Martin Heidegger: che cos’è un evento? Verità e Metafisica

Nello scorso articolo abbiamo introdotto il concetto di ontologia o ermeneutica della fatticità. A questo tema è dedicato il corso universitario del 1923, dove Heidegger sottolinea che il problema dell’essere è rimasto incagliato, non risolto o, peggio, è stato mal posto. L’essere è stato concepito come essere semplicemente presente, e questo è un modo di procedere che affonda le sue radici nel mondo antico. Compito della fenomenologia autentica è liberarsi da questi errori. In che modo?

La fenomenologia autentica deve fare in modo che le cose e i concetti che le esprimono siano manifesti, dal momento che nel corso della storia sono stati obliati e/o deformati. Su questo piano si gioca l’opposizione a Husserl. Contrariamente all’epoché husserliana e alla sua stessa idea di fenomenologia, Heideger rivendica la storicità di questo metodo. Per afferrare il significato originario dei concetti la fenomenologia deve assumere una dimensione storica. Per chiarire il senso dei termini che compongono la parola fenomenologia, nel corso del 1925 tratta gli argomenti dei Prolegomeni sulla storia del concetto di tempo. 

Fenomeno indica ciò che è manifesto e logos il lasciar vedere qualcosa in se stesso (ti ricordo che logos in greco significa parola). A fenomeno si oppone il concetto di essere coperto ma non solo nel senso di non essere ancora visto, ma primariamente in quello di qualcosa di non compreso nella sua provenienza storica. Per questo motivo, la fenomenologia intesa come semplice vedere è del tutto insufficiente. Questa trasformazione della fenomenologia ci rivela anche qualcosa degli studi che Heidegger stava compiendo in quegli anni. Oltre a un approfondimento di alcune istanze della Scolastica, questa “svolta” si deve anche a influenze teologiche, concernenti l’esperienza religiosa descritta nella mistica tedesca.

La teologia protestante di quegli anni stava riscoprendo la centralità delle speranze escatologiche dell’insegnamento dei primi cristiani, il tutto in opposizione a una riduzione del cristianesimo a teologia. Questo nuovo modo di vivere e concepire la fede nel suo significato originario aveva riportato in auge il pensiero di Lutero e di Kierkegaard.

Introduzione alla fenomenologia della religione è il titolo del corso tenuto da Heidegger nel semestre invernale del 1920-21. Su cosa si fonda la fede? Sulla speranza nel ritorno di Cristo. Ecco il cuore della predicazione di San Paolo. Ecco l’evento che non può essere oggetto di calcolo, né di conoscenze a priori; questo è l’unico evento possibile che in ogni momento può irrompere nella vita di un cristiano. Diventa dunque semplice dimostrare che l’esperienza di vita del primo cristianesimo ha un carattere storico, “in quanto ravvisa la struttura portante della vita nel compimento storico e temporale di questo evento”. L’evento del ritorno di Cristo rappresenta il modello dell’esperienza della vita in generale.

Questa struttura, incardinata nell’attesa storica del ritorno di Cristo, è venuta meno nel corso della storia del cristianesimo. Il cristianesimo si è progressivamente dotato di un apparato concettuale, metafisico e teologico che l’ha soffocata, essendo incapace di esprimerla. Il neoplatonismo e Agostino, oggetto del corso estivo del 1921, ne sono un esempio eclatante. Grazie al neoplatonismo nel cristianesimo si erano insinuate, fino ad imporsi, la contrapposizione tra visibile e invisibile e, soprattutto, l’idea di Dio come sommo bene. Ciò implica che Dio non può mai essere conosciuto direttamente, ma sempre in modo mediato, attraverso le cose create. Lutero si era fermamente opposto a questa concezione, perché Dio non può essere conosciuto a partire dalle sue opere: Dio si rende visibile nel dolore, sulla croce, dunque a partire dalla sua vita, dall’esperienza di vita.

Contrariamente a quanto auspicherebbe questa esperienza storica di vita, la metafisica aveva spostato l’accento sul vedere: l’essere diverrebbe ciò che è davanti agli occhi nella sua costante presenza. Non è un evento atteso sempre possibile. Ecco che abbiamo trovato il presupposto indiscusso di tutta la storia del pensiero occidentale: l’identificazione dell’essere come la semplice presenza. Il compito della filosofia è dunque riproporre la domanda sull’essere problematizzando il concetto stesso di presenza e, dunque, di tempo. Che cos’è dunque un evento? Ereignis (evento), che Heidegger definisce come la parola-chiave del suo pensiero, considerandola “altrettanto difficile da tradurre quanto la parola-guida greca logos e la cinese Tao” (Identità e differenza: 12), è un termine necessario per pensare l’essere, inteso non come una statica presenza ma come uno storico accadere che coincide con l’aprirsi dei varchi entro cui gli enti vengono ad essere essere e diventano visibili. Più in dettaglio, l’Ereignis implica il fenomeno della reciproca appropriazione/traspropriazione fra uomo ed essere (Ereignis, da eigen, proprio), in virtù della quale essi, risultando affidati l’uno all’altro, si rivelano per ciò che intrinsecamente sono.

