Democrito ed Epicuro: Epistemologia, Felicità e Politica

Nel video abbiamo visto la distinzione tra qualità primarie e qualità secondarie. Come acquisire conoscenza delle cose che ci circondano? (i) Su cosa si basa l’epistemologia di Democrito? A questo proposito, ti dico subito che Democrito elabora la teoria degli effluvi che già conosciamo grazie alla filosofia della percezione di Empedocle. Nell’aria esistono delle sottili emanazioni di atomi che giustificano l’esistenza degli dei e dei demoni; questi flussi di atomi si staccano dagli oggetti e giungono ai nostri organi di senso producendo le sensazioni. Noi percepiamo solo i caratteri derivati delle cose – le qualità secondarie, nel linguaggio moderno – non lo zoccolo duro e di base della realtà (gli atomi e il vuoto non si vedono).

Ciò implica che la conoscenza sensibile non abbia a che fare con le cose ma con le loro qualità e che sia sempre mediata, sia dalla struttura delle nostre facoltà che dagli effluvi. Se ci arrendiamo al fatto che la vera conoscenza della realtà ci sfugge, come essere certi dell’attendibilità delle nostre percezioni? Come accadeva in Parmenide, anche per Democrito è il pensiero che detta le condizioni dell’essere, a dirci quali sono le sue strutture essenziali. 

Tieni presente un punto importante, che marca lo scarto con la tradizione successiva, almeno da Platone in poi: non esiste una contrapposizione tra tipi di conoscenza, tra una conoscenza razionale (che può essere) vera e una conoscenza sensibile (che può essere) falsa. Per Democrito la sensazione ci restituisce conoscenze vere, e questo a prescindere dal fatto che atomi e vuoto abbiano carattere “razionale”.

Alla luce di queste premesse, spesso in alcuni manuali potresti trovare degli accenni a un presunto materialismo di Democrito, con un po’ di confusione tra antifinalismo e casualismo. Mettiamo un po’ di ordine. Perché non si può parlare di materialismo per Democrito? La risposta è abbastanza intuitiva: Democrito non conosce la distinzione tra “ciò che è materiale” e “ciò che è spirituale”. Non vi sono due domini, quello della materia e poi quello dello spirito, in quanto anche l’anima è composta da un tipo particolare di atomi, di forma sferica. L’anima non è altro che un insieme di particelle più mobili e più sottili di altre, in grado di espandersi nei corpi, animandoli. La spiegazione del divenire è condotta sempre in riferimento a cause materiali e meccaniche – per aggregazione e disgregazione di atomi – e interne a ciò che diviene, non esterne o provenienti da una dimensione ulteriore. Ciò che noi intendiamo con “spirituale” è ridotto fino a scomparire del tutto, visto che l’anima muore con il corpo. 

Questo non significa che vi sia un cieco meccanicismo che conduce alla confusione: “nulla si produce senza motivo, ma tutto con ragione e necessariamente”, (67B2). Quella di Dante, nel IV libro dell’Inferno, “Democrito che’l mondo a caso pone”, è una forzatura. Il rifiuto di una qualunque finalità risulta simile al casualismo ma in modo molto lieve: il modo in cui gli atomi si aggregano è necessario e casuale al tempo stesso perché se da un lato risponde a precise leggi fisiche (aggregazione e disgregazione) che escludono il cieco caos del caso, dall’altro non obbedisce ad alcun fine o disegno preordinato. A Democrito interessa il come, non il perché un evento fisico accade – e questo è straordinario perché è il primo che ragiona come i fisici moderni, che spiegano le meccaniche e dinamiche dei fenomeni, non perché accadono.

Su questa concezione riposa tutta l’antropologia di Democrito. L’uomo non è un essere decaduto da una perfezione originaria. Non esiste un’età dell’oro. Ciascuno di noi deve cercare il proprio ordine all’interno di un ambiente spesso ostile, che ci sfugge, intrinsecamente di-ordinato. Il tema gli sta molto a cuore; la maggior parte dei frammenti pervenutaci è di carattere etico. Si tratta di una sequenza di sentenze, per lo più inviti alla moderazione nei piaceri e nei desideri, inviti a comportarsi secondo virtù e giustizia. L’obiettivo è la tranquillità dell’animo (l’euthymìa) che deriva dal controllo delle nostre “pulsioni” o tendenze. L’ideale etico-politico annesso è eminentemente privato. 

