Ippocrate di Cos e la Scuola Medica

Santuario di Asclepio a Kos (CC BY-SA 3.0).

Ippocrate nacque a Cos verso il 460 a.C. da una famiglia di asclepiadi, ossia di medici di professione. Era dunque un po’ più giovane di Socrate e coetaneo dello storico Tucidide. Studiò medicina sotto la guida del padre e, forse, di Erodico di Cnido. Non restò molto nella città natale in quanto si spostò ad Atene e viaggiò a lungo: in Libia, in Egitto, sulla costa settentrionale del Mar Nero, nel nord della Grecia. Morì in Tessaglia verso il 370 lasciando figli e parenti che ne continuarono la tradizione medica.

Nel IV secolo Ippocrate divenne il rappresentante del medico per antonomasia, ed è per questo motivo che i Sapienti di Alessandria, quando arrivò il momento di riordinare le opere di medicina appartenenti a quel periodo, le raccolsero tutte (all’incirca 70) sotto il suo nome. Nacque in questo modo il Corpus hippocraticum che, per fortuna, ci è giunto intatto.

Si tratta di un insieme di testi composti tra il V e la metà del IV secolo di origine coa, sofistica, cnidia, italica; ciò nonostante, la critica moderna è riuscita ad isolare un gruppo di opere che, con un buon margine di certezza, possono essere state composte da Ippocrate (o alla cerchia dei suoi collaboratori più stretti).

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Manoscritto bizantino del Corpus hippocraticum, (An Illustrated History by Ira M. Rutkow, M.D., 1993).

Qui trovi l’elenco delle opere di Ippocrate: Antica medicina, Arie, acque e luoghi, Male sacro, Prognostico, Regime delle malattie acute, Epidemie e il gruppo dei trattati chirurgici, ossia Ferite della testa, Articolazioni, Fratture, alcuni degli Aforismi  e il Giuramento. Invece, il gruppo di opere della scuola post-ippocratica di Cos comprende La natura dell’uomo di Polibo e i restanti libri delle Epidemie. Affine a questo gruppo, ma solo per certi aspetti, è il trattato sul Regime. Di ispirazione sofistica è la dissertazione sull’Arte, alla fisiologia ionica e italica vanno riferite opere come i Venti, Il cuore, il Numero sette.

Con Ippocrate si realizza un passo avanti notevole nel quadro delle scienze antiche: alla sapienza appoggiata alla tradizione si sostituisce la medicina, una scienza che si basa su una precisa techne. Dato che l’obiettivo è consolidare quelle strutture logico-metodiche su cui si edifica l’assetto dottrinale della medicina, la prima delle battaglie di Ippocrate è contro le credenze superstiziose e le pratiche magico-religiose.

Come è noto, l’epilessia era chiamata il male sacro, in quanto la si riteneva di origine divina. A questo tipo di trascendenza nella natura Ippocrate intende sostituire la conoscenza causale che, in modo costante e regolare, è in grado di spiegarne i fenomeni.

“Per quanto riguarda la malattia detta «sacra», a me non appare in nessuna maniera più divina o più sacra di altre malattie, ma piuttosto ha una natura dalla quale si nasce, come le altre malattie. Gli uomini le attribuirono una natura e causa divina per imperizia e stupore, perché non somiglia per nulla ad altre malattie. E questa concezione della sua divinità è mantenuta dalla loro incapacità a comprenderla, e la facilità della maniera con cui è curata (gli uomini ne sarebbero infatti liberati tramite purificazioni e incantesimi). […] Coloro che per la prima volta divinizzarono questa malattia mi sembrano essere stati simili a quegli uomini che ora sono i prestigiatori, i purificatori, i saltimbanchi e i ciarlatani, che fingono di essere molto pii e più colti degli altri. Tali uomini, dunque, usando la divinità come un pretesto e una copertura della loro incapacità ad offrire ogni assistenza, hanno diffuso l’opinione che la malattia è sacra, aggiungendo argomentazioni appropriate allo scopo”,  (Sulla malattia sacra, 1-2).

Ippocrate (Crediti: BEIC).

La confutazione ippocratica fa uso di un metodo filosofico raffinato che si serve della causa razionale o pròfasis e del valore dell’indizio o prova (tekmèrion) per procedere. In questo quadro è essenziale ricordare l’opzione encefalocentrica (contro il cardiocentrismo di ispirazione aristotelica) che Ippocrate ereditava da Alcmeone di Crotone, un allievo di Pitagora vissuto tra il VI e il VII secolo a.C.. Per garantire la validità teorica e pratica della techne Ippocrate non si impegna sul terreno dell’agnosticismo o della negazione della divinità. 

Rifiuta l’antropomorfismo e la presenza e intervento individuale del divino nella sfera umana. In questo modo Ippocrate può distinguere le cause prime dalle cause seconde che sole competono alla scienza: a me dunque questa malattia, l’epilessia, non pare affatto essere più divina delle altre, bensì ha una base naturale e comune a tutte, e una causa razionale dalla quale ciascuna dipende: ed è curabile, per nulla meno delle altre.

Alcmeone fu il primo ad avere l’idea che l’uomo fosse un microcosmo costituito dai 4 elementi fondamentali; dall’equilibrio degli elementi (isonomìa) deriva lo stato di salute, mentre lo stato di malattia derivava dalla monarchìa, ovvero dal prevalere di un elemento sugli altri. Torniamo a Ippocrate. Il cervello è l’organo centrale della sensibilità e del pensiero e, se da un lato spiegava la patogenesi di una malattia come l’epilessia, dall’altro il cervello era anche sede del pensiero e della vita che veniva in questo modo strappata alla religione e alle superstizioni.

