Marguerite Yourcenar, Memorie di Adriano – La Loggia di Annaliside

Il vero luogo natio è quello dove per la prima volta si è posato uno sguardo consapevole su se stessi: la mia prima patria sono stati i libri“, (M. Yourcenar, Memorie di Adriano. Seguite da Taccuini di appunti, Einaudi, 2005: 32). Eclettico, versatile, multiforme. Il giovane Adriano è assetato di conoscenze e non è secondo a nessuno in fatto di virtù. Definisce la conoscenza della poesia inebriante quanto quella dell’amore, ringrazia il suo precettore per averlo costretto a studiare il greco, che ha profondamente amato: “quasi tutto quel che gli uomini han detto di meglio è stato detto in greco. […] L’impero, l’ho governato in latino; in latino sarà inciso il mio epitaffio, sulle mura del mio mausoleo in riva al Tevere; ma in greco ho pensato, in greco ho vissuto”, (cit., pp.34-35).

Un libro immenso. Il ritratto di un uomo quasi saggio. Flusso di coscienza, autobiografia, epistolario, dialogo con se stessi. Ma anche romanzo storico, certo. Un turbinio di emozioni che si rincorrono in una prosa limpida, attenta al dettaglio, che non manca di scavare tra le pieghe più oscure dell’animo umano. La giovinezza, i viaggi, le conquiste. L’incontro con Antinoo che illumina la sua vita con una inaspettata passione. La morte dell’amato che lo renderà un sopravvissuto: ogni cosa ha un volto deforme. A “salvarlo” sarà il forte senso dello Stato che lo accompagnerà per tutta la vita, passando per la malattia e la morte. In questa lunga lettera a Marco Aurelio assistiamo al dischiudersi di un’esistenza: ero dio, semplicemente perché ero uomo.

Il II secolo d.C. è tradizionalmente considerato il più prospero dell’impero romano che, grazie alla stabilità dei propri confini, poté godere di un notevole sviluppo economico e culturale. Nei Taccuini di appunti pubblicati insieme alle Memorie nella ristampa Einaudi del 2005, Marguerite Yourcenar fa notare come fosse impossibile prendere per figura centrale un personaggio femminile; porre, ad esempio, come asse del racconto, anziché Adriano, Plotina (moglie dell’imperatore Traiano). La vita delle donne è troppo segreta. Se una donna parla di sé, il primo rimprovero che le si farà è di non essere più una donna. È già abbastanza difficile far proferire qualche verità a un uomo. Quanto al genere, coloro che avrebbero preferito un Diario di Adriano alle Memorie di Adriano dimenticano che un uomo d’azione raramente tiene un diario; più tardi, al fondo d’un periodo d’inattività, egli si ricorda, prende nota e, il più delle volte, stupisce. Come scriveva Gustave Flaubert,  quando gli dei non c’erano più e Cristo non ancora, tra Cicerone e Marco Aurelio, c’è stato un momento unico in cui è esistito l’uomo, solo, e Adriano appariva un personaggio adatto a rappresentare l’uomo in questa particolare condizione.

Il tratto più appassionante di questo libro sta tutto qui: non c’è Dio, nessun pantheon divino, non c’è il mito che ci consola. C’è forse la filosofia? La libertà è indubbiamente il concetto cardine attorno cui si costruisce la figura di Adriano. Essa è concepita duplicemente: come adempiere perfettamente al compito più gravoso senza impegnarsi interamente in esso e, poi, come capacità di assentire, di accettare l’imprevisto, il disagio, la sciagura cercando di trarne giovamento e volgendolo al positivo. Una libertà dal sapore stoico, ma non troppo.

Che dire poi del trascorrere del tempo, di quanto spesso ci dimentichiamo che il tempo condiziona pesantemente il modo in cui percepiamo ed elaboriamo le esperienze. Di quanto il tempo possa rendere sempre diverso lo stesso evento se, per assurdo, potessimo riviverlo in condizioni e contesti sempre diversi. Un’evidenza, che oserei chiamare certezza, pur non potendo vagliarne sperimentalmente la verità.

Un’emicrania, un ginocchio sbilenco, un’epistassi. Tutti accidenti comuni, spesso innocui ma altrettanto spesso sintomi di qualcosa di più profondo. Di preoccupante. Di un dolore, di una debolezza nascosti che premono, ad un certo punto, per imporsi. E ci soffocano. L’amore, la malattia, la morte: “Non si comprendono le malattie se non se ne riconosce la strana somiglianza con le guerre e con l’amore: i compromessi, le finte, le esigenze, quell’amalgama unico e bizzarro che nasce dalla mescolanza d’un temperamento con un male“, (p.228).

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