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(ii) Vediamo ora di sviluppare un parallelismo con Epicuro, visto che non è frequente vederli presentare insieme, benché poi una delle domande più frequenti sia in merito a possibili somiglianze e differenze. In Epicuro (Samo, 342 a.C. – Atene 270 a.C.) abbiamo una distinzione tra conoscenza empirica e conoscenza razionale, con una conseguente fiducia nella conoscenza sensibile. Ma prima di continuare dobbiamo dire che cos’è l’ellenismo, ossia il periodo storico in cui Epicuro vive. Con ellenismo si intende il periodo che si apre dalla morte di AlessandroMagno (323 a.C.), periodo in cui i principi e i modelli della civiltà greca si diffusero in tutto il mondo allora conosciuto. Le caratteristiche di quest’epoca sono le seguenti:

a) la decadenza delle poleis greche. Dopo il 323 l’impero si sgretolò e al suo posto sorsero alcuni regni di vaste proporzioni: in Egitto, Siria, Macedonia. I sovrani di questi regni erano in eterna lotta tra loro. Le città-stato persero l’antico splendore e furono sostituite da centri politici importanti come Pergamo, Alessandria e Antiochia in cui le istituzioni passate, tipiche delle poleis, si irrigidirono molto, favorendo una netta divisione tra un ceto aristocratico e ristretto, molto ricco, e le classi meno abbienti. Con i regni ellenistici si diffuse la convinzione che la politica non fosse un fatto governabile con gli strumenti della ragione;

b) assistiamo a un divorzio tra il cittadino e il filosofo. Sono frequenti i sapienti di professione e gli “intellettuali” vivono ritirati e isolati, delusi dalla situazione sociale e culturale che li circonda. Si sviluppano, in questo modo, le prime sedi scientifiche e culturali come il Museo e la Biblioteca di Alessandria in Egitto. Questi due centri, fondati nel III secolo a.C. grazie all’iniziativa congiunta di uno studioso peripatetico, Demetrio del Falero, e del sovrano d’Egitto Tolomeo I Sotèr, divenne la più importante sede di tutto il mondo antico. Se la biblioteca fu soprattutto nota per le raccolte di libri, il Museo era un vero e proprio circolo di scienziati aristotelici. Vi lavorarono, infatti, non solo Demetrio ma anche Stratone di Lampsaco, allievo di Teofrasto (a sua volta allievo di Aristotele).

c) Nonostante l’indirizzo “naturalistico” del Museo di Alessandria, è comune a tutte le filosofie ellenistiche il primato dell’etica e il rifiuto dei supporti “metafisici” della tradizione antica (Platone e Aristotele soprattutto). La crisi della vita politico-sociale del tempo favorì certamente questo indirizzamento pratico negli studi.

Iscrizione dedicata a Tiberio Claudio Balbillo (~79 d.C.) che conferma l’esistenza della Biblioteca nel I secolo, come affermano le fonti classiche (immagine di pubblico dominio: http://bit.ly/2f5Pqr6).

Poste queste premesse, ora ti racconto un po’ meglio di Epicuro. Stavamo parlando delle sensazioni. Epicuro teme che l’uomo, diffidando delle sensazioni, cada in preda alle paure. Come avviene la sensazione? Come abbiamo visto con Democrito, dai corpi si staccano degli effluvi, veri e propri simulacri delle cose, secondo Epicuro, che fungono da cause materiali della sensazione. Ed è per questo motivo che, in linea di principio, essa dovrebbe essere sempre vera, in quanto mera ricezione di un “contenuto” che direttamente proviene dagli oggetti esterni. “Che i corpi esistano è la stessa sensazione a testimoniarlo in ogni istante, fondamento necessario di ogni dimostrazione mediante il ragionamento a proposito di ciò che non è percepibile con i sensi, come ho già ricordato prima“, (Epicuro, Lettera a Erodoto, 39-40, trad. N. Russello modificata).

Di fatto, però, non lo è. L’errore dipende dalla natura di alcuni effluvi, vi sarebbero infatti, pezzi di atomi che si staccano dagli effluvi originari, da qualche difetto negli organi di senso, oppure da un errore in sede di giudizio (e non potrebbe essere diversamente, visto che le sensazioni sono sempre vere). Ammette, infine, la possibilità che si formino conoscenze indipendenti dalla presenza di un input sensitivo: a tal proposito, egli elabora la dottrina delle anticipazioni o prolessi. Non temere, è abbastanza semplice. Con prolessi o anticipazione Epicuro intende un’impronta lasciata dalle sensazioni sui nostri organi di senso che, da un lato, ci consente di conoscere in anticipo alcune cose, dall’altro spiega la base dei nostri procedimenti mnemonici. Visto che possiamo richiamare alla mente qualcosa anche in sua assenza, Epicuro ammette l’esistenza di concetti universali o astratti, intesi come mero prodotto delle abitudini e come mezzo per organizzare conoscenze complesse in assenza degli oggetti cui si riferiscono.

