La tesi di Duhem-Quine e la materia oscura

ResearchBlogging.org

Esiste. Sappiamo che esiste solo indirettamente, nel senso che ne osserviamo gli effetti gravitazionali. Non è stata scoperta in senso stretto, non c’è stato un eureka! urlato in qualche sperduto laboratorio sotterraneo. Né c’è stata un’elegante ipotesi teoretica, poi passata al vaglio con potenti macchine nei laboratori di mezzo mondo. La storia della materia oscura è la storia di previsioni non rispettate, di osservazioni che smentiscono i calcoli, di ipotesi in prima battuta controintuitive. Ma è anzitutto la storia di una domanda che sembrerà banale: dove risiede la massa dell’Universo? Rispondere correttamente significa assistere alla genesi del concetto di materia oscura. 

Mettiamo da parte questa domanda e riflettiamo sui concetti. Proprio il concetto di materia oscura sarebbe infatti un viatico privilegiato per condurre una riflessione filosofica su alcuni principi della meccanica classica: questo sembra uno degli obiettivi primari di un recente articolo di M. A. Reynolds, da poco caricato su arXiv.org, intitolato The Duhem-Quine thesis and the dark matter problem.

“The problem of dark matter, and especially the physics of spiral galaxy velocity rotation curves, is a straightforward application of Newton’s laws of motion and gravitation, and is just enough removed from everyday experience to be analyzed from a fresh perspective. It is proposed to teach students about important issues in the philosophy of physics, including Bacon’s induction, Popper’s falsifiability, and the Duhem-Quine thesis, all in light of the dark matter pproblem. These issues can be discussed in an advanced classical mechanics course, or, with limited ssimplification, at the end of a first course in introductory mechanics. The goal is for students to understand at a deeper level how the physics community has arrived at the current state of knowledge”.

Nell’immagine è visibile l’effetto lensing come osservato dal telescopio spaziale Hubble in Abell 1689. Credits: NASA.

Dopo un brevissimo resoconto delle teorie chiamate in causa nell’abstract qui sopra, e il successivo richiamo agli studi sugli ammassi di galassie di F. Zwicky e S. Smith, Reynolds presenta lo studio analitico di un esempio concreto – quello che in gergo si chiama case study – concernente le curve di rotazione. Applicando il criterio di falsificabilità di Duhem, Reynolds mostra che esiste uno spazio logico non indifferente per ripescare una teoria un po’ “vintage”, la Modified Newtonian Dynamics (MOND), ossia Dinamica Newtoniana Modificata (secondo alcuni sarebbe una valida alternativa all’ipotesi della materia oscura, pur non essendo ancora stata sviluppata una variante relativistica). Vediamo cos’è MOND per poi passare alla tesi di Duhem-Quine.

§1- MOND e la materia oscura – MOND ammette che la legge di gravitazione universale è valida solo per accelerazioni piuttosto grandi. Quando il valore tende a essere molto piccolo, la formula di Newton subirebbe un cambiamento. Tradotto in matematichese, questo significa che per MOND “F = ma” varrebbe solo per grandi accelerazioni. Se a scendesse al di sotto di un valore molto basso si dovrebbe usare la  versione più generale: “F = m μ(a/ao) a“.

Dove ao è l’accelerazione critica e varrebbe circa 10-10 m/sec2, mentre a è il modulo dell’accelerazione. μ (a/ao) vale esattamente 1 se a > ao e si ritorna alla formulazione newtoniana. μ (a/ao) vale invece a/ao se a < ao. Ne deriva che in questo caso la forza si smorza velocemente. In questo modo si riuscirebbe a spiegare la velocità di rotazione pressoché costante ai bordi delle galassie che sembra non seguire l’andamento previsto dalla legge di Keplero che impone una sua decrescita continua con la distanza dal centro della galassia (v con r -1/2). 

MOND sembra poter fare a meno della materia oscura, almeno per quanto riguarda una singola galassia. Più semplicemente, la teoria studia la dispersione della velocità di rotazione a diverse distanze dal centro e da questa si ricava l’accelerazione che permette di determinare la massa dell’intera galassia (questo ovviamente non è l’unico metodo per determinarla e vale anche il procedimento inverso).

Ora che sappiamo cos’è MOND possiamo cercare di capire se il tentativo di Reynolds è riuscito o meno: “the study finishes with an attempt to reconcile the observations and theoretical predictions in the light of the ideas of verification and falsification discussed“.

Sir Isaac NewtonRitratto di Sir Godfrey Kneller, 1702, olio su tela

Isaac Newton Ritratto di Sir Godfrey Kneller (1702, olio su tela). Credits: National Portrait Gallery.

§2- La sottodeterminazione di Duhem-Quine – Vi dico subito che apprezzo molto il tentativo teoretico di Reynolds e credo abbia molto più valore in campo filosofico che strettamente fisico in cui ci si deve volgere al tribunale dell’esperimento (peraltro non disintegra in alcun modo le ipotesi sull’esistenza della materia oscura). La tesi Duhem-Quine analizza il rapporto tra dati e ipotesi (o tra ipotesi e dati) sostenendo che un’ipotesi è difendibile ad libitum,visto che da dati finiti sono ricavabili infinite ipotesi. Benché vi sia una base comune che spinge i due filosofi a questa conclusione – ogni teoria (e quindi le ipotesi su cui essa si basa) è supportata da ipotesi ausiliarie ma imprenscindibili – esistono significative differenze tra le loro tesi.  

Ricordo le più evidenti. Secondo Duhem, in fisica un’ipotesi isolata non può essere falsificata da un’osservazione; può essere sottoposta a controllo sperimentale solo da un altro punto vista, quando è intesa come un tutto, ossia insieme alle ipotesi ausiliarie che determinano quel pacchetto teorico che sarà corroborato o falsificato. Se, previsto O, si osserverà che non-O, non saremo per questo in grado di desumere quale delle ipotesi del pacchetto è stata falsificata. Questa situazione mette in crisi il concetto baconiano di experimentum crucis: elencate tutte le ipotesi che si possono fare per rendere conto del gruppo di fenomeni, poi con la contraddizione sperimentale eliminatele tutte eccetto una. Quest’ultima cesserà di essere un’ipotesi per diventare una certezza (naturalmente non è un procedimento praticabile, poiché il fisico non è mai sicuro di aver effettuato tutte le ipotesi immaginabili.).

Pierre Maurice Marie Duhem.

Ora, la tesi di Duhem vale solo per una parte dell’edificio scientifico (segnatamente per la fisica) mentre quella di Quine si estende all’intero sistema della conoscenza umana, sistema che può essere mantenuto, malgrado qualsiasi falsificazione empirica, mediante correzione interna. Comprese le differenze, le due tesi possono essere unite nella tesi di Duhem-Quine secondo la quale la non-falsificabilità delle ipotesi isolate si applica

(i) alle teorie di alto livello della fisica, della matematica, della logica e di altre scienze, e

(ii) a un insieme teorico controllabile e limitato, non potendosi estendere all’interezza dell’esperienza umana.

In questa sua seconda parte, quindi, la tesi Duhem-Quine si avvale della teoria duhemiana del bon sens contrapponendosi ad una delle istanze dello stesso Quine, secondo cui tutte le asserzioni si potrebbero far valere qualunque cosa accada se facessimo delle rettifiche sufficientemente drastiche in qualche altra parte del sistema.

Un esempio di quanto detto sopra si trova nel tentativo storico di prevedere l’orbita di Urano tramite la teoria gravitazionale di Newton. Sappiamo che l’orbita di Urano non collimava con le teorie newtoniane ormai consolidate. Poiché la teoria gravitazionale del fisico inglese portava risultati pratici e tangibili, nonostante non sembrasse funzionare in questo specifico caso, si decise di non abbandonarla. Si optò, infatti, per la modifica (passatemi l’anacronismo) di una delle sue ipotesi ausiliarie: da “i pianeti sono sette”, a “i pianeti sono almeno otto”. Il fatto di ipotizzare un ottavo pianeta abbastanza grande da poter influenzare, tramite l’attrazione gravitazionale, il corso dell’orbita di Urano, permise la scoperta di Nettuno, ottavo pianeta del sistema solare. Era il 23 settembre 1846.

Fotografia di Urano fatta dalla sonda Voyager 2 nel 1986

Fotografia di Urano fatta dalla sonda Voyager 2 nel 1986. Credits:NASA/JPL-Caltech.

La teoria newtoniana è stata preservata grazie all’alterazione delle ipotesi ausiliarie che determinano il suo raggio d’azione, utilizzando quindi il principio propugnato da Duhem e Quine: è evidente che al cambiamento delle ipotesi ausiliarie corrisponda l’applicabilità di una data teoria nella storia. Modificando il framework di ipotesi su cui si regge la teoria, essa diventa sostenibile all’infinito, dato che possiamo intervenire un numero infinito di volte per modificarlo. Se si dovesse quindi elaborare per induzione un’ipotesi circa un qualche esperimento ed osservazione scientifica, ci si potrebbe avvalere della totale libertà d’interpretazione, consci del fatto che, da un qualsiasi dato (anche grazie alla modifica delle solite ipotesi ausiliarie) sono ricavabili infinite ipotesi, eternamente sostenibili. Parafrasando Quine, si potrebbe sostenere che il tutto è mosso dagli dei omerici, e nessuno potrebbe dimostrare il contrario.

§3- Una lettura debole di Duhem-Quine – Detto ciò, se è vero che la tesi di Duhem-Quine pone il problema della sostenibilità di una teoria a scapito della sua stessa dimostrabilità, allora si può comprendere in che senso l’analisi di Reynolds ha una valenza filosofica più che fisica. Se Reynolds ha ragione, possiamo ben dire che esiste uno spazio logico per sostenere MOND anche a fronte di indizi a favore della materia oscura. Ma se davvero prendiamo alla lettera la tesi sottostante, ossia che è sempre impossibile dimostrare la verità o la falsità di una tesi, come possiamo ad evitare il collasso della scienza nel baratro della metafisica?

Credo sia sensato proporre, in modo più deciso di quanto mi sembra traspaia dalle pagine di Reynolds, una lettura debole della sottodeterminazione di Duhem-Quine.

La tesi della sottodeterminazione delle teorie rispetto all’esperienza presta il fianco alle medesime critiche che rivolge alle altre teorie. I due autori mi risponderebbero che, come ogni teoria di stampo olistico e relativizzante, essa conferma la sua potenza proprio nella demolizione di se stessa. Va bene, non è un buon terreno per proporre confutazioni. Possiamo scomodare Ockham, ragionare anche in termini di probabilità e, per dirla con Abelardo, di verosimiglianza. Come fare, però, con i domini non osservabili come la materia oscura? Ecco, forse abbiamo imboccato la retta via. Delimitando il campo di indagine e facendo leva su considerazioni di merito – in primis sul metodo scientifico – sarebbe bene adottare criteri di scala e misurazione condivisi, costruire un metodo e valorizzare la predicibilità di un evento, argomento di fondamentale importanza per una teoria scientifica (del quale non si avvale la metafisica).

