Quando nasce la moneta? Pensieri sul capitalismo

Quando è nata la moneta? In questo video ripercorriamo il passaggio dal tripode al conio in un periodo compreso tra il VII e il V secolo a.C.. Si tratta di un momento significativo della storia greca e un’occasione per riflettere sul capitalismo e sul rapporto tra homo eticus e homo oeconomicus.

“I termini descrittivi utilizzati dalle persone sono spesso fuorvianti. I moderni magnati dell’industria e i grandi uomini d’affari, ad esempio, vengono spesso chiamati “re della cioccolata”, o “re del cotone” o “re delle automobili”. L’utilizzo di una simile terminologia rivela che la gente spesso non fa alcuna distinzione fra i moderni capi d’industria e i re, i baroni e duchi feudali dei tempi lontani. La differenza, in realtà, è enorme, dal momento che il “re della cioccolata” non è affatto un sovrano, bensì un servitore. Costui non governa un territorio conquistato ma, al contrario, è sottoposto alle regole dettate dal mercato e dai consumatori. Il re della cioccolata, il re dell’acciaio, il re delle automobili e qualsiasi altro re dell’industria moderna dipendono tutti dalle imprese che gestiscono e dai clienti che servono. Tali “re” devono guadagnarsi e mantenere l’appoggio accordato loro dai propri “sudditi”, i consumatori; perderanno il loro “regno” nel momento in cui non saranno più in grado di offrire ai propri clienti un servizio migliore e più conveniente di quello dei loro concorrenti”, (Ludwig von Mises, Politica economica. Riflessioni per oggi e per domani, 2008, Liberlibri, p.7).

È da un po’ di tempo che sui social network e nei talk show gira l’idea che dobbiamo in qualche modo riscattarci dal “capitalismo”, che dobbiamo riappropriarci della nostra natura più autentica, del nostro essere uomini e non pallide monadi dedite solo a rapporti di scambio. L’homo oeconomicus deve lasciare spazio all’homo eticus o a qualunque altra forma di umanità (perché poi oeconomicus ed eticus vadano tenuti distinti devono ancora spiegarmelo). Basta che questa umanità non abbia un portafogli in tasca pieno di euro.

Come lo si possa fare non è poi così importante. Tornare alla lira, al “borghino” o utilizzando francobolli come moneta, chiudere le frontiere, ripensare ai dazi, usare ruspe e cannoni per difendere la nostra purezza o appartenenza a non si sa bene cosa, oppure leggendo Marx, Hegel e Gramsci come una possibile via per “riaggiustare il mondo” e riappropriarsi di quella visione dell’essente necessaria per non soccombere alla dilagante reificazione economicista. Badate bene, il come è in certo modo secondario: dobbiamo dare un calcio al capitalismo e chiudere nell’armadio l’homo oeconomicus, quella monade anaffettiva succube dell’imperialismo dei mercati e della civiltà dei consumi.

Queste idee non vengono veicolate attraverso numeri, dati, statistiche, valutazioni economiche o altro. Sembrano più far leva sui visceri, sulla parte irrazionale dell’uomo, sulle sue paure e debolezze. Di qui la natura della mia risposta. Tra le tante cose che abbiamo perso di vista, se siamo arrivati a fare questi discorsi, ce n’è una, ed è centrale perché riguarda il linguaggio. Oggi, sdraiata al sole, non intendo annoiarvi con statistiche o altro ma partire dall’inizio. Dall’uso corretto delle parole, senza il quale crolla qualunque altra cosa. Dovete ricordare che la parola capitalismo non ha solo un senso dispregiativo ma ha una storia lunga e complicata. Il vocabolario Treccani ci dice che con capitalismo intendiamo

nell’accezione comune, un sistema economico in cui il capitale è di proprietà privata (sinonimo di ‘economia d’iniziativa privata’ o ‘economia di libero mercato’). Nell’accezione originaria, formulata con intento fortemente critico da pensatori socialisti e poi sviluppata nelle teorie marxiste, è un sistema economico caratterizzato dall’ampia accumulazione di capitale e dalla scissione di proprietà privata e mezzi di produzione dal lavoro, che è ridotto a lavoro salariato, sfruttato per ricavarne profitto”.

