I Derivati Finanziari: Un’allucinazione Ontologica?

Come sapete, se avete letto qualcosa di questo blog, mi piacciono molto le contaminazioni. Amo le intersezioni tra saperi, scienze, dottrine in genere. Tra il 2010 e il 2011 ho frequentato un Master in Banking&Finance; nel 2012 sono diventata Promotore Finanziario e ho iniziato a guardare la finanza “con gli occhiali” della filosofia (non del “filosofo” perché non mi sognerei mai di presentarmi come tale). Devo dire che alle volte, anzi spesso, la filosofia non mi basta; la finanza nella sua imprevedibilità e probabilismo (lo stesso dicasi per la fisica quantistica) riesce a soddisfare pienamente le mie esigenze quanto a curiosità e adrenalina.

Durante il Master collaborai con un docente anche alla stesura di un articolo che poi non uscì nella veste originale; parlare di filosofia in un giornale internazionale di finanza è molto difficile. Scrissi dunque nel 2010 questo testo, che misi in rete e che potete scaricare al link che vi riporto sotto, per rendere divulgabili alcune idee a proposito dei derivati finanziari intesi come oggetti ontologici. Mi interessa sapere cosa ne pensate. Non ho ancora avuto tempo di consultare la bibliografia che nel frattempo sarà certamente uscita; mi scuso per le omissioni e prometto di approfondire la questione quanto prima (anzi, sono felice se mi segnalate testi che magari non conosco e non ho letto).

Intanto vi ripropongo la sezione del testo del 2010 in cui, mediante il paradigma dell’ornitorinco, affrontavo il problema dell’esistenza e dell’ontologia degli oggetti finanziari esemplificati dai derivati. Ecco un estratto.

§1-Il paradigma dell’ornitorinco: la battaglia tra Aristotele e Kant

Avevo iniziato con una domanda: a quali conseguenze ci porta la domanda sugli oggetti (im)possibili a prima vista, come l’Ornitorinco, se contestualizzata tenendo presente la forma di attualismo propugnata da Aristotele? L’ornitorinco esiste, ma Aristotele e Kant non l’avevano mai visto. Velenoso, semiacquatico, palmato ma ricoperto di peli. Coda da castoro, becco d’anatra, viviparo ma dotato di ghiandole mammarie per l’allattamento, bassa temperatura corporea. Non è un rettile. È un mammifero. Dato che il problema dell’ornitorinco è un problema filosofico (A. C. Varzi, il nome della cosa, in La Rivista dei Libri, 8:2 (1998), pp.10-13), possiamo chiederci come si volgono ad esso il biologo e il filosofo della biologia?

Nella Critica della ragion pura Kant aveva inaugurato un approccio alle categorie che si contrapponeva alla tradizione del realismo categoriale aristotelico, secondo cui le categorie rispecchierebbero oggettive divisioni tra le cose e sarebbero, dunque, parte integrante della struttura del mondo. Con la fondazione trascendentale dei giudizi sintetici a priori la conoscenza delle leggi della natura doveva essere garantita. O, almeno, doveva esserlo per Kant. Per Kant le categorie sono nell’intelletto e, applicandosi alle percezioni per mezzo degli schemi, ci restituiscono gli oggetti, i fenomeni. Dal 1994 in poi ci siamo abituati a pensare a Kant che vede un ornitorinco: U. Eco li mette l’uno di fronte all’altro. L’ornitorinco è «quella dannatissima bestia che […] si poneva di traverso sul sentiero del metodo tassonomico per provarne la fallacia», (U. Eco, Kant e l’Orinitorinco, Bompiani, p.82). Se non si danno oggetti senza categorie, dal momento che Kant non poteva possedere la categoria «ornitorinco», non avrebbe neppure potuto vederlo. Eppure l’ornitorinco era lì, offerto dall’intuizione sensibile, e dunque Kant lo avrebbe visto, ma lo avrebbe visto, come dire, «senza forma», non possedendone la categoria né, tantomeno, lo schema corrispondente. A questo punto non resta altra possibilità: se poniamo Kant di fronte all’ornitorinco dobbiamo credere che percepisca qualcosa, non necessariamente un animale ma certamente non un ornitorinco. Kant aveva torto.

