(2) Kant e il Criticismo come Filosofia del Limite e dei Fondamenti

Se con dogmatismo intendiamo una riflessione filosofica che accetta opinioni e dottrine senza interrogarsi preliminarmente sulla loro reale ed effettiva consistenza, comprendiamo meglio il motivo per cui il pensiero di Kant viene chiamato criticismo. Con criticismo si indica infatti un pensiero che fa della critica lo strumento per eccellenza. Conformemente all’etimologia greca, criticare significa valutare, giudicare, distinguere, etc.. Il compito della filosofia è dunque quello di interrogarsi programmaticamente sul fondamento di determinate esperienze chiarendo tre istanze primarie:

  • le condizioni che ne permettono l’esistenza, ossia le possibilità,
  • i titoli di legittimità e non-legittimità che li caratterizzano, ossia la validità e
  • i confini entro cui possono ritenersi validi, i limiti.

Il senso del limite e della finitudine è proprio ciò che giustifica il criticismo stesso, in quanto non ne sentiremmo l’esigenza se non esistessero dei termini di validità da fissare in ogni ambito. Chi ha accentuato il carattere del limite è stato proprio Nicola Abbagnano che durante il corso di Storia della Filosofia tenuto a Torino nel 1943-1944 coniò l’espressione ermeneutica della finitudine (cfr., Le origini storiche dell’esistenzialismo). Questa espressione, che inaugura e sintetizza l’interpretazione anti-idealistica di Kant, ritiene che i vari settori dell’esperienza umana siano delle colonne d’Ercole dell’umano; di conseguenza, il carattere finito e condizionato delle nostre possibilità esistenziali delimitano anche le possibilità epistemiche dell’individuo stesso. Tracciare il limite delle nostre esperienze non è una mossa scettica, come il lettore meno avveduto potrebbe supporre; si tratta proprio del contrario, del tentativo di fissarne la validità proprio a partire dalla circoscrizione dei suoi limiti.

In questo modo, “il riconoscimento e l’accettazione del limite diventa la norma che dà legittimità e fondamento alle varie facoltà umane, in quanto l’assunto di base della filosofia critica è di reperire nel limite della validità la validità del limite”, (Kant, Scritti morali, a cura di P. Chiodi, 1970, p.13).

Di conseguenza, ciò che fonda e garantisce la validità delle nostre conoscenze è proprio il dato originario su cui poggiano, l’essere finite, avere dei limiti fissati e normati dal’esperienza. In modo del tutto correlativo, Abbagnano sottolinea molto bene che ciò vale anche negli altri ambiti: “l’impossibilità dell’attività pratica di raggiungere la santità diventa la norma della moralità che è propria dell’uomo; l’impossibilità di subordinare la natura all’uomo diventa la base del giudizio estetico e teleologico”. La tensione, il legame che unisce e divide Kant e Hume è qui palpabile. Umano troppo umano, potremmo dire: invero, la rinuncia ad ogni evasione dai limiti che la natura umana pone al soggetto dipende proprio da Hume che ha rotto il suo sonno dogmatico. Ma ciò non significa affatto abbandonare il tentativo di fondare la validità delle attività umane.

Veniamo ora alle coordinate storico-culturali del criticismo, in prima istanza attraverso il confronto con l’empirismo. Come accade per ogni filosofo, il criticismo non è una scoperta o intuizione geniale di Kant, né i concetti che incontreremo nel suo pensiero escono da un cilindro magico. La filosofia è sempre figlia del suo tempo, affonda spesso le radici in un humus culturale determinato ed è un modo per affrontare, comprendere e/o esorcizzare il presente. Il kantismo si inserisce nell’orizzonte storico del pensiero contemporaneo, proprio essendo Kant un autore di cesura tra modernità e l’epoca successiva, nel senso che, pur essendo inquadrabile nelle coordinate della Rivoluzione Scientifica e della crisi delle metafisiche tradizionali, esso non può essere definito rimanendo all’interno di queste. Questo punto è molto importante in quanto Abbagnano tende invece a leggere Kant solo ed esclusivamente all’interno di queste due coordinate.