In un agevole libretto, intitolato La libertà è più importante dell’uguaglianza. Pensieri liberaliKarl R. Popper ricorda bene la cattiva stella sotto cui nacque il capitalismo. Il termine fu inizialmente usato in senso dispregiativo, scrive Popper, inteso come sistema che favorisce i grossi profitti fatti da gente che non lavora a scapito della moltitudine che, invece, produce. Ovviamente questo non è l’unico significato. Meno noti sono infatti gli usi neutri e “scientifici” del termine soprattutto a causa dell’influenza di Marx secondo cui tutte le accumulazioni di mezzi di produzione vanno etichettate come capitale, facendo di fatto diventare capitalismo un sinonimo di “industrializzazione” o “industrialismo”. Il capitalismo di Stato è una società comunista in cui tutta la produzione o tutto il capitale è nelle mani dello stato. Popper chiama capitalismo sfrenato quel periodo che Marx qualifica con un generico capitalismo, mentre il termine interventismo va ad indicare il nostro periodo storico. Interventismo, secondo Popper, copre tre tipi di ingegneria sociale nel nostro tempo: (i) l’interventismo collettivistico della Russia; (ii) l’interventismo democratico della Svezia e delle democrazie minori, e (iii) il new deal in America, inclusi i metodi fascisti di economia diretta. Quello che Marx chiamava capitalismo, cioè il capitalismo sfrenato, è completamente svanito nel ventesimo secolo.

Certo, visto quanto leggo sui giornali e vedo in TV, il capitalismo non smette di scontare la sua funesta nascita. Per comprendere in che modo possiamo “svegliarci” da questi dogmatismi e non restare vittime delle mode e degli usi linguistici dominanti è utile seguire il ragionamento di Ludwig von Mises ripreso dal libro citato in apertura del post. Politica economica. Riflessioni per oggi e per domani è un agile libretto che si compone di sei capitoli: il capitalismo, il socialismo, l’interventismo, l’inflazione, gli investimenti esteri, la politica e le idee. La prima sezione sul capitalismo, 14 pagine in tutto, andrebbe letta nelle scuole perché troppo spesso ci sono idee e concetti di base che la cultura e il senso comune tendono a falsificare. Von Mises ripercorre brevemente la storia del capitalismo per capire da dove si origini l’avversione che molti hanno nei suoi confronti:

“il sistema capitalistico fu denominato capitalismo non da un simpatizzante del sistema ma da un individuo che lo considerava il peggiore di tutti i sistemi, il più gran male che avesse mai colpito il genere umano. Quell’uomo si chiamava Karl Marx. Ciò nonostante, non vi è alcun motivo per rifiutare il termine utilizzato da Marx, perché individua con chiarezza la fonte di quei grandi progressi sociali che il sistema capitalistico ha portato con sé. Tali sviluppi furono il risultato di un’ accumulazione di capitali; si basavano sul fatto che la gente, per regola, non consuma tutto ciò che produce; essa risparmia – e investe – parte dei frutti della propria produzione. Di questo problema sono state date interpretazioni errate, e nel corso delle mie lezioni vi parlerò dei più grandi equivoci che esistono sull’accumulazione e sull’utilizzo del capitale, e dei vantaggi universali che si possono trarre da questo uso. […] Il disprezzo con cui molti hanno descritto il capitalismo, inteso come sistema creato per rendere i ricchi più ricchi e i poveri più poveri, è assolutamente ingiustificato. La tesi di Marx sull’avvento del socialismo si basava sull’assunto che i poveri davvero diventassero più poveri, che le masse si trovassero davvero in uno stato d’indigenza, e che alla fine la ricchezza di una nazione si sarebbe concentrata nelle mani di pochi o addirittura di una sola persona. E così le masse di operai affamati si sarebbero ribellate e avrebbero espropriato le ricchezze dei proprietari danarosi.

