Filosofia e Vita: Isocrate e l’Attualità del Sogno di una Democrazia Moderata

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Su historicaleye.it, nell’articolo intitolato Storie di Eroi, Strateghi e Filosofi: Barack Obama e l’Athenian Dream di Isocrate, ho parlato dell’attualità del sogno di Isocrate e, principalmente, del periodo storico che va dalla fine della guerra del Peloponneso all’ascesa al potere di Filippo II di Macedonia. Ho presentato brevemente il libro di Michael Scott, Dalla democrazia ai re. La caduta di Atene e il trionfo di Alessandro Magno, Laterza, 2009. Oggi vorrei approfondire la figura di Isocrate. 

Filosofia e Vita. Così dice il titolo. Leggo spesso di vuote lamentele sul fatto che la filosofia sarebbe avulsa dalla realtà, che sarebbe chiusa nelle torri d’avorio dei dipartimenti universitari, irrimediabilmente lontana dalle masse. Dagli interessi, bisogni delle masse. Leggo anche, tra le righe, il tentativo di essere originali e presentare questo “problema” come qualcosa di eminentemente moderno, quasi un precipitato della crisi di valori che sembra caratterizzare il presente. Cavolate.

Gli studi di Pierre Hadot hanno da tempo mostrato che questo dibattito esiste da quando esiste la filosofia, e che soprattutto la filosofia antica offre risposte soddisfacenti su questo punto – che rubano terreno alle suggestioni pseudofilosofiche tipiche del “pensiero” orientale. La filosofia come modo di vivere. Conversazioni con Jeannie Carlier e Arnold I. Davidson, Einaudi, 2008, è un esempio significativo di questa tendenza ormai affermata negli studi di settore. Dopo aver parlato del Manuale di Epitteto e dei Pensieri di Marco Aurelio, nella parte centrale del libro troviamo la proposta di Hadot basata sui concetti di esercizio spirituale e modo di vivere richiamandosi a Wittgenstein, Kant e Foucault. L’istanza è ripresa e approfondita in Esercizi spirituali di filosofia antica, 2005.

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Dopo questa doverosa premessa, veniamo a noi. Perfezione formale, armonia espressiva, ricercatezza nello stile. Di solito, quando si parla di Isocrate (436-338) si fa leva sulla forma più che sui contenuti del suo insegnamento. E uso questa parola cum grano salis. Isocrate ha rappresentato un momento cruciale nella storia della paideia (l’educazione) greca – della riflessione sulle sue forme, metodi e funzioni – poiché la sua teoria politica e civile rivela una modernità e un pragmatismo inaspettati, se si riflette sul periodo storico in cui l’oratore ha vissuto, ossia il passaggio dalla democrazia ai re, dall’egemonia di Atene a quella della Macedonia. 

Isocrate e il linguaggio dell’oratoria. Ricorda che il culto della parola va valutato all’interno di un preciso quadro storico-sociale. L’attenzione per il linguaggio rientra infatti in un programma di più ampio respiro, in cui si tende ad affermare lo stile come strumento per il recupero dei valori tradizionali in un’epoca in cui la situazione era precaria, caotica, complessa. Il IV secolo è un periodo di fratture e incertezze politiche derivanti dalla crisi dei valori tradizionali connessi con la dissoluzione della polis e della democrazia.

La parola diventa dunque un potente strumento per recuperare razionalità, armonia, controllo su una realtà che inesorabilmente ci sfugge. Quasi un modo per ritornare a quell’età dell’oro in cui Atene si crogiolava nella sua egemonia culturale, politica, militare e sociale. Ma non si tratta solo di questo. L’oratoria è sapienza, e l’arte della parola è l’unica àncora di salvezza, fondamento stesso di educazione e civiltà. Il programma pedagogico di Isocrate si fonda su un assunto filosofico spesso trascurato: egli nega fermamente che l’uomo possa raggiungere una conoscenza certa, assoluta, univoca; la filosofia non è dunque una disciplina teorica in cui un gruppo di iniziati, avulsi dalla realtà, si cimentano nella ricerca di una verità ultima (e inaccessibile). La filosofia diventa sapienza, sapienza intesa come virtù e attività pratica, come capacità di cogliere l’occasione sul fondamento della giusta o retta opinione.

