Martin Heidegger: che cos’è l’Essere?

Con questa domanda siamo al cuore della speculazione di Heidegger. Tieni presente alcuni dati derivanti dal senso comune. Il termine essere si usa in molti significati. Essere si dice in molti modi, chiosava Aristotele nella Metafisica. Può essere usato nel senso di esistere, come sinonimo di essere vero, come copula che collega un soggetto a un predicato (“la mela è verde”). Il problema, come in Aristotele, è se esista un significato primario, quello che gli inglesi chiamano focal meaning, che consenta di pensarli tutti (e definirli, sussumendoli) nella loro unità.

Generalmente, quando si usa il termine essere, si privilegia un determinato tempo verbale, il presente, ma si può dire che l’essere si riduca soltanto a ciò che è presente? Il tempo si articola in passato, presente e futuro e si può quindi sollevare il problema: il tempo appartiene al senso dell’essere? La domanda è centrale se si pensa che il tempo è compreso nella griglia categoriale. L’equivalenza tra essere ed essere semplicemente costantemente presente non è più ovvia.

Questa domanda, secondo Heidegger, è stata dimenticata dopo Platone e Aristotele. Di solito si dice che essere è il concetto più generale di tutti. Invero, di qualunque cosa possiamo dire che è. Ma se è il concetto più generale allora non può essere definito, dal momento che una definizione (aristotelicamente intesa) richiederebbe la circoscrizione del genere entro il quale viene distinto l’oggetto da definire. E questa distinzione poggia sul riconoscimento di quella che già Aristotele chiamava “differenza specifica”. L’essere, proprio in virtù del fatto che è il concetto più generale di tutti, non può venire incluso in un genere più ampio (il problema aveva già opposto Aristotele a Platone).

Per catturare l’essere bisogna percorrere un’altra via. Come accade per ogni altra domanda, la domanda sull’essere comporta che esista qualcosa che viene cercato – l’essere, nel nostro caso – e qualcos’altro che viene interrogato – un ente, ad esempio – ma ciò che è interrogato sul significato dell’essere non può essere un ente qualsiasi.

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Affinché sia possibile porsi la domanda sull’essere, è necessario che sia possibile la comprensione dell’essere. Deve dunque esistere un ente al cui modo di essere appartenga la comprensione dell’essere. Questo ente, che possiede questo primato, è quello che Heidegger chiama esserci, in tedesco Dasein, l’essere qui. Questo esserci è il modo di essere proprio di noi uomini. Con “esserci” non si intendono quindi tutte le cose semplicemente presenti nel mondo, come era per Karl Jaspers. L’esserci si riferisce solo all’uomo e per Heidegger ha una peculiarità: il suo essere è sempre in gioco, non è qualcosa di fisso, immutabile, dato stabilmente.

L’esserci si rapporta dialetticamente al proprio essere, è aperto ad esso. Avendo una comprensione dell’essere, l’esserci non è solo un ente – nel linguaggio di Heidegger diciamo che l’esserci non è solo ontico – ma ha la prerogativa di essere ontologico, ossia di poter condurre una ricerca esplicita sul senso dell’essere, cosa che gli altri enti non sono in grado di fare. Kierkegaard aveva definito esistenza questo rapportarsi all’essere. Per Heidegger l’esistenza è l’essere o essenza dell’esserci: “l’esserci comprende sempre se stesso in base alla sua esistenza, cioè alla possibilità che gli è propria di essere o non essere se stesso”.

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Possiamo ora concludere distinguendo l’essere di Heidegger dalla concezione esistenzialistica dell’essere. Quest’ultima era caratterizzata dall’analisi del rapporto tra l’essere in generale e l’essere dell’esistenza umana. Come abbiamo visto, nella prima fase del suo pensiero Heidegger ha tentato di definire l’essere a partire dall’esserci. L’uomo infatti è l’unico ente che si pone la domanda sull’essere. In una seconda fase ha invece spostato l’attenzione proprio sull’essere, forse anche per combattere il nichilismo e l’assenza di interesse nei confronti della verità (cose come la post-verità di cui forse troppo si parla oggi).

I dibattiti odierni, esattamente come la metafisica occidentale dopo Platone e Aristotele, sono caratterizzati dall’oblio dell’essere in quanto concependo l’essere alla stregua degli enti come qualcosa di semplicemente presente, ha smarrito la differenza ontologica tra essere ed enti, tra l’uomo e una pietra, insieme alla connessione originaria tra essere e tempo. Solo la connessione tra essere e tempo è infatti in grado di configurare l’essere come evento che si rivela di volta in volta nel linguaggio, ma mai definitivamente nella sua pienezza. La verità accarezza l’uomo attraverso il linguaggio, ma non è mai pienamente coglibile, pur essendo oggettiva.

Anche in Sartre si assiste alla contrapposizione tra l’essere in sé, cioè l’oggettità che, al di là della coscienza, si presenta come un fatto bruto, e il per sé della coscienza che, inserendo l’oggetto in una rete di riferimenti e di schemi soggettivi, lo nega come in sé e lo traduce in un nulla. L’essere e il nulla è lo scritto in cui si trova il soggettivismo di Sartre che dissolve colpevolmente l’essere non riconoscendone il legame con il tempo, la verità e l’oggettività degli enti.

Per approfondire:

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