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Secondo questa dottrina di Karl Marx, non vi può essere alcuna opportunità, alcuna possibilità all’interno del sistema capitalista di migliorare la condizione dei lavoratori. Nel 1864, davanti alla International Workingmen’s Association in Inghilterra, Marx ebbe a dire che la convinzione che i sindacati potessero migliorare le condizioni dei lavoratori era «assolutamente errata». La politica sindacale di chiedere salari più alti e di battersi per una riduzione dell’orario lavorativo era, secondo lui, conservatrice – il termine ovviamente era il più spregiativo che Marx avrebbe potuto usare. Suggerì ai sindacati di prefiggersi un obiettivo nuovo, rivoluzionario: essi avrebbero dovuto «abolire del tutto il sistema salariale», sostituire con il «socialismo» – il governo proprietario dei mezzi di produzione – il sistema di proprietà privata.

Se analizziamo la storia del mondo, e in particolare la storia dell’Inghilterra dal 1865 ai nostri giorni, risulta evidente che Marx si è sbagliato, sotto tutti i punti di vista. Non vi è un solo paese occidentale capitalistico in cui la condizione delle masse non sia migliorata in maniera evidente. Tutti i progressi degli ultimi ottanta o novanta anni si sono verificati a dispetto delle previsioni fatte da Marx. Difatti, i socialisti marxisti ritenevano che le condizioni dei lavoratori non sarebbero mai potute migliorare. Essi seguivano una falsa teoria, la famosa “legge ferrea dei salari” – la legge secondo la quale i salari dei lavoratori, in regime di capitalismo, non avrebbero mai superato l’ammontare di denaro di cui essi avevano bisogno per potersi mantenere in vita e per essere così in grado di prestare i loro servizi alle imprese.

I marxisti formularono la loro teoria nella maniera seguente: se i salari degli operai aumentano, e superano la soglia di sopravvivenza, i lavoratori faranno più figli; questi bambini, una volta entrati a far parte della forza lavoro, faranno aumentare il numero di operai al punto tale che i salari diminuiranno, e i lavoratori si troveranno così di nuovo al limite della sopravvivenza – a vivere cioè con un livello minimo di sostentamento che a malapena eviterà che la popolazione di lavoratori si estingua del tutto. Ma questa teoria di Marx, e di molti altri socialisti, si basa su un concetto del lavoratore identico a quello che utilizzano i biologi – a buona ragione – nello studio degli animali, ad esempio i topi. Se si incrementa la quantità di cibo a disposizione degli organismi animali o dei microbi, di conseguenza un numero maggiore di essi potrà sopravvivere. E se, al contrario, si diminuisce la quantità di cibo disponibile, diminuirà anche il numero di tali organismi. L’uomo però è diverso. Anche il lavoratore – benché i marxisti non siano d’accordo su questo punto – ha altri bisogni umani oltre il cibo e la riproduzione della propria specie.

Un incremento dei salari reali comporta non solo un incremento della popolazione, ma anche e soprattutto un miglioramento dello standard di vita medio. Ecco perché oggi coloro che vivono in Europa occidentale e negli Stati Uniti godono di un più alto tenore di vita rispetto agli abitanti delle nazioni in via di sviluppo, come l’Africa. Bisogna prendere atto del fatto che uno standard di vita alto è determinato dalla disponibilità di capitali. Ciò spiega la differenza tra le condizioni di vita esistenti negli Stati Uniti e quelle in India; in questo paese sono stati introdotti – perlomeno in una certa misura – moderni metodi con cui combattere le malattie infettive, e l’effetto è stato un incremento della popolazione senza precedenti; tuttavia, dal momento che non vi è stato un analogo aumento del capitale investito, si è verificato solo un aumento della povertà. Una nazione diventa più prospera in proporzione all’incremento del capitale investito pro capite”, (enfasi mie).

Ciò posto, chi odia il capitalismo e perché? Aristocratici, ricchi, amanti dello status-quo, classisti, nostalgici marxisti. Nonostante i benefici che ha portato con sé, il capitalismo è stato oggetto di aspri attacchi e critiche. È necessario capire l’origine di tale avversione. È un dato di fatto che l’odio per il capitalismo ebbe origine non nelle masse, non nei lavoratori stessi, ma nell’aristocrazia terriera – la piccola e grande nobiltà dell’Inghilterra e del continente europeo.