Materialismo ed esistenza degli dei. Oltre agli dei, Epicuro ammette anche l’esistenza dell’anima (che è fatta solo di materia). Anche gli dei non possono che esistere necessariamente: il problema è come giustificare, e dimostrare, l’idea che non si occupano delle vicende umane! Dai, riflettiamoci con Epicuro: lui ci dice che, nell’ipotesi in cui si interessassero di noi, il male non sarebbe giustificabile. Perché gli dei non lo eliminano? Non vogliono estirparlo e, dunque, sono forse malvagi? O forse non possono, e allora sono dei impotenti? Epicuro intende escludere entrambe queste opzioni: ci racconta, invero, che gli dei esistono ma abitano negli intermundia e non si curano di ciò che accade sulla Terra. L’uomo di Epicuro è senza dei; sarebbe però un errore etichettare come “atea” questa posizione, in quanto il nostro non nega che gli dei esistano. Semplicemente gli uomini sono privi di tutele oltremondane e da solo deve tentare di costruirsi il proprio destino e la propria felicità.

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L’etica edonistica. Con edonismo non si intende qualcosa di simile alle posizioni de cirenaici, né l’edonismo in senso letterale del termine, quello dedito ai piaceri bassi. Il vero piacere è aponìa, assenza di dolore, e atarassia, assenza di turbamento. E’ uno stato di tranquillità interiore, di quiete, che non sempre è semplice raggiungere in quanto esistono delle paure molto comuni, come quella degli dei e della morte, che fin troppo speso attanagliano gli uomini. Se sei arrivato a leggere fin qui, sai già perché non dobbiamo aver paura degli dei. Per quanto concerne la morte, invece, essa non è un male poiché coincide con la privazione del dolore. Il vivere in sé non è un bene, dunque non ha senso aspirare al’immortalità; può essere considerato un bene solo il vivere felicemente. La tranquillità interiore potrebbe anche non realizzarsi per motivi prettamente fisici, che nulla hanno a che vedere con l’atteggiamento psicologico.

In questo caso, non dobbiamo scoraggiarci poiché se i dolori sono forti, saranno di breve durata, oppure terminano con la morte (allegro, eh?). Se, invece, sono deboli allora sono sopportabili. Più attenzione va fatta ai desideri, alcuni dei quali potrebbero compromettere la tranquillità interiore: “analogamente bisogna credere che, tra i desideri, alcuni sono naturali, altri vani, e tra quelli naturali alcuni sono necessari, altri solo naturali. E tra quelli necessari, alcuni sono necessari per la felicità, altri per il benessere del corpo, altri per la vita stessa. Possederne una sicura conoscenza, conduce a ricondurre ogni scelta e ogni rifiuto alla salute del corpo e alla tranquillità del’anima, perché questo è il fine della vita felice“, (Epicuro, Lettera a Meneceo, 127-128, trad. di N. Russello, leggermente modificata).

Epicuro quindi distingue tre tipi di desideri:

1- desideri naturali e necessari (che possono e devono essere soddisfatti);

2- desideri naturali e non necessari (che possono essere soddisfatti, ma che non hanno alcun ruolo nell’aumento del piacere);

3- desideri non naturali e non necessari (come il potere, l’onore e le ricchezze) che vanno assolutamente evitati.

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Il vero edonista è colui che rifugge tutti i comportamenti estremi e sa valutare quale classe di desideri soddisfare. Epicuro dimostrò disinteresse per la vita pubblica: il suo “vivi nascosto!” è diventato famoso nella tradizione posteriore. Questo non implica però un completo disinteresse per i problemi della società a lui contemporanea, anzi. Egli intende dire che il filosofo può occuparsi della vita politica solo nella misura in cui le regole della convivenza sono necessarie per l’esercizio dell’atarassia (su questo aspetto si distanzia dall’atteggiamento socratico-platonico verso la polis, sia dall’anarchismo estremo dei cinici, in quanto accetta lo stato solo nella misura in cui è un mezzo, ossia serve al filosofo per la realizzazione di una vita serena).

