I Socratici Minori: i Cinici, Aristippo di Cirene ed Euclide di Megara

La morte di Socrate

La morte di Socrate, olio su tela, di Jacques-Louis David, 1787. (Crediti: immagine di pubblico dominio, http://bit.ly/2e63KgC).

Con Socratici Minori si etichetta un gruppo di scuole filosofiche che, in modo molto diverso le une dalle altre, intendono richiamarsi all’insegnamento di Socrate. Sono detti “minori” in contrapposizione a Platone, il “socratico maggiore”. Sappiamo che Socrate non era una figura di scuola, nel senso che non ebbe una scuola tecnicamente intesa; non stupisce, tuttavia, vista l’importanza e la fama che il suo pensiero ebbe fin dall’antichità, che fin da subito attorno a lui si formarono delle vere e proprie cerchie di persone che discutevano le sue tesi e approfondivano aspetti delle sue riflessioni. 

Non sono mancati uomini di cultura che, pur occupandosi di altro, nei loro testi si sono richiamati a Socrate, vedi Eschine e Senofonte. Come è naturale prevedere, l’interesse nei confronti della sua speculazione si è accentuato dopo l’episodio della sua morte nel 399. Un certo Policrate, nel 393, scrisse un testo molto duro intitolato Accusa contro Socrate in cui si ribadivano i motivi del rancore contro il maestro di Platone. Ed è contro episodi di questo genere che, agli inizi del IV secolo, è nata l’esigenza di “difenderne” il pensiero.

La caratteristica saliente delle Scuole Socratiche Minori è la loro eterogeneità. Al punto che, a volte, l’etichetta di “socratici” è fittizia, da nostro punto di vista. Se, invece, ci poniamo all’interno del modo socratico di fare filosofia, le diverse interpretazioni del socratismo sono quasi una diretta conseguenza della sua ironia di fondo, del motto so di non sapere. Socrate è il primo a esortarci a seguire la nostra strada e a lasciar parlare il nostro demone interiore; a Socrate non possiamo ascrivere una filosofia intesa come edificio dottrinale chiuso e più o meno completo. Socrate ci ha lasciato uno spirito, un modo di ragionare metodologicamente orientato, insieme all’urgenza di filosofare rimanendo sempre fedeli a noi stessi e ai nostri principi. La filosofia è un modus vivendi, non una dottrina estrinseca o esteriore che l’uomo impara per diventare erudito o, peggio, per insegnarla a qualcuno. 

E non è un caso che l’insegnamento di Socrate abbia prodotto esiti opposti. Da un lato abbiamo Platone, che ci offre un sistema chiuso, ampio e articolato, fondato su principi solidi, dall’altro abbiamo singoli pensatori che mettono in rilievo soprattutto la riflessione critica e il nesso filosofia-vita (senza allontanarsi dai sofisti come invece aveva fatto Platone). Si spiega come mai abbiano tanta attenzione per la dimensione privata, per il destino dei singoli individui che scelgono di condurre l’esistenza indifferente alle convenzioni sociali. Naturalmente questi esiti non sono indipendenti dalle vicende storiche: il ripiegamento nella sfera privata riflette il crollo di un intero mondo sociale, la polis greca del V secolo, con i suoi grandi ideali politici, sociali e culturali. Platone, Senofonte e Isocrate hanno reagito dedicandosi alla ricostruzione di quel mondo da diversi punti di vista. I Socratici Minori, invece, seguendo in parte gli orientamenti della sofistica, rappresentano l’accettazione di questa crisi con alcuni esiti che, pur non anticipando vere e proprie posizioni scettiche, le ricordano anche solo debolmente.

I valori si frantumano nelle insormontabili difficoltà che gli uomini incontrano percorrendo la via verso la conoscenza. Cosa fare di fronte a questa situazione? Concentrarsi sul benessere pratico individuale. Insomma, i Socratici Minori ci stanno dicendo che se vogliamo salvarci dalla cicuta dobbiamo ritirarci dalla vita politica, fuggendo dallo stato, e che lo scetticismo  è il destino ultimo della conoscenza umana. Vediamo, più in dettaglio, le singole scuole socratiche.

(i) Antistene, Diogene e la scuola cinica – Antistene (445-365 a.C.) nato ad Atene da padre ateniese e madre tracia (barbara) fu probabilmente allievo di Gorgia, avendo conosciuto Socrate solo in età adulta. Secondo il catalogo di Diogene Laerzio scrisse moltissimo; purtroppo le sue opere sono andate perdute. Antistene considera decisivi in Socrate proprio quegli aspetti che Platone si era impegnato a modificare: chiusura alla vita della polis, mancanza di fiducia nel processo di rinnovamento della vita morale e civile di Atene, accentuazione della dimensione privata e dell’individuo, attenzione agli eventi che riguardano la vita personale. Il punto centrale, per Antistene, sta nell’individuare le regole della vita filosofica. Dai sofisti ricava l’attenzione nei confronti della vita pratica, l’impegno nella costruzione della propria felicità, un primato dell’azione che si accompagna a un forte scetticismo conoscitivo di matrice gorgiana.

