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All’ombra dello sguardo minaccioso del buon vecchio Hegel(one), ti riassumo, sommariamente, cosa è accaduto questa settimana sulla pagina Facebook di HistoricalEYE (con la quale collaboro). Mi occupo principalmente di Storia Greca e Medievale, ma anche qualcosa di Filosofia della Storia e di Storia della Scienza, sempre che il pubblico sia interessato. A seguire trovi alcuni brevi post che ho scritto: dal matrimonio in Omero, alla figura di Dhuoda, intellettuale aristocratica in epoca carolingia. Tra Carlo Magno intellettuale ma semianalfabeta e il De Rebus Bellicis

Chiaramente questo è un unicum, nel senso che non riporterò più qui i post della pagina (lo scopo è di informare gli interessati e permettere a chiunque di partecipare alle nostre attività). Veniamo a noi.

FILOSOFI DELLA STORIA, SPOCCHIOSI ERUDITI! – La Filosofia della Storia può ancora insegnarci qualcosa, o i filosofi sono solo dei ficcanaso? Lo storico, per fare un buon lavoro, non è forse già (suo malgrado) un “filosofo della storia”? Qual è infine la funzione dello storico, oggi?

Se cerchiamo di capire la nascita della filosofia della storia non è difficile farla coincidere con Agostino di Ippona. I Greci non conoscevano una vera e propria filosofia della storia, né si posero il problema delle origini e dei fondamenti del problema della storia. Avevano però due idee dominanti in merito allo scorrere degli eventi che si legavano al modo di intendere il tempo: la prima, che vede la storia come regressa, è tipica ad esempio di Platone, implicita nel mito dell’età dell’oro, epoca di perfezione da cui l’umanità è decaduta per gradi. La seconda, che intende la storia come ciclo, come ripetizione di cicli cosmici, è evidente nel pensiero stoico e nella dottrina dell’eterno ritorno (ripresa da Nietzsche).

Il primo tentativo di inquadrare la storia all’interno del discorso filosofico si deve ad Agostino di Ippona che la lega all’idea lineare e progressiva del tempo introdotta dal cristianesimo. Secondo Agostino esistono due generi di società o città, la Città di Dio e la Città dell’uomo, (De civitate Dei, XIV, 1). La Città di Dio è una guida per gli uomini verso la beatitudine celeste; la sapienza rivelata da Dio, la Provvidenza, è ciò che conferisce senso e significato a tutta una serie di eventi che altrimenti “rotolerebbero uno sull’altro vanamente come anfore vuote”. Il senso della storia sta dunque nel disegno provvidenziale di Dio.

Questo principio avrà un’immensa fortuna poiché, fino ad almeno il XVIII secolo, molti storici e filosofi della storia descriveranno l’avvicendarsi degli imperi e dei sovrani come il dispiegarsi di un disegno provvidenziale. Anche se il termine probabilmente risale a Voltaire, è stato il buon vecchio G.W. Hegel a introdurre per la prima volta l’insegnamento di filosofia della storia in Università (a Berlino).

Se intendiamo la Filosofia della Storia al modo di Agostino (la storia è il luogo della Provvidenza) o come i Positivisti (la storia è una scienza e come tale va indagata) non credo che ci mettiamo su una buona strada. La storia non è una scienza esatta come la matematica. Mettendo da parte lo Spirito Assoluto di Hegel, se la filosofia della storia si propone di dare una spiegazione razionale delle vicende storiche, di aiutarci a comprendere meglio il presente e il senso del nostro agire nel mondo, in che misura questa indagine si differenzia da quella propriamente storica? Che ne pensate?

Qui vedete un vaso di ceramica con l’illustrazione di preparativi per l’abbigliamento di una sposa. Risale al 330-320 a.C., (crediti: CC BY-SA 3.0).

ESSERE MOGLIE NELLA GRECIA ANTICA: RICCHEZZA O PESO? – Del matrimonio nel mondo miceneo non sappiamo nulla. Siamo più fortunati per quanto riguarda le usanze in epoca classica. Ciò posto, il matrimonio omerico e quello greco-classico presentano molti punti in comune. Abbiamo a che fare con una transizione tra uomini, il padre e il novello sposo, mentre la donna è considerata per natura inferiore e dunque sottomessa per tutta la vita all’autorità di un kyrios o padrone.

Prima alla tutela del padre poi a quella del marito. Che fortuna, eh! Un aspetto però differenzia la società omerica da quella classica: in Omero è il futuro marito a versare degli hédna al padre della sposa, mentre in epoca successiva è il padre a versare una dote (poi chiamata proix). I costumi raccontati da Omero corrispondono a un periodo che copre l’alto arcaismo fino alla nascita della polis ateniese.

