Amore e Filosofia: Heidegger-Arendt, Sartre-de Beauvoir e … Aristotele!

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Nella storia della filosofia ci sono figure come Platone, Agostino, Abelardo e la Arendt in cui la teoria è chiaramente espressione di un travaglio personale facilmente individuabile: “ho rinunciato alla dedica di questo libro. Come potevo dedicarlo a te, mio intimo, a cui sono e non sono rimasta fedele, ma comunque, in entrambi i casi, amandoti”, (Hannah Arendt a proposito del De vita activa). Il De vita activa è stato pubblicato per la prima volta nel 1958. La rottura (mai davvero definitiva) con Heidegger risale a circa vent’anni prima. Il video di cui vedi qui sopra la “locandina” sarà on-line il 27 gennaio. 

Come scrivevo su Facebook tempo fa, in altri casi, Aristotele e Kant ad esempio, abbiamo invece personalità più “fredde” – passatemi il termine – uomini più sistematici che sembrano riuscire a chiudere in un cassetto le loro vicende personali. Si tratta chiaramente di una semplificazione. Oggi cerco di introdurti nel turbinio di due storie d’amore; poi farò qualche accenno al testamento di Aristotele perché è una vicenda divertente. La prima è quella che coinvolge Hannah Arendt e Martin Heidegger.

1924. Semestre invernale. Hannah e Martin si incontrano. Colpo di fulmine? A quanto pare, sì, è andata proprio così. E galeotto fu il seminario sul Sofista di Platone. È la storia di una passione, forse di un’amore, difficilmente esprimibile a parole che il tempo e la crudeltà della storia riescono solo a scalfire. Martin e Hannah si separano una prima volta nel 1926, ma le loro strade prendono direzioni opposte nel 1933 con l’ascesa del nazismo.

Vogliamo custodire nel nostro intimo, come un dono, il fatto che ci siamo potuti incontrare, senza rovinarlo nella sua pura vitalità con nessuna illusione; vale a dire che non vogliamo immaginarci qualcosa come un’amicizia spirituale, che tra esseri umani non esiste mai”, (Martin Heidegger ad Hannah, febbraio 1925). “Ti amo come il primo giorno — tu lo sai e io l’ho sempre saputo, anche prima di questo nostro incontro. Il cammino che mi avevi indicato è più lungo e difficile di quanto pensassi. Richiede tutta una lunga vita“, (Hannah Arendt, aprile 1928).

Il romanzo è un continuo fluire di eventi, emozioni, riflessioni filosofiche (a tratti ho invidiato l’amicizia tra la Arendt e Karl Jaspers). Mi riferisco al libro di Antonia Grunenberg, Hannah Arendt e Martin Heidegger. Storia di un amore, Longanesi, cui rinvio se ti interessa come va a finire la storia.

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La seconda storia coinvolge Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir. Ecco il loro incontro. Sono entrambi giovani studenti universitari. Lui ventiquattrenne, minuto, piccolo, trasandato, un po’ strabico. Lei non riesce a sfuggirgli affascinata dalla frase che amava ripetere: “gli uomini non sono spiriti, ma corpi in preda al bisogno”. Così lo ricorda: “la prima volta che l’avevo visto alla Sorbona, portava il cappello e stava parlando animatamente con una stanga di normalista (dottoranda) che mi era parsa molto brutta; se ne era disgustato ben presto e si era legato con un’altra, più carina, ma che combinava pasticci, e con la quale aveva ben presto litigato”.

Lei ventunenne, bella ragazza dell’alta borghesia parigina. Alta, occhi azzurri. Riccioli bruni che incorniciano un volto candido, intelligente e brillante: “Io ero intelligente, ma lui era un genio”. Simone subisce subito il magnetismo del giovane intellettuale: “Sartre rispondeva esattamente al sogno dei miei quindici anni (…) Con lui avrei potuto sempre condividere tutto. Quando lo lasciai al principio di agosto sentii che egli non sarebbe mai più uscito dalla mia vita”.

