Severino Boezio: la Logica e la Prigione dell’Anima

Anicio Manlio Severino Boezio nacque nel V secolo, forse intorno al 480, da una famiglia di rango senatorio.  Quando venne proclamato console, nel 510, aveva già composto un commento alle Isagoge di Porfirio, testo molto diffuso nelle scuole del tempo, insieme al De musica e al De arithmetica. Durante il suo consolato lavorò ai commenti delle Categorie e dei trattati che componevano il trivium. Fino al XII secolo, infatti, la logica aristotelica esposta da Boezio (o da lui stesso tradotta) costituì il corpus – noto come logica vetus – di base per lo studio della disciplina.

In questa nota ci soffermiamo solo su due aspetti della filosofia dell’ultimo degli antichi (così lo chiamerà Lorenzo Valla nel XV secolo): la logica e il De consolatione. (i) Non è semplice ricostruire la logica di Boezio in quanto la confluenza di varie tradizioni non rende il suo pensiero lineare. Vi sono, però, alcuni tratti che ne costituiscono l’ossatura. Boezio crede nella logica, nell’utilità di questo metodo soprattutto per discernere (discretio, in latino) il vero dal falso. Certo, non manca di metterci in guardia dal potere di queste figure, che spesso si rivelano “perturbatori del linguaggio, abili solo nei giochi di parole” – e la critica non risparmia nemmeno Aristotele!

Per capire cosa intende Boezio con “logica” iniziamo dalle fonti. Aristotele, Porfirio e Cicerone sono gli autori di riferimento: la Isagoge di Porfirio, una vera e propria introduzione alle Categorie di Aristotele, è il primo dei sette codici che fino al XII secolo costituiranno il corpus della disciplina logica.

In perfetto accordo con Aristotele, Porfirio introduce cinque predicabili, genere, specie, differenza specifica, proprium e accidente, così da formare il cosiddetto albero porfiriano, una struttura classificatoria dei tipi di predicato, una trama sulla quale organizzare in modo corretto le proposizioni.

Ulteriori dettagli Boezio raffigurato col proprio suocero, Quinto Aurelio Memmio Simmaco, nobile e letterato romano, (immagine di pubblico dominio).

Questo era l’altissimum negotium (il problema impegnativo) che Porfirio segnalava nella Isagoge ma non risolveva: i cinque predicabili erano parole o cose, voces o res? Ed è qui che nasce il noto “problema degli universali” che rimase fondamentale per tutto il medioevo, e non solo. A distanza di pochi anni, Boezio commenta ben due volte il testo di Porfirio: la prima volta su una traduzione greca di Vittorino, del IV secolo, la seconda su una sua personale traduzione che si è conservata in ben 300 manoscritti!

La posizione di Boezio sul problema degli universali risente della tipologia del commento che egli stesso conduce, un commento sulla traccia di Aristotele, ma soprattutto dell’influenza del platonismo che pervade tutta la sua produzione filosofica. Introduce infatti un terzo elemento nella quaestio di Porfirio: il concetto o intellectus. Dal momento che, secondo Aristotele, ciò che è massimamente reale è l’individuo, Boezio ritiene che gli universali siano meri concetti. Il medesimo soggetto è universale quando lo si pensa, singolare quando lo si avverte con i sensi nelle cose nelle quali ha il suo essere.

E l’intelligenza procede proprio per astrazione, rimuovendo dal pensiero ogni elemento corporeo fino a giungere alla forma pura. Nel secondo commento, che pare più strutturato del primo, Boezio affronta un altro problema, molto sentito anche ai giorni nostri: la natura della logica. La logica che gli stoici avevano detto essere una parte della filosofia, è davvero tale oppure può essere (meglio) intesa come uno strumento utile in tutte le branche del sapere, etica, fisica, politica, etc.?

Porfirio (immagine di pubblico dominio).

Le traduzioni del testo di Porfirio, delle Categorie (commentate in epoche precedenti da Ammonio, Simplicio, Filopono, Olimpiodoro, Elia) e del De interpretatione ebbero grande successo e diffusione, mentre incontrarono un destino opposto, di grande sfortuna, quelle degli Analitici, dei Topici e degli Elenchi Sofistici. Supplirono nell’esposizione degli argomenti lì trattati i testi scritti da Boezio stesso: De syllogismis categoricis, De syllogismis hypoteticis, De divisione, De differentiis topicis) che, insieme alle opere di Aristotele e Porfirio, diventarono i sette codici di riferimento.

