Di Baci, Guerre Greche e Sinfonie di Bach: a cosa “serve” studiare questo e non quello?

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L’Idolo eterno, Auguste Rodin, 1889, marmo, Musée Rodin, Parigi

Pensieri sparsi. Non amo l’aforisma. Chissà poi perché spesso mi ritrovo a cucirne in sequenze. Spesso leggere Demostene è un po’ come baciarsi. Baciarsi ascoltando Bach è poi il massimo. A cosa serve studiare storia della musica? Storia greca, poi, così lontana dal nostro presente. A cosa … serve! Serve? Parliamo quindi di utilità, ma in che senso? Ancora l’insensata domanda a cosa serve spaccare il capello in quattro sulla Guerra del Peloponneso? A cosa serve studiare Aristotele? Perché perdere tempo con storia greca e filosofia antica quando nei contesti lavorativi quotidiani questi corpi di conoscenze non trovano un’immediata applicazione pratica? Mettiamola così. Uno dei miei compositori preferiti si chiama Johann Sebastian Bach.

In particolare, amo i lavori organistici, amo i suoi preludi (fantasie, toccate) e fughe. Perché ascolto Bach? Perché credo sia essenziale introdurre l’insegnamento di storia della musica nelle scuole? Forse perché è utile, è conveniente inserirlo nel CV? Ho pensato di buttare su “carta” questi pensieri proprio ieri, leggendo e commentando l’appello dei 600 docenti; mentre commentavo su facebook la notizia mi è capitato di scrivere che “a scuola ti insegnano e chiedono di ripetere a menadito Hegel ma difficilmente qualcuno ti dice che cosa te ne fa(ra)i di Hegel”.

Andiamo con ordine e definiamo che cosa è utile. Se assumiamo l’utile come criterio per determinare le nostre azioni, per decidere che cosa è bene e che cosa ci rende felici allora significa che l’utile diventa la regola di base per formulare qualunque discorso sui nostri valori morali. Dicevano qualcosa del genere già Protagora e, con articolazioni più o meno edonistiche, i cirenaici e gli epicurei. Telesio, Hobbes, Bentham e Mill non fanno che complessificare, in modi pur diversi, questo quadro di riferimento. Bentham, ad esempio, definisce l’utile come ciò che genera vantaggio, piacere, felicità e bene, intendendo questi termini come sinonimi.

L’utile è quindi un concetto molto ampio che non coincide necessariamente con il conveniente o con il vantaggioso a breve termine, come spesso accade nelle discussioni del tipo “è più utile studiare economia che greco antico”, dove l’utile è inteso nel quadro di un’azione o decisione finalizzata ad ottenere un preciso risultato, spesso vagliabile a priori.

Se utile è ciò che minimizza il dolore e massimizza il piacere, allora per me è utilissimo ascoltare Bach, leggere Plutarco, recitare Demostene. Questo è un significato nobile di utile che sarà poi sviluppato da Mill ed entrerà nel dibattito sul positivismo: se è vero che non c’è vero utile per l’individuo se questo non finisce per favorire il bene per la collettività allora l’utile è la radice stessa dei valori sociali. A me sembra che la domanda a cosa serve la filosofia? nasca dall’oblio o, peggio, dalle pieghe dell’ignoranza. Di solito rispondo con un’altra domanda: a cosa serve baciarsi?

Spesso, chi si pone la domanda “a cosa serve la disciplina-x?” parte o assume (in)consciamente un significato diverso di utile, inteso banalmente come ciò che serve e che è vantaggioso per raggiungere uno scopo; a monte c’è sicuramente un calcolo delle opportunità e delle possibilità, nel senso che si vagliano a priori diverse opzioni avendo già in mente l’obiettivo. Diversamente accade se vincoliamo il significato di utile a concetti come bene e piacere. Perché ci baciamo? Il bacio avrà anche un’utilità biologica ed evolutiva, anzi ce l’ha certamente, ma non è per questo che lo facciamo. E mi sembra che ci sia anche una pubblicità a ricordarcelo. Ci baciamo perché ci piace, perché ci rende felici, perché rasserena una giornata iniziata col piede sbagliato. Ci baciamo perché ne abbiamo bisogno, perché baciarci ci ricorda che siamo animali umani.

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Spesso leggere Demostene è un po’ come baciarsi. 

Baciarsi ascoltando Bach è poi il massimo. 

Spesso leggere Demostene mi ricorda che non sono solo un’animale.

… e che posso essere migliore di quello che sono, oggi.

La scuola deve formare persone, non lavoratori. Semmai deve aiutarci ad essere o, meglio, a diventare cittadini consapevoli. Credo che in parte questo valga anche per le Università, soprattutto ora che esiste la formula 3+2: il biennio potrebbe semmai essere strutturato guardando alle esigenze del mercato del lavoro, ma non di più. SI fa un gran parlare della crisi economica, del disallineamento delle Università al mondo del lavoro che cambia inesorabilmente. Esistono chiaramente dei problemi che spesso non vengono nemmeno visti da chi è troppo impegnato nella guerra “classicista”, ossia a demonizzare un certo tipo di studi considerati espressione di un’élite d’altri tempi, secondo loro anticapitalistica e legata ad un passato ormai remoto.