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Prima dell’avvento del capitalismo, la posizione sociale di un uomo era immutabile dall’inizio fino alla fine della sua vita. La si ereditava come si eredita un quadro. Se sfortunatamente uno nasceva povero, restava povero. Le cose cambiarono all’inizio della produzione di massa, ovvero al principio fondamentale dell’industria capitalistica. Ludwig von Mises spiega bene che, mentre le vecchie industrie manifatturiere che servivano i ricchi abitanti delle città erano esistite per soddisfare esclusivamente i bisogni delle classi alte, le nuove industrie capitalistiche iniziarono a realizzare prodotti che potevano essere acquistati da tutta la popolazione. Si trattò di una produzione di massa finalizzata a soddisfare i bisogni delle masse. La grande industria, bersaglio degli attacchi fanatici da parte dei cosiddetti uomini di sinistra, produce quasi esclusivamente per soddisfare i bisogni delle masse. Il povero non era più condannato a restare povero in quanto “la libertà di concorrenza nel settore ferroviario, per esempio, significa che si è liberi d’inventare qualcosa, o di fare qualcosa che rappresenterà una sfida alle ferrovie, le quali si troveranno a dover fare i conti con le incertezze derivate da una forte competizione”.

Qualunque sia la vostra “filosofia” o visione del mondo, è impossibile scindere la nostra umanità dalla relazione con l’altro, sia umano che non umano. E le relazioni con gli oggetti sono, nella stragrande maggioranza dei casi, relazioni d’uso. Una sedia serve primariamente per sedersi, una tazza per bere il caffè. Anche nelle forme più semplici di scambio, come il baratto, l’homo oeconomicus agisce come homo eticus: se io e te ci scambiamo una tazza per una sedia entrambi ci impegniamo a non scambiarci oggetti rotti o usurati, pena la possibilità di altri scambi. Dalla reputazione dipende la sopravvivenza. E non vedo perché il binomio non debba mantenersi anche in forme più complesse di scambio, come quelle che introducono la moneta.

Perché quindi tanta paura che l’homo oeconomicus smetta di essere homo eticus nel mercato? Paura di cedere a quella che Platone chiamerebbe parte concupiscibile dell’anima, vero? Ai bassi istinti, alla sopraffazione e a tutto quello che ne consegue. Ed è la stessa ragione per cui abbiamo paura di essere davvero liberi. Il capitalismo, come la libertà, richiede impegno, responsabilità, sacrificio, educazione, moralità. Richiedono che ciascuno di noi faccia appello alla parte migliore di sé per sviluppare insieme l’umanità. L’umanità, capite? Ecco perché a molti fa paura. Ecco perché sono moltissimi a ricordare solo la cattiva stella sotto cui nacque il capitalismo. Perché è più facile arrendersi, non combattere, non migliorare la propria natura e aspettare che sia sempre qualcun altro a risolvere i nostri problemi. È più facile veicolare messaggi irresponsabili che far capire a chi ha fame e ha paura che il capitalismo è l’unico modo per non restare affamati e impauriti. [Parte di questo testo è stato originariamente su annaliside.wordpress.com il 15/07/2014].

Per approfondire:

Ludwig von Mises, Politica economica. Riflessioni per oggi e per domani, Liberlibri, 2008.

Karl R. Popper, La libertà è più importante dell’uguaglianza. Pensieri liberali, Armando Editore, 2012.

 

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Un pensiero su “Quando nasce la moneta? Pensieri sul capitalismo

  1. Veramente molto interessante questo articolo. La prima riflessione che mi viene in mente è: come posso saperne di più o acquisire più consapevolezza sulla questione senza dovermi prendere una laurea in economia? La risposta da parte mia è ovvia, che sia tu a parlarcene. Lo so che questo sarebbe ancora più impegno per te, ma l’argomento interessa praticamente tutti. Sarebbe una interessante apertura verso nuovi followers.

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