Epicuro e Heidegger: Nichilismo, Felicità e Dominio della Tecnica

Tra il 1936 e il 1940 Heidegger tenne a Friburgo cinque corsi su Nietzsche (si pronuncia “Nice”, non “Niccc” o “Niz”, come spesso sento nei video su YouTube!). Il contenuto di questi corsi è poi confluito in due volumi pubblicati nel 1961 – intitolati appunto, Nietzsche – ma Heidegger ne anticipò alcuni punti salienti in un saggio, incluso nella raccolta Holzwege (1950) intitolato La sentenza di Nietzsche “Dio è morto”. Qui Heidegger dimostra che il nichilismo non è una corrente filosofica come le altre, nemmeno un momento della storia della filosofia. Si tratta invece del movimento di pensiero che attraversa l’epoca della metafisica da Platone a Nietzsche, l’intera storia dell’Occidente! Continua a leggere

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L’Esistenza di Dio: Leibniz, Gödel e la Filosofia Analitica della Religione [linee generali]

Nella storia della filosofia pochi argomenti hanno avuto la fortuna della prova ontologica dell’esistenza di Dio. Qui non è tanto Dio che mi interessa, ma la struttura logico-formale delle argomentazioni e, in chiaroscuro, il tipo di epistemologia che ne discende. Il punto su cui ho insistito nel podcast che ho caricato sul canale concerne la riflessione sull’esistenza intesa come predicato: a quali condizioni possiamo dire che esistere è un predicato reale?

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Virtù e Reminiscenza nel Menone di Platone

La teoria della reminiscenza è uno dei capisaldi della dottrina della conoscenza (o epistemologia) di Platone. Presentata e discussa in varie opere, Menone, Fedone, Repubblica, è sempre presente nella produzione dei periodi della maturità e della vecchiaia. La dottrina della reminiscenza nasce dall’esigenza di rispondere a due obiezioni scettiche concernenti la dottrina delle idee: (i) come si giustifica l’esistenza delle idee? (ii) che cosa sono le idee? Esistono solo nella nostra mente, dunque sono meri concetti, o esistono al di là di essa e hanno una reale consistenza? Continua a leggere

(1) Platone: Scrittura, Conoscenza e Idee

Chi era Platone? Come leggere le sue opere? In questa serie di video affronto alcuni temi centrali della filosofia platonica: dopo una presentazione in cui ne ripercorriamo la vita e le opere, ci chiediamo come mai Platone sceglie proprio il dialogo come forma letteraria cui affidare le sue ricerche. Più in dettaglio, quale concezione del sapere e della natura umana si cela dietro a questa scelta? Continua a leggere

Qualche Riflessione su ‘Breve Storia dell’Ontologia’ di G. Galluzzo

Risultati immagini per Ontologia

Ho letto il libro di G. Galluzzo, Breve storia dell’ontologia, Carocci, qualche anno fa e mi sento di consigliarlo soprattutto a chi sta intraprendendo studi di filosofia antica. Lo stile è scorrevole, le note e la bibliografia sono complete e aggiornate (la prima edizione è del 2011). Te ne parlo non solo per un breve accenno al catalogo degli argomenti che tratta, ma soprattutto perché mi ha fatto riflettere su un aspetto della didattica della filosofia che, troppo spesso, viene dimenticato. Continua a leggere

I viaggi nel tempo secondo David K. Lewis

Il 28 giugno del 2009 Stephen W. Hawking organizzò una festa all’Università di Cambridge con tartine, champagne e palloncini colorati. Aveva spedito molti inviti, ma non si era presentato nessuno. Come mai? Che invitati antipatici! Non stupitevi: Hawking aveva spedito gli inviti solo a ricevimento concluso. Si trattava di una festa di benvenuto per i futuri viaggiatori del tempo, un ironico esperimento per rafforzare la sua congettura del 1992 secondo la quale viaggiare nel passato è, de facto, impossibile. Parafrasando Enrico Fermi, se i viaggi nel tempo sono possibili, dove sono tutti quanti?

Quello dei viaggi nel tempo è un tema molto delicato: se ad occuparsene è un filosofo non è raro doversi difendere dall’accusa di essere un cattivo metafisico. Se, invece, se ne occupa un fisico, la situazione è ancora più critica. Non solo sul piano accademico non verrebbe preso molto sul serio, ma rovinarsi la carriera non sarebbe affatto strano (e non è un caso che ad occuparsene siano docenti affermati o geni che hanno in tasca un Nobel). E, a ben vedere, non è un aspetto trascurabile; se vi capita in mano un articolo di Einstein, Feynman, Gödel, Davies o Lewis di certo non perdete il vostro tempo.