Lo stato e la vita civile. Epicuro ha una concezione molto particolare della vita in comune. La dimensione ottimale per gli uomini è data dalla costituzione di comunità di saggi abbastanza limitate nel numero, dunque di piccole dimensioni, fondate primariamente sulla pratica dell’amicizia. L’amicizia deve essere indipendente dai vincoli di parentela e vissuta tra individui che si scelgono in modo indipendente e liberamente, solo sulla base delle affinità intellettuali ed emotive (o psicologiche). Le comunità epicuree, a cui pensa probabilmente sul modello della sua scuola, il Giardino, sono la prima manifestazione “sociale” dell’ideale di amicizia privata che ebbe molto successo nel mondo latino.

Il Giardino e la sua fortuna. Epicuro fonda il Giardino intorno al 306. Ebbe molto successo, in quanto i frequentatori della sua scuola divennero ben preso centinaia, anche perché costituiva un unicum nel mondo greco, ospitando sia le donne che gli schiavi. La filosofia è innanzitutto una ricetta per vivere bene e il filosofo è colui che ricerca la felicità: filosofia e felicità finiscono per coincidere. Le critiche al modo di intendere il rapporto tra filosofia, vita e felicità che Epicuro muove all’Accademia platonica e al Peripato o Liceo di Aristotele sono molto dure. Epicuro contesta a Platone l’astrattezza dei suoi ideali: per Platone la possibilità della felicità poggia su un’ontologia ben precisa, comprendente l’immortalità dell’anima e l’esistenza del mondo delle idee, dimensione sovrasensibile inclusa. Confidare in questo tipo di felicità significa affidarsi a un insieme di credenze e di speranze abbastanza inquietanti, in quanto impossibili da verificare.

La strategia di Epicuro è invece volta a valorizzare in modo nuovo e inaspettato proprio ciò che Platone e i tragici avevano cercato di superare: la finitezza della vita umana. Lo spirito ottimistico con cui Epicuro guarda le vicende umane non ha precedenti; se i tragici hanno giudicato l’esperienza mondana dolorosa appunto perché destinata a concludersi, se Platone ha ritenuto doveroso spostare il baricentro del destino umano appunto per garantire all’uomo una felicità impossibile da realizzare nella finitudine della dimensione quotidiana, Epicuro si propone di mostrare che la vita di tutti noi può essere felice proprio nella sua finitezza.

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Anche Aristotele aveva proposto un ideale di felicità totalmente mondano, ma aveva fatto un errore imperdonabile: questo ideale era aristocratico e vedeva la felicità solo nella conoscenza e nella vita contemplativa (questa è l’idea di Epicuro, un po’ forzata, visto che Aristotele non nega l’importanza dei beni, di una moglie/marito, di una famiglia nella realizzazione di una vita felice. Certo, l’ideale della ricerca filosofica resta in primo piano, sempre e comunque). Contro Aristotele, Epicuro si affida a Socrate, alla filosofia intesa come cura, come aiuto per l’uomo: la conoscenza sarebbe del tutto inutile se non contribuisse alla felicità degli uomini. Come dargli torto?

In questa prospettiva va inteso l’interesse epicureo per la cosmologia che trovi nella Lettera a Pitocle. Epicuro dice, infatti, che la conoscenza dei fenomeni celesti non è fine a se stessa e non ha altro scopo che il conseguimento di imperturbabilità e solide convinzioni, proprio come accade nelle altre ricerche. All’interno della teoria dell’infinità dei mondi, in questa lettera egli esamina la formazione dei pianeti e del Sole, fenomeni come le comete, le eclissi, i temporali, fulmini, tuoni e cicloni, la grandine, i venti e i terremoti. Una descrizione completa dei fenomeni che noi chiamiamo metereologici e dei principali eventi “astrofisici” (ovviamente Epicuro non usa questi termini moderni).

Il Giardino è sopravvissuto a Epicuro. Poche sono le personalità di rilievo: si ricordano, tra i suoi discepoli, Metrodoro di Làmpsaco e Colote, mentre di più solido spessore teorico dovettero essere le opere di Filodemo di Gadara (nei papiri ercolanensi si conservano numerosi passi delle sue opere, siamo ormai nel I secolo a.C.). La filosofia di Epicuro andò incontro a un rapido tramonto non solo per la sacralità che la tradizione successiva assegnò ai suoi testi, finendo col favorire un’immagine dogmatica di questo tipo di filosofia, ma soprattutto perché la sobrietà degli ideai che proponeva non ebbero fortuna di fronte al cristianesimo e alle prospettive offerte anche dalle altre religioni misteriche. L’epicureismo morì prima di oltrepassare la soglia dell’antichità.

Se conosci l’inglese, ti consiglio di leggere la voce dedicata nella Stanford Encyclopedia of Philosophy: Ancient Atomism di Sylvia Berriman.

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