La vita è un fatto scientifico. Non è un passo avanti da poco. Ma la battaglia più importante è contro chi negava che la medicina fosse una tecnica (techne) e, in generale, la possibilità di una techne intesa come mediazione tra teoria e prassi. Ippocrate è il primo a riconoscere uno sviluppo storico della scienza e della medicina, fatto di fallimenti e progressi, che in certa misura ricorda il concetto di storia in Tucidide. La techne non è quindi qualcosa di simile alla dialettica eleatico-sofistica ma è invece uno strumento di una disciplina che ormai pare costituita intorno ai propri metodi e ai propri oggetti.

“La medicina da gran tempo ormai dispone di tutto, e sono stati trovati il principio e la via grazie ai quali in lungo tempo sono state fatte molte e notevoli scoperte, e il resto nel futuro sarà scoperto se qualcuno, in grado di farlo e a conoscenza di quanto già è stato scoperto, cercherà prendendo le mosse da queste”, (Antica medicina, 2).

Ippocrate deve dunque rendere indipendenti teoria ed esperienza liberandole dalle sovrastrutture della tradizione. Contro il dogmatismo (cnidio) e il nominalismo estremo. I dati immediati non vanno assolutizzati ma inseriti in un sistema interpretativo il più possibile coerente. E qui la lezione di Anassagora è ben presente. Per Ippocrate storia della medicina significa storia del suo metodo, dei suoi strumenti  di intervento e interpretazione, che andranno verificati e perfezionati lungo il tempo. L’esistenza (e la conquista) di un metodo scientifico è condizione essenziale non solo per il progresso, ma per la giustificazione stessa di una scienza come la medicina.

Come giungere alla codificazione di questo metodo? Attraverso una riforma dei concetti di osservazione empirica e di teoria. Se la scienza si situa nell’intersezione tra esperienza e pensiero, tra realtà e verità, risulta evidente il fallimento delle proposte precedenti: la historìe ionica era incapace di mediare la teoria con l’esperienza e giungeva a dogmatizzare la prima, mentre la fisiologia italica sovrapponeva la teoria all’esperienza rifiutando la natura stessa dell’esperienza nel tentativo di ingabbiarla in schemi precostituiti e lontani dal dato empirico.

Ma Ippocrate va ben oltre perché individua nella fenomenicità il modo fondamentale dell’esperienza: il valore del “dato empirico” si misura nei modi e tempi attraverso cui mi appare. La fenomenicità della medicina implica il suo porsi come sensazione: non è dunque possibile tradurre immediatamente l’esperienza entro schemi quantitativi e numerici come avevano fatto Empedocle e Filolao.

Il fondamento oggettivo del metodo scientifico è dunque l’esperienza concreta in quanto percepita dai sensi. E il passaggio dalla percezione (aisthèsis) alla conoscenza (lògos) avviene mediante un processo “logico” di costante sforzo interpretativo dell’esperienza mediante le nozioni di causa (aitìa e pròfasis), natura (physis) e potenza o funzione (dùnamis). Il metodo scientifico diventa dunque metodo semeiotico poiché è volto a scoprire il significato di ogni singolo evento e farne una parte di un sistema esplicativo molto più complesso.

Il metodo semeiotico, analizzando un sistema di eventi intesi come sintomi, fondava l’idea stessa di prognosi. Solo la trasformazione dei dati in sintomi, e una serie di inferenze logicamente adeguate a partire da questi, potevano condurre alla scoperta dei meccanismi naturali e alla cura del paziente. L’organismo è dunque inteso come un tutto unitario, in cui si alternano salute e malattia, e i cui stati sono intimamente connessi all’ambiente in cui si trova (geografico, climatico, idrologico e sociale).

Umori e struttura degli organi conducevano – insieme con fattori psicologici ed ambientali – alla delineazione di tipi psicosomatici che costituiscono un riferimento continuo per la valutazione dei casi individuali: sanguigno, flegmatici, biliosi, melanconici). Di qui la teoria dei quattro umori, sangue, flegma, bile gialla e bile nera prodotti da quattro organi: cuore, cervello, fegato e milza. La salute nell’organismo è data dall’equilibrio degli umori e degli organi che dà luogo alla krasis, a composti ben omogenei.

I quattro temperamenti: collerico, melanconico, sanguigno e flemmatico, (CC BY-SA 3.0).

La rottura di questa omogeneità è appunto la malattia. Gli umori allora diventano intemperati e manifestano l’insorgere di dunàmeis (funzioni o potenze) anormali; a questo punto l’organismo reagisce attraverso la cozione per ristabilire l’equilibrio sovente espellendo gli umori molesti attraverso il sudore, le feci, le urine, lo sputo o attraverso veri e propri “spurghi”. Nasce l’anamnesi che resterà fondamentale in tutta la storia della medicina.

Il regime o dieta mira appunto a ricostituire l’equilibrio nell’organismo. A Ippocrate si deve l’importanza del concetto di dieta e alimentazione all’interno della dottrina degli umori e la coniugazione di medicina e chirurgia (ad esempio mediante purghe e salassi). Ancora oggi alcune malattie portano il suo nome, come le dita ippocratiche (o a bacchetta di tamburo) e la faccia ippocratica, tipica delle condizioni di sofferenza e indebolimento (in primis nella peritonite).

Accanto a questi esiti scientifici, non va dimenticato il contributo nel rapporto tra medico e paziente. Il medico deve sempre tenere presente che il paziente è anzitutto un uomo e va rispettato e compreso. L’assetto metodico e non dogmatico che Ippocrate diede alla medicina purtroppo non ebbe molta fortuna, nel senso che i suoi successori non furono all’altezza.

ALCMEONE nella Stanford: http://plato.stanford.edu/entries/alcmaeon/

✔Testi consigliati:
Ippocrate, Testi di medicina greca, BUR.

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