Vedremo che la situazione è un po’ più complessa e spesso Kant è un anticipatore di grandi dibattiti epistemologici del Novecento. La situazione culturale cui fa riferimento Abbagnano spiega comunque molto bene la genesi del criticismo: la crisi delle metafisiche tradizionali aveva posto alcuni problemi finendo per scardinare la vecchia enciclopedia del sapere facendo nascere, ad esempio, il problema di porre una morale autonoma rispetto alle speculazioni ontologiche (punto che viene messo in discussione quando l’etica non viene più dedotta dalla metafisica). Se da un lato il kantismo è in certo modo la prosecuzione dell’indirizzo critico che l’empirismo di Locke aveva impresso alla filosofia, dall’altro non può essere questa la sua cifra definitoria.

Kant ovviamente non condivide gli esiti scettici dell’empirismo e spinge fino al limite il problema delle condizioni di possibilità e di validità dei meccanismi conoscitivi, etici, estetici, etc.. Non si accontenta di una mera descrizione, come avevano fatto molti empiristi, né si accontenta di portare di fronte al tribunale della ragione l’intera dimensione umana come avevano fatto gli illuministiKant porta la ragione stessa dinanzi al tribunale della ragione per chiarirne le strutture, le dinamiche interne e le possibilità. Andare oltre l’illuminismo non significa emanciparsene, ovviamente. Kant è figlio dell’illuminismo – per usare una bela espressione di Abbagnano – in quanto i limiti della ragione possono essere tracciati solo dalla ragione stessa negando in questo modo validità a qualunque fede o esperienza extra-razionale. E non bisogna scomodare le opere maggiori per trovare conferme.

Nello scritto del 1765, I sogni di un visionario spiegati con i sogni della metafisica, Kant anticipa uno dei capisaldi della sua successiva filosofia critica: l’identificazione della metafisica con una forma di conoscenza del tutto priva di fondamento nella nostra esperienza possibile. La conoscenza deve rifuggire dalle mere “visioni”, cioè, potremmo dire, da un mondo fatto di entità prive di consistenza fisica, fatto, cioè, di puri “spiriti”; il Geisterseher è infatti uno che vede gli spiriti, come Swedenborg, il visionario contro cui il libro è scritto. Compito della critica sarà quello di evitare ogni forma di conoscenza da visionario, e cioè, possiamo dire usando il linguaggio che Kant stesso adotterà nella Critica della ragion pura, ogni forma di speculazione.

Una conoscenza teoretica è speculativa, scrive Kant nel paragrafo intitolato Critica di ogni teologia fondata su principi speculativi della ragione nella Dialettica trascendentale, “se si riferisce a un oggetto, o a tal concetto di un oggetto, a cui non si può giungere in veruna esperienza. Essa è contrapposta alla conoscenza naturale, che non si riferisce ad altri oggetti o predicati da quelli che possono esser dati in una esperienza possibile”. Opposta alla conoscenza speculativa è quindi la conoscenza della natura, come la metafisica è opposta alla fisica.

Ma cos’è una speculazione metafisica? La parola “speculazione”, con cui Kant caratterizza in generale la conoscenza metafisica, e in particolare quella parte che già per Aristotele costituiva il culmine di tale conoscenza, ovvero la filosofia prima (poi teologia secondo alcune interpretazioni), ha una lunga tradizione nella storia della filosofia. Il suo significato viene normalmente ricondotto a due diverse etimologie. Da un lato a speculum, che significa “specchio”: la conoscenza speculativa sarebbe perciò una forma di conoscenza puramente riflessiva, speculare, che ha il suo modello nella noesis noeseos aristotelica. Da un altro lato, “speculazione” vien fatto derivare da specula, che significa “vedetta”: la specula era la guardia che negli accampamenti romani controllava il territorio e avvisava dell’imminente arrivo del nemico. “Speculazione” sarebbe in questo caso una forma di conoscenza anticipativa, rivolta al futuro, preveggente.