Infatti, proprio grazie alla prevedibilità si può ipotizzare una teoria partendo da un effetto per poi individuarne la causa, proprio come è accaduto con la scoperta di Nettuno, o come accade per l’individuazione dei buchi neri che, distorcendo lo spaziotempo e quindi deviando il percorso della luce, sono enti reperibili e conoscibili come effetto di una causa. Proprio perché abbiamo detto che da dati finiti si possono formulare infinite ipotesi, abbiamo svolto un interessante esercizio filosofico. E adesso? Fisicamente, la materia oscura esiste o hanno ragione si sostenitori di MOND? Duhem-Quine ora non possono più aiutarci.

Paper:

Reynolds M. A. (2015). The Duhem-Quine thesis and the dark matter problem, Arxiv.org, (submitted to the American Journal of Physics), DOI: http://arxiv.org/abs/1507.06282

Annunci

Aristotele. Qualcosa sui miei studi

Un blog può anche essere una forma di tutela. Nel 2005, mentre studiavo in biblioteca a Milano, mi sono state sottratte delle pagine appena stampate più un quaderno di appunti. Da poco ho saputo che quelle stesse pagine erano finite nella tesi di laurea di un altro. Dal momento che i miei testi non sono ancora stati pubblicati ma sono stati messi in rete solo su questo blog e discussi solo oralmente in pubblico, ho deciso di mettere on-line i miei appunti, articoli, talks e versioni dei libri che spero presto pubblicherò. Almeno non ci saranno più equivoci sulla paternità delle idee e della forma in cui sono state redatte.

Ovviamente gli appunti e i drafts restano tali: non ho apportato nessuna correzione, dunque li trovate nella loro forma originaria, come testi in fieri. A seguire, in ordine cronologico, ho riportato non solo i file che da anni sono in rete su Academia.edu (ora non mi trovate più lì), ma anche gli appunti e gli estratti dalle tesi rimasti nel cassetto. Tutto è scaricabile in pdf dal mio spazio Dropbox e da Scribd.

2003: estratto dalla tesi di laurea: Soggetto, privazione e forma nella Fisica di Aristotele

https://www.dropbox.com/s/xykcp61opz7vxsr/Arci.Soggetto.Privazione.FormaFisica.pdf?dl=0

2003-2004: appunti della relazione tenuta al colloquio di passaggio d’anno per dottorandi: La sostanza nelle Categorie di Aristotele e la sostanza sensibile in Metafisica Zeta:

https://www.dropbox.com/s/gwok3u5g6rh4csd/Arci0304.pdf

2004-2005: appunti della relazione tenuta al colloquio di passaggio d’anno per dottorandi: La mereologia del corpo percipiente in Aristotele:

https://www.dropbox.com/s/hedsufzd7iajonu/Arci.2005-2006.pdf

2006: relazione tenuta al Seminario SUM a Firenze: Funzionalismo, ilemorfismo e mereologia. Studio sulla percezione in Aristotele:

https://www.dropbox.com/s/60og40g9wev9eku/Arci.2006.Firenze-libre.pdf

2006: appunti a margine della tesi di dottorato: Il genere dei percipienti dal punto di vista della biologia e della psicologia di Aristotele:

https://www.dropbox.com/s/n4lzn8pi7rfjuij/Arci.appunti.2006.pdf

2006: appunti a margine della tesi di dottorato: Il dibattito sulla percezione in Aristotele

https://www.dropbox.com/s/yv9qbt08e30txg8/Arx.Percezionedibattito.pdf

2008: draft:  Costituzione e identità: gli interi kata techne in Aristotele

https://www.dropbox.com/s/t4rfpg67zcaj3jd/Arci.Artefatti-libre.pdf

2008: draft: Tipi di individui in Aristotele  – scaricabile anche da Scribd 

https://www.dropbox.com/s/6ztdh3t21jyhtjc/Arci.Individui.pdf

2009: draft: Universale e sostanza in Aristotele   – scaricabile anche da Scribd 

https://www.dropbox.com/s/8kq3jvl4qpqiee8/Arci.Universale.pdf

2009: draft: Dividere e definire in Aristotele   – scaricabile anche da Scribd 

https://www.dropbox.com/s/emqbp942ql0cygn/Arci.dividere.definire.pdf

LIBRI (di prossima pubblicazione)

2010L’Orizzonte del Vivente. Individui, parti e sostanze in Aristotele 

bozza in consegna all’editore (8/12/2010): https://www.dropbox.com/s/s75pweavnsg7nf5/OrizzonteVivente.Arci.doc?dl=0

2010Introduzione alla mereologia di Aristotele

bozza: https://www.dropbox.com/s/x0a7s67a20jp2lg/Mereologia.Arci.doc?dl=0

2012Aristotele e il derivatus paradoxus. Proprietà, generi naturali, oggetti (im)possibili. Si tratta di un testo in fieri, non pubblicato, disponibile gratuitamente ai link qui sotto:

https://www.dropbox.com/s/1e0x4pwu1yx4x8f/Arx.Derivatus.Paradoxus.pdf

Dalla quarta di copertina: Greta è una giovane curiosa. A volte rompiscatole. Trascorre delle mezz’ore ad osservare i movimenti di Ruga, la sua tartaruga. Ruga se ne sta nell’acquario: la temperatura dell’acqua è di circa 30 gradi, ci sono piccole palme, sassi di medie dimensioni alcuni dei quali formano promontori. La luce che filtra dalla finestra accentua i chiaro-scuri dell’acqua, le sfumature di verde del carapace, le cui tessere, i cosiddetti scuti, disegnano sottili lamine gialle che ne percorrono, da entrambi i lati, la superficie laterale. Di fronte a questo spettacolo Greta sa che Ruga esiste. La vede, la può toccare. Vede anche il verde del carapace, ne avverte sfiorandolo la ruvidezza; sente il calore dell’acqua. Vede sfumature, ombre, colori. Ma cosa esiste? Greta è troppo giovane; non è corrotta dal germe del dubbio scettico. Per sua fortuna non sa chi sia Cartesio. Non ha motivi di dubitare di quanto sta percependo, né della corrispondenza tra ciò che vede e ciò che c’è. Con qualche incursione platonica del filosofo Achiropita, faremo un viaggio nell’esperienza cercando di restituire al lettore un’interpretazione della sua ricchezza e complessità nei termini del pensiero di Aristotele. Ruga esiste. Greta la vede. E l’ircocervo esiste? Greta l’ha sognato; e i contratti? In particolare, i derivati finanziari? I genitori di Greta ne parlano spesso: sono andati in banca, hanno firmato quattro carte e, magicamente, i loro soldi si muovono assumendo valori diversi nel tempo. I derivati finanziari sono l’Ornitorinco della finanza: esistono, certo, ma cosa sono? Alle domande di Greta, che sono le domande dell’uomo comune, seguiranno le argomentazioni tecniche e serrate dell’aristotelico: prepariamoci ad indossare gli occhiali del filosofo.

Recensioni:

  1. Arci A. (2007), recensione di Ramón Román Alcalá, El Enigma De la Academia di Platón. Escépticos contra Dogmáticos en la Grecia Clásica, Berenice, 2007, in http://www.secretum-online.it/, [Novembre 2007]
  2. Arci A. (2007), recensione di Loredana Cardullo, Aristotele, Profilo introduttivo, Carocci, 2007, in http://www.secretum-online.it/, [Ottobre 2007]
  3. Arci A. (2007), recensione di Anna De Pace, Noetica e scetticismo. Mazzoni versus Castellani, Cahiers Accademia, 2006, in http://www.secretum-online.it/, [Ottobre 2007]
  4. Arci A. (2007), recensione di Valeria Sorge, Averroismo, Alfredo Guida Editore, 2007, in http://www.secretum-online.it/, [Giugno 2007]
  5. Arci A. (2007), recensione di G. Giardina, I fondamenti della causalità naturale, Symbolon, Catania, 2006, in “Rivista di Storia della Filosofia”, 4, pp. 781-784
  6. Arci A. (2007), recensione di Frans De Haas and Jaap Mansfeld (cur.), Aristotle’s on generation and corruption I, Oxford- Clarendon Press 2004; in “Rivista di Storia della Filosofia”, 1, pp. 157-160
  7. Arci A. (2006), recensione di Jean L. Labarrière, Langage, vie politique et mouvement des animaux. Ètudes aristotèliciennes. Vrin 2004,  in “Rivista di Storia della Filosofia”, 4, pp.1069-1072
  8. Arci A. (2006), recensione di Ricardo Salles (cur.), Methaphysics, Soul, and Ethics in Ancient Thought. Themes from the Work of Richard Sorabji, Oxford-Clarendon Press 2005, in “Rivista di Storia della Filosofia”, 3, pp.797-801
  9. Arci A. (2005), recensione di Vincenza Celluprica (cur), Il libro B della Metafisica di Aristotele, Bibliopolis, Napoli 2003, in “Rivista di Storia della Filosofia”, 3, pp. 575-578.

Neuroni a specchio for dummies

Crediti: wikipedia.

La storia dei neuroni a specchio inizia negli anni Novanta quando un team di ricercatori dell’università di Parma – diretto da G. Rizzolati e composto tra gli altri da V. Gallese, L. Fadiga, G. di Pellegrino – stava conducendo degli esperimenti sulla corteccia premotoria del macaco per studiare l’attivazione cerebrale durante il compimento di atti motori.  Fu allora che si accorsero che i neuroni del macaco, che fino a quel momento erano considerati dei semplici neuroni motori, si attivavano anche quando uno di loro prendeva in mano uno degli oggetti usati per l’esperimento. All’iniziale stupore ed accettazione dell’ipotesi più probabile –  sicuramente la scimmia si era mossa – seguirono una serie di esperimenti che confermarono nell’animale l’attivazione di questo tipo di neuroni sia quando compiva un’azione diretta ad uno scopo sia quando osservava la medesima azione compiuta da altri. Ecco le ragioni del nome: si chiamano neuroni specchio appunto perché rispecchiano l’atto motorio osservato (un po’ come se si preparassero ad eseguirlo). Questo sistema di accoppiamento diretto tra dati visivo-uditivi e un circuito sensoriale-motorio che l’osservatore già possiede è stato considerato dai ricercatori la soluzione più parsimoniosa al problema della comprensione immediata dell’azione altrui. La fondatezza di questa ipotesi non è così scontata. Continua a leggere

Un deittico temporale. Aristotele e le perplessità di Einstein

Salvador Dalì, La Persistenza della Memoria (olio su tela, 24×33, 1931).