Stephen William Hawking. Credits: http://www.telegraph.co.uk

Non so se sia davvero possibile viaggiare nel tempo (nel passato, forse no): la mia risposta dipende dal potere descrittivo – più che predittivo – di alcune soluzioni delle equazioni di Einstein (come forse sapete, esistono delle soluzioni matematicamente eleganti e corrette ma che non rispecchiano il nostro universo, vedi l’universo rotante di Gödel). Non dipende certo da presupposti o impegni ontologici di varia natura; la filosofia, semmai, segue la fisica. Esiste un libro, l’unico di taglio divulgativo in lingua italiana, che affronta questo argomento su un duplice piano, fisico e filosofico insieme. Si tratta del volume di Giuliano Torrengo, I viaggi nel tempo. Una guida filosofica, Laterza, Roma-Bari 2011. Ne ho parlato un po’ qui

Una lunga recensione del testo è disponibile su APhEX, Portale Italiano di Filosofia Analitica. Posto che la plausibilità dei viaggi nel tempo va misurata sulla relatività di Einstein, mi sembra interessante analizzare un’opzione filosofica compatibile con essa, che ha avuto abbastanza successo soprattutto in ambito anglo-americano (qui, nell’università italiana, l’approccio analitico in filosofia fatica ancora un po’ ad ottenere le attenzioni che meriterebbe). Si tratta del pensiero di David K. Lewis autore, peraltro, di un suggestivo paper: The Paradoxes of Time Travel. Lewis inizia così:

time travel, I maintain, is possible. The paradoxes of time travel are oddities, not impossibilities. They prove only this much, which few would have doubted: that a possible world where time travel took place would be a most strange world, different in fundamental ways from the world we think is ours”, (Lewis,1976: 145).

Le idee di David K. Lewis sui viaggi nel tempo si basano su alcuni concetti. (i) Una visione del tempo compatibile con la B-teoria di McTaggart; (ii) il realismo modale, e (iii) una metafisica quadrimensionalista che poggia su un’ontologia endurantista. Forse potranno sembrarvi un po’ fumosi, ma se avete la pazienza di leggere spero ne uscirete con qualche incertezza in meno.

§1- Viaggi nel tempo wellesiani e gödeliani – Prima di tutto dobbiamo definire il concetto di viaggio nel tempo.

What is time travel? Inevitably, it involves a discrepancy between time and time. Any traveler departs and then arrives at his destination; the time elapsed from departure to arrival (positive, or perhaps zero) is the duration of the journey. But if he is a time traveler, the separation in time between departure and arrival does not equal the duration of his journey. He departs; he travels for an hour, let us say; then he arrives. The time he reaches is not the time one hour after his departure. It is later, if he has traveled toward the future; earlier, if he has traveled toward the past. If he has traveled far toward the past, it is earlier even than his departure. How can it be that the same two events, his departure and his arrival, are separated by two unequal amounts of time?”, (Lewis, 1976: 145).

David K. Lewis è stato il primo a sottolineare la necessità di una comparazione fra il tempo personale (il modo col quale ognuno di noi sperimenta e stabilisce la successione degli eventi esterni; per intenderci: il tempo che misuriamo con l’orologio che portiamo al polso) e il tempo pubblico (il modo col quale quegli stessi eventi esterni sono ordinati da una comunità; in pratica: è il tempo misurato, per esempio, dagli orologi di una stazione, o quello diffuso dall’orario televisivo).

I viaggi nel tempo possono essere primariamente intesi come una serie di eventi che ci portino a un momento del tempo pubblico che dista dalla nostra partenza più minuti di quanti ne misurerà il nostro orologio da polso quando lo avremo raggiunto, o che si trova nel passato del tempo pubblico rispetto all’ora della partenza. In altre parole, è evidente che tempo personale e tempo pubblico coincidono per tutti noi nella vita quotidiana, ma non coincidono affatto per un supposto viaggiatore nel tempo. Il crononauta, infatti, per viaggiare nel futuro deve attraversare un qualche intervallo temporale la cui durata, come misurata nel suo tempo personale, è minore di quella misurata nel tempo pubblico, mentre per viaggiare nel passato, a prescindere dalla durata del suo viaggio, deve ovviamente raggiungere un tempo che è passato per il tempo pubblico.