M. Ferraris ha affrancato l’ornitorinco. È Kant stesso il responsabile del fallimento dell’impianto del trascendentale. In questo modo affranca l’ornitorinco: «la colpa è di Kant, ossia dell’«impianto del trascendentale che non ha cessato di inflazionarsi» (M. Ferraris, Il mondo esterno, Milano, Bompiani, 2001, p. 23). Dopo l’affrancamento delle chimere, cui assistiamo nel brillante libro di E. Casetta (La sfida delle Chimere. Realismo, Pluralismo e Convenzionalismo in filosofia della biologia, Mimesis, 2009), vorrei affrancare i derivati finanziari. Forse la difficoltà di inserire i derivati in una delle tassonomie vigenti non dipende da loro. Né dipende dagli approcci ontologici sottostanti al lavoro del tassonomista. In fondo non è difficile pensare che la natura sia indifferente ai molti modi in cui noi la diciamo, la classifichiamo (e la pensiamo). Se il concettualismo e il realismo sono criticabili dal punto di vista teoretico, ed entrano in crisi alla prova dei fatti, si tratta di proporre soluzioni alternative. E credo che il caso storico dell’ornitorinco possa fornire un suggerimento: come giustamente nota Casetta, e se non solo i Monotremi bensì tutti i taxa, e il loro ordinamento, fossero non delle scoperte bensì delle costruzioni? La coerenza e la funzionalità teorica di un approccio costruttivista in biologia, quale quello proposto dalla Casetta, può essere valutato anche in una prospettiva neo-aristotelica: questo faremo nelle pagine a seguire. Se i confini dei taxa sono convenzionali ciò rende possibile l’inserimento di nuove caselle, il conio di nuovi nomi. Come abbiamo visto, l’attualismo metafisico à la Aristotele riabilita una certa forma di realismo forse ingenuo, compatibile con l’ordine strutturale del vivente che proprio Aristotele descrive se inteso come realismo costruttivista – dove con costruttivismo si intendono sia le procedure comparative della zoologia, sia le procedure esplicative messe in campo nel caso degli individui dotati di cinque sensi.

§2- Il denaro e gli oggetti sociali

Da quanto abbiamo detto è chiaro che Aristotele ci aiuta a stipulare la trasversalità della mereologia rispetto alle diverse ontologie in cui ricadono gli enti. Accanto a gatti, sedie e statue esistono valori, promesse, virtù, cose meno visibili e concrete. Se esiste, che cos’è l’immensa ontologia invisibile, l’ontologia che, parafrasando l’esempio di Searle (La costruzione della realtà sociale, Einaudi, 1995), si cela nell’atto di sedersi al tavolo di un bar, ordinare una birra e pagarla? Quando entro in un bar vedo tavoli e sedie, oggetti di taglia media che appartengono a ciò che le credenze comuni indicano come oggetti della fisica. Accanto a questi oggetti vi sono ricordi, emozioni, immagini legate a quel particolare giorno in cui ero seduta in quel bar a bere quella birra. Costrutti psicologici e formali legati alla mia esperienza individuale, alla mia storia; ma la mia storia è fatta di relazioni, ed è in larga misura scandita da regole e contratti che, ad esempio, impongono che io paghi la birra prima di uscire dal bar. Sono seduta e ho in mano una banconota da 10 euro: la differenza tra l’oggetto-sedia e l’oggetto-banconota è intuitiva. La natura e il valore del denaro sono determinati da convenzioni ed atti sociali che interessano la collettività e che sono vincolate all’accettazione di norme e leggi. Più in dettaglio, la natura e il valore (o il contenuto) di 10 euro sono fissati per convenzione e, dunque, sono relativamente indipendenti dal supporto materiale in cui si realizzano – il pezzo di carta che ho in mano. Possiamo allora dire che come la sedia ha una materia (ferro, legno, certamente mai sabbia) che è in parte fissata dalla sua destinazione d’uso o forma, così accade anche per il denaro e oggetti dello stesso genere?