Quando leggerai più approfonditamente di Essere e Tempo riuscirai a cogliere anche qualche altra sfumatura semantica. (a) Insieme al fenomeno della reciproca coappartenenza fra uomo ed essere, il concetto di Ereignis serve a ribadire la connessione fra essere e tempo. L’Ereignis è l’essere stesso in quanto tempo originario. (b) L’Ereignis, del quale riusciamo a intuire i tratti non-metafisici solo nell’età della tecnica — in cui si ha un suo primo incalzante balenare — risulta difficile da concepire in quanto continuiamo a confonderlo con l’essere dell’ontologia tradizionale, mentre esso “è per essenza altro, perché più ricco di ogni possibile determinazione metafisica dell’essere“, (In cammino verso il linguaggio: 205).

Ora, per poter andare avanti con questa guida è necessario ricapitolare il significato di due termini-chiave.

Oblio dell’essere (Seinsvergessenheit). Espressione usata da Heidegger per indicare l’evento della metafisica, cioè l’oblio della differenza fra l’essere e l’ente, (Sentieri interrotti, p. 340). L’oblio scaturisce dal destino stesso dell’essere, che, mentre si rivela (nell’ente) si nasconde (in se stesso), dando così luogo alle varie epoche storiche. Per cui, l’oblio dell’essere (e l’oblio di questo oblio) non è dovuto a una sorta di errore o di negligenza dell’uomo — come se l’essere fosse assimilabile a un ombrello che la smemoratezza di un professore di filosofia ha lasciato da qualche parte — ma è qualcosa che accade a partire dall’essere.

Essere (Sein). Per il secondo Heidegger non esiste una sorta di «definizione» dell’essere, ma soltanto una serie di concetti-metafore più o meno atti ad alludere ad esso. Fra le sue tesi fondamentali intorno all’essere spiccano le seguenti: 1) l’essere non è l’ente o un ente (neppure l’ente supremo) ma ciò che entifica l’ente, in quanto lo lascia essere e lo rende visibile. L’essere, inteso come la svelatezza che accade, è, in primo luogo, l’orizzonte o la radura (Lichtung) al cui interno gli enti diventano manifesti. Tant’è che l’uomo non può rapportarsi all’ente e a se stesso se non all’interno di una previa comprensione dell’essere, che sta alla base di tutte le manifestazioni di un’epoca e del complesso di valori e significati che la costituisce. Ne segue che l’essere fa tutt’uno con l’istituirsi e l’aprirsi dei vari mondi storici attraverso l’uomo; 2) l’essere, la cui manifestazione privilegiata è il linguaggio, non è una (statica) presenza o una (stabile) struttura, ma uno storico accadere, cioè un Evento (Ereignis) che si dà (es gibt), di volta in volta, in destini e parole-chiave differenti.

L’essere coincide con la storia dell’essere e non è mai qualcosa di diverso dal suo specifico modo di darsi linguistico e destinale: “c’è essere soltanto in questa o quella impronta destinale”, (Identità e differenza: 32); 3) l’essere-tempo-linguaggio è un evento che si manifesta e si nasconde al tempo stesso, poiché il suo presentarsi (nell’ente) coincide con il suo assentarsi (in se medesimo). Da ciò la struttura epocale dell’essere, in virtù della quale ogni epoca della rivelazione dell’essere (nell’ente) risulta accompagnata da un suo parallelo nascondimento (Heidegger connette il tedesco Epoche al greco epochè, intendendo, per quest’ultimo, non la sospensione scettica o husserliana del giudizio, bensì la sospensione della rivelazione dell’essere); 4) l’essere non è le varie epoche, ma ciò che apre e istituisce le varie epoche e i vari mondi storico-culturali; 5) uomo ed essere sono strettamente congiunti, anzi coessenziali, poiché se l’uomo non è mai senza l’essere, l’essere non si dà mai senza l’uomo. Al termine essere, troppo compromesso con la tradizione filosofica (= metafisica), Heidegger ha finito per preferire i concetti di Lichtung e di Ereignis (anche se di fatto il termine essere non è mai sparito dal suo lessico).

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