Antistene non aveva alcuna fiducia nelle possibilità della conoscenza. Platone perdeva tempo, se l’obiettivo era integrare la domanda socratica “che cos’è” con la ricerca di concetti universali. Io vedo il cavallo, non la cavallinità, obiettava il cinico. Esistono solo gli individui, nella loro particolarità ed irripetibilità: l’uomo e il cavallo in universale non esistono, in quanto noi esperiamo solo questo uomo e questo cavallo. Di qui discende il nominalismo di Antistene: se, infatti, non possiamo parlare dell’uomo e del cavallo intesi “come un insieme” usando il concetto universale di animale, l’unica possibilità di parlarne sarà indicarli attraverso il loro nome specifico. Per descrivere questi individui possiamo al massimo usare le somiglianze e le differenze che li caratterizzano ma, a rigor di logica, gli unici giudizi leciti sono quelli tautologici, che consistono nell’attribuire a ciascuna cosa il suo nome: il cavallo è un cavallo. Ogni altro ordine di predicazione è infatti possibile solo se si ammettono come universali quelle determinazioni che appartengono a più soggetti.

Nessuna conoscenza è dunque necessaria per vivere secondo virtù. Ecco il primato della vita pratica regolata solo dalla libertà individuale. Come in Socrate, la libertà non è un mero diritto di fare determinate cose, ma è una condizione interiore felice che coincide con il comportamento razionale etico (è libertà anche obbedire alle leggi che decretano la propria condanna a morte). A questa concezione autarchica della libertà si accompagna un amoralismo dal sapore sofistico: se l’esigenza primaria è l’autarchia, non è più essenziale alcun riferimento a ciò che è bene o ciò che è male. Gli universali “bene” e “male”, come abbiamo detto, non esistono.

L’amoralismo si comprende meglio grazie all’esempio del piacere. Socrate aveva limitato il valore dei piaceri materiali e fisici, ma non aveva mai negato valore al piacere in sé. Per Socrate esistono piaceri buoni e piaceri cattivi, nulla di più lontano dalla prospettiva di Antistene, che in una sentenza afferma: “preferirei impazzire piuttosto che provare piacere“, (108A Decleva). I piaceri buoni non esistono, visto che il piacere è sempre una forma di asservimento della coscienza che priva l’uomo della sua libertà. Astenersi e perseguire la fatica, come unico esercizio in grado di prepararci alla vita filosofica, è ciò che dobbiamo perseguire. Con questo abbiamo la negazione dell’eudemonismo di fondo che anima la morale socratica.

Busto di Antistene di Atene, riproduzione romana (immagine di pubblico dominio).

Antistene è considerato il fondatore della Scuola Cinica, ma il cinico più famoso è indubbiamente Diogene di Sinope (V secolo a.C.), il primo chiamato “cinico”, benché i collegamenti che alcuni hanno fatto tra questo termine e il ginnasio di Cinosarge sono molto dubbi. Diogene non solo riprende il primato della prassi, ma ritiene inutile qualunque tipo di indagine conoscitiva, in modo ancor più radicale di Antistene. La filosofia di Diogene è racchiusa negli aneddoti che ci sono pervenuti sulla sua vita: viveva in una botte, era moto trascurato e pare che un giorno, avendo visto un ragazzo bere nelle mani, gettò via la sua ciotola (era un bene non necessario). Faceva alla luce del sole qualunque cosa, anche atti di natura intima che normalmente richiedono riservatezza. Non temeva né rispettava nulla: a questo proposito sono famose le risposte che diede a Filippo e ad Alessandro il Macedone. Quando quest’ultimo lo avvicinò per chiedergli cosa desiderasse da lui, gli rispose che si accontentava del sole ( dunque lo invitò a spostarsi perché gli faceva ombra!).

Questa è la famosa anàdeia – assenza di pudore o rispetto – che poggia su una libertà assoluta che il sapiente trasforma in provocazione  e sfida nei confronti dei modi di vivere comuni. Questo individualismo anarchico conduce a una completa indifferenza nei confronti degli altri uomini; nulla di più lontano dagli insegnamenti di Socrate.

Diogene e Alessandro, Gaetano Gandolfi (immagine di pubblico dominio).