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Busto di Isocrate (CC BY-SA 3.0).

La scuola filosofica di Isocrate ci prepara ad affrontare la vita quotidiana, non a risolvere astrusi problemi con il naso all’insù pensando ai massimi sistemi. Successo politico, corretto comportamento negli affari pubblici, corretta conduzione degli affari privati: ecco come saggezza ed esperienza sono volte all’utile, all’azione, un’azione che per essere giusta deve essere preceduta da quell’educazione ad esprimersi che solo l’oratoria possiede. Ed è in questo contesto pragmatico che va interpretata la condanna di Isocrate della filosofia. Come dargli torto?

Il più delle volte la filosofia sembra lontana dall’esperienza, dalle esigenze della vita degli uomini; la filosofia deve dunque riconciliarsi con la vita – e con la nostra umanità – e deve diventare insegnamento di una tecnica che ci aiuti a riconoscere le necessità, i bisogni, le esigenze della vita (felice). Non si tratta solo di fare di necessità virtù; Isocrate infatti,pur essendo nato da una famiglia benestante, vide il suo patrimonio dissolversi in seguito alla crisi che si aprì alla fine della guerra del Peloponneso. Per riuscire a sopravvivere intraprese la professione di logografo, scriveva cioè discorsi giudiziari per terzi.

Solo intorno al 390 Isocrate si decise ad aprire una scuola che divenne ben preso molto nota ed entrò in competizione con l’Accademia di Platone. Questa “competizione” si rifletteva anche nel seguito che le due scuole ebbero, ma soprattutto influiva sui presupposti teorici che le due scuole avevano assunto come bandiere dei rispettivi insegnamenti. Tieni presente che Isocrate veniva (lautamente) retribuito per insegnare retorica e i suoi sforzi erano indirizzati a grandi discorsi epidittici che venivano recitati in occasioni pubbliche o nei tribunali. Nulla a che vedere con l’Accademia.

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Ci sono giunte venti orazioni e nove epistole. Per comprendere meglio gli indirizzi della sua scuola possiamo fare qualche accenno a due orazioni, Contro i Sofisti e Sullo scambio. La prima si colloca agli inizi della sua attività didattica e contiene alcune precisazioni metodologiche volte a marcare le differenze con lo stile di Platone (e con l’oratoria corrente di stampo politico e giudiziario).

Se coloro che si occupano dell’educazione volessero tutti dire cose vere e non fare promesse più grandi di quelle che possono conseguire, non avrebbero una cattiva fama presso i cittadini privati; adesso invece coloro che osano vantarsi eccessivamente hanno fatto in modo che sembri che prendano decisioni migliori quelli che scelgono di stare in ozio, rispetto a quelli che si dedicano alla filosofia. Chi infatti non potrebbe odiare e insieme potrebbe disprezzare innanzitutto quelli che passano il tempo in dispute, che fanno mostra di cercare la verità, e subito all’inizio dei progetti cominciano a dire cose false? Io penso infatti che sia a tutti chiaro che conoscere le cose future non è proprio della nostra natura, ma siamo così lontani da questa percezione che Omero, il quale ha conquistato grandissima fama per la saggezza, ha descritto gli dei che talora prendono decisioni su ciò, non conoscendo il loro pensiero, ma volendo mostrarci che questa è una delle cose impossibili per gli uomini. […] Essi dunque sono giunti a tal punto di audacia, da provare a persuadere i giovani che, qualora saranno loro seguaci, conosceranno ciò che bisogna fare e attraverso questa conoscenza saranno felici. E, pur presentandosi come maestri e signori di tali beni non si vergognano di chiedere tre o quattro mine per essi. Ma se vendessero qualcuno tra gli altri beni a una piccolissima parte del valore, non sosterrebbero che si dà il caso che siano saggi, invece, stimando così poco tutta quanta la virtù e la felicità, come se avessero senno, pensano di essere degni di diventare maestri degli altri. E dicono che non hanno per niente bisogno di beni, stimando la ricchezza un poco di oro e di argento, e invece, aspirando a un piccolo guadagno, soltanto non promettono che renderanno i discepoli immortali.”.

