(5) Kant, Critica della Ragion Pura: la Dialettica Trascendentale (anima, mondo e Dio)

Abbiamo visto l’Analitica trascendentale dei principi e, anche in precedenza, come le categorie debbano essere impiegate solo in presenza dei dati dell’intuizione: il loro unico uso legittimo è empirico. Le intuizioni della sensibilità a cui esse si applicano sono sempre riferite a precisi ritagli dell’esperienza, ossia a un numero numericamente limitato di fenomeni e condizionato da relazioni spaziotemporali. In fisica, le leggi che l’intelletto impone alla natura sono valide in quanto sono sempre riferibili a un ambito fenomenico esperibile dall’uomo. Se questo è vero, perché facciamo un uso trascendente delle categorie? 

Secondo Kant la ragione umana ha una tendenza naturale a comportarsi in questo modo, ossia a usare le categorie in modo trascendente, un uso che va oltre i limiti disegnati dall’esperienza. Il soggetto, in questo caso, proprio avvalendosi del fatto che le categorie sono strutture formali del pensiero, ne fa comunque un uso improprio, illegittimo nella misura in cui è extra-empirico. Le categorie sono qui usate per operare sintesi logiche, per produrre concetti di totalità incondizionate di fenomeni che, nella loro illimitatezza, non possono essere date da un’esperienza reale.

Tendenza erronea ma naturale, visto che in noi secondo Kant esiste addirittura una facoltà preposta a questa funzione o modus operandi: la ragione in senso strettoI concetti di totalità assolute che la ragione produce con un uso trascendente delle categorie sono, appunto, le idee trascendentali. Nei Sogni di un visionario chiariti con i sogni della metafisica (1766) Kant aveva detto di avere il destino di essere innamorato della metafisica. 

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Ma aveva anche riconosciuto di potersi vantare raramente di qualche suo segno di favore. Quello di Kant per la metafisica rimarrà sempre un amore tenace e profondo ma mai cieco. Anche dopo aver riconosciuto l’impossibilità della metafisica, Kant continuerà sempre a cercare una soluzione ai suoi problemi, anche percorrendo vie diverse dalla conoscenza teoretica: pensa ad esempio alla soluzione morale nella Critica della ragion pratica e a quella teleologica nella Critica del giudizio. All’impossibilità della metafisica come scienza Kant giunge grazie a un’analisi minuziosa dei meccanismi razionali della sua nascita. Analisi che ha il sapore di una condanna e di una giustificazione: la tendenza metafisica è un errore della ragione umana, un errore necessario e inevitabile al tempo stesso, perché intrinseco all’assetto gnoseologico di tutti noi. 

Per comprendere il senso di queste affermazioni è opportuno soffermarsi sulle idee della ragione. Nel sistema di Christian Wolff che si proponeva di essere una risistemazione, rivisitata in chiave leibniziana, della tradizionale metafisica scolastica, si distinguevano tre corpi dogmatici: la psicologia razionale, la cosmologia razionale e la teologia razionale. In ciascuno di questi corpi dogmatici venivano definite su base rigorosamente razionale, servendosi dunque solo del principio di non contraddizione, le sfere dell’anima (del soggetto), del mondo e di Dio. Kant mostra la non liceità di questa operazione e indica quali sono i tre concetti trascendentali della ragione, le tre idee in base alle quali si originano gli errori di qualunque ricerca sull’io, sul mondo e su Dio. Restare all’interno dei limiti posti dall’esperienza è, in ultima analisi, il monito (non solo metodologico) che governa tutta la trattazione di questi temi.

Dato che si danno tre tipi di totalità assolute, anche le idee saranno riconducibili a tre concetti fondamentali della ragione. Anima, mondo e Dio. L’idea di anima è l’unità o totalità incondizionata del soggetto pensante (dei suoi fenomeni interni). L’idea del mondo è il concetto dell’unità incondizionata di tutti i fenomeni esterni; infine, l’idea di Dio è il concetto dell’unità incondizionata di tutti gli oggetti del pensiero in generale, il fondamento ultimo di ogni realtà pensabile.