Il progetto logico di Boezio ha avuto effetti storici di particolare rilievo: il fitto intreccio di fonti platoniche (Porfirio e Cicerone) e aristoteliche (Alessandro di Afrodisia, II secolo), dirette e indirette, gli permette di creare una terminologia specifica che diventa canonica per almeno un millennio!

(ii) E, nonostante l’incompiutezza del suo programma culturale che mirava alla traduzione in lingua latina di tutti i dialoghi di Platone, l’Occidente latino che fino al XII secolo conobbe Platone solo in una parziale traduzione del Timeo deve a Boezio il suo “platonismo”. La tradizione platonica visse soprattutto grazie al De consolatione. 

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Il De consolatione (La Consolazione della filosofia) è giunto a noi in molti manoscritti in cui compaiono anche cinque trattati che discutono tesi teologiche ed ebbero molta fortuna, come ad esempio testimonia il commento di Tommaso d’Aquino al De trinitate. Te li elenco. Nel Contra Eutiche e Nestorio si tratta di usale la logica per dirimere la questione del rapporto tra la persona di Cristo e la sua natura, divina e umana. Usando la logica aristotelica, Boezio esamina le diverse accezioni dei termini natura e persona per suggerire che deve essere in ogni caso il linguaggio ecclesiastico a scegliere il nome più adatto da usare.

Ci sono poi due trattati, che saranno molto presenti nel XII secolo nelle opere dei maestri di Chartres, che affrontano il tema della Trinità: Se padre, figlio e spirito santo siano predicati sostanzialmente della divinità e Sulla trinità. Il De hebdomadibus (in che modo le sostanze siano buone in quel che sono pur non essendo beni sostanziali) in cui compare la differenza tra esse e id quod est, l’essere non è ancora, ma ciò che ha ricevuto la forma dell’essere, quello è e sussiste. Ma il capolavoro di Boezio è il De consolatione.

L’opera consta di cinque libri e inizia con versi che ricordano quelli di Ovidio in esilio. Boezio sogna la Filosofia, una donna bella e venerabile, la stessa donna che appare a Socrate nel Critone, la stessa immagine raffigurata da Marziano Capella. Una figura-tipo nelle pagine della tradizione platonica. Il suo abito è strappato dalle liti dei filosofi stoici ed epicurei e reca due lettere, theta e pi greco, che indicano le parole greche corrispondenti a teoria e prassi.

La consolazione della filosofia, miniatura del 1485, (immagine di pubblico dominio).

Filosofia gli parla direttamente a proposito di una querelle ormai classica, presente anche nell’Ortensio di Cicerone e nel De doctrina cristiana di Agostino: il dissidio tra l’attività razionale e speculativa da un lato e, dall’altro, l’attività poetica che invece fa leva sulla parte emotiva e non razionale dell’anima umana. Filosofia tenta dunque di risvegliare Boezio dallo smarrimento in cui sembra essersi rifugiato, ricordando anche che ha avuto lei stessa molte sventure e martiri (Anassagora, Socrate e Seneca).

Nel primo libro trovi una difesa politica di Boezio, con un richiamo ai concetti di libertà e giustizia stoici che anticipano l’analisi del rapporto tra provvidenza e fato che occupa il secondo libro. Sovrapponendo temi platonici e stoici, Filosofia ricorda che la felicità va cercata dentro noi stessi, dal momento che il potere, le ricchezze e la fama sono cose che non possediamo mai davvero. Dobbiamo dunque volgerci al Sommo Bene mediante un percorso che dal Timeo di Platone giunge a Dio (e alla Bibbia). Il quarto e quinto libro sono dedicati, rispettivamente, al problema del male e del rapporto tra prescienza divina e libertà umana (qui non ti riassumo nulla perché vale davvero la pena di leggere direttamente il testo!).

La presenza di allusioni al testo biblico e alla liturgia cristiana nel linguaggio, la convergenza tra platonismo e cristianesimo che permea l’intera opera, insieme alla chiusa dell’ultimo libro dominata dalla moralità cristiana mostrano come il De consolatione sia a tutti gli effetti un libro scritto da un seguace cristiano del platonismo.

Per approfondire: Alain De Libera, Il problema degli universali. Da Platone alla fine del Medioevo.

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