La nozione di ora resta per la fisica un argomento spinoso. In un breve articolo del 2004, James B. Hartle ne ha messo in luce i principali problemi (The physics of now, in “Physica Scripta”, 77 (2004), pp. 67-77). Ora sono seduta alla scrivania e sto scrivendo; interrogarsi sullo statuto del presente significa situarsi nel tempo, riconoscere di avere una storia scandita in un passato e in un futuro. La nostra consapevolezza, la coscienza di noi stessi e del mondo è incardinata nel presente, e tuttavia questo stesso presente sembra irrimediabilmente sfuggirci. Proprio grazie alla Relatività Generale (RG) di Einstein abbiamo imparato che è addirittura impreciso sostenere che percepiamo il presente: se fissiamo la Luna, la vediamo com’era un secondo e mezzo fa, il tempo necessario alla luce per arrivare dalla Luna alla Terra.  Continua a leggere

Ricerche PHD Aristotele (4bis)

Anima, parte, attività: la percezione in Aristotele

Lineamenti essenziali del progetto di ricerca. La prima parte, concernente la percezione, è confluita nella mia tesi di dottorato. Le restanti parti saranno oggetto di un volume complessivo.

Ne riporto qui a seguire i lineamenti essenziali. 


Attraverso l’uso degli strumenti di autocomprensione epistemologica offerti in sede metafisica, l’impegno ontologico su cui si edifica la teoria percettiva è volto a spiegare un aspetto della determinazione sensibile delle sostanze in termini di ricettività,capacità, attività e consapevolezza. 

Viene assunta come data la tesi metafisica fondamentale per cui i viventi composti di materia e forma sono esempi paradigmatici di sostanze. L’ousiologia ne aveva formulato la grammatica concettuale, sospendendo la determinazione sensibilenel nesso «sostanza sensibile». Si ottiene una teoria della sostanza a meno di questa caratterizzazione, con un grado maggiore di universalità e per ciò stesso logicamente anteriore nell’ordine delle discipline. Pur trattando degli stessi oggetti, la psicologia offre un’ulteriore dimensione costitutiva del concetto di essere vivente, determinazione che resiste ad ogni tentativo riduzionistico. La ricerca è condotta a partire da un’analisi sui corpi viventi; ciò fornisce gli elementi teorici necessari per un percorso inferenziale che dai phainomena somatici conduce alla definizione di anima.

Si spiega la necessità di applicare il modello fisico di definizione all’anima includendovi un riferimento alla materia: in che modo la semplicità predicativa della forma non è minacciata dal suo essere attualmente unita alla materia?

L’anima non è sostanza di un corpo qualsiasi (un artefatto); nel corpo vivente in atto dobbiamo isolare quel livello esplicativo in cui la materia dipende dalla forma per la sua stessa identità. Così intesa la materia non è qualcosa di estraneo e differente in natura dalla forma, come invece è la materia composizionale o remota, al di sotto della soglia formale del composto. Abbiamo da un lato una nozione di carne considerata sotto il profilo funzionale, e dall’altro la stessa nozione sotto il profilo composizionale (la carne-massa).

Questa rientra come costituente nella composizione del corpo e ha due aspetti: può essere intesa quantitativamente, come l’esatta proporzione di elementi, e causalmente, come l’esatta proporzione che è ipoteticamente necessaria alla carne nella composizione delle parti funzionali. Il corpo organico menzionato nella formula definitoria è inteso dunque come materia funzionale, si identifica con la forma, ed è soggetto al principio di omonimia.

– Dopo aver stabilito la posizione dell’anima all’interno della griglia categoriale e averne mostrato l’articolazione interna, la teoria percettiva si costruisce sulla relazione tra l’anima in quanto intero strutturato in parti e il composto integrale, anch’esso inteso in quanto intero strutturato in parti. Iniziamo dai cinque sensi: in questo ambito la modalità esplicativa messa in opera può essere caratterizzata come un’analisi strutturale e, nello specifico, mereologica e costruttivistica del vivente.

Anzitutto, la percezione implica l’impossibilità di una riduzione in senso ontologico della gerarchia organizzativa del vivente; essa infatti richiede che all’interno dell’architettura dell’animale si individui una parte principale (un focal meaning di parte concettualmente presupposto dagli altri) rispetto alla quale le altre parti possono essere considerate come articolazioni possibili, interne a un range di differenze determinato dal tipo di appartenenza.

In altre parole, la percezione è resa possibile da una architettura regolata del vivente che si pone come vincolo strutturale in grado di escludere che le differenze formali tra i cinque sensi si dissolvano in una mera relatività di scala. Dallo studio dei sensori si può trarre una qualificazione modale (implicante una gerarchia ordinata), temporale (implicante una permanenza nel tutto) e intensionale delle parti nel tutto. Queste sono intese come basi morfologiche invarianti: pur nella pluralità delle differenze che caratterizzano le specie (il colore degli occhi in relazione all’acutezza della vista per esempio), esistono delle strutture ricorrenti (il diafano nell’occhio, la membrana nell’orecchio), necessarie affinchè alcune parti e non altre siano parti strumentali.

Ogni parte strumentale si definisce sulla base dei sensibili di riferimento. A seconda che l’azione motrice dei sensibili sia diretta o meno, si hanno tre specie di oggetti, due sono dette sensibili per sé (propri e comuni), e una per accidente. Vista, udito e olfatto percepiscono a distanza attraverso un mezzo, che colma il causal gap tra corpi. Tra il mezzo e le loro rispettive zone ricettive vige una simmetria composizionale: unità, continuità e neutralità, i caratteri peculiari al mezzo, costituiscono condizioni statiche di realizzabilità per le affezioni. L’effetto delle qualità sul mezzo non può che essere descritto fenomenicamente: esse esercitano l’affezione sulle parti attraverso il mezzo, garantendo la presenza di una catena causale in cui agente e paziente possano essere in contatto.

Un caso particolare è rappresentato dal tatto: sulla base di ogni asse di contrarietà avevamo delimitato il dominio di ciascun sensorio. Ma nel tangibile sono incluse molte opposizioni: la questione dell’estensione dell’ambito oggettuale trova come correlato ontologico la peculiare localizzazione del tatto. È il composto intero e non una sua parte a possedere la capacità tattile, e la carne ne è il mezzo che risulta correlato all’organo, che in questo caso è il cuore. Esso dunque può essere inteso sia in quanto parte del tutto sia allo stesso livello concettuale della totalità. Come vedremo, la distinzione tra percezioni semplici e complesse riposa su questa stessa base concettuale.

In prima istanza, il rapporto tra una parte della forma in cui essa ha sede in quanto capacità, e le parti strumentali del composto integrale, in cui essa si realizza in quanto movimento e attività, viene descritto tramite un approfondimento delle affezioni cui sono sottoposte queste parti: in termini dunque di ricettività attraverso la struttura del poiein-paschein.

L’azione causale dei sensibili segue un modello esplicativo tratto dallo studio del movimento: i corpi sono cause motrici che, attraverso un mezzo che funge da motore-mosso, imprimono un logos sulle parti strumentali. L’assimilazione agli aspetti dinamici e strutturali del percepito viene descritta in analogia all’alterazione: infatti, pur essendo il luogo in cui culmina il mutamento causato dall’azione motrice dei corpi, le parti strumentali si trovano in una condizione di mesotes, non possiedono in atto una qualità che possa essere sostituita con il suo contrario.

Trattandosi di una potenza passiva e congenita (acquisita nell’embriogenesi durante la prote metabolè), ciò che accade durante l’alloiosis tis è l’alternanza tra stati di neutralità (corrispondenti all’inattività dei sensori) e stati in cui vi è la ritenzione transitoria delle forme sensibili a seguito del processo di assimilazione.

Prendiamo come modello il termometro. Lo specifico assetto composizionale e la temperatura media vanno intesi come parametri costitutivi dell’animale: se pensiamo alla percezione come input causale in grado segnare delle tacche sul nostro termometro, possiamo misurare la reazione che ogni parte del corpo manifesta a seguito di stimoli esterni.

Ciò significa che le condizioni determinate dall’assetto composizionale pongono i viventi al grado zero del termometro, in una condizione di neutralità, necessaria affinchè vi sia la potenzialità di ricevere tutte le gradazioni possibili all’interno di ogni asse di contrarietà. Se così non fosse non si percepirebbero le sfumature, e ci sarebbero zone cieche nelle percezioni. Questa ricezione ha un aspetto cognitivo, evidente dalla formula ricevere la forma senza la materia. Le parti strumentali registrano un logos una gradazione-proporzione del sensibile (un’istanza informazionale) cui immediatamente si accompagna nel sensorio la formazione di un aisthema (un’occorrenza di un contenuto non concettuale) e di un phantasma (occorrenza rappresentazionale).

La validità esplicativa di questo modello descrittivo, che si avvale di una terminologia codificata nello studio del movimento, deve essere misurata tenendo conto della mancanza, in psicologia, di un sistema di identificazione e denominazione degli episodi psichici che ambisca ad assumere una valenza tecnicizzante. In altre parole, la semantica degli scritti psicologici è del tutto conforme a quella dello scienziato della natura che indaga con lo stesso linguaggio sia i mutamenti cui sono sottoposti le totalità artificiali sia quelli delle totalità naturali. Per quanto complesse, la nozione di alloiosis tis e la formula ricevere la forma senza la materia sono finalizzate a colmare questa lacuna, marcando la differenza tra percezione e alterazione.

– Mettiamo ora a tema la percezione come attività del composto integrale. Attraverso il sangue, e il pneuma in esso contenuto, che funge qui da supporto materiale, gli aisthemata registrati a livello periferico giungono al sensorio primo. Non sono le forme-logoi ad essere trasmesse in quanto sono oggetto-dipendenti: la loro esistenza è vincolata alla presenza di un corpo percepibile e alla dinamica causale tra corpi. La funzione di vincolo strutturale che la parte principale svolge sul piano ontologico viene tradotta, sul piano epistemologico, in quella di modulo funzionale, operante nella percezione di vedere e sentire (ovvero siamo consapevoli del fatto che percepiamo una corrispondenza tra aisthemata e aisthetà), e nella discriminazione delle differenze sensibili (l’attività discriminante si esercita tra sensibili di specie diversa, tra qualità e corpi e tra corpi).

Il cuore è capace di operare una sintesi di processi periferici qualificati in unità percettive strutturate, fornendo una articolazione in unità di contenuti informazionali registrati nelle regioni periferiche del composto. L’apparato concettuale del secondo libro del DA, avendo messo a tema la relazione tra parti strumentali e corpi percepibili, ci consegna una teoria in prevalenza passivo-ricettiva, in cui ogni episodio percettivo è parte di una collezione più ampia di episodi analitici vertenti su singoli aspetti della realtà -nelle modalità koinà e kata sumbebekòs essi sono ottenuti grazie all’intervento della phantasia, funzione attiva e interna alla percezione. Nel terzo libro la percezione è intesa primariamente come energheia del composto.