Peccato che tutta questa gente non si ponga il problema del bene e della felicità, non si faccia una banalissima domanda: che cosa ti spinge ad alzarti la mattina? Ad alzarti col sorriso, non incazzato con il mondo eh! Smettiamola con la retorica del filosofo che serve panini al McDonald’s, come se la felicità si misurasse con il metro degli scatti di carriera. Dovremmo anche smetterla di giudicare le scelte altrui e, soprattutto, dovremmo smettere di pensare che il lavoro che facciamo sia una lettera scarlatta che dobbiamo cucirci addosso il più presto possibile, pena la perdita della nostra identità. Siamo persone, poi tutto il resto.

E rabbrividisco quando penso che si vuole cambiare la scuola per “adeguarla” alle contingenze del sistema capitalistico, resto paralizzata di fronte a ragazzi che scelgono il loro percorso scolastico non sulla base di quello che sentono, delle loro inclinazioni, ma pensando a un futuro remoto, ad una sistemazione lavorativa sicura e immediata; questo naturalmente non significa che io non consideri le necessità materiali. Non sono choosy e da laureata ho fatto la barista e mille altre cose che rifarei tranquillamente anche ora. Significa solo che so come funziona, so che con il tempo gli orizzonti cambiano, a volte marcatamente, e cambiano esigenze, desideri, aspirazioni.

So che la cosa più importante è diventare me stessa, realizzare la mia natura e cercare di essere sempre una persona migliore; tutte le pagine che leggerò e tutti i baci che darò faranno parte di questo percorso. Banalmente, ciò che ci definisce, anche nei contesti sociali, non è il lavoro che in quel momento facciamo, ma il bagaglio di umanità che possiamo e/o siamo disposti a condividere. Ecco a cosa serve Annaliside.

Concludo: “a scuola ti insegnano e chiedono di ripetere a menadito Hegel ma difficilmente qualcuno ti dice che cosa te ne fa(ra)i di Hegel”. Per capire cosa ce ne facciamo della Guerra del Peloponneso, di Hegel e di Aristotele dobbiamo prima fare un po’ di fatica – lo dico per chi è diverso da me e non trova queste attività estremamente piacevoli e soddisfacenti; dobbiamo conoscere e poi eventualmente porci ogni altro problema (dico eventualmente perché per me il problema manco si pone).

In alcuni video sul canale, anzi mi correggo, nella maggior parte dei video, mi preme dirti come conoscere al meglio alcune cose. In altre occasioni, come vedi nel video qui sopra, ti suggerisco anche che cosa puoi fartene, ad esempio, della psicologia di Aristotele.

A cosa serve studiare questo piuttosto che quello? A ricordarci che siamo animali umani. Ad essere umani. Baciarsi ascoltando Bach è poi il massimo.

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2 pensieri su “Di Baci, Guerre Greche e Sinfonie di Bach: a cosa “serve” studiare questo e non quello?

  1. Ciao Annalisa, c’è un piccolo dettaglio che mi fa sembrare un pò stonato l’accostamento tra il baciarsi e lo studio della filosofia.
    Trarre piacere da un bacio non richiede competenze, tutti in modo innato ne siamo predisposti. Apprezzare un testo di filosofia come qualunque altra disciplina del sapere umano richiede lo sviluppo di competenze, partendo dalla conoscenza della lingua prima, del linguaggio specifico poi, del bagaglio concettuale ecc… Ci vuole fatica per arrivare ad acquisire tali competenze e una tale fatica può essere vinta solo da chi o ne ha necessità (bisogni primari) o è animato da quel “fuoco sacro” di cui accennavi tu stessa in un video (particolari dinamiche psicologiche evidentemente rare).

    Inoltre, coerentemente con quanto appena detto, penso che la critica che si fa alla filosofia in termini di “utilità” sia male impostata. Mi spiego brevemente: ci sono molte attività “inutili” (nel senso che non soddisfano scopi fondamentali per la vita come nutrirsi, stare in salute, ripararsi dalle intemperie) oggi che sono richiestissime e hanno mercato, si pensi al mondo dello spettacolo, dell’arte, della musica, di un certo sport professionistico… O anche a tutta l’industria della moda e alla creazione di “falsi bisogni” che poi vengono percepiti come reali e che creano domanda e quindi businness…

    Nessuno chiederebbe ad un attore “A che serve saper recitare?” perchè vedere un film è un pò come baciarsi, non richiede particolari competenze per “estrarne” piacere.
    Quindi il problema che fa sembrare “inutile” la filosofia non è legato al fatto che non aiuta a raggiungere scopi concreti, tante altre attività non lo fanno eppure non ricevono la stessa obiezione.
    L’unico problema della filosofia è che è una disciplina di nicchia, con poco mercato, che non interessa la gente in senso ampio, si è vero che la domanda può essere stimolata da campagne promozionali e scelte politiche ma non so fino a che punto.
    Io so giocare a scacchi ad un buon livello (attività più che altro giovanile poi gradualmente abbandonata) ma non ho mai pensato lontanamente di poterci tirar fuori un attività. Per poter apprezzare una partita di alto livello bisogna sudare un bel pò e sviluppare delle competenze che solo un appassionato può aver la forza di acquisire.

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    • Ciao Gabriele, sì concordo. Infatti il post non ha valenza universale, è semplicemente una riflessione di ciò che è per me la filosofia o leggere Demostene. Proprio come baciarsi. So che in pochi hanno la stessa sensibilità, esattamente come per gli scacchi.
      La filosofia ha poco mercato anche perché è ormai da anni chiusa nelle università, relegata a sapere specialistico e come giustamente dici, di nicchia. Per gli antichi la filosofia significava modo di vivere, era alla base di scelte etiche e politiche; per noi non è più così e non c’è nessuna campagna che possa far cambiare le cose (a parte una seria riforma dell’istruzione).

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