Plagio Ergo Sum (su chi ti copia e ci pubblica un libro)

Milano, febbraio 2016 – A tutti quelli che mi chiedono perché hai lasciato la ricerca universitaria? Perché non insegni? Perché hai cambiato lavoro così radicalmente? Un buon 80% della motivazione lo trovate continuando a leggere.  

Come ben sanno i lettori affezionati di questo blog [http://bit.ly/1UV0zc6] anni fa mi è successa una disavventura. A gennaio 2007 discuto la tesi di dottorato in filosofia antica a Milano. Pochi mesi dopo vengo invitata ad un convegno di Scienza Antica per parlare della biologia di Aristotele. Scrivo una quarantina di pagine sulla trasmissione dei caratteri ereditari nel De generatione animalium IV.3 affrontando problemi quali lo statuto delle forme in Aristotele, la formazione dell’embrione e la struttura parte-tutto sottesa alla biologia. Il testo discusso in quell’occasione è stato pubblicato nel 2011 nella miscellanea di un convegno tenutosi l’anno dopo. Presento, proprio nella primavera-estate del 2007, un progetto di ricerca per un assegno sulla psicologia e la metafisica a paradigma mereologico in Aristotele. Sull’interpretazione mereologica di Metafisica Zeta, cui lavorai lungo il primo anno di dottorato per poi focalizzarmi sulla percezione, ho ampiamente scritto su questo blog (oltre ad aver discusso la posizione di Frede-Patzig durante il colloquio di passaggio d’anno di dottorato nel 2005).

Solo nel settembre del 2009 il docente che “seguiva” le mie ricerche mi informa che un suo laureando aveva trascritto i contenuti dei miei studi nella sua tesi magistrale (tutti questi contenuti li trovate pubblicati su questo blog a partire dal 2004). Le tesi di questa persona, triennale e magistrale, riprendono entrambe i contenuti che trovate su questo blog pubblicati tra il 2004 e il 2006. Gli stessi contenuti sono stati inviati a mezzo @ al docente che ha seguito entrambi (e che ora “non ricorda” di aver ricevuto le mie @, che ovviamente ho conservato nella posta inviata). 

Il docente non volle prendere posizione nonostante i quintali di carta che gli consegnai negli anni a mano e via e-mail (dal 2002, anno della mia laurea, al 2010), disse poi che era stato “un atto di debolezza”, disse tante altre assurdità (l’ultima mi è arrivata per interposta persona, ossia che “non ricorda tutte le mie ricerche passate”).

E non era finita. Molte pagine del mio blog erano state scopiazzate e altre pagine ancora sono finite in un libro uscito a dicembre 2015. Il volume è questo: Enrico Rini, Il nostro metodo consueto. Parte e tutto in Aristotele: dal continuo alle forme degli animali, Vita&Pensiero, 2015. Non vengo mai citata dall’autore pur essendo evidente un (ab)uso a mani basse del mio lavoro: sequenze di righe identiche per non parlare delle conclusioni sul piano interpretativo. Identiche.

Per tutelarmi, a febbraio di quest’anno partono due diffide legali. L’editore ovviamente si appella alla manleva; oltre ai file salvati su hard disk esterno e inviati al docente. il mio blog è on line da dieci anni e più. Ovviamente non mi interessa andare in causa, visto che non ci faccio nulla con questi studi; inoltre il docente che “seguiva” entrambi nelle ricerche mi disse nel 2009 che le mie pagine erano state copiate. So dal 2009 del furto e del plagio delle mie pagine, dunque penalmente se vado in causa il tutto rischierebbe di cadere nel nulla per “vizio di forma”: come mai non ho denunciato subito? Certo, come mai. Mi sono fidata del docente che credevo avesse a cuore le mie ricerche, e che mi aveva garantito che le mie pagine non sarebbero più ricomparse nei lavori altrui. 

Faccio alcuni esempi di pezzi identici. Ci sono altre sezioni riassunte. Oltre ai file salvati via e-mail e su supporti usb le cui date sono già state verificate dai legali cui mi sono rivolta (molte antecedenti a marzo 2007).

1) Una relazione che tenni ad un convegno a Firenze nel marzo 2006, inviata a mezzo e-mail a vari docenti e messa in rete su dropbox [http://bit.ly/1YnjUBD] contiene alcuni passi finiti nella sua tesi del luglio 2007. Me la mostrò il docente nel settembre 2009.