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San Tommaso d’Aquino, ritratto di Carlo Crivelli (Crediti: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:St-thomas-aquinas.jpg).

L’anima, il mondo e Dio sono i temi della metafisica tradizionale, molto prima della distinzione wolffiana (si pensi all’aristotelismo di Tommaso d’Aquino). Ma qui è Wolff ad essere chiamato in causa. Secondo la sua distinzione, infatti, abbiamo visto che alle tre discipline razionali corrisponde ciascuno di questi oggetti. Si comprende quindi che la critica kantiana all’uso trascendente delle idee coincide con la critica alla metafisica tradizionale, chiaramente intesa secondo la sistemazione wolffiana. La pretesa di conoscere l’essenza dell’anima e del mondo, le intenzioni e i pensieri di Dio, nasce dall’illusione di poter estendere l’uso delle strutture formali del pensiero umano al di là dei limiti dell’esperienza (l’abbiamo ormai ripetuto più volte).

La Dialettica trascendentale si costituisce come una vera e propria critica alla metafisica. Kant ovviamente, per i motivi di cui sopra, non ha alcuna pretesa di estirpare dall’uomo questa tendenza “naturale”; si limita invece a svelare i meccanismi logici dai quali scaturisce questo sapere illusorio. Le tre idee della ragione non solo sono manchevoli di qualsivoglia riferimento all’esperienza, ma si fondano su veri e propri errori. Vediamoli, nel dettaglio.

L’idea di anima si fonda su un paralogismo, ossia su un falso sillogismo, nel quale giocando sull’ambivalenza semantica dei termini, si assegna un significato diverso all’espressione soggetto che compare come termine medio tanto nella prima quanto nella seconda premessa. In questo modo, si pretende di passare dall’affermazione del carattere unitario del soggetto pensante alla sua definizione, nei termini di sostanza spirituale. In pratica si applica la categoria della sostanza all’Io penso. Ma ciò è impossibile.

L’idea di mondo si fonda, invece, su una serie di antinomie, quattro coppie di affermazioni opposte, nelle quali la tesi (che afferma) e l’antitesi (che nega) sono logicamente inconfutabili. 1) Che il mondo sia finito o infinito nello spazio e nel tempo. 2) Che il mondo consti di elementi ultimi o sia divisibile all’infinito. 3) Che nel mondo vi sia una causalità libera o che tutto sia determinato. 4) Che il mondo dipenda da un essere necessario o che sia tutto nelle mani della contingenza.

Christian Wolff (Johann Georg Wille – http://www.bassenge.com/).

Si possono addurre elementi cogenti, cioè privi di contraddizione interna, in favore di ciascuna delle due alternative presentate in ogni punto. Ma questo dipende dal fatto che il concetto di mondo cade al di là di ogni esperienza possibile. Se un concetto non è mai dato nell’intuizione – ci sta dicendo Kant – allora tutte le volte che tentiamo di applicarci lo schema categoriale compiamo un’operazione illegittima nel senso di arbitraria.

A questo punto Kant fa un passo ulteriore, molto importante nell’etica: introduce una differenza di valore tra le antinomie matematiche (le prime due) e quelle dinamiche (le ultime due). La tesi e l’antitesi sono false nelle antinomie matematiche, visto che in esse si pretende di interpretare il mondo in termini spaziali e temporali, pur considerandolo come una cosa in sé. Al contrario, tesi e antitesi possono essere tutte e due vere nelle antinomie dinamiche, in quanto sono riferite a due ordini diversi di realtà: la tesi (libertà, esistenza di un essere necessario) rimanda alle cose in sé, le antitesi (necessità causale, contingenza universale) ai fenomeni.

La conclusione di Kant è importantissima: al di fuori del mondo fenomenico la libertà e la causa ultima e necessaria del tutto sono certamente possibili. Ciò posto, sul piano teoretico, affermazioni di questo tipo hanno un valore conoscitivo pari a zero; esprimono una mera possibilità che la ragione si limita a non escludere.

