Martin Heidegger tra Esistenzialismo, Nazismo e Post-Verità

Oggi cominciamo il viaggio nel pensiero di Martin Heidegger (1889-1976). Con un duplice intento. Fornire una guida critica completa, corredata di schede delle opere principali e di bibliografia pur minima, e fare qualche riflessione sull’attualità di alcune delle sue tesi e teorie. Prendiamo un argomento oggi molto in voga. “Il lessema post-verità […] è esploso nella nostra lingua a seguito della Brexit e più recentemente delle elezioni americane vinte da Trump: al 22 novembre 2016, ricercando con Google sulle pagine italiane del web, si contavano oltre 30.000 risultati (tenendo conto, oltre che di post-verità, anche delle varianti post verità e postverità)”, (Risposta dell’Accademia della Crusca sulla Post-Verità, tratto da Linkiesta).

La post-verità non è un fenomeno nuovo: molti sono i contesti storici in cui l’emotività e le convinzioni personali hanno finito per prendere il sopravvento sui dati oggettivi. In cui la verità viene considerata una questione di secondaria importanza. Ma negare la verità e l’oggettività significa ad esempio negare la scienza; non che 2+2=4, perché la matematica non è una scienza esatta, ma molti dei risultati della fisica, della biologia e della chimica, ad esempio, riconducendoli a mere opinioni. Si genera dunque diffidenza, le bufale e la superstizione prendono piede. Il pericolo a mio avviso è semplice da identificare: il superamento della verità ne determina la perdita di importanza.

Una delle conseguenze filosofiche di questo modo di intendere la verità e l’oggettività – è oggettivo, ad esempio, ciò che è misurabile – concerne proprio il livellamento delle opinioni e la messa in discussione della scienza. Insomma, Aristotele chiedeva al costruttore come costruire una casa, al ciabattino come costruire una scarpa. Il costruttore e il ciabattino non hanno la stessa dignità ontologica di fronte a una domanda del tipo “come si usa una trave in un tetto?”.  Ma questo non è il problema più grave.

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Le grandezze fisiche sono oggettive in quanto ci è possibile attribuire a ciascuna un valore numerico oggettivo nel nostro sistema di riferimento. La velocità della luce è oggettiva, in quanto costante. Per evitare il pensiero debole, il nichilismo e per evitare di fare il gioco dei nuovi realismi, lasciando solo a loro l’onere di opporsi ai “sistemi deboli”, è necessario ritornare a parlare di verità, cercando di capire in che modo la filosofia possa aiutarci a ricostruire una dimensione di senso che argini lo storytelling, l’argomentare sofistico, fine a se stesso, il relativismo e il becero opinionismo.

L‘attualità delle domande che uno come Heidegger si pone si gioca proprio su questo piano. Ridare dignità alla verità. Ridare dignità all’oggettività e alle opinioni degli esperti, di chi davvero conosce la disciplina su cui ha gli strumenti e le conoscenze per opinare. E, last but not least, a non pensare che la filosofia di per sé possa salvarci: “è tempo di disabituarsi a sopravvalutare la filosofia e quindi a chiederle troppo. Nell’attuale situazione di necessità del mondo è necessaria meno filosofia e più attenzione al pensiero, meno letteratura e più cura della lettera delle parole”, (Lettera sull’umanismo).

Veniamo a noi. Hai sentito o letto che Martin Heidegger era esistenzialista ma non sai se è vero? Non sai se è vero che era nazista? Innanzitutto chiariamo un equivoco. Per molto tempo, soprattutto dopo la seconda guerra mondiale, Heidegger venne preso in considerazione solo per la sua opera principale, che si intitola Essere e Tempo. Venne quindi etichettato come uno degli esponenti principali dell’esistenzialismo in Germania.

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Prima di parlare di nazismo, vediamo se Martin Heidegger era esistenzialista. Se ci soffermiamo sulla vita e sulle opere di questo autore, scopriamo subito che non è così. Nel senso che questa etichetta non corrisponde affatto alle intenzioni di Heidegger. Esattamente come Karl Jaspers, non solo avrebbe rifiutato esplicitamente di essere qualificato come esistenzialista – basti leggere la Lettera sull’umanismo in cui prende le distanze da Sartre – ma avrebbe impresso al suo pensiero un orientamento molto lontano dal soggettivismo.