Le riflessioni sul denaro e sugli oggetti sociali, tra cui quelli economici, hanno condotto ad un rompicapo moderno che potrebbe trovare nella mereologia una soluzione possibile. Cosa implica fare i conti con la dimensione metafisica della domanda cos’è il denaro? Implica soprattutto riflettere sulle varie forme in cui il denaro viene oggi scambiato. Anche in questo caso possiamo dire, per inciso, che il problema non era estraneo ad Aristotele. Al denaro, infatti, viene dedicato il quinto paragrafo del quinto libro dell’Etica Nicomachea, capitolo in cui si discute della giustizia come reciprocità e si introduce la moneta come unità o misura convenzionale negli scambi tra le parti che compongono la comunità. Un esempio di Aristotele può essere utile. Sia A un architetto, B un calzolaio, C una casa e D una scarpa. Posto questo, bisogna che l’architetto riceva dal calzolaio il prodotto del suo lavoro e che dia a lui in cambio il prodotto del proprio. In che modo? È necessario come prima cosa determinare l’uguaglianza proporzionale: poi, realizzandosi la reciprocità negli scambi, si verificherà la restituzione di un bene in modo conforme alla proporzione. Come garantire che il prodotto dell’uno valga quello dell’altro? Ecco l’introduzione del tutto convenzionale della moneta. Essa funge da termine medio capace di rendere commensurabili grandezze che, di per sé, non lo sarebbero. Prendiamo una casa: che cosa fa di un ammasso di travi, legno, marmi, pietre, etc. qualcosa che abbia un certo valore? La risposta è meno intuitiva di quanto possa sembrare. Un lingotto d’oro ha un certo valore sulla base della sua natura fisica: si tratta di un metallo prezioso. Per una casa, invece, entrano in gioco considerazioni soggettive, basate sui gusti e necessità individuali, e oggettive, basate su analisi comparative su larga scala del valore di un immobile all’interno del mercato di riferimento. Per quanto non siano due esempi del tutto sovrapponibili, l’oro e le case sono preziosi per convenzione, perché siamo noi a ritenerli tali. Cosa vuol dire? Varzi distingue tra caratteristiche intrinseche ed estrinseche di un oggetto. A questa proposta ne affiancherei un’altra: la distinzione aristotelica tra due tipi di accidenti.

C’è una nozione più stretta secondo cui un accidente è una proprietà contingente di una cosa, una proprietà che può acquisire o perdere durante la sua esistenza pur restando sempre se stesso (Top. I.102b4-7, An. Post. I.4,73b4-5). La tartaruga può essere in movimento o in quiete, può dormire o essere sveglia. Nel significato più ampio, invece, un accidente denota tutto ciò che non rientra nell’essenza (Top. I.102a18-20, An. Post. I.6,75a18-22). Evidentemente, in questa seconda accezione troviamo anche quelle proprietà non contingenti ma necessarie al tipo di appartenenza: i propri. È noto l’esempio medievale del sorriso. Solo la specie umana sorride, per quanto “sorridere” non sia affatto una determinazione essenziale di “uomo”. Non dobbiamo commettere l’errore di assimilare i concetti di necessario e di essenziale. Se consideriamo Ruga, ciò che le è essenziale per essere una tartaruga va ben oltre l’assetto delle proprietà necessarie che esibisce –o, meglio, va ben oltre il concetto aristotelico di necessità. Il denaro, le case e oggetti del genere possiedono delle proprietà necessarie ma non essenziali, necessarie una volta calate in un contesto sociale. Il vantaggio di assumere questa prospettiva al posto di quella di Varzi che prevede l’esistenza di proprietà “estrinseche” è il seguente. Le proprietà estrinseche sono esemplificate dalle qualità secondarie della tradizione, qualità che appartengono e dipendono dalle condizioni soggettive del nostro sguardo sulle cose. Ritagliare un alveo del necessario all’interno del mare degli accidenti consente di restare sul piano oggettivo e di rispettare la costrizione dei phainomena che sovente Aristotele richiama.

