Betty di George Simenon o dell’universo assordante della carne

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“[…] a poco a poco la mano le era scivolata lungo il ventre e, come quando era ragazzina, senza quasi rendersene conto, si stava accarezzando, forse per isolarsi ancora di più dal mondo esterno, per far sì che esistesse unicamente l’universo della sua carne calda e delle sue sensazioni“, (Georges Simenon, Betty, Adelphi, p. 33). Solo un’abitudine. Un’abitudine da prendere, prima o poi. Sì. Quella di amare o di non amare. Disadattata o emancipata? Incoerente o pragmatica? Puttana o disillusa? Sopravvivere attaccata a una bottiglia di whisky per non “sporcarsi”. Ecco il motto di Betty.

Incontrare Betty tra le pagine di Simenon significa provare un effetto straniante. Violento. Che scorre per giorni lungo l’epidermide. Significa anche irritarsi di fronte all’inettitudine di una donna, all’incapacità di reagire, alla miopia dei sensi. L’esserci del corpo con tutte le sue voci, i suoi difetti, le sue ferite e malattie, insieme all’alienarsi della mente che rincorre una miriade di immagini, spesso confuse, tra presente e passato, realtà e finzione, ricordo e immaginazione.

Luci soffuse. L’odore di muffa mista al fumo. Il bancone di un bar. Ricchezza e miseria di una donna che fugge dall’immagine distorta di se stessa, di un futuro immaginato più che da un passato ormai remoto. La disperazione di una macchia che non se ne va trova nell’alcool brevi attimi di sollievo come quando, da bambina, il piacere quasi perverso della febbre, della malattia, la metteva al sicuro dalla realtà.

L’incontro con Laure, un’altra donna forse immagine di sé tra vent’anni, riporterà Betty al presente, alla necessità di fare i conti con le proprie scelte. Un finale tragico e inaspettato per quello che potrebbe essere il racconto di qualche seduta di psicanalisi. Betty, in un gioco onirico di specchi, ci accompagna nel suo passato mentendoci spudoratamente. E volontariamente. Il lettore può immedesimarsi nello sguardo di Laure, può resistere o farsi trascinare da Betty fin sul pavimento di una bettola di periferia. O capire, per tempo chi è davvero Laure. Due donne e un destino?

Tu credi nell’amore materno? […] Io non ho mai sentito la voce del sangue, la voce della carne. Mi mostravano un esserino che non ero neanche capace di tenere come si deve, e subito la nurse lo riprendeva come per metterlo al sicuro“, (cit., p.70). Tra le altre cose, Betty è il simbolo di una femminilità impossibile, della ricerca forzata di emanciparsi dai ruoli di moglie (devota) e madre (premurosa), della continua ricerca di un’immagine pulita di sé, per non fare la fine di Thérèse. Bugie.

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Simone de Beauvoir .

Ancora bugie. Fuggire dalle immagini della fanciullezza, da quell’incontro traumatico con la sessualità, significa restare intrappolati nell’universo assordante della carne in cui essere donna significa farsi possedere, essere vittima di un uomo, subire violenza.

Secondo me le donne erano fatte per quello, perché l’uomo le umiliasse e le facesse male nel corpo […] Per tutta la vita, fin da quando avevo quindici anni, per imitare Thérése sono stata una puttana. Sorpresa a fare sesso con uno dei suoi svariati amanti nel letto coniugale”, (cit., p. 80).

Se, come vuole Simone de Beauvoir, la deflorazione rappresenta l’ingresso della donna nella specie, allora Betty ne fa il simbolo dell’impossibilità di ritrovarsi e di realizzarsi come individuo. Il suo destino è segnato: affermarsi come trascendenza o alienarsi come oggetto? Betty si aliena come oggetto. Questo sarebbe il destino di ogni donna secondo il Secondo Sesso di Simone de Beauvoir. La donna è destinata a vivere in balia della specie, i cui interessi sono del tutto dissociati da quelli della volontà individuale. La verginità e la ribellione ai ruoli di moglie e madre sono davvero l’ultimo baluardo per l’individualità femminile? Sono davvero il solo baluardo possibile?

Suora o puttana, insomma. Ovviamente la domanda è retorica. Ancora una volta Simenon ci aiuta a mettere in discussione e, quindi, a superare alcune posizioni talebane che un certo femminismo ha nel tempo assunto. Quel femminismo caro alla riflessione esistenzialista che non mira a realizzare tra i sessi il principio dei diversi ma con uguali diritti, bensì a prendere il maschio come modello e a mascolinizzare la femmina, per adeguarla all’esemplare funzionalmente più adatto. Dietro la fine tragica delle tre donne che Simenon descrive in questo romanzo forse c’è anche questo.

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