Ma si tratta di una datazione approssimativa: il cambiamento dei costumi matrimoniali è forse legato alla formazione della città-stato? Quello che è sicuro è che si passa da una società in cui la donna è considerata una ricchezza “ad una in cui è considerata come un peso”, (cfr. Pierre Carlier, Omero e la storia, Carocci, 2014, p.200).

Aggiungo che questa nuova concezione, ossia il passaggio dal marito al padre sul piano dell’esborso della dote, appare già ne Le opere e i giorni, ma Esiodo non menziona mai né hédna né alcuna forma di dote, quindi non sappiamo con certezza quando questa “pratica” sia stata tradotta in termini giuridici.

Qui vedete la miniatura di una nave con propulsione a pale mosse da buoi in una copia quattrocentesca del De Rebus Bellicis (immagine di pubblico dominio).

PAURA DEI BARBARI, IMMIGRATI, DIVERSI?- In alcuni paesi europei siamo sotto elezioni (scrivendo questo post penso soprattutto alla Francia). Gli USA insegnano che cavalcare la paura con politiche di chiusura e di difesa nei confronti dell’altro (e del diverso) possono riscuotere un inaspettato successo. È molto antica la difficoltà nel relazionarsi con l’altro, soprattutto quando l’altro sembra non avere quasi nulla in comune con i nostri usi e costumi. Nonostante gli esempi siano moltissimi, un passo che mi ha colpita molto per la sua attualità risale all’epoca di Costanzo II. E dice:

bisogna anzitutto rendersi conto che il furore dei popoli (nationes) che latrano tutt’intorno stringe in una morsa l’impero romano e che la barbarie infida, protetta dall’ambiente naturale, minaccia da ogni lato i nostri confini. Infatti questi popoli si nascondono per lo più nelle selve o s’inerpicano sui monti o sono difesi dai ghiacci […]. Genti come queste, che si difendono ricorrendo alla natura dei luoghi o alle mura delle città e delle fortezze, devono essere aggredite con varie e nuove macchine”, (Anonimo, Le cose della guerra, a cura di A. Giardina, Fondazione Lorenzo Valla, Mondadori, 1989, pp. 18-21).

In questo piccolo trattato di arte militare, intitolato De rebus bellicis, che come accennavo probabilmente risale all’età di Costanzo II (tra il 353 e il 360 circa) troviamo alcune osservazioni interessanti sulla realtà del mondo romano. Accanto alla descrizione di (più o meno fantasiose) macchine belliche, che chiaramente ne hanno fatto la fortuna e la fama nelle epoche successive, il testo ci restituisce un punto di vista sulla situazione dell’impero dopo Diocleziano e Costantino.

L’impero è una specie di fortezza assediata da ogni parte dai barbari. La difesa dei confini, la chiusura sembra dunque la risposta più immediata (e più “giusta”) da dare per preservare lo ius romanorum (o lo ius proprium civitatis, dove con “civitatis” si rimanda anche alla difesa del diritto degli ordinamenti locali, della cittadinanza romana). Secondo l’Anonimo autore del trattato, i confini dell’Impero separavano due mondi radicalmente diversi. La moderna storiografia ha messo in discussione questo quadro, modificandolo radicalmente: il barbaricum, il territorio al di là dei confini, era solo la periferia povera dell’impero. Il confine (limes) non separava genti diverse ma genti dalla ricchezza e dal lignaggio diverso.

La paura del diverso sembra soppiantare la curiosità e il desiderio di incontrare e conoscere questo diverso. La storia dovrebbe aiutarci a non cadere nella trappola dei modelli comportamentali sperimentati nelle epoche passate, non credete?

Fonte principale: Fredrik Barth, Ethnic Groups and Boundaries: The Social Organization of Culture Difference, Allen&Unwin, Bergen London, 1969.

Il FASCINO DI CARLO MAGNO, O DEL DOTTO ANALFABETA – Carlo Magno è una figura affascinante e contraddittoria. Benché siano molte le notizie sulla sua vita e sul suo carattere, la descrizione redatta dal suo biografo ufficiale, Eginardo, non è molto attendibile in quanto ispirata alle Vitae di Svetonio: gli imperatori dell’età romana sono scelti come modello per un ritratto dell’imperatore e delle sue virtù.

Per quanto riguarda il suo aspetto fisico ne sappiamo di più grazie all’archeologia. Una ricostruzione antropometrica sui suoi resti, avvenuta nel 1861, ci conferma la sua straordinaria prestanza fisica. Ci resta un lungo elenco di mogli e figli, insieme al ritratto di un uomo forte, coraggioso, avido in cucina come in guerra. Ma uno degli aspetti che mi ha sempre affascinata è il suo atteggiamento nei confronti della cultura.