Il tempo personale non è il tempo interiore analizzato da molti filosofi (da Plotino, Agostino fino a Bergson e Husserl), ma consiste in una serie di eventi che non seguono l’ordine del tempo pubblico. Un viaggio nel tempo non sarebbe altro che questo, e una macchina del tempo è qualunque cosa capace di spezzare la continuità tra il tempo personale e quello pubblico, permettendo in questo modo al viaggiatore di visitare una zona dello spazio in un momento del passato pubblico dove si era già (rispetto al suo tempo personale) trovato, e quindi essere nelle prossimità di un suo sé più giovane, delle cui esperienze ha memoria. Un viaggio nel passato sarebbe quindi un percorso nello spaziotempo in cui l’evento che costituisce l’arrivo è – rispetto al tempo pubblico – precedente rispetto all’evento che costituisce la partenza.

Così come in uno spazio curvo possiamo raggiungere luoghi che si trovano alla nostra destra andando sempre a sinistra, similmente – se lo spaziotempo è curvo – possiamo raggiungere eventi che si trovano nel nostro passato avanzando verso il nostro futuro. Ora, di primo acchito verrebbe da ritenere che un viaggio nel passato o nel futuro abbiano senso se passato e futuro in una qualche maniera esistono (è per questo motivo che parlare di viaggi nel tempo significa impegnarsi nei confronti di un’opzione filosofica piuttosto che un’altra). Ora che abbiamo una definizione di viaggio nel tempo dobbiamo procedere con una distinzione, per evitare confusioni. Si tratta dell’idea di J. Earman secondo cui vi sarebbe una distinzione “originaria” tra viaggi nel tempo wellesiani viaggi nel tempo gödeliani.

In what I will call Wellsian type the time travel takes place in a garden variety spacetime – say, Newtonian spacetime of classical physics or Minkowski spacetime of special relativistic physics. So the funny business in this kind of time travel does not enter in terms of spatiotemporal structure but in two other places: the structure of the world lines of the time travellers and the causal relations among the events on these world lines”, (Earman, 1995:161).

Un viaggio di questo tipo, che permette al crononauta di raggiungere un momento passato del suo tempo personale, solleva numerosi problemi in termini di causalità, in quanto sembra implicare l’anteriorità degli effetti sulle loro stesse cause (backward causation). Questioni fisiche rilevanti sono connesse alla creatio ex nihilo, alla conservazione della massa-energia, al modo in cui qualcosa si può dematerializzare in un punto dell’universo per poi ricomparire in un altro. In questo caso gli esempi sono numerosissimi, tutti forniti dalla letteratura e dalla fantascienza e le discussioni, più che altro filosofiche, toccano punti molto lontani dalla fisica strictu sensu.

Per ora basti dire questo. Nella relatività generale non vige sempre l’invarianza dell’ordine e della direzione temporale delle relazioni causali rispetto al sistema di riferimento usato. In altre parole, è possibile che in taluni spazitempo curvi vengano a formarsi le cosiddette linee temporali chiuse (o quasi chiuse) ossia traiettorie che consentirebbero a un ipotetico viaggiatore di tornare nel passato pur continuando ad avanzare nel proprio futuro. Ma non è questo il caso del nostro universo, che non è rotante.

È invece quello che accade nel caso di una sfera, laddove ci è possibile partire da un qualsiasi punto della sua superficie e raggiungere luoghi che si trovano alla nostra destra ma andando sempre a sinistra. Questo tipo di viaggi nelle CTC non sono propriamente viaggi nel tempo ma nello spaziotempo, appunto perché sfruttano le peculiarità delle strutture spaziotemporali in cui avvengono. Vi ho messo queste due immagini per darvi un’idea di come sia possibile viaggiare nel tempo sfruttando una CTC. Per approfondire (sul piano divulgativo) rinvio al libro Buchi neri, wormholes e macchine del tempo di Jim Al-Khalili