Sulla base di una ri-costruzione dell’animale, grazie all’aporia sull’inesistenza di un sesto senso si esclude che in natura possa darsi un animale possibile diverso da quelli che di norma esperiamo (ovvero che potrebbe comparire in coerenza con le leggi ammesse dalla nostra biologia). La percezione non può realizzarsi diversamente che nella determinazione formale in cui di fatto si articola. Il nesso di unità tra le parti dei viventi è tale per cui determinazioni necessarie appartenenti all’articolazione della parte principale (per un gatto una certa regolarità nella morfologia delle parti anomeomere per esempio) non possono variare se non all’interno di determinazioni strutturalmente preordinate dall’eidos di appartenenza. 

Per esempio, ciò che chiamiamo gatto può darsi solo nel modo in cui attualmente lo esperiamo, in quanto questo gatto è una delle configurazioni morfologiche possibili che un dato gruppo di parametri assume. Se fosse possibile per esempio ammettere un sesto senso e invertire l’ordine di priorità formativa tra le parti strumentali e la parte principale nel nostro gatto (con un conseguente riassorbimento delle caratteristiche materiali del vivente nei requisiti posti dalla sua definizione a priori), quello che otterremmo non sarebbe più un gatto. Analogamente, se cambio le proporzioni negli elementi all’interno della carne-massa non avrò più sensori in grado di percepire, nè avrò più di fronte un animale, ma qualcosa d’altro: non si dà dunque il caso di un vivente che non sia un animale e che, al contempo, esibisca capacità percettive analoghe a quelle di un animale attuale. La disposizione regolata dei sensori svolge dunque funzioni teleologiche e teleonomiche.

Di conseguenza, non è possibile che materie differenti nella struttura di base realizzino la medesima forma, dunque non è possibile distinguere i requisiti posti dalla forma per la propria realizzazione dal modo particolare in cui effettivamente la materia assolve quei requisiti. A questo livello esplicativo differenti tipi di materia non possono essere identificati e descritti senza che queste procedure li qualifichino immediatamente come tipi di materia di e per una particolare forma e funzione: il funzionalismo e la plasticità composizionale falliscono nella misura in cui non riconoscono nè l’articolazione mereologica che i soggetti sostanziali essenzialmente esibiscono, nè quanto radicale e al tempo stesso flessibile sia la teleologia aristotelica.

La percezione è ora intesa come relazione tra l’anima nella sua totalità e il vivente inteso anch’esso come totalità integrale: questo è il livello concettuale in cui si analizzano le percezioni complesse e le altre attività dell’anima.

Abbiamo visto che Il nostro apparato categoriale non è relativo ma costitutivo del modo di essere delle sostanze sensibili, ed è stato fino ad ora indagato già a livello di ontologia formale. Per studiare le percezioni complesse occorre ora focalizzare quel livello per cui una parte rientra nell’identità del tutto: il cuore va considerato in quanto principio della sostanza. Il punto è che l’in quanto secondo cui una data parte è parte di quella totalità, non può essere determinato semplicemente sottraendo quella parte al tutto e verificando se il tutto persiste o meno. Occorre vagliare tutte le situazioni controfattuali possibili per una certa sostanza, e la struttura interna alle parti deve essere messa a tema, chiedendosi di volta in volta quale parte o attributo della parte possa essere sottratto o modificato ferma restando l’identità della parte nell’economia del tutto.

Anche la totalità può essere considerata sotto molteplici aspetti, e quindi non si potrà stabilire con una regola unificata quali (aspetti delle) parti siano posteriori alla definizione della totalità e quali invece siano anteriori. Ma se c’è un modo di considerare il tutto che ne presuppone concettualmente la definizione, ed un modo che la implica, c’è anche un modo che si colloca al livello concettuale stesso della totalità in esame; tale modo sarà quello opportuno per definire l’essenza della cosa e descriverne le capacità percettive complesse. Possiamo dire che la determinazione formale che definisce la cosa, collocandosi al livello concettuale stesso della totalità, sarà parte della cosa, sebbene al tempo stesso sia totalità, perchè è quella parte che dà il principio di identità della cosa nel suo insieme. C’è dunque una parte che non è nè anteriore nè posteriore al tutto ma che è assieme al tutto: questa parte è la sede delle percezioni.

La percezione non fornisce alle facoltà superiori qualcosa di simile a insiemi più o meno organizzati di dati di fatto o, meglio, di dati sensoriali: vedo x, x è una cosa bianca, dunque se vedo x e x è una cosa bianca come il figlio di Diare, allora vedo il bianco come figlio di Diare. Dire che la ricezione della forma-logos trasferisce nel soggetto uno stato informazionale e descrittivo, significa connotarla come l’acquisizione di un contenuto non concettuale, intendendo con questo termine la registrazione di un tipo di cosa (corpo) individuale (tou toioude). La forma-specie o natura sortale caratterizzante le sostanze individuali è immanente nella registrazione dei contenuti (aijsqhvmata) sensoriali causati dalle affezioni esterne.

In questo modo nella percezione di ogni sortale rilevante (ovvero l’individuo in quel momento percepito) è inglobata una sua caratterizzazione che lo trascende come individuo e che può costituire il contenuto di una eventuale successiva universalizzazione.

Callia è un uomo, ed essere uomo è vero di una pluralità di individui, dunque in questo senso, come si esprime Aristotele, l’universale è sempre e dappertutto: se uomo è universale, allora il predicato essere uomo è vero per ogni individuo che cade nell’estensione del termine uomo.

Gli aisthemata sono contenuti non concettuali.

Uno stato S è dotato di contenuto non concettuale p se e solo se:

i) è il risultato di un legame informazionale causalmente determinato;

ii) il soggetto non padroneggia i concetti necessari a specificare p (in maniera canonica) né alcuna sua equivalenza logica;

iii) lo stato orienta il comportamento del soggetto nel mondo in modo indipendente da stati interni di tipo epistemico e in virtù della sua causa prossima (la registrazione del logos a seguito dell’alloiosis tis).

La percezione è dunque uno stato intenzionale, che ha il contenuto non concettuale p sse il soggetto ha gli aijsqhvmata rilevanti a specificare p in maniera canonica (la nozione di essere in uno stato non concettuale p, ovvero possedere una sintesi di aijsqhvmata per p deve essere considerata primitiva e irriducibile).

La tesi del contenuto non concettuale della percezione ci permette di sostenere che gli stati percettivi sono comuni agli animali non umani e somigliano ad atteggiamenti proposizionali standard solo per il fatto che il loro contenuto può essere formulato linguisticamente in sistemi organici più complessi.

Se la nostra ontologia formale ci consente di parlare del mantello di Callia, della palla blu e dei cubetti di ghiaccio, vuol dire che ci muoviamo già all’interno di un quadro concettuale che ammette, classifica e riconosce questi corpi primariamente come oggetti di percezione: sosteniamo che la nostra percezione del mondo è diretta (vi è un isomorfismo strutturale tra il formato dell’organizzazione metafisica del mondo e quello degli aisthemata nella nostra anima), avviene senza intermediari.

Il realismo metafisico forte garantisce che l’efficacia causale delle forme sensibili sia assunta come data: le qualità sono concetti pre-teoretici, intesi come proprietà reali dei corpi, che vietano di pensare alla teoria aristotelica come a una forma di oggettivismo (due gatti con temperature corporee diverse percepiranno il calore a 29° con intensità differente). La teoria della ricezione delle forme sensibili senza la materia, non postulando intermediari epistemici quali potrebbero essere i dati sensoriali o immagini-rappresentazioni, implica una presa di posizione che rientra nel realismo epistemologico forte. L’accettazione del realismo epistemologico implica quella del realismo metafisico.

– Concludiamo affrontando due questioni: il problema del soggetto (ovviamente non si tratta del concetto moderno di persona, nè della soggettività trascendentale e appercettiva) delle percezioni, e il tentativo di mostrare la parziale validità di una proposta esegetica avanzata da Wedin e Caston in merito alla supervenienza. Per quanto concerne il primo punto, tenteremo di disambiguare la nozione di soggetto per rendere coerenti queste tre tesi:

1) se x è un’ousia, allora x è un hupocheimenon

2) l’anima è un’ ousia

3) l’anima non è un hupocheimenon.

Il termine soggetto può essere inteso in due sensi: il primo che ha la forma come predicato, ovvero la materia che, al contrario del composto, sopravvive al mutamento sostanziale e ha una natura indeterminata, non essendo un tode ti se non potenzialmente. Il secondo, il soggetto dei pathe, nel senso generale di proprietà accidentali quali musico e bianco, che persiste sotto forma di potenzialità e privazione al mutamento, e si identifica con il composto, con ogni entità che sia un tode ti.

In questo secondo senso, e grazie all’architettura della corporeità che la percezione ci ha permesso di mettere a tema, possiamo dire che il composto in quanto intero è essenzialmente la sua forma: dunque la forma soddisfa gli stessi requisiti richiesti al composto per essere soggetto delle percezioni.

Cercheremo di argomentare in favore di una forma debole di supervenienza, allo scopo di mostrare che se la forma superviene alla materia, come ci è parso studiando le attività dei composti integrali, in cui è principio strutturante che indirizza la materia a una specifica realizzazione, nella forma stessa vi è un pacchetto di proprietà che possono essere dette anch’esse supervenienti in quanto si manifestano a diversi livelli di organizzazione della corporeità.

Supponiamo che ad ogni predicato P (un episodio di alloiosis tis attraverso cui riceviamo un logos) supervenga un predicato di secondo ordine P* (un aisthema o un phantasma) di modo che gli stati formali siano determinati ma non ridotti da ciò cha accade nelle parti della struttura del vivente (downward causation). Questa tesi non ci dice nulla sul modo in cui P* sia eventualmente determinato da P: dice soltanto che deve accadere qualcosa a livello subveniente affinché si dia P*. Essa postula l’indistinguibilità tra gli stati percettivi di Socrate e di Callia allorché i loro stati fisici rilevanti (le affezioni che il blu provoca sui loro occhi) siano indistinguibili. Ma il legame tra stato fisiologico e quello propriamente mentale rimane oscuro. Le moderne spiegazioni fisicaliste sul modello from the bottom up falliscono nella misura in cui non ammettono che le dinamiche materiali possano essere riconosciute come condizioni sufficienti ma non necessarie nella determinazione delle proprietà formali. L’efficacia causale degli aisthemata permette così di salvaguardare l’efficacia del mentale.