2) “Filosofia Prima e Filosofie Seconde in Aristotele”, oggetto di uno schizzo teorico inviato per e-mail al docente nel marzo 2006 e presente su questo sito (oltre che nelle mie pubblicazioni del 2011) è uguale a pagina 133-135 del Metodo Consueto. Trascrivo. “Il capitolo terzo di Metaph. Z fa da cerniera tra l’ontologia delle Categorie e l’ousiologia metafisica dei capitoli successivi; si tratta come sai di un dato che le interpretazioni più tecnicizzanti (quali quella di Frede-Patzig,Wedin e soprattutto Burnyeat) non fanno altro che enfatizzare e porre come chiave di volta delle proprie ricostruzioni: mi pare sia corretto sostenere con loro che il capitolo terzo del libro assolve a una funzione programmatica per ogni indagine ulteriore. L’intero sviluppo dell’ousiologia di Z, infatti, prende le mosse dalla messa in parentesi metodologica – operata in Z,2 – del problema “popolazionale” (quali sono le sostanze?) a favore del problema criteriologico (quale è il criterio in base al quale un ente è detto sostanza). […]  L’argomento di Metafisica Z,3 può essere letto tuttavia anche in modo controfattuale, ovvero come una dimostrazione per assurdo non tanto dell’erroneità del criterio dell’esser-soggetto, quanto della fallacia che consiste nel confondere il piano logico dell’ontologia su cui esso spazia con il piano propriamente metafisico che fa da sfondo al discorso ordinario. Per il nostro argomento è significativo un solo aspetto della fallacia che l’argomento mostra: l’implicazione mereologica dell’assolutizzazione di questo criterio, per cui si è spinti a ritenere che la scatola nera costituita dal soggetto ultimo non possa essere internamente articolata: se quella che si è indicata come la relatività di scala del discorso logico fosse assunta come un dato metafisico ultimativo ci dovremmo arrendere non tanto ad una ontologia indeterminata, quanto piuttosto ad una ontologia dell’indeterminato,che non ha evidentemente alcun senso. […] L’impegno ontologico di Aristotele sembra per larga parte, anche se non certamente in ogni luogo, svincolato dalla ammissione definitiva delle sostanze sovrasensibili: è sufficiente poter pensare che ve ne siano, o forse è sufficiente che esse siano possibili. In nessuno dei suoi rami la scienza aristotelica prende a prestito da una scienza superiore, e tantomeno dalla metafisica, i propri principi e la garanzia della sussistenza dei propri oggetti: l’aspetto fondazionale deve essere al contrario inteso come dato dall’ordinamento e coordinamento regolato dei compartimenti scientifici speciali a livello metateorico […] 

3) La Classica Extensional Mereology: pagine 17-23 di Il Nostro Metodo Consueto sono uguali a questo link datato 2007 [http://bit.ly/1T5acni];

Metodo Consueto: I concetti di parte e tutto hanno una varietà di utilizzi amplissima, che una ricerca filosofica dovrebbe impegnarsi a districare attraverso la disamina sistematica dei significati di “parte” e “tutto” e l’individuazione, tra di essi, di un significato focale concettualmente presupposto dagli altri. Questo sarà l’approccio aristotelico. Ciò che invece contraddistingue la mereologia come studio formale è la prescissione metodica dalla multivocità dei concetti di parte e tutto: i diversi tipi di parte sono in una prima mossa parificati e ridotti al loro minimo comune denominatore dato dall’essere costituenti. Posta dunque come “parte”, semplicemente, ogni componente di un intero, la relazione di composizione/esser parte di (espressa da una costante predicativa binaria ‘P’) viene determinata attraverso la formulazione di teorie definite da un opportuno insieme di assiomi per ‘P’. Solo in un momento successivo, e a un differente livello, l’adozione di determinati assiomi piuttosto che altri indirizza la teoria formulata in un senso piuttosto che in un altro, e dunque porta ad ammettere come costituenti in senso proprio certi tipi di parti piuttosto che altri. Tuttavia, la determinazione della priorità di uno sviluppo della teoria di base rispetto a un altro è, appunto, determinato post factum: esso è oggetto di una ricerca non formale ma sostantiva (e d’altra parte anche meta-logica), il cui effetto è primariamente quello di stabilire l’efficacia descrittiva dei modelli per le diverse teorie rispetto ai diversi campi fenomenici che sono oggetto di ricerca di merito. Una mereologia così intesa (CEM) fu introdotta nei lavori di Stanislaw Lesniewski e Alfred N. Whitehead (ca. 1914-16) e successivamente sviluppata, primariamente, da Alfred Tarski, Henry Leonard, Nelson Goodman e David Lewis”.