§2- L’irrealtà del tempo: le serie di McTaggart – Gli aspetti del tempo che ci sembrano essere parte integrante della realtà appartengono al nostro modo di rappresentarla o sono intrinseci, costitutivi alla realtà stessa? John Ellis McTaggart risponde a questa domanda dicendo semplicemente che il tempo non esiste. Nel 1908 pubblicò sulla rivista Mind un articolo dal titolo programmatico, The Unreality of Time (“Mind”, 17, 1908, pp. 457-473. Nello stesso anno venne pubblicato anche lo storico saggio di Minkowsky in cui spazio e tempo sono concepiti non più come entità separate, ma unite nello spaziotempo). McTaggart sostiene che il tempo non è reale. Scrive un articolo in cui dimostra che per parlare del concetto di tempo è necessario distinguere tra la A-serie, l’insieme degli eventi che corrono dal passato, al presente, al futuro, e la B-serie, la relazione che esprime l’esperienza dei rapporti di precedenza e successione tra gli eventi (“prima di” e “dopo di”). Così McTaggart distingue le due serie:

positions in time, as time appears to us, prima facie, are distinguished in two ways. Each position is Earlier than some, and Later than some, of the other positions. And each position is either Past, Present, or Future. The distinctions of the former class are permanent, while those of the latter are not. If M is ever earlier than N, it is always earlier. But an event, which is now present, was future and will be past. (…) For the sake of brevity I shall speak of the series of positions running from the far past through the near past to the present, and then from the present to the near future and the far future, as the A series. The series of positions which runs from earlier to later I shall call the B series”, (McTaggart, 1908: 458).

L’impatto è stato così dirompente che, ancora oggi, tutta la discussione filosofica sul tempo si inserisce in questo quadro teorico. Ciò posto, l’aspetto più interessante è il “posizionamento” dei fisici nelle due serie. La teoria che rispecchia meglio la concezione comune del tempo, una forma di presentismo, è in accordo con la serie A, mentre la serie B, non riconoscendo l’esistenza di un momento presente ontologicamente privilegiato rispetto agli altri, è tipicamente associata alla teoria della relatività di Einstein (la relazione tra ciò che è qui e ciò che è là è identica alla distinzione tra presente, passato e futuro).

Il fatto che Einstein faccia parte dei teorici-B ha segnato pesantemente il dibattito successivo. Da un lato il lavoro del padre della relatività e dei suoi colleghi ha aiutato la filosofia ad uscire da alcune ambiguità linguistiche. Spesso infatti nel linguaggio comune ci esprimiamo come se fraintendessimo sistematicamente i rapporti tra tempo e cambiamento: percepiamo il tempo attraverso il cambiamento, ma il tempo non è il cambiamento. Semmai possiamo asserire che il tempo non è senza cambiamento. Attraverso i suoi formalismi, la fisica distingue tra il corso del tempo, ossia il rinnovamento irreversibile dell’istante presente, e la freccia del tempo, che è l’evoluzione irreversibile dei fenomeni nel tempo. Da Newton in poi la rappresentazione del corso del tempo coincide con la causalità (e con il determinismo rigoroso di Leibniz).

McTaggart presenta un celebre argomento, noto in seguito come paradosso di McTaggart, con il quale tentava di dimostrare l’irrealtà del tempo. Il tentativo non era nuovo: la tesi dell’illusorietà del tempo (o comunque del minore grado di realtà del tempo rispetto all’eternità atemporale) non trovava ospitalità solo all’interno del neoidealismo inglese, la corrente a cui apparteneva lo stesso McTaggart, ma era stata variamente sostenuta da filosofi del passato (dai neoplatonici a Spinoza). Inediti erano, però, il modo in cui il filosofo impostava la questione e il rigore logico con cui argomentava quella tesi antica.

McTaggart mette per primo in luce la cruciale distinzione tra proposizioni di tipo tensionale, del tipo “sono le tre e mezza” e proposizioni di tipo atensionale, come “venerdì viene prima di sabato”. Mentre le prime hanno valore di verità dipendente dal contesto (alle 3 e mezza una particolare occorrenza della proposizione è vera, mentre alle 4 è falsa), il valore di verità delle seconde non varia, visto che un’occorrenza di “venerdì è prima di sabato” è vera in qualunque giorno della settimana. Distinzioni come queste hanno introdotto sicuramente maggiore chiarezza nel dibattito sul tempo, soprattutto per ciò che riguarda le conseguenze che il nostro linguaggio ha sulla concezione metafisica del tempo. McTaggart apre il suo ragionamento osservando che con il termine «tempo»noi indichiamo due ordini temporali diversi: la serie passato/presente/futuro e la serie prima-di/contemporaneo-a/dopo-di, rispettivamente la «serie A» e la «serie B».