Quando un sistema organico e vivente acquista gradi di complessità organizzativa tali per cui può essere annoverato nel genos animale, esso esibisce come costitutive delle proprietà e capacità formali che supervengono le proprietà, i mutamenti e le capacità proprie delle loro parti; se ne inferisce che le attività, le percezioni e i comportamenti di questi viventi non possono essere né spiegati, né ridotti, tanto meno predetti sulla base delle strutture causali che governano non solo le loro parti, ma i sistemi più semplici (i vegetali). In altre parole, la percezione di certo dipende dalla presenza di una architettura morfologica di base, ma non può essere totalmente spiegata riducendola a essa, né sulla base delle stesse risorse concettuali che ci forniscono la spiegazione di quella stessa architettura.

Ricerche PHD Aristotele (4)

Anima, parte, attività: la percezione in Aristotele

Lineamenti essenziali del progetto di ricerca. La prima parte, concernente la percezione, è confluita nella mia tesi di dottorato. Le restanti parti saranno oggetto di un volume complessivo.

Ne riporto qui a seguire i lineamenti essenziali. 


Attraverso l’uso degli strumenti di autocomprensione epistemologica offerti in sede metafisica, l’impegno ontologico su cui si edifica la teoria percettiva è volto a spiegare un aspetto della determinazione sensibile delle sostanze in termini di ricettività,capacità, attività e consapevolezza. 

Viene assunta come data la tesi metafisica fondamentale per cui i viventi composti di materia e forma sono esempi paradigmatici di sostanze. L’ousiologia ne aveva formulato la grammatica concettuale, sospendendo la determinazione sensibilenel nesso «sostanza sensibile». Si ottiene una teoria della sostanza a meno di questa caratterizzazione, con un grado maggiore di universalità e per ciò stesso logicamente anteriore nell’ordine delle discipline. Pur trattando degli stessi oggetti, la psicologia offre un’ulteriore dimensione costitutiva del concetto di essere vivente, determinazione che resiste ad ogni tentativo riduzionistico. La ricerca è condotta a partire da un’analisi sui corpi viventi; ciò fornisce gli elementi teorici necessari per un percorso inferenziale che dai phainomena somatici conduce alla definizione di anima.

Si spiega la necessità di applicare il modello fisico di definizione all’anima includendovi un riferimento alla materia: in che modo la semplicità predicativa della forma non è minacciata dal suo essere attualmente unita alla materia?

L’anima non è sostanza di un corpo qualsiasi (un artefatto); nel corpo vivente in atto dobbiamo isolare quel livello esplicativo in cui la materia dipende dalla forma per la sua stessa identità. Così intesa la materia non è qualcosa di estraneo e differente in natura dalla forma, come invece è la materia composizionale o remota, al di sotto della soglia formale del composto. Abbiamo da un lato una nozione di carne considerata sotto il profilo funzionale, e dall’altro la stessa nozione sotto il profilo composizionale (la carne-massa).

Questa rientra come costituente nella composizione del corpo e ha due aspetti: può essere intesa quantitativamente, come l’esatta proporzione di elementi, e causalmente, come l’esatta proporzione che è ipoteticamente necessaria alla carne nella composizione delle parti funzionali. Il corpo organico menzionato nella formula definitoria è inteso dunque come materia funzionale, si identifica con la forma, ed è soggetto al principio di omonimia.

– Dopo aver stabilito la posizione dell’anima all’interno della griglia categoriale e averne mostrato l’articolazione interna, la teoria percettiva si costruisce sulla relazione tra l’anima in quanto intero strutturato in parti e il composto integrale, anch’esso inteso in quanto intero strutturato in parti. Iniziamo dai cinque sensi: in questo ambito la modalità esplicativa messa in opera può essere caratterizzata come un’analisi strutturale e, nello specifico, mereologica e costruttivistica del vivente.

Anzitutto, la percezione implica l’impossibilità di una riduzione in senso ontologico della gerarchia organizzativa del vivente; essa infatti richiede che all’interno dell’architettura dell’animale si individui una parte principale (un focal meaning di parte concettualmente presupposto dagli altri) rispetto alla quale le altre parti possono essere considerate come articolazioni possibili, interne a un range di differenze determinato dal tipo di appartenenza.

In altre parole, la percezione è resa possibile da una architettura regolata del vivente che si pone come vincolo strutturale in grado di escludere che le differenze formali tra i cinque sensi si dissolvano in una mera relatività di scala. Dallo studio dei sensori si può trarre una qualificazione modale (implicante una gerarchia ordinata), temporale (implicante una permanenza nel tutto) e intensionale delle parti nel tutto. Queste sono intese come basi morfologiche invarianti: pur nella pluralità delle differenze che caratterizzano le specie (il colore degli occhi in relazione all’acutezza della vista per esempio), esistono delle strutture ricorrenti (il diafano nell’occhio, la membrana nell’orecchio), necessarie affinchè alcune parti e non altre siano parti strumentali.

Ogni parte strumentale si definisce sulla base dei sensibili di riferimento. A seconda che l’azione motrice dei sensibili sia diretta o meno, si hanno tre specie di oggetti, due sono dette sensibili per sé (propri e comuni), e una per accidente. Vista, udito e olfatto percepiscono a distanza attraverso un mezzo, che colma il causal gap tra corpi. Tra il mezzo e le loro rispettive zone ricettive vige una simmetria composizionale: unità, continuità e neutralità, i caratteri peculiari al mezzo, costituiscono condizioni statiche di realizzabilità per le affezioni. L’effetto delle qualità sul mezzo non può che essere descritto fenomenicamente: esse esercitano l’affezione sulle parti attraverso il mezzo, garantendo la presenza di una catena causale in cui agente e paziente possano essere in contatto.

Un caso particolare è rappresentato dal tatto: sulla base di ogni asse di contrarietà avevamo delimitato il dominio di ciascun sensorio. Ma nel tangibile sono incluse molte opposizioni: la questione dell’estensione dell’ambito oggettuale trova come correlato ontologico la peculiare localizzazione del tatto. È il composto intero e non una sua parte a possedere la capacità tattile, e la carne ne è il mezzo che risulta correlato all’organo, che in questo caso è il cuore. Esso dunque può essere inteso sia in quanto parte del tutto sia allo stesso livello concettuale della totalità. Come vedremo, la distinzione tra percezioni semplici e complesse riposa su questa stessa base concettuale.

In prima istanza, il rapporto tra una parte della forma in cui essa ha sede in quanto capacità, e le parti strumentali del composto integrale, in cui essa si realizza in quanto movimento e attività, viene descritto tramite un approfondimento delle affezioni cui sono sottoposte queste parti: in termini dunque di ricettività attraverso la struttura del poiein-paschein.

L’azione causale dei sensibili segue un modello esplicativo tratto dallo studio del movimento: i corpi sono cause motrici che, attraverso un mezzo che funge da motore-mosso, imprimono un logos sulle parti strumentali. L’assimilazione agli aspetti dinamici e strutturali del percepito viene descritta in analogia all’alterazione: infatti, pur essendo il luogo in cui culmina il mutamento causato dall’azione motrice dei corpi, le parti strumentali si trovano in una condizione di mesotes, non possiedono in atto una qualità che possa essere sostituita con il suo contrario.

Trattandosi di una potenza passiva e congenita (acquisita nell’embriogenesi durante la prote metabolè), ciò che accade durante l’alloiosis tis è l’alternanza tra stati di neutralità (corrispondenti all’inattività dei sensori) e stati in cui vi è la ritenzione transitoria delle forme sensibili a seguito del processo di assimilazione.

Prendiamo come modello il termometro. Lo specifico assetto composizionale e la temperatura media vanno intesi come parametri costitutivi dell’animale: se pensiamo alla percezione come input causale in grado segnare delle tacche sul nostro termometro, possiamo misurare la reazione che ogni parte del corpo manifesta a seguito di stimoli esterni.

Ciò significa che le condizioni determinate dall’assetto composizionale pongono i viventi al grado zero del termometro, in una condizione di neutralità, necessaria affinchè vi sia la potenzialità di ricevere tutte le gradazioni possibili all’interno di ogni asse di contrarietà. Se così non fosse non si percepirebbero le sfumature, e ci sarebbero zone cieche nelle percezioni. Questa ricezione ha un aspetto cognitivo, evidente dalla formula ricevere la forma senza la materia. Le parti strumentali registrano un logos una gradazione-proporzione del sensibile (un’istanza informazionale) cui immediatamente si accompagna nel sensorio la formazione di un aisthema (un’occorrenza di un contenuto non concettuale) e di un phantasma (occorrenza rappresentazionale).

La validità esplicativa di questo modello descrittivo, che si avvale di una terminologia codificata nello studio del movimento, deve essere misurata tenendo conto della mancanza, in psicologia, di un sistema di identificazione e denominazione degli episodi psichici che ambisca ad assumere una valenza tecnicizzante. In altre parole, la semantica degli scritti psicologici è del tutto conforme a quella dello scienziato della natura che indaga con lo stesso linguaggio sia i mutamenti cui sono sottoposti le totalità artificiali sia quelli delle totalità naturali. Per quanto complesse, la nozione di alloiosis tis e la formula ricevere la forma senza la materia sono finalizzate a colmare questa lacuna, marcando la differenza tra percezione e alterazione.

– Mettiamo ora a tema la percezione come attività del composto integrale. Attraverso il sangue, e il pneuma in esso contenuto, che funge qui da supporto materiale, gli aisthemata registrati a livello periferico giungono al sensorio primo. Non sono le forme-logoi ad essere trasmesse in quanto sono oggetto-dipendenti: la loro esistenza è vincolata alla presenza di un corpo percepibile e alla dinamica causale tra corpi. La funzione di vincolo strutturale che la parte principale svolge sul piano ontologico viene tradotta, sul piano epistemologico, in quella di modulo funzionale, operante nella percezione di vedere e sentire (ovvero siamo consapevoli del fatto che percepiamo una corrispondenza tra aisthemata e aisthetà), e nella discriminazione delle differenze sensibili (l’attività discriminante si esercita tra sensibili di specie diversa, tra qualità e corpi e tra corpi).

Il cuore è capace di operare una sintesi di processi periferici qualificati in unità percettive strutturate, fornendo una articolazione in unità di contenuti informazionali registrati nelle regioni periferiche del composto. L’apparato concettuale del secondo libro del DA, avendo messo a tema la relazione tra parti strumentali e corpi percepibili, ci consegna una teoria in prevalenza passivo-ricettiva, in cui ogni episodio percettivo è parte di una collezione più ampia di episodi analitici vertenti su singoli aspetti della realtà -nelle modalità koinà e kata sumbebekòs essi sono ottenuti grazie all’intervento della phantasia, funzione attiva e interna alla percezione. Nel terzo libro la percezione è intesa primariamente come energheia del composto.