Scrive Varzi: «il valore di un oggetto è, infatti, un caso speciale della sua funzione all’interno di una certa comunità, e nel momento in cui consideriamo un oggetto sotto il profilo della sua funzione all’interno di una comunità non lo stiamo considerando semplicemente come un oggetto materiale. Lo stiamo trattando come un oggetto sociale. Il denaro-merce è un oggetto sociale perché deriva le sue caratteristiche funzionali dal valore che attribuiamo all’oro» (A.Varzi, Il denaro è un’opera d’arte (o quasi) in Quaderni dell’Associazione per lo Sviluppo degli Studi di Banca e Borsa, 24 (2007), p.8). Gli oggetti sociali sono definiti da Searle sulla base di regole costitutive della forma «X conta come Y nel contesto C». Questo disco di metallo (X) conta come un euro (Y) nell’attuale contesto economico (C). Varzi ridisegna questa locuzione utilizzando l’operatore in quanto: «dire che questo pezzo di metallo conta come un euro nell’attuale contesto economico equivale a dire che questo pezzo di metallo è un euro in quanto lo stabilisce l’attuale contesto economico. In altri termini, nella formulazione di Searle è la locuzione «conta come» che si fa carico di rinviare alla caratteristica funzione di status derivante dall’intenzionalità collettiva della comunità di riferimento. Ed è evidente che questa locuzione, come la locuzione «in quanto», ci porta lontani dalla relazione di semplice identità, dal momento che la funzione in questione, cioè la funzione di status specificata dal termine Y, non può essere soddisfatta solamente in virtù delle caratteristiche intrinseche dell’oggetto X: essa richiede, appunto, il contributo dell’intenzionalità collettiva. Per Searle, quindi, gli oggetti sociali non vanno confusi con gli oggetti materiali su cui si fondano. Sono oggetti di «ordine superiore». In particolare, il denaro non è un’entità meramente materiale, come può essere un pezzo di metallo o di carta stampata, bensì un’entità distinta che obbedisce a leggi sue proprie. Il denaro richiede un supporto materiale ma richiede anche un contributo intenzionale, e come tale non appartiene interamente alla sfera del mondo fisico», (Varzi, 2007: p.11).

Questo foglio di carta è una banconota da 20 euro in quanto assolve a una certa funzione di status conferitole dalla comunità in cui viviamo. Con questo (pace Searle) non stiamo affatto generando enti che prima non esistevano. Possiamo sostenere la stessa tesi di Varzi riferendoci però all’uso che abbiamo già incontrato dell’operatore in quanto. In Aristotele l’in quanto filtra una caratteristica dell’oggetto rilevante in un certo contesto (meglio se per una certa scienza). L’in quanto – allo stesso modo di conta come – non indica una relazione di identità. Quando diciamo che questo foglio di carta è una banconota da 20 euro in quanto assolve a una certa funzione di status conferitole dalla comunità in cui viviamo, stiamo parlando un certo oggetto particolare, questo foglio di carta. E, allo stesso tempo, stiamo dicendo che è un oggetto particolare di un certo tipo, una banconota da 20 euro, perché gode di proprietà accidentali ma proprie, dunque necessarie all’essere un oggetto di quel tipo. Con questa procedura non abbiamo fatto altro che parafrasare in termini aristotelici le brillanti analisi di Varzi, sperando di aver fornito un ulteriore appiglio per evitare il dualismo, la moltiplicazione degli enti – e dei domini ontologici – cui presta il fianco la tesi di Searle. Ma veniamo ai derivati.

§3- I derivati: allucinazione ontologica?