L’idea di Dio ha una tradizione lunghissima e si fonda su tre tipi di prove: ontologica, cosmologica e fisico-teologica. La prova ontologica risale ad Anselmo d’Aosta (1033-1109) che nel suo Proslogion (3,5) databile al 1077, formula la prima dimostrazione ontologica dell’esistenza di Dio (sebbene un analogo sia rinvenibile ne De doctrina christiana  di Sant’Agostino).

File:A Chronicle of England - Page 118 - Anselm Made Archbishop of Canterbury.jpg

(Photocredits: http://bit.ly/2ejRXNi).

Secondo Kant, l’argomento di Anselmo è totalmente a priori: nel concetto stesso di Dio inteso come essere perfetto è inclusa l’esistenza dato che, se ciò che è perfetto non esistesse, sarebbe privo di un attributo essenziale e non sarebbe perfetto. Ma Kant ci ricorda che l’esistenza non rientra nella determinazione del concetto: la sua presenza o meno nulla dice sulla perfezione di Dio. Sul piano logico, il concetto di cento talleri è perfetto sia che esistano sia che non esistano; ovviamente, lo stesso non si può dire se passiamo dalla logica alla realtà. La prova cosmologica in Kant induce l’esistenza di Dio a posteriori, in base a un dato: se nel mondo si danno esseri contingenti, deve esistere anche un essere necessario che si ponga come loro causa.

Infine, la prova fisico-teologica rivela anch’essa un’attenzione particolare per le conclusioni tratte “a-posteriori”. In questo modo, infatti, intende risalire dal mondo a Dio sulla base dell’ordine e della finalità che si possono scorgere nella natura. “Essere necessario” e “causa ordinatrice” sono concetti particolari, nel senso che, secondo Kant, possono riferirsi a Dio solo se si aggiunga ad essi a priori il concetto di essere perfettissimo. In questo modo è dimostrato che entrambe queste prove rimandano necessariamente a quella ontologica. Se ne inferisce che, demolita la prima, anche le altre verranno meno.

Detto ciò, cosa ce ne facciamo delle idee della ragione? Certo, Kant le ha demolite ma non per questo sono inutili e vanno gettate via. Hanno infatti una funzione importante nell’organizzazione della conoscenza. Il concetto di totalità incondizionata che presuppongono è alla base dell’unità sistematica del sapere. Qui sembra che Kant faccia ricorso alla relazione parte-tutto per fondare l’argomento, poiché dice che solo in riferimento al tutto è possibile ordinare e collocare le singole parti o conoscenze, proprio come se fossero tessere di un mosaico da comporre. Più in dettaglio, delle idee della ragione non dobbiamo fare un uso costitutivo, come se esse costituissero il loro oggetto, ma un uso regolativo, un uso finalizzato alla costruzione di un modello ideale che ha un valore euristico-metodologico. In questo modo, avendo destituito di ogni fondamento teoretico la metafisica, ora Kant può passare alla morale, di cui parleremo nei prossimi post.

Bibliografia (link affiliazione amazon):

Renato Pettoello, Leggere Kant.

Immanuel Kant, Prolegomeni ad ogni futura metafisica che potrà presentarsi come scienza.

Immanuel Kant, Critica della Ragion Pura.

Immanuel Kant, Sogni di un visionario chiariti con i sogni della metafisica.

Immanuel Kant, Critica della ragion pratica.

Immanuel Kant, Critica del giudizio.

Manuali:

Cambiano – Mori, Storia e Antologia della Filosofia, Laterza (in questo post è usato come fonte primaria insieme al riassunto dei miei appunti).
Abbagnano – Fornero, Filosofi e filosofie nella storia, Paravia (usato come fonte secondaria per il lessico). Esprimo dunque il mio debito nei confronti di questi manuali per la stesura della serie di riassunti su Kant.

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