La tradizione religiosa ha privilegiato il primo significato: speculare qui viene da specchio (speculum) e non da specula, scrive Tommaso d’Aquino nella Summa teologica citando Agostino, volendo significare che la speculazione è un’attività puramente riflettente e non preveggente. Lo speculum non predice, ma riflette senza aggiungere né distorcere. Questi due significati – speculum e specula –, però, non si escludono necessariamente. Il Geisterseher è infatti davvero uno “speculativo” in entrambi i significati della parola: è uno che vive in un mondo di “spiriti”, di entità prive di consistenza materiale, fisica, e che afferma di saper prevedere quel che accadrà (il testo di Kant su Swedenborg contiene vari esempi di questa capacità preveggente del visionario).

Qual è dunque il valore positivo della metafisica? Per Kant la metafisica di Wolff e Crusius è assimilabile alle visioni fantastiche di cui sopra. 

“Aristotele dice in un qualche luogo: “vegliando, noi abbiamo un mondo comune; ma sognando ciascuno ha il suo mondo”. A me sembra che si possa invertire l’ultima proposizione, e dire: quando di diversi uomini ciascuno ha il suo proprio mondo, è da presumere che essi sognino. Persuasi di ciò, di fronte agli architetti dei diversi mondi ideali campati in aria, dei quali ciascuno tranquillo occupa il suo mondo con esclusione degli altri, standosene l’uno nell’ordine delle cose che Wolff ha costruito con poco materiale di esperienza, ma più concetti surrettizi, e l’altro in quello che Crusius ha prodotto dal nulla con la magica forza di alcune parole, pensabile ed impensabile, noi, dinanzi alla contraddizione delle loro visioni, pazienteremo, finché questi signori sian usciti dal sogno. Poiché, quando una buona volta essi, a Dio piacendo, veglieranno completamente, cioè apriranno gli occhi ad uno sguardo che non esclude l’accordo con un altro intelletto umano, nessuno di essi vedrà nulla che, alla luce delle loro prove, non appaia anche a tutti gli altri evidente e certo, ed i filosofi abiteranno nello stesso tempo un mondo in comune, qual è quello che già da gran tempo hanno occupato i matematici; e questo importante avvenimento non può differirsi più a lungo, se è da credere a certi segni e presagi che son già comparsi da qualche tempo sull’orizzonte delle scienze”. 

La metafisica è la scienza dei limiti della ragione umana. I problemi che essa deve trattare sono quelli che stanno a cuore all’uomo e che cioè si limitano ai confini dell’esperienza. 

Qui trovi un interessante articolo di Carlo Sini sui Sogni di un visionario (tratto dall’Archivio on-line del Prof. Sini).

L’Esistenza di Dio: Leibniz, Gödel e la Filosofia Analitica della Religione [linee generali]

Nella storia della filosofia pochi argomenti hanno avuto la fortuna della prova ontologica dell’esistenza di Dio. Qui non è tanto Dio che mi interessa, ma la struttura logico-formale delle argomentazioni e, in chiaroscuro, il tipo di epistemologia che ne discende. Il punto su cui ho insistito nel podcast che ho caricato sul canale concerne la riflessione sull’esistenza intesa come predicato: a quali condizioni possiamo dire che esistere è un predicato reale?

Continua a leggere

(2) Kant, Critica della Ragion Pura: l’Estetica Trascendentale

Image result for critique of pure reasonLa Critica della Ragion Pura è un trattato sistematico. La scelta del genere letterario non è un semplice omaggio alla tradizione filosofica tedesca; per Kant la sistematicità è un’esigenza intellettuale e metodologica irrinunciabile. Le Critiche sono considerate da Kant opere propedeutiche a un sistema di filosofia nel quale i contenuti del sapere teoretico – relativo quindi al mondo della natura – e del sapere pratico – relativo al dominio della libertà – trovano finalmente una collocazione ordinata e organica. Continua a leggere