Sulla base di una ri-costruzione dell’animale, grazie all’aporia sull’inesistenza di un sesto senso si esclude che in natura possa darsi un animale possibile diverso da quelli che di norma esperiamo (ovvero che potrebbe comparire in coerenza con le leggi ammesse dalla nostra biologia). La percezione non può realizzarsi diversamente che nella determinazione formale in cui di fatto si articola. Il nesso di unità tra le parti dei viventi è tale per cui determinazioni necessarie appartenenti all’articolazione della parte principale (per un gatto una certa regolarità nella morfologia delle parti anomeomere per esempio) non possono variare se non all’interno di determinazioni strutturalmente preordinate dall’eidos di appartenenza. 

Per esempio, ciò che chiamiamo gatto può darsi solo nel modo in cui attualmente lo esperiamo, in quanto questo gatto è una delle configurazioni morfologiche possibili che un dato gruppo di parametri assume. Se fosse possibile per esempio ammettere un sesto senso e invertire l’ordine di priorità formativa tra le parti strumentali e la parte principale nel nostro gatto (con un conseguente riassorbimento delle caratteristiche materiali del vivente nei requisiti posti dalla sua definizione a priori), quello che otterremmo non sarebbe più un gatto. Analogamente, se cambio le proporzioni negli elementi all’interno della carne-massa non avrò più sensori in grado di percepire, nè avrò più di fronte un animale, ma qualcosa d’altro: non si dà dunque il caso di un vivente che non sia un animale e che, al contempo, esibisca capacità percettive analoghe a quelle di un animale attuale. La disposizione regolata dei sensori svolge dunque funzioni teleologiche e teleonomiche.

Di conseguenza, non è possibile che materie differenti nella struttura di base realizzino la medesima forma, dunque non è possibile distinguere i requisiti posti dalla forma per la propria realizzazione dal modo particolare in cui effettivamente la materia assolve quei requisiti. A questo livello esplicativo differenti tipi di materia non possono essere identificati e descritti senza che queste procedure li qualifichino immediatamente come tipi di materia di e per una particolare forma e funzione: il funzionalismo e la plasticità composizionale falliscono nella misura in cui non riconoscono nè l’articolazione mereologica che i soggetti sostanziali essenzialmente esibiscono, nè quanto radicale e al tempo stesso flessibile sia la teleologia aristotelica.

La percezione è ora intesa come relazione tra l’anima nella sua totalità e il vivente inteso anch’esso come totalità integrale: questo è il livello concettuale in cui si analizzano le percezioni complesse e le altre attività dell’anima.

Abbiamo visto che Il nostro apparato categoriale non è relativo ma costitutivo del modo di essere delle sostanze sensibili, ed è stato fino ad ora indagato già a livello di ontologia formale. Per studiare le percezioni complesse occorre ora focalizzare quel livello per cui una parte rientra nell’identità del tutto: il cuore va considerato in quanto principio della sostanza. Il punto è che l’in quanto secondo cui una data parte è parte di quella totalità, non può essere determinato semplicemente sottraendo quella parte al tutto e verificando se il tutto persiste o meno. Occorre vagliare tutte le situazioni controfattuali possibili per una certa sostanza, e la struttura interna alle parti deve essere messa a tema, chiedendosi di volta in volta quale parte o attributo della parte possa essere sottratto o modificato ferma restando l’identità della parte nell’economia del tutto.

Anche la totalità può essere considerata sotto molteplici aspetti, e quindi non si potrà stabilire con una regola unificata quali (aspetti delle) parti siano posteriori alla definizione della totalità e quali invece siano anteriori. Ma se c’è un modo di considerare il tutto che ne presuppone concettualmente la definizione, ed un modo che la implica, c’è anche un modo che si colloca al livello concettuale stesso della totalità in esame; tale modo sarà quello opportuno per definire l’essenza della cosa e descriverne le capacità percettive complesse. Possiamo dire che la determinazione formale che definisce la cosa, collocandosi al livello concettuale stesso della totalità, sarà parte della cosa, sebbene al tempo stesso sia totalità, perchè è quella parte che dà il principio di identità della cosa nel suo insieme. C’è dunque una parte che non è nè anteriore nè posteriore al tutto ma che è assieme al tutto: questa parte è la sede delle percezioni.

La percezione non fornisce alle facoltà superiori qualcosa di simile a insiemi più o meno organizzati di dati di fatto o, meglio, di dati sensoriali: vedo x, x è una cosa bianca, dunque se vedo x e x è una cosa bianca come il figlio di Diare, allora vedo il bianco come figlio di Diare. Dire che la ricezione della forma-logos trasferisce nel soggetto uno stato informazionale e descrittivo, significa connotarla come l’acquisizione di un contenuto non concettuale, intendendo con questo termine la registrazione di un tipo di cosa (corpo) individuale (tou toioude). La forma-specie o natura sortale caratterizzante le sostanze individuali è immanente nella registrazione dei contenuti (aijsqhvmata) sensoriali causati dalle affezioni esterne.

In questo modo nella percezione di ogni sortale rilevante (ovvero l’individuo in quel momento percepito) è inglobata una sua caratterizzazione che lo trascende come individuo e che può costituire il contenuto di una eventuale successiva universalizzazione.

Callia è un uomo, ed essere uomo è vero di una pluralità di individui, dunque in questo senso, come si esprime Aristotele, l’universale è sempre e dappertutto: se uomo è universale, allora il predicato essere uomo è vero per ogni individuo che cade nell’estensione del termine uomo.

Gli aisthemata sono contenuti non concettuali.

Uno stato S è dotato di contenuto non concettuale p se e solo se:

i) è il risultato di un legame informazionale causalmente determinato;

ii) il soggetto non padroneggia i concetti necessari a specificare p (in maniera canonica) né alcuna sua equivalenza logica;

iii) lo stato orienta il comportamento del soggetto nel mondo in modo indipendente da stati interni di tipo epistemico e in virtù della sua causa prossima (la registrazione del logos a seguito dell’alloiosis tis).

La percezione è dunque uno stato intenzionale, che ha il contenuto non concettuale p sse il soggetto ha gli aijsqhvmata rilevanti a specificare p in maniera canonica (la nozione di essere in uno stato non concettuale p, ovvero possedere una sintesi di aijsqhvmata per p deve essere considerata primitiva e irriducibile).

La tesi del contenuto non concettuale della percezione ci permette di sostenere che gli stati percettivi sono comuni agli animali non umani e somigliano ad atteggiamenti proposizionali standard solo per il fatto che il loro contenuto può essere formulato linguisticamente in sistemi organici più complessi.

Se la nostra ontologia formale ci consente di parlare del mantello di Callia, della palla blu e dei cubetti di ghiaccio, vuol dire che ci muoviamo già all’interno di un quadro concettuale che ammette, classifica e riconosce questi corpi primariamente come oggetti di percezione: sosteniamo che la nostra percezione del mondo è diretta (vi è un isomorfismo strutturale tra il formato dell’organizzazione metafisica del mondo e quello degli aisthemata nella nostra anima), avviene senza intermediari.

Il realismo metafisico forte garantisce che l’efficacia causale delle forme sensibili sia assunta come data: le qualità sono concetti pre-teoretici, intesi come proprietà reali dei corpi, che vietano di pensare alla teoria aristotelica come a una forma di oggettivismo (due gatti con temperature corporee diverse percepiranno il calore a 29° con intensità differente). La teoria della ricezione delle forme sensibili senza la materia, non postulando intermediari epistemici quali potrebbero essere i dati sensoriali o immagini-rappresentazioni, implica una presa di posizione che rientra nel realismo epistemologico forte. L’accettazione del realismo epistemologico implica quella del realismo metafisico.

– Concludiamo affrontando due questioni: il problema del soggetto (ovviamente non si tratta del concetto moderno di persona, nè della soggettività trascendentale e appercettiva) delle percezioni, e il tentativo di mostrare la parziale validità di una proposta esegetica avanzata da Wedin e Caston in merito alla supervenienza. Per quanto concerne il primo punto, tenteremo di disambiguare la nozione di soggetto per rendere coerenti queste tre tesi:

1) se x è un’ousia, allora x è un hupocheimenon

2) l’anima è un’ ousia

3) l’anima non è un hupocheimenon.

Il termine soggetto può essere inteso in due sensi: il primo che ha la forma come predicato, ovvero la materia che, al contrario del composto, sopravvive al mutamento sostanziale e ha una natura indeterminata, non essendo un tode ti se non potenzialmente. Il secondo, il soggetto dei pathe, nel senso generale di proprietà accidentali quali musico e bianco, che persiste sotto forma di potenzialità e privazione al mutamento, e si identifica con il composto, con ogni entità che sia un tode ti.

In questo secondo senso, e grazie all’architettura della corporeità che la percezione ci ha permesso di mettere a tema, possiamo dire che il composto in quanto intero è essenzialmente la sua forma: dunque la forma soddisfa gli stessi requisiti richiesti al composto per essere soggetto delle percezioni.

Cercheremo di argomentare in favore di una forma debole di supervenienza, allo scopo di mostrare che se la forma superviene alla materia, come ci è parso studiando le attività dei composti integrali, in cui è principio strutturante che indirizza la materia a una specifica realizzazione, nella forma stessa vi è un pacchetto di proprietà che possono essere dette anch’esse supervenienti in quanto si manifestano a diversi livelli di organizzazione della corporeità.

Supponiamo che ad ogni predicato P (un episodio di alloiosis tis attraverso cui riceviamo un logos) supervenga un predicato di secondo ordine P* (un aisthema o un phantasma) di modo che gli stati formali siano determinati ma non ridotti da ciò cha accade nelle parti della struttura del vivente (downward causation). Questa tesi non ci dice nulla sul modo in cui P* sia eventualmente determinato da P: dice soltanto che deve accadere qualcosa a livello subveniente affinché si dia P*. Essa postula l’indistinguibilità tra gli stati percettivi di Socrate e di Callia allorché i loro stati fisici rilevanti (le affezioni che il blu provoca sui loro occhi) siano indistinguibili. Ma il legame tra stato fisiologico e quello propriamente mentale rimane oscuro. Le moderne spiegazioni fisicaliste sul modello from the bottom up falliscono nella misura in cui non ammettono che le dinamiche materiali possano essere riconosciute come condizioni sufficienti ma non necessarie nella determinazione delle proprietà formali. L’efficacia causale degli aisthemata permette così di salvaguardare l’efficacia del mentale.

Quando un sistema organico e vivente acquista gradi di complessità organizzativa tali per cui può essere annoverato nel genos animale, esso esibisce come costitutive delle proprietà e capacità formali che supervengono le proprietà, i mutamenti e le capacità proprie delle loro parti; se ne inferisce che le attività, le percezioni e i comportamenti di questi viventi non possono essere né spiegati, né ridotti, tanto meno predetti sulla base delle strutture causali che governano non solo le loro parti, ma i sistemi più semplici (i vegetali). In altre parole, la percezione di certo dipende dalla presenza di una architettura morfologica di base, ma non può essere totalmente spiegata riducendola a essa, né sulla base delle stesse risorse concettuali che ci forniscono la spiegazione di quella stessa architettura.

