, 2013, e L’ultima sfera. Breve storia della globalizzazione, Carocci, 2005. Magari ne parleremo in un post indipendente.

Peter Sloterdijk nel 2009. Credits: wikipediaorg.

Siamo schiavi del mercato. In un certo senso è vero perché le nostre scelte sempre più spesso ne sono drammaticamente influenzate. La retorica comune prevede che l’educazione e la cultura in genere debbano in qualche modo piegarsi al profitto e al mercato riducendo, di conseguenza, i margini delle libertà individuali. “Un laureato in lettere ha meno chances lavorative di un laureato in ingegneria”. In senso assoluto è un ragionamento che fa acqua da tutte le parti – vi sfido a verificare le infinite casistiche individuali in cui si concretizza questa istanza – ma empiricamente l’esperienza ci dice che questa non è una semplice suggestione. Qualcosa di vero c’è, almeno nella misura in cui ho conosciuto almeno un laureato in discipline tecnico-scientifiche con una occupazione stabile e che ha avuto più fortuna di un laureato in discipline classiche o genericamente umanistiche (per quanto il termine non mi piaccia).

Avrete già capito che il ragionamento fa acqua da tutte le parti, ma spesso viene spacciato per verità assoluta dai difensori del senso comune. Non solo: la tendenza di cui parla Sloterdijk è reale, nel senso che gli studi umanistici da molto tempo giocano un ruolo marginale nella società: statistiche alla mano, in Italia al liceo classico si iscrive tra il 7 e l’8% dei giovani. L’errore di fondo di Sloterdijk e degli amanti dei ragionamenti “common sense based” sta nel dualismo. Ossia nel proporre gli studi umanistici come antitetici ai Capital StudiesMoney Studies. Certo, l’assenza del legislatore nel riformare i percorsi liceali ed universitari non fa che agevolare questo fraintendimento, ed è per questo che per capirci qualcosa e per uscire da queste inutili dicotomie è importante leggere e riflettere sui libri di Martha C. Nussbaum.

Su Acta Philosophica leggiamo che “Martha C. Nussbaum, è attualmente una delle principali rappresentanti della filosofia liberale nordamericana, docente all’Università di Chicago ed esperta di autori classici. Per questo motivo, la sua posizione rappresenta una chiara alternativa alla visione economicista di Sloterdijk, dato che si presenta come una difesa del metodo socratico, della ricerca razionale della verità, mediante l’implementazione di piani di studi umanistici nell’università americana, e del conseguente impatto sulla formazione dei futuri cittadini, all’interno di una società multiculturale”.

Primo punto. È una liberale. Non è vero che i liberali sono cinici schiavisti che hanno come idoli finanza e mercati e che distruggerebbero i diritti per fare profitto. Non siamo brutti e cattivi. Punto secondo: la visione “economicista” di Sloterdijk si combatte proprio con un ritorno alla cultura classica.

Classicismo e libertà – “Diventare cittadino del mondo significa spesso intraprendere un cammino solitario, una sorta di esilio, lontani dalla comodità delle verità certe, dal sentimento rassicurante di essere circondati da persone che condividono le nostre stesse convinzioni e ideali”, scrive la Nussbaum.

Nell’età della globalizzazione, Nussbaum è convinta dell’attualità di questa affermazione che, a suo parere, dovrebbe essere alla base di ogni educazione di stampo liberale. Un percorso formativo rivolto a liberare la mente da ogni pregiudizio che impedisca di apprezzare e “ coltivare l’umanità”. Il tema dell’educazione ha dunque una dimensione globale. Quando ci interroghiamo sulla relazione tra educazione liberale e concetto di cittadinanza, ci poniamo di fronte a una questione che ha una lunga storia nella tradizione filosofica occidentale. Possiamo risalire al concetto socratico di vita esaminata, alla nozione aristotelica di cittadinanza riflessiva, e soprattutto alle nozioni degli stoici greci e romani sull’educazione, che è liberale “in quanto libera la mente dalle catene dell’abitudine e della tradizione, formando persone in grado di operare con sensibilità e prontezza come cittadini del mondo. Questo significa per Seneca coltivare l’umanità”.

Studiare i classici significa aprirsi al mondo e coltivare la propria umanità. La democrazia, continua Nussbaum, ha bisogno di cittadini “capaci di pensare autonomamente senza lasciare questo compito a un’autorità, cittadini capaci di ragionare insieme sulle proprie scelte senza limitarsi a scambiare semplici opinioni“. Di cittadini che coltivano la propria umanità devono concepire se stessi non solo come membri di una nazione o di un gruppo, ma anche, e soprattutto, “come esseri umani legati ad altri esseri umani da interessi comuni e dalla necessità di un reciproco riconoscimento”.

Busto di Socrate conservato nei Musei Vaticani.

Qui intervengono Aristotele e gli Stoici con due tra i concetti richiamati all’inizio: cittadino/cittadinanza e cosmopolitismo. Li accenno in estrema sintesi solo per mostrarne l’utilità e soprattutto l’attualità. Nella Politica Aristotele fornisce la definizione del cittadino che sarebbe divenuta canonica per la tradizione politica dell’Occidente: il cittadino (polites) è anzitutto colui che è in grado tanto di governare quanto di essere governato. Più in dettaglio,

poiché la città è un composto, come una qualsiasi altra totalità costituita di molte parti, è chiaro che bisogna prima cercare che cos’è il cittadino: infatti la città è costituita da una moltitudine di cittadini, sicché sorge il problema di determinare a chi spetti questa qualifica e che cosa essa significhi. […] Ma il miglior criterio per definire il cittadino in assoluto è la partecipazione ai tribunali e alle magistrature”, (Aristotele, Politica, III, 1, 1275 a1-28: traduzione Carlo Augusto Viano).