Qual è il senso di questa distinzione? A prima vista parrebbe una separazione puramente nominale, giacché intuitivamente giudichiamo le due serie equivalenti. In realtà, la distinzione è tutt’altro che di superficie, e coglie una differenza sostanziale tra i due ordini. Gli elementi della serie A attribuiscono ad ogni evento un singolo momento temporale: ad esempio, la stesura di questo articolo è (per me, adesso) un atto presente. Gli elementi della serie B, invece, esprimono le relazioni temporali che, volta a volta, si determinano tra due eventi. Da questa differenza ne discende un’altra, che è quella su cui si sofferma McTaggart. Le relazioni della serie B sono permanenti. Un evento x che precede o segue un evento y, resterà perennemente in questa relazione. La proposizione che afferma: «L’attentato alle Torri gemelle dell’11 settembre 2001 è successivo alla prima elezione a presidente di George W. Bush» è sempre vera, indipendentemente dal momento in cui viene pronunciata. Al contrario, un’affermazione che esprime una posizione nella serie A cambia nel tempo il suo valore di verità. La proposizione: «L’attentato alle Torri gemelle dell’11 settembre 2001 è un fatto passato» è vera oggi, ma non lo era ad esempio il 10 settembre 2001, allorché l’attentato era ancora un evento futuro. Così, mentre le relazioni della serie B non mutano, i momenti della serie A mutano continuamente: un evento diventa sempre meno futuro, quindi presente e infine sempre più passato.

La formulazione del paradosso ruota attorno ai concetti di serie A e serie B, che l’autore definisce nella prima parte dell’articolo. Sostanzialmente, la serie B non è altro che l’ordinamento cronologico degli eventi determinato dalla posizione relativa di ognuno rispetto agli altri (in termini matematici, si parlerebbe di relazione d’ordine totale su un insieme). La serie A consiste invece nella relazione che ogni evento ha con un punto mobile che chiamiamo ‘presente’: in sostanza, la struttura di base rimane la stessa, con la sola aggiunta dell’istante in movimento. Come è facile comprendere, tutte le proprietà temporali che un evento possiede in quanto parte di una serie B sono fisse, perché si esauriscono nel venire ‘prima’ o ‘dopo’ qualche altro evento; soltanto la sua posizione nella serie A cambia incessantemente, passando dal futuro al presente al passato. Con queste premesse, la tesi di McTaggart si può riassumere in tre passaggi:

(1) il tempo implica il cambiamento;

(2) la spiegazione del cambiamento richiede l’esistenza della serie A e non è possibile dare una descrizione coerente della serie A;

(3) pertanto, il tempo è irreale.

Detto altrimenti, il tempo è reale solo se anche le determinazioni tensionali sono reali: dimostrare l’irrealtà di queste significa inferire l’irrealtà del tempo. A questo punto, McTaggart si chiede se entrambe le serie siano ugualmente necessarie per la realtà del tempo. Per rispondere a questa domanda, egli parte dall’assunto classico secondo cui il tempo presuppone il cambiamento: non può esistere il primo senza il secondo. Ora, tra le due serie, l’unica che ammetta una forma di mutamento, come si è visto, è la A. Le relazioni B, infatti, sono permanenti. Non solo, ma McTaggart mostra come, in realtà, la serie B dipenda dalla serie A. Essa sarebbe il risultato di una sovrapposizione tra la serie A e quella che McTaggart chiama «serie C», una terza serie che, a differenza delle prime due, non può dirsi temporale. Essa, infatti, possiede un ordine ma non una direzione (la freccia del tempo): un evento posto all’interno della serie C, si colloca tra (e non prima o dopo) altri eventi. Ad esempio, di un evento y della serie C si può solo dire che si trovi tra gli eventi x e z, ma non prima o dopo di essi. È un po’ come se si trattasse di una fila di oggetti che possono essere enumerati indifferentemente in un senso o in quello opposto, poiché il loro ordine non ha una direzione prestabilita. Ora, secondo McTaggart, è solo poiché la serie A dei momenti scivola sulla serie C degli eventi, che si produce una serie B: una serie, quest’ultima, che eredita dalla A la direzione temporale, e dalla C la permanenza delle relazioni interne.