La Lettera sull’umanismo fu pubblicata nel 1947 insieme a La dottrina platonica della verità. È indirizzata a Jean Beaufret che, prendendo spunto dalla conferenza di Jean-Paul Sartre, L’esistenzialismo è un umanismo, pubblicata nel 1946, poneva la questione di come ridare un senso alla parola umanismo. Sartre interpretava il proprio esistenzialismo come engagement, impegno per l’uomo, attribuendogli una valenza etica e politica. Heidegger capovolge questa posizione e interpreta il compito del pensiero come impegno per l’essere. E in questo mi trova pienamente d’accordo. In questo modo può prendere le distanze dall’esistenzialismo in quanto umanismo – che assegna un primato a quell’ente chiamato uomo – obliando l’essere.

Nella prospettiva di Heidegger l’uomo è piuttosto il pastore dell’essere, colui al quale è affidato il compito di salvaguardare e custodire nel pensiero la verità dell’essere. In seguito egli dirà che la Lettera sull’umanismo parlava ancora nel linguaggio della metafisica – concetto che chiariremo una delle prossime volte, insieme al concetto di verità e di oggettività – lasciando sullo sfondo l’altro linguaggio, quello che avrebbe caratterizzato l’ultima fase del suo pensiero. Tuttavia, molti tratti caratteristici di questa fase sono già delineati nella Lettera, in particolare la differenza tra pensiero e filosofia, che appartiene integralmente all’epoca della metafisica, e l’accentuazione della centralità del linguaggio, come dialogo in cui di volta in volta, proprio grazie al pensiero, l’essere accade storicamente. Compito dell’uomo, come pastore dell’essere, sarà di custodire il linguaggio inteso come la casa dell’essere.

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Parliamo ora della sua vita poiché è strettamente connessa soprattutto con la seconda parte della nostra domanda: Heidegger era nazista? La biografia dei filosofi è spesso ricca di spunti interessanti per comprenderne meglio il pensiero. Per quanto riguarda la sua formazione è importante ricordare che cercò di entrare nella Compagnia di Gesù, dopo aver finito il liceo. A causa della salute cagionevole dovette lasciare il noviziato; studia poi teologia a Friburgo dove frequenta la Facoltà di Scienze Matematiche e Naturali. La lettura di Brentano e delle Ricerche logiche di Husserl segnò il suo percorso, orientandolo verso la filosofia.

Nel 1913 a Friburgo ottenne il dottorato con una dissertazione intitolata La dottrina del giudizio nello psicologismo. Nessuna traccia dell’esistenzialismo. Ma è lo scritto con cui ottenne la libera docenza ad essere ancora più significativo: La dottrina delle categorie e del significato in Duns Scoto (1915-1916): il confronto con la tradizione greca e medievale, principalmente scolastica, sono motivi dominanti nel suo pensiero.

Dal 1923 al 1928 insegna a Marburgo, luogo in cui si costituisce anche la prima cerchia dei suoi discepoli: Karl Löwith, Hans Georg Gadamer, Hannah Arendt. Negli intervali lasciati liberi dall’insegnamento, Heidegger si rifugiava in una baita a Todtnauberg, nella Foresta Nera, dove scrisse Essere e tempo pubblicato nel 1927 nello “Jahrbuch für philosophie und phänomenologische forschung” diretto da Husserl, cui l’opera è dedicata. Ancora nessuna traccia di esistenzialismo.

E poi nel 1929 Kant e il problema della metafisica, Sull’essenza del fondamento, Che cos’è la metafisica? L’avvento del nazismo segnò pesantemente la sua carriera: divenne rettore a Friburgo e nel 1933 pronunciò il famoso discorso rettorale su L’autoaffermazione dell’università tedesca in cui rivendicava la funzione dell’università tedesca nel formare i giovani cui era affidato il destino della nazione sotto la guida del Führer.