Il problema dello statuto ontologico degli strumenti finanziari derivati ha destato interesse soprattutto negli ultimi tempi. Se ci soffermiamo sulla letteratura economico-finanziaria notiamo che i prodotti finanziari sono intesi alla stregua di qualunque altra merce: si scambiano come caffè, tabacco. L’unica differenza è che non hanno un valore in se stessi ma lo traggono da un altro prodotto ad essi indipendente. La semantica ci aiuta a capire cos’è un derivato: si tratta di strumenti finanziari (contratti a termine) il cui valore (o prezzo) deriva dal valore di mercato di un’altra attività. Questa seconda attività è il riferimento a cui volgersi per definire il derivato stesso e prende il nome di sottostante (underlying). In linea di principio questo sottostante non può essere un’entità qualsiasi, benché possa appartenere a varie tipologie: dai titoli di stato agli indici di borsa, dalle azioni alle valute e alle merci. Prendiamo il caso più semplice: i derivati sulle merci (tecnicamente chiamati commodity derivatives) sono legati a beni quali il petrolio, il grano, il caffè, l’oro, e nascono con la primaria funzione di copertura del rischio dei deprezzamenti – come delle oscillazioni repentine – dei prezzi delle merci stesse. I principali tipi di derivati sono i futures e le options.

I primi sono contratti a termine in cui le controparti si impegnano a scambiarsi una certa attività finanziaria (il sottostante) ad un prezzo determinato al momento del contratto. Hanno la caratteristica di essere uno strumento finanziario simmetrico, nel senso che al variare del valore del sottostante il guadagno registrato da un contraente corrisponde esattamente alla perdita che subisce la controparte. Poiché il valore del sottostante è determinato dal mercato, il prezzo che pagherà la controparte che si è impegnata all’acquisto è fissato ex ante, in base a valutazioni e previsioni congiunte degli operatori. Facciamo un esempio. L’operatore F acquista un future su un bene reale. Apre in questo modo una posizione lunga sul mercato a termine, nel senso che si impegna ad acquistare in un tempo futuro – alla scadenza – il sottostante ad un prezzo prefissato. Invece, l’operatore G che vende il future apre una posizione corta sul mercato. Venderà a termine il sottostante ad un prezzo prefissato all’inizio della contrattazione. L’operatore F realizzerà un profitto solo se la quotazione migliora, mentre l’operatore G percepirà un guadagno se il valore dello strumento sul mercato peggiora. Le opzioni, invece, sono contratti che garantiscono al compratore – a fronte del pagamento di un importo iniziale chiamato premio – la facoltà (e non l’obbligo) di acquistare o vendere una determinata attività sottostante ad un prezzo di esercizio (strike price) prefissato alla scadenza o entro la scadenza dell’opzione. Questa facoltà ne spiega la natura asimmetrica: gli utili e le perdite a scadenza sono oscillazioni non lineari al variare del sottostante.

§4-Talete e le olive

Già con questa caratterizzazione sommaria si comprende che, se cerchiamo di capire qual è la natura e l’essenza di un derivato, dobbiamo trovare la categoria ontologica alla quale appartiene. L’intervento di Varzi sul tema testimonia che il compito è tutt’altro che semplice (A. Varzi, Che cos’è un derivato? Appunti per una ricerca tutta da fare, in Le crisi finanziarie e il ‘Derivatus paradoxus’, a cura di A. Berrini, Editrice Monti, 2008: pp.143-172). Lo studioso fa risalire l’idea di derivato addirittura a Talete di Mileto. Ricordiamo la testimonianza di Aristotele: «si dice che Talete, mosso dal rimprovero della sua povertà come prova dell’inutilità della filosofia, avendo previsto, in base ai suoi studi sugli astri, che vi sarebbe stata grande abbondanza di olive, ancora durante l’inverno impegnasse le sue poche ricchezze per versare caparre su tutti i frantoi di Mileto e di Chio, fissandoli a poco prezzo, perché non ostacolato dalla concorrenza. Ma quando giunse il tempo previsto, poiché molti si misero a cercare i frantoi tutti insieme e tutto d’un tratto, egli poté imporre il nolo che volle e, raccogliendo molte ricchezze, mostrare che ai filosofi sia facile arricchire solo che lo vogliano, ma che questo non è lo scopo per cui si affaticano» (Pol. I.11, 1259a10-24).