La seconda parte dell’argomento è volta a dimostrare che, se assumiamo le determinazioni tensionali come reali, siamo costretti a sostenere che il tempo non è reale. McTaggart è così giunto alla conclusione che il tempo implichi la serie A. Per dimostrarne l’irrealtà, basterà provare che questa serie è intrinsecamente contraddittoria e non può esistere. Inizia così il secondo momento della sua riflessione, in cui è contenuto il noto paradosso. Il filosofo osserva che i termini della serie A si presentano come caratteristiche di eventi tra loro incompatibili: un evento passato non può essere presente o futuro; un evento presente non può essere passato o futuro; un evento futuro non può essere passato o presente. “Eppure”, scrive McTaggart, “ciascun evento le possiede tutte. Se M è passato, è stato presente e futuro. Se è futuro, sarà presente e passato. Se è presente, è stato futuro e sarà passato. Tutti e tre i termini incompatibili sono predicabili di ciascun evento, cosa ovviamente incoerente con il loro essere incompatibili”.

L’obiezione a questa considerazione sembra banale. È vero che gli eventi posseggono tutte e tre le determinazioni A, ma ciò avviene in tempi diversi. Al contrario, l’incompatibilità è limitata al solo possesso di quelle determinazioni nello stesso tempo: un evento, infatti, non può essere contemporaneamente passato, presente e futuro. McTaggart ha, però, un’originale risposta per questa obiezione, ed è qui il cuore del suo argomento. Egli rileva che per esibire il modo non contraddittorio in cui gli eventi assumono le tre determinazioni temporali, si è costretti a ricorrere nuovamente al tempo nella forma di un’altra serie A. Noi diciamo, infatti, che se un evento è presente, è stato futuro e sarà passato; se un evento è passato, è stato presente e futuro; se un evento è futuro, sarà presente e passato. Poiché «è stato, è e sarà» equivalgono a «passato, presente e futuro», McTaggart scrive: “ne consegue che la serie A deve essere presupposta per rendere ragione della serie A. E questo è chiaramente un circolo vizioso“, (p. 134). Il paradosso può assumere anche la forma di un regresso infinito, poiché anche la serie A del secondo livello, per dimostrarsi non contraddittoria, deve fare ricorso ad una serie A di terzo livello e così via all’infinito. Se dunque la serie A si rivela contraddittoria, e se è vero che il tempo implica la serie A, allora anche il tempo è contraddittorio; e poiché per l’idealista McTaggart nessuna cosa contraddittoria può essere reale, il tempo è irreale.

§2- Realismo modale, quadrimensionalimo, endurantismo – Esiste un principio ontologico secondo cui c’è tutto e soltanto quel che c’è. O, meglio, quel che è è, mentre quel che non è non è. Per capire di cosa stiamo parlando dobbiamo fare un passo indietro. Ci sono due modi per sviluppare un’ontologia filosofica. Consideriamo la classica domanda ontologica «Cosa c’è?». La famosa risposta offerta da Quine a tale domanda è: «Tutto» che per lui vuole dire: tutto ciò che c’è.

A curious thing about the ontological problem is its simplicity. It can be put in three AngloSaxon monosyllables: „What is there?‟ It can be answered, moreover, in a word— „Everything‟—and everyone will accept this answer as true. However, this is merely to say that there is what there is. There remains room for disagreement over cases; and so the issue has stayed alive down the centuries”, (Quine, 1948:21).

Questa è una risposta corretta ma, tuttavia, non adeguata. L’obiettivo degli ontologi è caratterizzare questo “tutto” e dunque stilare una lista delle categorie ontologiche che non escluda nulla di ciò che c’è. Il primo senso in cui si può produrre un’ontologia è quindi quello di produrre un sistema categoriale. Per essere un buon sistema categoriale, un’ontologia deve essere esaustiva e quindi ripartire tutto ciò che c’è (o che potrebbe esserci) ed esclusiva, ovvero costituita da categorie che, per ogni livello ontologico, sono fra loro mutuamente esclusive (si assume che due entità non possano appartenere a due categorie ontologiche differenti dello stesso livello). Un secondo modo per produrre un’ontologia è quello di cercare di stabilire quali entità abbiano una parte rilevante nell’inventario del mondo. Ad esempio, ci si chiede se enti come numeri, universali, eventi, atti di coscienza, o oggetti funzionali possano essere ammessi come “abitanti” del mondo. In questa prospettiva non si intende produrre un sistema categoriale completo, quanto piuttosto alcune parti di questo che sono ritenute fondamentali o interessanti, oppure semplicemente ci si limita ad analizzare un certo tipo di entità – ad esempio, i fatti – argomentando a favore o contro la loro accettabilità ontologica. Per determinare quali entità sono ontologicamente accettabili, Quine propone di utilizzare ciò che chiama “criteri d’identità”. Un esempio di criterio di identità si riferisce agli insiemi come entità matematiche: “a e b sono lo stesso insieme se e solo se a e b contengono gli stessi elementi”. Secondo Quine, sono entità accettabili ad essere considerate parte dell’inventario del mondo solo quelle a cui si può associare un criterio d’identità chiaro ed evidente. Quando si parla di ontologia formale ci si riferisce, in termini generali, ad una teoria che offre una formulazione matematicamente precisa delle proprietà e relazioni di entità appartenenti ad un qualche dominio, solitamente basata su un qualche sistema logico. La teoria offre degli assiomi relativi a quali entità ci sono nel dominio e alle relazioni che intercorrono tra esse. Un’ontologia formale può essere sviluppata e usata per tre scopi (che possono comunque coesistere): rappresentare delle informazioni, descrivere un certo dominio, sviluppare una teoria sistematica per un certo tipo di entità.