Era quasi analfabeta, questo è certo, ma lavorò per promuovere la conoscenza delle lingue classiche, sia il greco che il latino, pensate come strumenti per inquadrare il popolo nella struttura “dell’Impero Cristiano”. Tra i più significativi interventi troviamo la promulgazione, nel 789, di un insieme di norme note come Admonitio generalis. Una specie di vademecum per il clero che intende rivolgersi alla cura della propria anima.

Fede, sacramenti, preghiere, salmi, sì certo questo ce lo aspettiamo, ma … meno evidente è il motivo che lo spinse a scrivere l’Epistola de litteris colendis. Dopo il 789 questa circolare (l’Epistola de litteris colendis, appunto) venne inviata a tutti i vescovi e abati per sottolineare come lo studio filologico e grammaticale debba essere messo al servizio di un’elevazione a livello morale e religioso (che naturalmente si riflette in modo proficuo sul governo dell’impero cristiano). Leggiamo che “coloro che si sforzano di piacere a Dio vivendo rettamente (recte vivendo) non trascurino di piacergli anche parlando correttamente (recte loquendo)”. Non a caso si parla di rinascita carolingia!

Fonti:
Patrick Wormald, Janet L. Nelson, Lay Intellectuals in the Carolingian World, Cambridge University Press, 2007.

Rosamond McKitterick, The Carolingians and the Written Word, Cambridge, 1989.

Qui vedete la statua equestre di Carlo Magno, Agostino Cornacchini (1725), Basilica di San Pietro in Vaticano. (Crediti: CC BY-SA 3.0).

DHUODA, UN’INTELLETTUALE IN ETA’ CAROLINGIA – Alcuni storici la indicano come “la madre”. A me piace pensarla come una delle più importanti intellettuali in epoca carolingia. Per chi non la conoscesse, Dhuoda era un’aristocratica, moglie del marchese Bernardo di Settimania, che nell’843 scrisse un trattato, in forma di lettera, nel quale istruiva il figlio Guglielmo sul comportamento da tenere rispetto al suo sovrano, Carlo il Calvo.

L’occasione per scrivere il Liber Manualis non è certo felice: il figlio quindicenne era in ostaggio dell’imperatore! Mariateresa Fumagalli Beonio Brocchieri, nell’enciclopedia delle donne, scrive che “Dhouda è dunque in qualche modo segnata dalla sua maternità. Rimane tuttavia, quella di “madre”, una definizione generica, relativa, all’interno del genere femminile, come puella, soror, filia, mulier e via dicendo. A me piace definirla scrittrice (ed è una delle prime scrittrici medievali di cui possediamo un’intero testo) che riflette sui temi morali della sua posizione, sui doveri e le difficoltà di un giovane uomo, il figlio, lontano da casa; sulla cultura e sulla società del suo tempo”.

Si tratta del più antico trattato di pedagogia scritto in epoca medievale. Se volete saperne di più sulla storia del Liber Manualis, qui sotto vi lascio il link all’articolo e alla relativa bibliografia. Aggiungo solo una piccola nota. L’alfabetizzazione delle donne è un problema che abbiamo ancora oggi in alcune aree del mondo, e i ritardi rispetto ai paesi più moderni sono sempre causati da retaggi culturali e religiosi.

Dhuoda ha potuto accedere alla formazione scolastica solo in quanto aristocratica; in quanto donna sarebbe stata destinata a ben altro. Il caso di Dhuoda mostra anche come il possesso degli strumenti propri della cultura scritta rappresentava il marchio dell’appartenenza all’élite dell’impero: era più un mezzo di promozione sociale e di mantenimento dell’ordine politico-amministrativo, che una vera e propria vocazione alla condivisione della cultura.

Certo, come ho già scritto, la rinascita carolingia è soprattutto una rinascita culturale, e ben venga, sia chiaro. Ma è una rinascita tra luci ed ombre. Fonte: http://www.enciclopediadelledonne.it/biografie/dhuoda/.

Bibliografia:
Il Manuale nel sito delle Edizioni Studio Domenicano: http://www.edizionistudiodomenicano.it/Libro.php?id=838

Dhuoda, Educare nel Medioevo. Per la formazione di mio figlio. Manuale, testo e trad. italiana di Gabriella Zanoletti, Milano, Jaca Book, 1982.

Régine Pernoud, La donna al tempo delle cattedrali, traduzione di Maria Gabriella Cecchini, Milano, Rizzoli, 1982.

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