Forzando l’esempio, se stessimo parlando di un futures sulle olive, in termini tecnici potremmo dire che l’abilità di Talete consiste nel fissare anticipatamente il prezzo a cui vendere in futuro le olive, ovvero nell’assumere una posizione corta (short) sul mercato, posizione di vendita a termine della merce sottostante al prezzo pattuito nel contratto. Ora, un commodity futures su un bene reale come le olive è formato da due componenti, le olive e il futures vero e proprio, ovvero la promessa (sottoforma di contratto) di vendere o acquistare una determinata quantità di olive ad una data prefissata. Le olive sono qualcosa di tangibile, il contratto o promessa no. E la somma dei due? È chiaro che un future è un ente mereologicamente complesso; più difficile è comprendere se sia qualcosa di concreto o astratto, e quali siano le sue condizioni di esistenza e persistenza nel tempo. A maggior ragione se si presta attenzione al fatto che è in virtù delle proprietà intrinseche del sottostante che un derivato è di un tipo piuttosto che di un altro, ed è proprio in riferimento al sottostante che il derivato può essere definito.

Di fronte all’imbarazzo che la categoria ontologica dei derivati suscita, Varzi ha ipotizzato due vie percorribili: (i) come per l’ornitorinco, quell’animale che per lungo tempo ha messo a dura prova la nostre risorse nella tassonomia e nella sistematica – non è un rettile per il sangue caldo, non è un mammifero per le uova, non è un uccello perché ha quattro zampe – possiamo forzare le categorie in nostro possesso. Come fece W. A. Caldwell con l’ornitorinco, facendolo rientrare nei mammiferi, potremmo pensare ai derivati caso per caso e ricondurli, a seconda dell’attività sottostante, alla categoria di riferimento. Optare per questa via ha però due conseguenze. Da un lato significherebbe optare per una forma di massimalismo mereologico in grado di giustificare la riduzione dell’intero ad una sua parte, dato che si impegna a sostenere l’esistenza di qualsiasi fusione (o somma tra enti: P. Simons, Parts: a study in ontology, Oxford, Clarendon Press, 1987) e non vieta che la fusione tra il tabacco e il futures sia ancora tabacco. Dall’altro non è così ovvio che i derivati appartengano alla categoria delle entità sociali di cui parla Searle: come nota Varzi, sarebbe come dire che l’ornitorinco è una specie animale e non un vegetale. Oppure (ii) possiamo pensare che il nostro ornitorinco finanziario sia qualcosa di nuovo, in cui non ci siamo mai imbattuti. Sarebbe allora il caso di introdurre una nuova categoria, questa volta sulla scia di E. Geoffroy de Saint-Hilaire, il teratologo che creò la categoria dei monotremi.

Se ci muoviamo in questa direzione, misurando progressivamente gli aspetti differenziali che i derivati hanno se confrontati con gli strumenti finanziari e i valori mobiliari, la categoria di riferimento – e la teoria che la regge – devono ancora essere pensate. Ne siamo certi?