Ancora Ricerche PHD Aristotele

Anima, parte, attività: la percezione in Aristotele

Lineamenti essenziali del progetto di ricerca. La prima parte, concernente la percezione, è confluita nella mia tesi di dottorato. Le restanti parti saranno oggetto di un volume complessivo.

Ne riporto qui a seguire i lineamenti essenziali. 


Attraverso l’uso degli strumenti di autocomprensione epistemologica offerti in sede metafisica, l’impegno ontologico su cui si edifica la teoria percettiva è volto a spiegare un aspetto della determinazione sensibile delle sostanze in termini di ricettività,capacità, attività e consapevolezza. 

Viene assunta come data la tesi metafisica fondamentale per cui i viventi composti di materia e forma sono esempi paradigmatici di sostanze. L’ousiologia ne aveva formulato la grammatica concettuale, sospendendo la determinazione sensibilenel nesso «sostanza sensibile». Si ottiene una teoria della sostanza a meno di questa caratterizzazione, con un grado maggiore di universalità e per ciò stesso logicamente anteriore nell’ordine delle discipline. Pur trattando degli stessi oggetti, la psicologia offre un’ulteriore dimensione costitutiva del concetto di essere vivente, determinazione che resiste ad ogni tentativo riduzionistico. La ricerca è condotta a partire da un’analisi sui corpi viventi; ciò fornisce gli elementi teorici necessari per un percorso inferenziale che dai phainomena somatici conduce alla definizione di anima.

Si spiega la necessità di applicare il modello fisico di definizione all’anima includendovi un riferimento alla materia: in che modo la semplicità predicativa della forma non è minacciata dal suo essere attualmente unita alla materia?

L’anima non è sostanza di un corpo qualsiasi (un artefatto); nel corpo vivente in atto dobbiamo isolare quel livello esplicativo in cui la materia dipende dalla forma per la sua stessa identità. Così intesa la materia non è qualcosa di estraneo e differente in natura dalla forma, come invece è la materia composizionale o remota, al di sotto della soglia formale del composto. Abbiamo da un lato una nozione di carne considerata sotto il profilo funzionale, e dall’altro la stessa nozione sotto il profilo composizionale (la carne-massa).

Questa rientra come costituente nella composizione del corpo e ha due aspetti: può essere intesa quantitativamente, come l’esatta proporzione di elementi, e causalmente, come l’esatta proporzione che è ipoteticamente necessaria alla carne nella composizione delle parti funzionali. Il corpo organico menzionato nella formula definitoria è inteso dunque come materia funzionale, si identifica con la forma, ed è soggetto al principio di omonimia.

– Dopo aver stabilito la posizione dell’anima all’interno della griglia categoriale e averne mostrato l’articolazione interna, la teoria percettiva si costruisce sulla relazione tra l’anima in quanto intero strutturato in parti e il composto integrale, anch’esso inteso in quanto intero strutturato in parti. Iniziamo dai cinque sensi: in questo ambito la modalità esplicativa messa in opera può essere caratterizzata come un’analisi strutturale e, nello specifico, mereologica e costruttivistica del vivente.

Anzitutto, la percezione implica l’impossibilità di una riduzione in senso ontologico della gerarchia organizzativa del vivente; essa infatti richiede che all’interno dell’architettura dell’animale si individui una parte principale (un focal meaning di parte concettualmente presupposto dagli altri) rispetto alla quale le altre parti possono essere considerate come articolazioni possibili, interne a un range di differenze determinato dal tipo di appartenenza.

In altre parole, la percezione è resa possibile da una architettura regolata del vivente che si pone come vincolo strutturale in grado di escludere che le differenze formali tra i cinque sensi si dissolvano in una mera relatività di scala. Dallo studio dei sensori si può trarre una qualificazione modale (implicante una gerarchia ordinata), temporale (implicante una permanenza nel tutto) e intensionale delle parti nel tutto. Queste sono intese come basi morfologiche invarianti: pur nella pluralità delle differenze che caratterizzano le specie (il colore degli occhi in relazione all’acutezza della vista per esempio), esistono delle strutture ricorrenti (il diafano nell’occhio, la membrana nell’orecchio), necessarie affinchè alcune parti e non altre siano parti strumentali.

Ogni parte strumentale si definisce sulla base dei sensibili di riferimento. A seconda che l’azione motrice dei sensibili sia diretta o meno, si hanno tre specie di oggetti, due sono dette sensibili per sé (propri e comuni), e una per accidente. Vista, udito e olfatto percepiscono a distanza attraverso un mezzo, che colma il causal gap tra corpi. Tra il mezzo e le loro rispettive zone ricettive vige una simmetria composizionale: unità, continuità e neutralità, i caratteri peculiari al mezzo, costituiscono condizioni statiche di realizzabilità per le affezioni. L’effetto delle qualità sul mezzo non può che essere descritto fenomenicamente: esse esercitano l’affezione sulle parti attraverso il mezzo, garantendo la presenza di una catena causale in cui agente e paziente possano essere in contatto.

Un caso particolare è rappresentato dal tatto: sulla base di ogni asse di contrarietà avevamo delimitato il dominio di ciascun sensorio. Ma nel tangibile sono incluse molte opposizioni: la questione dell’estensione dell’ambito oggettuale trova come correlato ontologico la peculiare localizzazione del tatto. È il composto intero e non una sua parte a possedere la capacità tattile, e la carne ne è il mezzo che risulta correlato all’organo, che in questo caso è il cuore. Esso dunque può essere inteso sia in quanto parte del tutto sia allo stesso livello concettuale della totalità. Come vedremo, la distinzione tra percezioni semplici e complesse riposa su questa stessa base concettuale.

In prima istanza, il rapporto tra una parte della forma in cui essa ha sede in quanto capacità, e le parti strumentali del composto integrale, in cui essa si realizza in quanto movimento e attività, viene descritto tramite un approfondimento delle affezioni cui sono sottoposte queste parti: in termini dunque di ricettività attraverso la struttura del poiein-paschein.

L’azione causale dei sensibili segue un modello esplicativo tratto dallo studio del movimento: i corpi sono cause motrici che, attraverso un mezzo che funge da motore-mosso, imprimono un logos sulle parti strumentali. L’assimilazione agli aspetti dinamici e strutturali del percepito viene descritta in analogia all’alterazione: infatti, pur essendo il luogo in cui culmina il mutamento causato dall’azione motrice dei corpi, le parti strumentali si trovano in una condizione di mesotes, non possiedono in atto una qualità che possa essere sostituita con il suo contrario.

Trattandosi di una potenza passiva e congenita (acquisita nell’embriogenesi durante la prote metabolè), ciò che accade durante l’alloiosis tis è l’alternanza tra stati di neutralità (corrispondenti all’inattività dei sensori) e stati in cui vi è la ritenzione transitoria delle forme sensibili a seguito del processo di assimilazione.

Prendiamo come modello il termometro. Lo specifico assetto composizionale e la temperatura media vanno intesi come parametri costitutivi dell’animale: se pensiamo alla percezione come input causale in grado segnare delle tacche sul nostro termometro, possiamo misurare la reazione che ogni parte del corpo manifesta a seguito di stimoli esterni.

Ciò significa che le condizioni determinate dall’assetto composizionale pongono i viventi al grado zero del termometro, in una condizione di neutralità, necessaria affinchè vi sia la potenzialità di ricevere tutte le gradazioni possibili all’interno di ogni asse di contrarietà. Se così non fosse non si percepirebbero le sfumature, e ci sarebbero zone cieche nelle percezioni. Questa ricezione ha un aspetto cognitivo, evidente dalla formula ricevere la forma senza la materia. Le parti strumentali registrano un logos una gradazione-proporzione del sensibile (un’istanza informazionale) cui immediatamente si accompagna nel sensorio la formazione di un aisthema (un’occorrenza di un contenuto non concettuale) e di un phantasma (occorrenza rappresentazionale).

La validità esplicativa di questo modello descrittivo, che si avvale di una terminologia codificata nello studio del movimento, deve essere misurata tenendo conto della mancanza, in psicologia, di un sistema di identificazione e denominazione degli episodi psichici che ambisca ad assumere una valenza tecnicizzante. In altre parole, la semantica degli scritti psicologici è del tutto conforme a quella dello scienziato della natura che indaga con lo stesso linguaggio sia i mutamenti cui sono sottoposti le totalità artificiali sia quelli delle totalità naturali. Per quanto complesse, la nozione di alloiosis tis e la formula ricevere la forma senza la materia sono finalizzate a colmare questa lacuna, marcando la differenza tra percezione e alterazione.

– Mettiamo ora a tema la percezione come attività del composto integrale. Attraverso il sangue, e il pneuma in esso contenuto, che funge qui da supporto materiale, gli aisthemata registrati a livello periferico giungono al sensorio primo. Non sono le forme-logoi ad essere trasmesse in quanto sono oggetto-dipendenti: la loro esistenza è vincolata alla presenza di un corpo percepibile e alla dinamica causale tra corpi. La funzione di vincolo strutturale che la parte principale svolge sul piano ontologico viene tradotta, sul piano epistemologico, in quella di modulo funzionale, operante nella percezione di vedere e sentire (ovvero siamo consapevoli del fatto che percepiamo una corrispondenza tra aisthemata e aisthetà), e nella discriminazione delle differenze sensibili (l’attività discriminante si esercita tra sensibili di specie diversa, tra qualità e corpi e tra corpi).

Il cuore è capace di operare una sintesi di processi periferici qualificati in unità percettive strutturate, fornendo una articolazione in unità di contenuti informazionali registrati nelle regioni periferiche del composto. L’apparato concettuale del secondo libro del DA, avendo messo a tema la relazione tra parti strumentali e corpi percepibili, ci consegna una teoria in prevalenza passivo-ricettiva, in cui ogni episodio percettivo è parte di una collezione più ampia di episodi analitici vertenti su singoli aspetti della realtà -nelle modalità koinà e kata sumbebekòs essi sono ottenuti grazie all’intervento della phantasia, funzione attiva e interna alla percezione. Nel terzo libro la percezione è intesa primariamente come energheia del composto.

Sulla base di una ri-costruzione dell’animale, grazie all’aporia sull’inesistenza di un sesto senso si esclude che in natura possa darsi un animale possibile diverso da quelli che di norma esperiamo (ovvero che potrebbe comparire in coerenza con le leggi ammesse dalla nostra biologia). La percezione non può realizzarsi diversamente che nella determinazione formale in cui di fatto si articola. Il nesso di unità tra le parti dei viventi è tale per cui determinazioni necessarie appartenenti all’articolazione della parte principale (per un gatto una certa regolarità nella morfologia delle parti anomeomere per esempio) non possono variare se non all’interno di determinazioni strutturalmente preordinate dall’eidos di appartenenza. 