“Chi è il cittadino?”, in che cosa consiste l’essere cittadino, e “chi dobbiamo chiamare cittadino?”, cioè quali individui hanno titolo a essere considerati cittadini. Alla prima domanda Aristotele risponde che essere cittadino significa essere dotato di una capacità pubblica permanente e illimitata – quella che noi diremmo “cittadinanza politica” – per mezzo della quale un individuo partecipa all’esperienza politica fondamentale di prendere decisioni collettive. Alla seconda domanda Aristotele risponde che per essere cittadini non bastano né residenza né discendenza, perché in senso descrittivo la cittadinanza dipende dalla costituzione (la costituzione aristocratica assegna la cittadinanza ai nobili, la costituzione oligarchica ai ricchi proprietari, e così via), mentre in senso normativo è cittadino soltanto colui che è capace di esserlo, cioè chi è capace di governare. Ma per essere capace di governare è necessario aver prima imparato a obbedire. Può sembrare strano, ma è in questo che consiste la libertà: solo l’uomo libero dotato di ragione (logos) e soggetto al potere (arche) può essere definito cittadino.

Con ciò Aristotele ci ha lasciato in eredità una concezione della politica come un bene in sé; in cui la politica non è il prerequisito del bene pubblico ma il bene pubblico o la res publica propriamente definita. Questa definizione non-operativa o non-strumentale della politica è da allora rimasta parte della nostra definizione di libertà e spiega il ruolo che in essa ha la cittadinanza. La cittadinanza non è semplicemente un modo per essere liberi; è precisamente il modo in cui si è liberi”, (Pocock, J. G. A., “The Ideal of Citizenship Since Classical Times”, in R. Beiner (a cura di), Theorizing Citizenship, Albany, SUNY Press 1995, pp. 29-52: 32).

Inoltre, se la libertà è la prerogativa di un essere umano in senso proprio, la cittadinanza è necessaria per fare di un individuo un umano. La cittadinanza fonda il concetto stesso di umanità. L’argomento è implicito nella celebre definizione aristotelica dell’uomo come animale politico (zoòn politikòn): è solo per il fatto di vivere nella polis e di poter partecipare a dare forma alla propria vita tramite le decisioni collettive che l’animale può realizzare se stesso come uomo, cioè come essere razionale, attivo (non passivo) e politico per natura (katà phýsin), vale a dire in grado di governare e di essere governato. Vi sfido a dimostrare che questa non è ancora la nostra concezione di cittadinanza e cittadino anche se, indubbiamente, il riferimento alla “virtù” o “eccellenza” civica è nelle società contemporanee quasi un’utopia – come lo è il bene comune e la realizzazione di sé in una autentica comunità politica (koinonìa) regolata da leggi in vista del bene comune.

E dovrebbe farci riflettere il fatto che proprio Aristotele, uno straniero (in quanto nato a Stagira, non certo ad Atene) abbia visto in modo così nitido la realizzazione dell’individuo in quella struttura organica che era la polis greca, mentre noi spesso sentiamo lo stato e le istituzioni come un impedimento al compimento della nostra natura. Ovviamente la mia affermazione va presa cum grano salis, se non altro perché i termini “stato” e “cittadino” hanno un’origine latina e un uso abbastanza circoscritto nella prassi greca (contrariamente a concetti come democrazia, aristocrazia, oligarchia). Con il cosmopolitismo stoico, invece, assistiamo al passaggio ad un finalismo morale di stampo naturalistico: vivere coerentemente con la natura (homologoumènos te phýsei zén) implica una spiccata dimensione intellettuale della vita civica.

L‘idea di un diritto naturale, che gli stoici sostengono con forza propugnando anche, seppure in maniera un po’ astratta, un ideale di cosmopolitismo: i sapienti sono coloro che riconoscono di essere cittadini dell’unica città di Zeus, che è governata da un’unica legge che si identifica con il logos universale. 

I sapienti costituiscono una comunità che si allarga a una dimensione cosmica. Ecco il cosmopolitismo stoico. Questa città cosmica è retta da una legge naturale le cui norme sono dettate dalla ragione universale, non dagli interessi e dalle consuetudini proprie delle singole città; viene così sancita la subordinazione delle leggi positive delle singole comunità alla ragione universale. Anche se la maggior parte delle testimonianze conferma che la maggior parte dei membri della scuola stoica non fu protagonista della vita politica, il sapiente stoico vi dovrebbe partecipare: nel decennio fra il 235 e il 225 a.C., Sfero di Boristene, allievo di Zenone di Cizio, fu ispiratore della riforma dell’educazione giovanile e forse anche delle riforme agrarie di carattere egualitario introdotte da Cleomene a Sparta, di fatto, in età ellenistica. In conclusione, “tutti gli uomini sono figli di un’unica natura e quindi devono sottostare a un’unica legge, come abitanti di una stessa patria”, (Plutarco, De Alexandri Magni fortuna aut virtute, I, 6: 329).

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