La Polis, il Principe, l’Individuo: intermezzo sull’Idea di Pace nel Mondo Antico

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Nell’anonimo Agone tra Omero ed Esiodo si racconta come una gara tra due poeti venga risolta dal re dell’Eubea con la vittoria del secondo, in quanto la sua opera esortava all’agricoltura e alla pace, non alla guerra e alle razzie. Mail pubblico avrebbe preferito altro, ossia che il premio fosse assegnato a Omero. Il giudice non fu poi così … saggio? Andava controcorrente? Forse no. All’epoca l’elogio della pace era un paradosso, anche se l’Iliade non ne è estranea, soprattutto nella celebre descrizione dello scudo di Achille.  

In un agile contrasto, Efesto ha forgiato l’immagine di una città che trascorre le sue giornate nella serenità, godendosi i frutti della pace; e l’angoscia di un’altra, destinata alla guerra. Il confronto resta implicito, negli occhi di chi guarda più che nell’immagine artistica, tanto più che il testo omerico non conosce un vocabolo che determini il concetto di pace, e la parola greca eirène – che significa pace – nel poema ricorre solo per indicare il periodo precedente allo sbarco dei Greci venuti per assediare Troia.

Indica un periodo non una condizione. E non poteva essere diversamente: la città fiorente dello scudo non è altro che un’episodica parentesi. Un inutile intervallo tra due guerre. Ecco cosa direbbe l’ideologia eroica cui Omero si rifà nei “suoi” poemi. Ed è incredibile come la storiografia antica abbia per lungo tempo continuato a presentare acriticamente questo “luogo comune”, senza sentire l’esigenza di riflettervi più a fondo. La pace è un vuoto storico. 

Diodoro, ad esempio, scrive che “in quell’anno [prima del 431] c’era pace in tutto il mondo e perciò non ho nulla da raccontare”; la necessità della guerra cui si rifanno Tucidide e Polibio, ad esempio, va di pari passo con una società diseguale, in cui vige lo schiavismo. La guerra diventa in questo contesto il principale strumento per garantirsi la forza-lavoro indispensabile per il mantenimento delle economie antiche. Anche oggi questo nesso sembra non aver perso di significato. Non è dunque un caso che la più intransigente esaltazione della pace provenga da chi più di ogni altro ha cercato di dare dignità autonoma e personale al lavoro. Sto parlando di Esiodo

Nel suo sistema di valori la pace si coniuga alla giustizia e al lavoro per fondare una città prospera e ordinata. Nella Teogonia Eirene nasce da Zeus e Temi, come le Ore protettrici del ciclo stagionale della fertilità, Eunomia (il buon governo) e Dike (la giustizia). Il collegamento della pace con il benessere della comunità diventerà un luogo comune nella letteratura successiva; dato che, soprattutto da Solone in poi, la pace è soprattutto concordia interna a una città, nelle relazioni tra città e stati il discorso è diverso. Le guerre esterne sembrano essere l’unico modo per garantire la pace interna. 

Per lungo tempo alla civiltà greca mancò un’elaborazione ideologica e giuridica del concetto di pace, che si collegasse a un’immagine della realtà ad essa corrispondente. Non è ancora un bene di per sé, un ideale autonomo di vita. E’ solo un dono temporaneo. E’ assenza di guerra. Il primo a considerare la pace come un valore assoluto, come un dato naturale, è Aristotele.

Solo in condizioni di pace l’individuo e la società possono realizzare l’identità armonica tra felicità e virtù. Per la prima volta compare il concetto di individuo, accanto a una concezione della natura della realtà come dominabile, non identica a uno stato di polemos. Di qui l’esaltazione aristotelica di quelle costituzioni e legislatori che promuovono la pace e non la guerra.

Ma al programma (utopistico) della Politica di Aristotele la polis oppone l’antinomia tra la pace e quella libertà individuale che la costituzione democratica non era in grado di assicurare senza contese intestine. Prima la polis poi, forse, l’individuo. La pace era intesa come un evento momentaneo e occasionale, non come un desideratum degli individui, della politeia. D’altra parte la stessa libertà politica di Atene e di tutta la Grecia era messa in pericolo dall’espansionismo macedone: alle poleis e ai principi faceva comodo vivere in un perenne stato di guerra appunto per garantire poi un’eventuale intervallo pacifico nelle rispettive città. Più ricche, e con più schiavi.

Ad Aristotele si deve l’idea autonoma della pace come forma naturale dell’esistenza umana, modello di pienezza, di bene psichico, spirituale e sociale. Di fronte a questo la guerra non è altro che un’aberrazione della volontà. Il progetto rimase incompleto. L’insegnamento di Aristotele forse fu troppo debole, non venne abbastanza approfondito. O forse la realtà storica a volte schiaccia anche le migliori intenzioni filosofiche. Ciò che mi premeva ricordarti, in questo intermezzo, è appunto questo: affidare alla responsabilità dell’individuo la costruzione della pace. 

Finché la pace è nelle mani della città di turno, sia essa Atene, Sparta, Tebe o Corinto, finché la pace è nelle mani del principe di turno, sia esso Dario, Serse, Filippo II o Alessandro, la pace sarà solo un fatto etico, di vita privata, che riguarda l’individuo nella sua interiorità, nel segno di una radicale dissociazione tra morale privata e morale pubblica.

Sarà Agostino ad individuare la necessità per ciascuno di noi di ottenere “la pace con la pace”, superando il rischio dell’utopia con il convincimento che la pace è un incertum bonum tale da richiedere l’impegno strenuo e costante di tutti noi. Di tutti gli indivdui.

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