Cosa si intende con Crisi del Criticismo Kantiano?

Alla fine del Settecento i contemporanei di Kant avevano piena consapevolezza dell’importanza del pensiero critico. La rivoluzione copernicana operata in campo filosofico viene ancora oggi spesso paragonata al cambiamento, in ambito politico, innescato dalla Rivoluzione Francese. Ma ciò non significa che l’elegante edificio kantiano non avesse problemi. Innanzitutto tieni presente che nessuno dei contemporanei di Kant pensava al suo pensiero come qualcosa di definitivo, men che meno come una formulazione definitiva del criticismo.

Era infatti inteso come una serie di intuizioni particolari che attendevano di essere riorganizzate in un tutto sistematico. Questa riconciliazione era necessaria in quanto esistevano degli aspetti contraddittori tra le pagine di Kant: l’eterogeneità tra sensibilità e intelletto, la distinzione dualistica tra soggetto agente e soggetto conoscente, la problematicità del significato e della funzione da attribuire alla cosa in sé. Ancora più grave era l’assenza di fondamento ossia l’assenza di un principio unitario dal quale si potesse derivare l’intero sistema kantiano.

Proprio su questi punti sorse in Germania una vivace discussione alla quale il vecchio Kant, che morirà nel 1804, potè in parte partecipare. Qual è il valore del criticismo? In che modo possiamo interpretarlo? In che misura possiamo revisionarlo? Ti presento in breve quattro personaggi che hanno dato un significativo contributo alla filosofia post-lantiana. 

Il concetto-guida (o la domanda, se preferisci) che devi tenere a mente è il seguente: come può il noumeno, la cosa in sé, essere coerente con una epistemologia sensista? Questa breve carrellata storica serve per farti vedere quali sono le prime risposte che sono state date a questo problema. Mi piacerebbe imparassi a pensare dai concetti alle correnti storiografiche in modo da chiederti: ma oggi, nell’epistemologia contemporanea, le opzioni idealiste sono per caso imparentate con “il dogmatismo” insito nel criticismo kantiano? E molte altre domande, ovviamente. Ma veniamo a noi.

Karl L. Reinhold (1758-1823) autore delle Lettere sulla filosofia kantiana intende presentare una “filosofia elementare” che contenga un principio fondamentale che possa spiegare le diverse componenti e caratteristiche della conoscenza umana. Secondo Reinhold questo principio elementare è dato dalla coscienza intesa come facoltà della rappresentazione. Scindendosi in due elementi, soggetto e oggetto, abbiamo la forma della conoscenza, ossia l’attività attraverso cui il molteplice viene unificato in una unità concettuale, e l’oggetto che ne costituisce la materia (il contenuto rappresentativo che viene unificato).

La stretta connessione tra le nostre facoltà conoscitive viene proprio spiegata su queste basi, in quanto sarebbe una conseguenza della connessione tra soggetto-forma e oggetto-materia: la sensibilità è data dal prevalere del soggetto sull’oggetto, il loro equilibrio è dato dall’intelletto, la ragione dalla libera attività soggettiva. Anche la famigerata cosa in sé trova una spiegazione in questo quadro teorico. Reinhold infatti ritiene che la materia conoscitiva derivi da una cosa in sé intesa come indeterminato e inconoscibile. Non essendo alcunché di reale, non ha senso porsi il problema della realtà della cosa in sé: essa si riduce a un concetto che, per quanto necessario alla giustificazione dell’elemento materiale della conoscenza, per la sua stessa impensabilità va al di là della rappresentazione e dunque della realtà. 

Reinhold propone quindi una netta correzione del criticismo in senso idealistico, riducendo l’intera realtà alla coscienza e dunque alla rappresentazione. Resta però il problema della cosa in sé: cercare di salvarla a tutti i costi, anche facendone qualcosa al di là della rappresentazione, non significa svincolarla dalla conoscenza: se la conoscenza dipende da qualcosa di irreale ma concettuale ciò implica riproporre un residuo di dogmatismo all’interno del criticismo. Proprio su questo si focalizzarono i critici posteriori.

Nel 1792 apparve uno scritto anonimo, intitolato Enesidemoovvero sui fondamenti della filosofia degli elementi sostenuta a Jena dal sig. prof. Reinhold, assieme a una difesa dello scetticismo contro le pretese della critica della ragione. L’autore era Gottlob E. Schulze (1761-1883).

Ancora una volta la cosa in sé è il nucleo delle contraddizioni. Se davvero il criticismo si propone di fare dell’esperienza il fulcro della conoscenza non può cedere a fantasie di sorta e pretendere di fondare la conoscenza stessa su qualcosa di extra-sensibile. Di fronte all’arroganza della ragione critica, Schulze oppone un sano scetticismo che si appella a Hume. Solomon ben Joshua, conosciuto con lo pseudonimo Salomon Maimon (1754-1800) propone infatti l’eliminazione della cosa in sé in quanto tipico esempio di non-cosa, di mostruosità.

Non esiste nulla al di fuori della coscienza. Anche ciò che ci sembra un elemento indeterminato della coscienza è solo qualcosa che non è ancora stato completamene determinato dalle forme a priori dell’io. Per questo residuo di indeterminatezza, infatti, l’oggetto ci appare come un “dato”. Evidentemente stiamo andando verso un idealismo sempre più spinto, in quanto il criticismo qui viene completamente sganciato dai suoi presupposti empirici. Nella stessa direzione si muove Jacob S. Beck (1761-1840) che distingue due momenti nello sviluppo della conoscenza: alla base i è un processo di produzione originaria dell’oggetto da parte del soggetto attraverso le forme della sintesi a priori. Il contenuto dipende quindi dall’attività del pensiero.

Nel secondo momento del riconoscimento il soggetto acquisirà l’oggetto riconoscendolo sotto forma di rappresentazione, il che gli garantisce un’autonomia notevole rispetto al soggetto. Si configura, in ultima analisi, come un dato. Non sorprende che questa interpretazione sia stata sconfessata dallo stesso Kant prima di morire. 

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