§5-Categorie biologiche e taxa. Aristotele e non solo

Fissare le somiglianze, fissare le dimensioni delle somiglianze, quantificare le differenze. Facciamo solo questo di fronte a un oggetto nuovo? Ciò pone profondi quesiti sul senso e sulla portata delle metodologie tassonomiche e sistematiche nello studio di ciò che c’è. Pensiamo alla nostra tartaruga. La sua descrizione viene formulata su una matrice che fissa a priori le strutture da confrontare (unghie, zampe, occhi, corazza) e le valenze differenziali che queste possono assumere (forma, quantità, grandezza e distribuzione degli elementi). Un progetto, dunque, che consisterebbe nella formulazione di un sistema del conoscibile, non del conosciuto. Dal punto di vista storico, l’aspetto più interessante della tassonomia concerne gli impegni ontologici che implica: si pensi alle essenze della Scolastica e a ciò in cui vengono scomposte dall’analisi critica di Locke, le essenze reali e nominali. Come rendere attingibili le essenze sul piano gnoseologico? Per rispondere a questa domanda dobbiamo (1) capire cosa si intenda oggi per categoria biologica distinguendola dai taxa. E, (2) come insegna Aristotele, dobbiamo evitare la confusione tra categorie (e realismo categoriale), e uso dei termini generici e specifici.

(1)Rispondiamo a questa domanda seguendo l’analisi di Casetta (2009). Anzitutto chiariamo che la tassonomia biologica si compone di tre elementi: (a) una serie di categorie assolute, corrispondenti ai diversi ranghi (specie, genere, famiglia, etc.); (b) una nozione allargata di gruppo che non vieta l’esistenza di gruppi coestensionali che, ciò nonostante, hanno diversi significati zoologici (chiamati taxa monotipici); (c) una gerarchia costruita sulla base di una piena inclusione o esclusione tra taxa: non è possibile avere una sovrapposizione neppure parziale tra gruppi (V. Pratt, Biological Classification, in «The British Journal for the Philosophy of Science», 23, (1972), pp. 305-27; V.Pratt, The Essence of Aristotle’s Zoology, in «Phronesis», 29, (1985), 267-78). I taxa sono gruppi di organismi mentre le categorie tassonomiche sono gruppi di taxa. Questi ultimi sono al medesimo livello della gerarchia tassonomica. Vediamo un esempio (ripreso letteralmente da Casetta): Categoria Taxon, Regno Animalia, Classe Mammalia, Ordine Primates, Genere Homo, Specie Homo sapiens.

A sinistra troviamo le categorie tassonomiche: la categoria specie comprenderà tutti i taxa di specie, da Homo sapiens in poi. In modo analogo, la categoria regno comprenderà i sei taxa di regno. Mentre le categorie tassonomiche sono insiemi di taxa, i taxa sono insiemi di organismi. Per esempio, scrive Casetta, il taxon della specie Canis lupus comprende tutti i lupi, mentre il taxon del genere Canis comprende lupi, sciacalli, coyote. Ora, nella pratica una classificazione biologica procede secondo due operazioni successive: gli organismi vengono raggruppati in taxa, poi si procede con la loro disposizione in una gerarchia, assegnando un livello definito (una categoria) a ogni taxon, e subordinando le categorie più basse a quelle più alte (E. Mayr, Evolution and the Diversity of Life. Selected Essays, Cambridge (Mass.), Harvard University Press, 1997). Non necessariamente se un taxon ha dei sub-taxa ne ha più di uno: la famiglia degli Ornitorinchidi ha ad esempio solo il genere dell’Ornithorynchus. Il fenomeno non è sporadico: esiste una distribuzione tassonomica che segue la nota hollow curve in cui i generi ricchi di specie sono pochi, ovviamente se paragonati ai generi che raccolgono due o, addirittura, un’unica specie. È nota la presenza di ranghi categoriali superiori cui non corrisponde alcun nome –i gruppi anonimi che menziona nell’Historia Animalium Aristotele. Una struttura linneana aperta nelle sue scansioni è una struttura in cui la classe al più alto rango contiene almeno un termine che non è incluso in nessun gruppo al rango più basso: in modo correlativo, ciò significa ammettere che la monotipicità dei taxa sia dovuta allo stadio della nostra ricerca, e che nel momento in cui il tassonomista distingue gli Ornitorinchidi dal genere Ornithorynchus si sta impegnando a favore dell’esistenza di membri della prima classe che non sono parte della seconda. Su quali basi, vincoli e restrizioni ontologiche lavora il tassonomista?