Più complessa è l’orazione intitolata Sullo scambio, risalente agli ultimi anni della sua vita. Isocrate era stato accusato da un certo Megaclide di aver tratto ingenti guadagni dall’insegnamento al punto di chiedere di trasferire a carico dell’oratore la trierarchia ossia il costo dell’allestimento di una trireme imponendogli, in caso di rifiuto, lo scambio dei beni (come prevedeva la legislazione ateniese). Isocrate perse il processo e compose Sullo scambio come orazione difensiva contro un accusatore immaginario. In questo modo ha occasione di mostrare l’utilità del suo insegnamento, attribuendo all’eloquenza una fondamentale funzione educativa per i giovani, i futuri membri attivi della cittadinanza. In quest’occasione troviamo anche numerosi spunti autobiografici, in quanto Isocrate accentua la missione educativa che aveva dato un senso alla sua vita.

Se poi scorriamo, con uno sguardo sinottico, la sua produzione oratoria notiamo come siano presenti i temi più importanti del dibattito politico ateniese: in campo costituzionale fu un fervente sostenitore della democrazia moderata, nella quale il radicalismo del potere popolare fosse sempre smussato e temperato dal riconoscimento dei diritti del partito oligarchico, nel senso di un ritorno alla costituzione di Clistene. Se questo entusiasmo “giovanile” è presente nell’Areopagitico (355 circa) in cui Isocrate proponeva utopisticamente che all’antico consesso dell’Areopago venisse restituita l’autorità di sovrintendere alla formazione etica e civica dei cittadini, una maggiore disillusione caratterizza il Panatenaico (342-339) in cui le proposte costruttive cedono il luogo a una celebrazione dell’Atene del passato. La profonda delusione per il presente conduce Isocrate a fare un bilancio della sua stessa vita, in una dimensione in cui politica, storia e autobiografia si intrecciano: il declino degli ideali in cui aveva creduto per una vita intera sfocia in una rassegnata analisi dell’inadeguatezza dell’uomo di fronte all’azione politica.

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La ghirlanda e l’urna d’oro (decorato con il Sole di Verghina a sedici raggi) dalla tomba attribuita a Filippo II, (CC BY-SA 2.0).

Ed è alla politica estera che Isocrate guarda con grande interesse. Nel Panegirico (380) sostiene che l’unione dei Greci deve avvenire sotto l’egemonia marittima di Atene, alla quale spetta una posizione di preminenza e dominio su tutta la nazione, non solo per il suo valoroso passato ma per la sua superiorità culturale. Utopia. Soprattutto quest’opera, che pare più l’ultimo afflato di un intelletto illuso, si scontra con la realtà dei fatti: nel IV secolo la polis era ormai tramontata e occorreva riflettere su una nuova organizzazione dello stato che non garantisse tanto la democrazia e la libertà quanto piuttosto l’esistenza stessa del mondo ellenico.

Questo panellenismo si esprime nel Filippo (346) in cui è il sovrano della Macedonia ad assumere il ruolo di protagonista nel progetto politico isocrateo. Venute meno le speranze di una supremazia di Atene, sarà Filippo di Macedonia a guidare le genti greche contro i barbari, a difendere la grecità. Risulta evidente che, dopo aver messo a nudo il frazionamento politico che paralizzava le forze della Grecia, solo un uomo forte, un Re come Filippo può incarnare quelle speranze di unificazione che animavano Isocrate e che, effettivamente, verranno realizzate da Alessandro Magno. Peraltro, proprio nell’orazione Sulla pace del 355, un periodo di grave crisi in Atene, non a caso si suggerisce di rinunciare ad ogni pretesa di imperialismo.