Per esempio, ciò che chiamiamo gatto può darsi solo nel modo in cui attualmente lo esperiamo, in quanto questo gatto è una delle configurazioni morfologiche possibili che un dato gruppo di parametri assume. Se fosse possibile per esempio ammettere un sesto senso e invertire l’ordine di priorità formativa tra le parti strumentali e la parte principale nel nostro gatto (con un conseguente riassorbimento delle caratteristiche materiali del vivente nei requisiti posti dalla sua definizione a priori), quello che otterremmo non sarebbe più un gatto. Analogamente, se cambio le proporzioni negli elementi all’interno della carne-massa non avrò più sensori in grado di percepire, nè avrò più di fronte un animale, ma qualcosa d’altro: non si dà dunque il caso di un vivente che non sia un animale e che, al contempo, esibisca capacità percettive analoghe a quelle di un animale attuale. La disposizione regolata dei sensori svolge dunque funzioni teleologiche e teleonomiche.

Di conseguenza, non è possibile che materie differenti nella struttura di base realizzino la medesima forma, dunque non è possibile distinguere i requisiti posti dalla forma per la propria realizzazione dal modo particolare in cui effettivamente la materia assolve quei requisiti. A questo livello esplicativo differenti tipi di materia non possono essere identificati e descritti senza che queste procedure li qualifichino immediatamente come tipi di materia di e per una particolare forma e funzione: il funzionalismo e la plasticità composizionale falliscono nella misura in cui non riconoscono nè l’articolazione mereologica che i soggetti sostanziali essenzialmente esibiscono, nè quanto radicale e al tempo stesso flessibile sia la teleologia aristotelica.

La percezione è ora intesa come relazione tra l’anima nella sua totalità e il vivente inteso anch’esso come totalità integrale: questo è il livello concettuale in cui si analizzano le percezioni complesse e le altre attività dell’anima.

Abbiamo visto che Il nostro apparato categoriale non è relativo ma costitutivo del modo di essere delle sostanze sensibili, ed è stato fino ad ora indagato già a livello di ontologia formale. Per studiare le percezioni complesse occorre ora focalizzare quel livello per cui una parte rientra nell’identità del tutto: il cuore va considerato in quanto principio della sostanza. Il punto è che l’in quanto secondo cui una data parte è parte di quella totalità, non può essere determinato semplicemente sottraendo quella parte al tutto e verificando se il tutto persiste o meno. Occorre vagliare tutte le situazioni controfattuali possibili per una certa sostanza, e la struttura interna alle parti deve essere messa a tema, chiedendosi di volta in volta quale parte o attributo della parte possa essere sottratto o modificato ferma restando l’identità della parte nell’economia del tutto.

Anche la totalità può essere considerata sotto molteplici aspetti, e quindi non si potrà stabilire con una regola unificata quali (aspetti delle) parti siano posteriori alla definizione della totalità e quali invece siano anteriori. Ma se c’è un modo di considerare il tutto che ne presuppone concettualmente la definizione, ed un modo che la implica, c’è anche un modo che si colloca al livello concettuale stesso della totalità in esame; tale modo sarà quello opportuno per definire l’essenza della cosa e descriverne le capacità percettive complesse. Possiamo dire che la determinazione formale che definisce la cosa, collocandosi al livello concettuale stesso della totalità, sarà parte della cosa, sebbene al tempo stesso sia totalità, perchè è quella parte che dà il principio di identità della cosa nel suo insieme. C’è dunque una parte che non è nè anteriore nè posteriore al tutto ma che è assieme al tutto: questa parte è la sede delle percezioni.

La percezione non fornisce alle facoltà superiori qualcosa di simile a insiemi più o meno organizzati di dati di fatto o, meglio, di dati sensoriali: vedo x, x è una cosa bianca, dunque se vedo x e x è una cosa bianca come il figlio di Diare, allora vedo il bianco come figlio di Diare. Dire che la ricezione della forma-logos trasferisce nel soggetto uno stato informazionale e descrittivo, significa connotarla come l’acquisizione di un contenuto non concettuale, intendendo con questo termine la registrazione di un tipo di cosa (corpo) individuale (tou toioude). La forma-specie o natura sortale caratterizzante le sostanze individuali è immanente nella registrazione dei contenuti (aijsqhvmata) sensoriali causati dalle affezioni esterne.

In questo modo nella percezione di ogni sortale rilevante (ovvero l’individuo in quel momento percepito) è inglobata una sua caratterizzazione che lo trascende come individuo e che può costituire il contenuto di una eventuale successiva universalizzazione.

Callia è un uomo, ed essere uomo è vero di una pluralità di individui, dunque in questo senso, come si esprime Aristotele, l’universale è sempre e dappertutto: se uomo è universale, allora il predicato essere uomo è vero per ogni individuo che cade nell’estensione del termine uomo.

Gli aisthemata sono contenuti non concettuali.

Uno stato S è dotato di contenuto non concettuale p se e solo se:

i) è il risultato di un legame informazionale causalmente determinato;

ii) il soggetto non padroneggia i concetti necessari a specificare p (in maniera canonica) né alcuna sua equivalenza logica;

iii) lo stato orienta il comportamento del soggetto nel mondo in modo indipendente da stati interni di tipo epistemico e in virtù della sua causa prossima (la registrazione del logos a seguito dell’alloiosis tis).

La percezione è dunque uno stato intenzionale, che ha il contenuto non concettuale p sse il soggetto ha gli aijsqhvmata rilevanti a specificare p in maniera canonica (la nozione di essere in uno stato non concettuale p, ovvero possedere una sintesi di aijsqhvmata per p deve essere considerata primitiva e irriducibile).

La tesi del contenuto non concettuale della percezione ci permette di sostenere che gli stati percettivi sono comuni agli animali non umani e somigliano ad atteggiamenti proposizionali standard solo per il fatto che il loro contenuto può essere formulato linguisticamente in sistemi organici più complessi.

Se la nostra ontologia formale ci consente di parlare del mantello di Callia, della palla blu e dei cubetti di ghiaccio, vuol dire che ci muoviamo già all’interno di un quadro concettuale che ammette, classifica e riconosce questi corpi primariamente come oggetti di percezione: sosteniamo che la nostra percezione del mondo è diretta (vi è un isomorfismo strutturale tra il formato dell’organizzazione metafisica del mondo e quello degli aisthemata nella nostra anima), avviene senza intermediari.

Il realismo metafisico forte garantisce che l’efficacia causale delle forme sensibili sia assunta come data: le qualità sono concetti pre-teoretici, intesi come proprietà reali dei corpi, che vietano di pensare alla teoria aristotelica come a una forma di oggettivismo (due gatti con temperature corporee diverse percepiranno il calore a 29° con intensità differente). La teoria della ricezione delle forme sensibili senza la materia, non postulando intermediari epistemici quali potrebbero essere i dati sensoriali o immagini-rappresentazioni, implica una presa di posizione che rientra nel realismo epistemologico forte. L’accettazione del realismo epistemologico implica quella del realismo metafisico.

– Concludiamo affrontando due questioni: il problema del soggetto (ovviamente non si tratta del concetto moderno di persona, nè della soggettività trascendentale e appercettiva) delle percezioni, e il tentativo di mostrare la parziale validità di una proposta esegetica avanzata da Wedin e Caston in merito alla supervenienza. Per quanto concerne il primo punto, tenteremo di disambiguare la nozione di soggetto per rendere coerenti queste tre tesi:

1) se x è un’ousia, allora x è un hupocheimenon

2) l’anima è un’ ousia

3) l’anima non è un hupocheimenon.

Il termine soggetto può essere inteso in due sensi: il primo che ha la forma come predicato, ovvero la materia che, al contrario del composto, sopravvive al mutamento sostanziale e ha una natura indeterminata, non essendo un tode ti se non potenzialmente. Il secondo, il soggetto dei pathe, nel senso generale di proprietà accidentali quali musico e bianco, che persiste sotto forma di potenzialità e privazione al mutamento, e si identifica con il composto, con ogni entità che sia un tode ti.

In questo secondo senso, e grazie all’architettura della corporeità che la percezione ci ha permesso di mettere a tema, possiamo dire che il composto in quanto intero è essenzialmente la sua forma: dunque la forma soddisfa gli stessi requisiti richiesti al composto per essere soggetto delle percezioni.

Cercheremo di argomentare in favore di una forma debole di supervenienza, allo scopo di mostrare che se la forma superviene alla materia, come ci è parso studiando le attività dei composti integrali, in cui è principio strutturante che indirizza la materia a una specifica realizzazione, nella forma stessa vi è un pacchetto di proprietà che possono essere dette anch’esse supervenienti in quanto si manifestano a diversi livelli di organizzazione della corporeità.

Supponiamo che ad ogni predicato P (un episodio di alloiosis tis attraverso cui riceviamo un logos) supervenga un predicato di secondo ordine P* (un aisthema o un phantasma) di modo che gli stati formali siano determinati ma non ridotti da ciò cha accade nelle parti della struttura del vivente (downward causation). Questa tesi non ci dice nulla sul modo in cui P* sia eventualmente determinato da P: dice soltanto che deve accadere qualcosa a livello subveniente affinché si dia P*. Essa postula l’indistinguibilità tra gli stati percettivi di Socrate e di Callia allorché i loro stati fisici rilevanti (le affezioni che il blu provoca sui loro occhi) siano indistinguibili. Ma il legame tra stato fisiologico e quello propriamente mentale rimane oscuro. Le moderne spiegazioni fisicaliste sul modello from the bottom up falliscono nella misura in cui non ammettono che le dinamiche materiali possano essere riconosciute come condizioni sufficienti ma non necessarie nella determinazione delle proprietà formali. L’efficacia causale degli aisthemata permette così di salvaguardare l’efficacia del mentale.

Quando un sistema organico e vivente acquista gradi di complessità organizzativa tali per cui può essere annoverato nel genos animale, esso esibisce come costitutive delle proprietà e capacità formali che supervengono le proprietà, i mutamenti e le capacità proprie delle loro parti; se ne inferisce che le attività, le percezioni e i comportamenti di questi viventi non possono essere né spiegati, né ridotti, tanto meno predetti sulla base delle strutture causali che governano non solo le loro parti, ma i sistemi più semplici (i vegetali). In altre parole, la percezione di certo dipende dalla presenza di una architettura morfologica di base, ma non può essere totalmente spiegata riducendola a essa, né sulla base delle stesse risorse concettuali che ci forniscono la spiegazione di quella stessa architettura.