Il mio blog: I concetti di parte e tutto hanno una varietà di utilizzi amplissima, che una ricerca filosofica dovrebbe impegnarsi a districare attraverso la disamina sistematica dei significati di “parte” e “tutto” e l’individuazione, tra di essi, di un significato focale concettualmente presupposto dagli altri. Questo sarà l’approccio aristotelico. Ciò che invece contraddistingue la mereologia come studio formale è la prescissione metodica dalla multivocità dei concetti di parte e tutto: i diversi tipi di parte sono in una prima mossa parificati e ridotti al loro minimo comune denominatore dato dall’essere costituenti. Posta dunque come “parte”, semplicemente, ogni componente di un intero, la relazione di composizione/esser parte di (espressa da una costante predicativa binaria ‘P’) viene determinata attraverso la formulazione di teorie definite da un opportuno insieme di assiomi per ‘P’. Solo in un momento successivo, e a un differente livello, l’adozione di determinati assiomi piuttosto che altri indirizza la teoria formulata in un senso piuttosto che in un altro, e dunque porta ad ammettere come costituenti in senso proprio certi tipi di parti piuttosto che altri. Tuttavia, la determinazione della priorità di uno sviluppo della teoria di base rispetto a un altro è, appunto, determinato post factum: esso è oggetto di una ricerca non formale ma sostantiva (e d’altra parte anche meta-logica), il cui effetto è primariamente quello di stabilire l’efficacia descrittiva dei modelli per le diverse teorie rispetto ai diversi campi fenomenici che sono oggetto di ricerca di merito. Una mereologia così intesa (CEM) fu introdotta nei lavori di Stanislaw Lesniewski e Alfred N. Whitehead (ca. 1914-16) e successivamente sviluppata, primariamente, da Alfred Tarski, Henry Leonard, Nelson Goodman e David Lewis”.

4) L’analisi e interpretazione di Metafisica Iota: pagine 69-79  del Metodo Consueto sono uguali a questo link del mio blog datato 2009 [http://bit.ly/1Tb6nM6].

Metodo Consueto pag 69: “Nella Metafisica – segnatamente nel decimo libro – Aristotele riprende da un’angolazione differente l’analitica del mutamento articolata in Phys. V e VI. Anche in questo caso, come in generale per la concettualità ereditata dalla Fisica (a partire ovviamente dalle nozioni di causa, natura, forma e materia), l’approccio di Aristotele consiste nel ridefinire l’apparato teorico introdotto in funzione dell’analisi delle sostanze sensibili e del loro mutamento, in modo da metterne in luce lo scheletro fondamentale. Quest’operazione consente in primo luogo un’analisi delle medesime sostanze sensibili, considerate però ora non in quanto sensibili, ma semplicemente in quanto sostanze – e ciò avviene a prescindere dunque dall’esistenza o meno di sostanze immobili. Metafisica Iota rappresenta, anche da questa prospettiva metodologica, un luogo di osservazione privilegiato; qui troviamo infatti il cuore dell’ontologia formale di Aristotele, e troviamo in particolare un’analisi di quelle nozioni – come unità, identità e differenza – le cui condizioni di applicazione non introducono restrizione alcuna sull’estensione: quelle nozioni universalissime che la terminologia scolastica chiamerà trascendentali.”

La corrispondente pagina pubblicata sul blog che state leggendo:Nella Metafisica – segnatamente nel decimo libro – Aristotele riprende da un’angolazione differente l’analitica del mutamento articolata in Phys. V e VI. Anche in questo caso, come in generale per la concettualità ereditata dalla Fisica (a partire ovviamente dalle nozioni di causa, natura, forma e materia), l’approccio di Aristotele consiste nel ridefinire l’apparato teorico introdotto in funzione dell’analisi delle sostanze sensibili e del loro mutamento, in modo da metterne in luce lo scheletro fondamentale. Quest’operazione consente in primo luogo un’analisi delle medesime sostanze sensibili, considerate però ora non in quanto sensibili, ma semplicemente in quanto sostanze – e ciò avviene a prescindere dunque dall’esistenza o meno di sostanze immobili. Metafisica Iota rappresenta, anche da questa prospettiva metodologica, un luogo di osservazione privilegiato; qui troviamo infatti il cuore dell’ontologia formale di Aristotele, e troviamo in particolare un’analisi di quelle nozioni – come unità, identità e differenza – le cui condizioni di applicazione non introducono restrizione alcuna sull’estensione: quelle nozioni universalissime che la terminologia scolastica chiamerà trascendentali”.

4) Sul blog trovate le seguenti sezioni finite nella sua tesi magistrale del 2007 e riassunte in Il Nostro Metodo Consueto pagine 103-129:

Divagazioni Metafisiche (1): il soggetto categoriale in Aristotele [http://bit.ly/1VU9zzc]

Divagazioni Metafisiche (2): dal soggetto categoriale alla definizione d’essenza [http://bit.ly/1OkheEv]

Divagazioni Metafisiche (3): criteri di definibilità [http://bit.ly/1ZI9a17]

Divagazioni Metafisiche (4): le parti e il tutto [http://bit.ly/23JEMV1]

Divagazioni Metafisiche (5): criteri di esclusione [http://bit.ly/1VU9Fad]

Divagazioni Metafisiche (6): la forma come principio [http://bit.ly/1T9vgLp]

In sintesi questo è quanto è accaduto. Si parla di oltre sei anni di collaborazione fianco a fianco di un docente che ora dice di “non ricordare” gli argomenti delle mie ricerche. Ma questo non fa alcuna differenza: un plagio resta un plagio.