Le oscillazioni e a volte le contraddizioni che animano il progetto politico di Isocrate – tieni conto che è sempre Isocrate a scrivere un elenco di istruzioni sui doveri del principe e a esaltare i vantaggi di una monarchia moderata nel A Nicocle e Nicocle – in cui l’istanza anti-tebana sembra uno dei principali punti fermi (puoi vedere le orazioni Il Plataico e l’Archidamo) a ben vedere non sono inconciliabili. Isocrate resta sempre fedele a due tesi: la monarchia moderata come la migliore forma politica possibile e la fiducia nell’intrinseca e perenne validità dei principi della cultura ateniese e greca (storiografica, filosofica, letteraria e artistica). I travagli dell’epoca sono solo l’occasione mondana in cui e con cui fare i conti per modulare le possibilità e la realizzabilità di questi principi.

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Isocrate era un idealista. Per tutta la vita era stato animato da un viscerale amore per la sua città, Atene, e aveva desiderato di vederla unita e sempre alla guida dell’Ellade. Nel 338, qualche mese prima di morire, abbandonò Atene e scrisse una lettera aperta al nuovo re della Macedonia che aveva già sconfitto Atene s stava per prendere il controllo di buona parte del paese. Isocrate ringrazia il re perché “le idee che avevo da giovane ora in parte le vedo realizzate dalle tue imprese […] e in parte spero che si avvereranno“, (Seconda Lettera a Filippo, 4,6).

Lo stesso desiderio ma rivolto a Tebe è evidente nei due eroi, i dioscuri Pelopida ed Epaminonda, i due eroi dimenticati se paragonati ai loro corrispettivi in Atene e Sparta. Tutti ricordano Milziade, Cimone, Temistocle che furono in guerra i baluardi eccelsi della città della civetta; anche gli spartani Leonida e Lisandro, mitizzati nei peana cantati nella patria di Tirteo. Pochissimi conoscono la storia dei due amici di Tebe. Straordinari generali e strateghi, accorti politici, uomini di riconosciuta virtù, seppero incantare i grandi storici dell’antichità: Senofonte (che ne trattò nelle Elleniche), Eforo e Plutarco con la sua Vita di Pelopida.

Isocrate e i beotarchi, l’intellettuale e gli uomini forti per un unico sogno. Se non fosse che “la nostra democrazia sta distruggendo se stessa perché abusato dei diritti di libertà e di uguaglianza, perché ha permesso ai cittadini a considerare l’insolenza come un diritto, gli atti illegali come la libertà, la maleducazione come l’uguaglianza e l’anarchia come la prosperità“.

Bibliografia e Fonti Antiche:

  1. Pierre Hadot, Esercizi spirituali di filosofia antica, 2005.
  2. Pierre Hadot, La filosofia come modo di vivere. Conversazioni con Jeannie Carlier e Arnold I. Davidson, 2008
  3. Barack Obama, The audacity of hope: thoughts on reclaiming the American Dream, 2008.
  4. Michael Scott, Dalla democrazia ai re. La caduta di Atene e il trionfo di Alessandro Magno, 2009.
  5. Martha C. Nussbaum, Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica, 2011.
  6. Amartya K. Sen, Etica ed Economia, 2002.
  7. Amartya K. Sen, Lo sviluppo è libertà. Perché non c’è crescita senza democrazia, 2001.
  8. Bruno Bleckmann, La Guerra del Peloponneso 2010.
  9.  Ugo Fantasia, La Guerra del Peloponneso 2012.
  10. Isocrate, Orazioni. Testo greco a fronte.
  11. Aristotele, Etica Nicomachea.
  12. Aristotele, Politica.
  13. Tucidide, La Guerra del Peloponneso.
  14. Senofonte, Elleniche.
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