(ii) Aristippo e la scuola cirenaica – Aristippo di Cirene (V-IV secolo). Anche in questo caso non abbiamo nulla dei suoi scritti, a parte testimonianze indirette, e la notizia stessa della fondazione della scuola cirenaica sembra non avere alcun fondamento storico. Il motivo dominante del suo pensiero è l’edonismo. Il piacere è al vertice della scala dei valori, ma bisogna fare alcune precisazioni per evitare il fraintenderne il pensiero. Socrate aveva sostenuto che se un piacere non conduce, prima o poi, al suo opposto allora è perfettamente lecito. Anche Aristippo si attiene a questa idea: indicativa, sotto questo profilo, è la risposta che diede a chi gli chiedeva conto dei suoi rapporti con una donna di Laide. Possiedo, non sono posseduto. Non solo condivideva l’esigenza di libertà e autarchia dei socratici minori, ma aveva un’attenzione particolare nell’evitare che il piacere si convertisse in una schiavitù dolorosa.

Peccato che ad Aristippo era sfuggito un aspetto fondamentale dell’eudemonismo socratico, ossia il privilegio accordato ai piaceri spirituali (rispetto a quelli fisici). I piaceri materiali sono invece quelli che Aristippo predilige, benché sia difficile ascrivergli una distinzione tra tipi di piaceri e una contrapposizione tra due sfere distinte di piaceri. Piegare le norme etiche a questa concezione del piacere che conduce alla felicità è una diretta conseguenza di questa tesi. La scuola di Cirene, che fiorì fino al III secolo, quando venne soppiantata dall’epicureismo, accentuò l’idea del piacere come sensazione momentanea e attuale e abbozzò una teoria sensistica della conoscenza.

(iii) Euclide di Megara e la scuola megarica – Non è l’autore degli Elementi, solo un omonimo! Detto ciò, anche qui non abbiamo nessuno scritto e non siamo nemmeno certi che Euclide abbia fondato la scuola di Megara; forse ha solo contribuito a direzionare l’interesse verso un certo tipo di pensiero. La tradizione indiretta ci informa che il suo pensiero si fondava su due distinte dottrine: l’identificazione dell’essere eleatico con il bene socratico e il metodo confutatorio. Il bene è unico ed è quasi una divinità; per difendere le sue tesi si narra che usasse un procedimento dialettico assai singolare, in quanto pretendeva di confutare le dimostrazioni partendo dalle conclusioni e non dalle premesse!

Dopo Platone, Euclide è l’unico tra i socratici a usare la confutazione in chiave costruttiva, ossia per stabilire l’esistenza di un principio ontologico e metafisico: dimostrare la falsità di alcune conclusioni implica la verità di quelle opposte. Allo stesso modo Zenone perveniva a dimostrare l’immobilità dell’essere.

Allo stesso modo Platone dimostrava l’esistenza delle idee.

Per Euclide, invece, il principio ontologico è dato dall’Uno-Bene. I megarici successivi sono noti per alcune dottrine particolari. Eubulide (IV secolo) per i paradossi del calvo e del sorite – per le contraddizioni inerenti al concetto di molteplicità – del mentitore e del cornuto. Diodoro Crono (seconda metà del IV secolo) è ricordato per una critica al concetto aristotelico di possibile mediante il noto argomento del dominatore. La parola “possibile” indica qualcosa che a pari titolo può e non può accadere. Diodoro sostiene che l’unico modo per riconoscere se un evento è possibile oppure no è il confronto con l’esperienza. Se si è verificato in un dato tempo allora è possibile. Non si danno, quindi, possibilità (o potenzialità, nei termini di Aristotele) inattuate. Gli eventi per Diodoro si dividono in due sole categorie: quelli che non si realizzano mai (impossibili) e quelli che si realizzano (necessari). Escono di scena gli eventi possibili.

Se ieri ha piovuto, già da oggi sappiamo che era impossibile che non piovesse; ugualmente, dopodomani sapremo se domani è necessario o impossibile che piova. Il fatto che dobbiamo attendere dopodomani per saperlo, non significa affatto che l’avvenimento sia possibile o, peggio, indeterminato. In questo modo Diodoro traduceva l’immobile fissità dell’essere di Parmenide in un modo totalmente determinato dal destino e privo di qualsiasi contingenza. Ultimo filosofo degno di nota per l’accettazione dei giudizi tautologici e per il rifiuto della dottrina del falso come non essere, tipica del Sofista di Platone, fu Stilpone, attivo nel III secolo.

[Nella stesura di questo articolo ho usato, come fonti primarie, i miei appunti universitari e i riassunti di due manuali: il Moravia e il Cambiano-Mori. Esprimo dunque il mio debito nei confronti degli autori delle sezioni sulle scuole socratiche minori.]

Bibliografia:

1- A. Brancacci, Oikeios logos. La filosofia del linguaggio di Antistene.

2- F. Decleva Caizzi, Pirrone. Testimonianze.

3- M. L. Chiesara, Storia della scetticismo greco.

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