Era l’ottobre del 1929 quando fu sancito il loro particolare “matrimonio morganatico” sotto forma di un vero e proprio contratto a termine. Con una condizione: due anni da trascorrere il più vicino possibile, quindi una lunga separazione. Poi, incontrarsi da qualche parte. Perché un amore così dura tutta la vita. “Il nostro è un amore necessario, ma ci conviene conoscere anche degli amori contingenti”. A dirlo è Jean-Paul Sartre. Gli amori contingenti devono essere subordinati all’amore necessario, ecco il fulcro del “contratto”.

Questo impegno Simone lo assume totalmente. Sartre, invece, manterrà … una morale fortemente ambigua. Lei sarà capace di dire addio a Nelson Algreen, uno scrittore che aveva amato con passione, mentre lui, nonostante saltasse da un letto all’altro, decide di rompere l’accordo sposandosi quando incontra a New York Dolores Vanetti Ehrenreich. L’idillio con questo uomo è trascinante e con lui il suo corpo- scriverà Simone nei Mandarini- si levava infine dalla terra dei morti. Tutta la mia vita era stata una lunga malattia. Ma Nelson che vuole pure sposarla, rimarrà per lei un amore secondario. Simone non vuole lasciare Parigi.

Scriverà la loro storia d’amore e la cosa lo farà infuriare non poco! Intanto, il sodalizio tra Sartre e la de Beauvoir non si interrompe. Il loro amore si staglia all’ombra di una platea di donne, uomini, segretarie, cameriere, studentesse, scrittori. Una tela di ragno in cui vengono invischiate ragazze che spesso non si innamorano di Sartre, ma di Simone. E vengono ricambiate. Attraverso una fitta corrispondenza i due filosofi, spesso lontani, si scambiano dettagli sulle loro avventure, certi di non suscitare alcuna gelosia. La valanga di lettere che Sartre scrive a Simone – affettuosamente soprannominata castoro, perché questo piccolo animale è simbolo di energia e di lavoro – è, de facto, un imponente romanzo erotico. Una buona testimonianza si trova in Jean-Paul Sartre, Lettere al Castoro e ad altre amiche (1926-1963).

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Se Elfride ha dovuto condividere Heidegger con la Arendt (e fare buon viso, visto che avevano due figli), se Simone ha dovuto sopportare le marachelle di Jean Paul, alla moglie del buon vecchio Aristotele sembra sia andata un filino meglio. Oltre ai viaggi in Asia Minore, a Mitilene e in Macedonia, esiste un documento che ci mostra l’uomo che si nasconde dietro a quel giovane e brillante ragazzo che Platone nell’Accademia aveva soprannominato Nous, ossia Intelletto.

Diogene Laerzio (V, 62) riporta il contenuto del testamento di Aristotele. Aristotele nomina esecutore Atipatro (Antipatro era il reggente della Macedonia ai tempi di Alessandro Magno e protettore delle città greche). Lascia disposizioni per assicurare un futuro tranquillo alla figlia Pizia, alla quale peraltro assegna come marito Nicanore, e al figlio Nicomaco. Ecco i dettagli romantici. Le ossa della moglie (che si chiamava anche lei) Pizia “devono essere trasportate nel luogo in cui sarò seppellito” – scriveva Aristotele – ma non è tutto. Ad alimentare i pettegolezzi sono le preoccupazioni che Aristotele mostra verso Erpillide una donna che, dopo la morte della moglie, gli era stata per lungo tempo accanto e che lui stesso ricordava come “una donna che si è comportata bene con me”.

Chissà se solo dopo la morte di Pizia, chissà, chissà … Aristotele raccomanda infine al tutore di assicurarsi che Erpillide sia felice e che si sposi, qualora lo voglia e riesca a trovare un uomo degno. Lascia a lei denaro, servi, parte della casa a Calcide o, se preferisce, addirittura la casa paterna a Stagira e ordina che questa venga arredata “secondo i gusti e le esigenze di Erpillide”. Non male, eh? Il primo fine settimana di febbraio usciranno due video su Aristotele! 

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Un pensiero su “Amore e Filosofia: Heidegger-Arendt, Sartre-de Beauvoir e … Aristotele!

  1. Stavo giusto pensando di fare una ricarica di libri ( lo faccio per risparmiare sulle spese di spedizione). Uno sarà sicuramente su questi speteguless, . E incredibile come trovi spesso questi argomenti a latere di filosofia e storia, sono proprio gustosi.

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