Rispetto a Quine e, soprattutto, al principio ontologico enunciato in apertura di questo paragrafo, l’ontologia di Lewis è nota per il richiamo a uno “sfondo concettuale” differente, il cosiddetto Principio di Pienezza della Possibilità, che implica il primo ma lo rafforza (a dismisura, direi). Per Lewis, infatti c’è tutto e soltanto quel che potrebbe esserci (quel che potrebbe essere è, mentre quel che non potrebbe essere non è). Va tenuto presente che il Principio di Pienezza è compatibile con posizioni molto lontane da quella di Lewis, ad esempio l’attualismo megariano di cui parla Aristotele nel libro nono della Metafisica e secondo cui, appunto, tutto ciò che è possibile è: “ci sono alcuni pensatori, come ad esempio i Megarici, i quali sostengono che c’è la potenza solamente quando c’è l’atto, e che quando non c’è l’atto non c’è neppure la potenza”.

La posizione di Lewis, invece, è ben distante dall’attualismo megariano. L’universo in cui viviamo, i cui confini coincidono con quelli del suo reticolo spaziotemporale, è il mondo attuale. Oltre al mondo attuale esistono moltissimi altri mondi concreti tanto quanto il nostro, alcuni dei quali differiscono dal nostro per minuti dettagli, mentre altri sono così eterogenei che neppure riusciamo a immaginarceli. Questa posizione va sotto il nome di realismo modale: è evidentemente in netto contrasto con l’attualismo megariano (secondo cui appunto ‘attuale’ non è un termine indicale, ma si riferisce all’unico universo possibile ed esistente) e, in filosofia contemporanea, è quasi indissolubilmente associata al nome di Lewis. Non entro nel dettaglio delle tre caratteristiche dei mondi di Lewis in quanto dovrei introdurvi alla mereologia. Rinvio ai testi dell’autore per chi volesse approfondire.

Quel che potrebbe essere è, mentre quel che non potrebbe essere non è. Bene, ora possiamo introdurre i due modelli che si contendono la miglior spiegazione della persistenza nel tempo, il tridimensionalismo e il quadridimensionalismo. Il tridimensionalismo è spesso difeso come la posizione più vicina al senso comune, il modello che ricalca quasi fedelmente la nostra concezione ingenua di come gli oggetti ordinari continuino a esistere a tempi diversi. Tavoli, gatti, sedie, alberi possiedono tre dimensioni spaziali e perdurano nel tempo in quanto sono “interamente presenti” ad ogni istante della loro esistenza. Questo significa che hanno parti spaziali presenti in luoghi diversi (dove è presente la testa del mio gatto Robespierre non è presente la sua zampa), ma non sono segmentati in parti lungo la dimensione temporale, e quindi sono interamente presenti in tempi diversi.

Perdurare è dunque essere identici attraverso il tempo in senso stretto: non c’è una parte di Robespierre che possiamo chiamare “Robespierre-questo-pomeriggio” quando scodinzolava mentre scrivevo questo articolo un’altra “Robespierre-stasera” intento a mangiare i suoi croccantini. Esiste solo Robespierre che persiste nel tempo interamente presente in ogni momento della sua esistenza. In genere il tridimensionalismo riconosce un’altra modalità di persistenza, che attribuisce non agli oggetti e le persone, ma agli eventi. Gli eventi, infatti, a differenza degli oggetti tridimensionali, hanno parti temporali e persistono nel tempo in virtù del susseguirsi delle loro parti temporali. Una partita di scacchi, ad esempio, persiste per tutta la sua durata e senza mai essere interamente presente in nessun momento della sua esistenza.