Chiariamo subito che la tassonomia non è necessariamente un sistema esaustivo di classi. Non considero qui i tentativi di formalizzare il linguaggio tassonomico o, peggio, di farne un’assiomatica del vivente. Nessuno di essi è in grado di rendere conto di (a), (b) e (c) in modo coerente, senza contare le gravose restrizioni ontologiche che implicano. La riduzione in classi potrebbe infatti essere difesa adottando un impegno ontologico volto a ridurre i viventi a stati di cose. Se Ruga fosse uno stato di cose si annienterebbe la distinzione tra proprietà accidentali, necessarie ed essenziali, in quanto Ruga sarebbe la mera giustapposizione di quelle componenti (funzionali, morfologiche, etc.) che costituiscono la base delle nostre descrizioni, di quelle stesse descrizioni che ci consentono di attribuire Ruga a un rango. Se l’intero fosse una giustapposizione non potremmo evitare l’anteriorità dell’identità dei singoli caratteri rispetto a quella del vivente. Di conseguenza, una combinatoria di caratteri propria di un rango non solo determinerebbe la generazione di tutti gli individui possibili sotto il profilo logico, ma sarebbero attuali solo le combinazioni di caratteri che i viventi esibiscono ora. Questa non è l’ontologia del vivente che abbiamo costruito. L’approccio intensionale propugnato da D. Hull sembra dunque preferibile (D. L. Hull, Central Subjects and Historical Narratives, in «History and Theory», 14 (1975), pp. 253-74).

In secondo luogo, (2) opacizzare la differenza tra categorie, e uso dei termini generici e specifici significa fare un uso errato del termine realismo categoriale. Potrebbe infatti sembrare che un realista intenda le specie in corrispondenza esatta a quelle articolazioni naturali che il tassonomo – proprio come il buon macellaio platonico, che seziona l’animale secondo le sue nervature naturali (Fedro 265e) – dovrebbe scoprire e secondo le quali il mondo sarebbe di per sé strutturato. Le specie sarebbero dunque entità che realmente abitano il mondo, a pari titolo delle tartarughe e delle sedie. E una classificazione biologica altro non sarebbe che il rispecchiamento di tale struttura. Conseguentemente, una sola sarà la classificazione del mondo naturale, perché una sola è la struttura di quest’ultimo. In altre parole, il realista forte è quasi inevitabilmente costretto a sposare una posizione monista: se il mondo è di per sé strutturato, sarà necessariamente strutturato in un certo modo e non in un altro, o in molti modi diversi (per i significati di forma, genere e specie si veda il Capitolo Secondo).

Come ha mostrato Balme, la biologia in Aristotele è caratterizzata da un linguaggio che assume i viventi e le specie naturali in cui ricadono come soggetti centrali. In questo quadro manca una terminologia codificata in modo rigoroso: genos, eidos e diaphora sono in connessione con le specie naturali, ma questa connessione non ha valenza tassonomica, in quanto sono assenti i ranghi intermedi. L’atteggiamento conservativo nei confronti del linguaggio comune impedisce lo sviluppo di una tassonomia propriamente detta. Come mai? Da un lato manca l’essenzialismo tipologico che funzionò da motore per Linneo, dall’altro le descrizioni di Aristotele hanno valenza analogico-funzionale soltanto, non certo evoluzionistica. L’attualismo metafisico ha comunque il vantaggio di salvare l’ontologia del vivente da altre metafisiche quale quella platonico-accademica, ad esempio, e di salvaguardare la possibilità di introdurre, in uno schema esplicativo a maglie larghe, nuovi esemplari.

Non resta che l’epilogo. L’analisi mereologico-strutturale e gli ornitorinchi finanziari. Per questo rinvio al link del 2010:

https://www.dropbox.com/s/1e0x4pwu1yx4x8f/Arx.Derivatus.Paradoxus.pdf

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