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Heidegger non era esistenzialista ma forse nazista? Era convinto che dal movimento nazionalsocialista potesse emergere la rigenerazione della Germania. Anche se ne respingeva gli aspetti razzisti, de facto approvava le leggi che vietavano agli ebrei d ricoprire incarichi pubblici. Anche il figlio di Husserl fu vittima di queste assurde leggi: perse la cattedra e si ruppe definitivamente il sodalizio tra Husserl e l’allievo Heidegger. Tra l’altro Heidegger durante il rettorato appoggiò l’orientamento militaristico e nazionalistico del partito e fece anche allestire un centro sportivo militare. Ma nel 1934 una nuova figura cominciava a prendere il potere nel partito nazionalsocialista. Si tratta del teorico della razza Alfred Rosenberg, ostile ad Heidegger che lasciò l’incarico.

Come hai visto se mi hai seguita fin qui, risolvere il problema dell’Heidegger esistenzialista è molto più semplice ed immediato del problema Heidegger nazista. Non solo per il suo travagliato rapporto con Hannah Arend ma soprattutto per quanto accadde nel 1936. In quell’anno Martin venne invitato a Roma da Giovanni Gentile e Giuseppe Gabetti (direttore dell’Istituto italiano di studi germanici). Vi tenne due conferenze su Hölderlin e l’essenza della poesia e su L’Europa e la filosofia tedesca. Qui, tra il pubblico di ascoltatori, incontrò quel Karl Löwith che sarebbe diventato uno dei suoi primi allievi.

Karl Löwith era ebreo. Hannah Arend era ebrea. Se il nazismo è la via tracciata per la Germania, come conciliare questa ideologia con quello che la vita gli presentava?

Nei corsi universitari tenuti negli anni successivi al 1936, in parte pubblicati da lui stesso in parte postumi, Heidegger matura quella che avrebbe lui stesso chiamato la Kehre, la svolta del suo pensiero. La dottrina platonica della verità (la cui prima edizione è del 1942), Dell’essenza della verità (1943) e Dilucidazioni della poesia di Hölderlin (1944): allora, Heidegger era nazista? Il nazismo qui non è più in primo piano ma non viene mai esplicitamente rinnegato. Si precisa solo che il nazismo, essendo per sua natura legato al massiccio impiego della tecnica e dell’organizzazione statale, non riesce a condurre ad un autentico superamento dell’epoca moderna. Ecco la parabola rovinosa dell’Occidente intero, minacciato dal nichilismo estremo che Heidegger identificava con il comunismo.

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Karl Jaspers e Martin Heidegger.

Quando nel 1945 i francesi occuparono Friburgo gli fu vietato l’insegnamento. Per i francesi Heidegger non era esistenzialista ma era un nazista. Anche la perizia stesa da Jaspers lo ritenne inadatto ad educare la gioventù. Non possiamo negare che l’ago della bilancia tenda verso l’Heidegger nazista. Dopo la guerra non ritrattò mai la sua adesione e le sue dichiarazioni favorevoli al nazismo. Come se non bastasse a Herbert Marcuse, uno dei suoi allievi, disse che dal nazionalsocialismo si era spettato un rinnovamento spirituale di tutti gli aspetti della vita, una riconciliazione dei contrasti sociali e una difesa del modus vivendi occidentale di fronte al pericolo del comunismo.

Nel semestre invernale del 1950-51 riprende a tenere i corsi a Friburgo. Inizia la pubblicazione di molti dei suoi scritti, in cui puoi approfondire il suo pensiero: Introduzione alla metafisica (1953), Che cosa significa pensare? (1954), Saggi e discorsi (1954), Che cos’è la filosofia? (1956), Identità e differenza (1957), In cammino verso il linguaggio (1959), Segnavia (1967). Heidegger morì il 26/05/1976. Dieci anni prima, in un’intervista al giornale Der Spiegel, pubblicata solo dopo la sua morte, aveva pronunciato questa frase enigmatica: ora soltanto un Dio ci può salvare.

[FONTI: i manuali che ho consultato per registrare l’audio e scrivere questo post sono: il Dal Pra, il Viano, il Cambiano-Mori e il Moravia. Esprimo il mio debito nei loro confronti. E, in particolare, ai corsi universitari di Filosofia Contemporanea tenuti dal Prof. Alfredo Marini (di cui uso gli appunti ancora oggi)].

Per approfondire:

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Essere e Tempo ► http://amzn.to/2lFZk6f

Lettera sull’umanismo ► http://amzn.to/2lbR79q

Introduzione alla metafisica ► http://amzn.to/2lfjLGh

Che cosa significa pensare? ► http://amzn.to/2lLqNjF

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