Qualche Riflessione su ‘Breve Storia dell’Ontologia’ di G. Galluzzo

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Ho letto il libro di G. Galluzzo, Breve storia dell’ontologia, Carocci, qualche anno fa e mi sento di consigliarlo soprattutto a chi sta intraprendendo studi di filosofia antica. Lo stile è scorrevole, le note e la bibliografia sono complete e aggiornate (la prima edizione è del 2011). Te ne parlo non solo per un breve accenno al catalogo degli argomenti che tratta, ma soprattutto perché mi ha fatto riflettere su un aspetto della didattica della filosofia che, troppo spesso, viene dimenticato.

Procediamo con ordine. Il libro di Galluzzo. Dalla quarta di copertina abbiamo una panoramica completa dei temi trattati sotto forma di domande: che cos’è l’esistenza? Ci sono gli universali? Qual è la natura degli oggetti materiali? Le cose hanno un’essenza oppure no? Il metodo usato dall’autore è il mio stesso metodo: benché il libro sia una “storia di qualcosa” e, dunque, si configuri come uno studio di storia della filosofia, Galluzzo rifiuta esplicitamente qualsiasi accostamento o confusione con la metodologia tipica dello storicismo. 

L’impostazione storicistica, invero, interpretando le tesi filosofiche come fatti, di cui bisogna studiare “le cause, gli effetti, le connessioni e il contesto storico in cui si sono originati”, (p.13), tende a mettere in ombra l’aspetto essenziale della ricerca. La storia della filosofia è primariamente una storia dei problemi filosofici, ed è all’interno di questo framework che dobbiamo analizzare e comparare le tesi dei vari autori. Chiaramente, aggiungerei, anche i problemi non sono qualcosa di statico ma di mutevole e multiforme in quanto a seconda dei periodi, delle correnti e dei singoli autori si sono sviluppati focalizzazioni tematiche e linguaggi differenti.

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Se avrai la curiosità di leggere questo breve saggio, incontrerai molte voci: Platone e Aristotele, Tommaso d’Aquino, Avicenna e Averroè che litigano sul significato da dare all’essere, Meinong, Kant, la filosofia analitica, intesa dall’autore come autentica erede dell’ontologia antica e medievale, fino ad arrivare agli esiti più recenti delle riflessioni di Quine e Kripke. Ti ho incuriosito, eh? Veniamo ora a ciò di cui volevo parlarti, ossia quello che mi è subito venuto in mente leggendo questo libro.

Uno degli errori – e delle difficoltà per il neofita – più frequenti in cui inciampa chi si avvicina alla filosofia antica è quello di non essere in grado di “elaborare le distanze storico-concettuali” che ci separano da quel mondo. Si fa l’errore di trattare Platone come se avesse scritto i suoi dialoghi l’altro ieri o, peggio, si usa qualche interpretazione contemporanea come viatico privilegiato. Ciò che bisogna fare è innanzitutto leggere direttamente le opere, aiutandosi (i) con un buon manuale di storia della filosofia o con una guida scritta, però, da uno storico della filosofia antica, non da uno studioso di filosofia qualunque. Chiaramente il lettore inesperto non può avere accesso a tutte queste informazioni. Oppure (ii) si possono leggere le opere tenendo un occhio su un buon lessico della filosofia antica.

Non ne ho trovati, di accessibili ai più, con taglio divulgativo o didattico (al livello di principianti). Il significato di esistenza, universale, essenza e oggetto materiale, se ci soffermiamo al catalogo filosofico del testo che ti sto presentando, non è univoco, né è lo stesso per tutti i filosofi richiamati nel volume. In Aristotele, ad esempio, l’essenza racchiude l’insieme dei caratteri che consentono di formulare una spiegazione teleologica dell’animale. L’individuazione dell’essenza può avvenire anche in categorie diverse da quella di sostanza (ci si può chiedere qual è l’essenza del musico, ad esempio) e su ogni livello di generalità logica. Invece, se ci chiediamo qual è l’essenza dell’uomo dobbiamo isolare quel livello strutturale necessario all’essere dell’uomo (sul quale si situa la definizione del termine specifico) e considerarlo come se fosse un piano separato dagli altri. In questo modo vengono separati nettamente gli attributi che sono necessari a quel livello di strutturazione (per l’animale, avere un cuore o un suo analogo) da quelli che invece non lo sono (avere il naso camuso).

Platone, ad esempio, non avrebbe questa focalizzazione biologica in tema di essenza, e se ci spostiamo nei secoli vediamo come il termine assume sfumature e significati diversi: anche l’essenzialismo di Kripke non è sovrapponibile a quello aristotelico in modo neutro. Anche ontologia – il contenitore di tutti questi argomenti – ha significati diversissimi:  la ricerca dell’essere dell’ente, secondo la tradizione aristotelica oppure, nella filosofia analitica, quella teoria formale che stabilisce secondo quali criteri di esistenza alcune entità esistono oppure no.

Mi sa che molto presto implementerò il sito con un lessico completo, Le Parole della Filosofia Antica. Che te ne pare? Intanto ti lascio il Link di Affiliazione Amazon nel caso in cui il libro che ti ho presentato possa rientrare nella tua lista desideri! G. Galluzzo, Breve storia dell’ontologia, Carocci, 2011. 

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2 pensieri su “Qualche Riflessione su ‘Breve Storia dell’Ontologia’ di G. Galluzzo

  1. Ciao Annalisa cosa ne diresti di creare una “libreria” nel sito? Ormai i suggerimenti e consigli sono tanti ma sparsi un po’ qua un po’ là. Fare un unico posto dove ritrovarli tutti, secondo me risulterebbe utile.

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    • La categoria “Letture” raccoglie appunto tutte le recensioni/note/consigli in proposito. La libreria c’è già, ed è questa la funzione dei menu

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