Sia il tridimensionalismo che il quadridimensionalismo sono due “ingredienti” di due visioni metafisiche della realtà temporale più ampie, che comprendono aspetti non immediatamente legati al problema della persistenza. Un approccio quadridimensionalista alla persistenza è infatti in genere difeso sullo sfondo di un’ontologia eternalista del tempo. L’eternalismo è quella posizione secondo cui il presente non ha nessun tipo di privilegio ontologico rispetto al passato e al futuro: le entità passate e future esistono allo stesso titolo e nello stesso modo di quelle presenti. Questa visione, come abbiamo accennato, è compatibile con la B-teoria del tempo.

Quadridimensionalismo, eternalismo e B-teoria del tempo costituiscono una visione della realtà temporale che si contrappone alla triade formata da tridimensionalismo, presentismo e A-teoria. Il presentismo, in contrasto con l’eternalismo, sostiene che solo le entità presenti esistano, e quindi che il presente abbia un genuino privilegio metafisico (cosa che Einstein stesso rifiutava di credere). In conclusione, il quadridimensionalismo è spesso visto come una teoria della persistenza ispirata dalle concezioni scientifiche (in particolare la teoria della relatività nella formulazione di Minkowski) e dalla logica formale novecentesca. Per il quadridimensionalismo tanto gli oggetti quanto gli eventi hanno parti non solo relativamente allo spazio, ma anche relativamente al tempo. Endurano nel tempo proprio grazie alla successione delle loro parti temporali. Ed è proprio questa compatibilità con la metrica di Minkowski e le equazioni di Einstein che ne definisce plausibilità esplicativa e coerenza interna.

Paper:

Lewis D. K., (1976) The Paradoxes of Time Travel, in “American Philosophical Quarterly”, 13:145-52.

Bibliografia essenziale:

Earman J., (1995), Bangs, Crunches, Whimpers, and Shrieks: Singularities and Acausalities in Relativistic Spacetimes, Oxford University Press, New York.

Earman J., Wüthrich C. (2004), “Time Machines”, in E. N. Zalta (a cura di), Stanford Encyclopedia of Philosophy, http://plato.stanford.edu/entries/time-machine/.

Esfeld M., (2006), The impact of science on metaphysics and its limits in “Abstracta” 2: 86–101, http://www.abstracta.pro.br/editions.asp.

Lewis D. K., (1968), Counterpart Theory and Quantified Modal Logic, in “Journal of Philosophy”, 65: 113–126.

– Id (1970), Anselm and Actuality, in “Noûs”, 4: 175–188.

-Id (1971), Counterparts of Persons and Their Bodies, in “Journal of Philosophy”, 68: 203–211.

– Id (1979), Counterfactual Dependence and Time’s Arrow, in “Noûs”, 13: 455–476

– Id (1984), Putnam’s Paradox, in “Australasian Journal of Philosophy”, 62: 221–236.

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McTaggart J. E., (1908), The Unreality of Time, in “Mind”, 17: 457-473.

Quine W. V. O., (1948), On What There Is, in “Review of Metaphysics”, 2: 21-38.

Un deittico temporale. Aristotele e le perplessità di Einstein

Salvador Dalì, La Persistenza della Memoria (olio su tela, 24×33, 1931).

La nozione di ora resta per la fisica un argomento spinoso. In un breve articolo del 2004, James B. Hartle ne ha messo in luce i principali problemi (The physics of now, in “Physica Scripta”, 77 (2004), pp. 67-77). Ora sono seduta alla scrivania e sto scrivendo; interrogarsi sullo statuto del presente significa situarsi nel tempo, riconoscere di avere una storia scandita in un passato e in un futuro. La nostra consapevolezza, la coscienza di noi stessi e del mondo è incardinata nel presente, e tuttavia questo stesso presente sembra irrimediabilmente sfuggirci. Proprio grazie alla Relatività Generale (RG) di Einstein abbiamo imparato che è addirittura impreciso sostenere che percepiamo il presente: se fissiamo la Luna, la vediamo com’era un secondo e mezzo fa, il tempo necessario alla luce per arrivare dalla Luna alla Terra.  Continua a leggere