Un deittico temporale. Aristotele e le perplessità di Einstein

Salvador Dalì, La Persistenza della Memoria (olio su tela, 24×33, 1931).

La nozione di ora resta per la fisica un argomento spinoso. In un breve articolo del 2004, James B. Hartle ne ha messo in luce i principali problemi (The physics of now, in “Physica Scripta”, 77 (2004), pp. 67-77). Ora sono seduta alla scrivania e sto scrivendo; interrogarsi sullo statuto del presente significa situarsi nel tempo, riconoscere di avere una storia scandita in un passato e in un futuro. La nostra consapevolezza, la coscienza di noi stessi e del mondo è incardinata nel presente, e tuttavia questo stesso presente sembra irrimediabilmente sfuggirci. Proprio grazie alla Relatività Generale (RG) di Einstein abbiamo imparato che è addirittura impreciso sostenere che percepiamo il presente: se fissiamo la Luna, la vediamo com’era un secondo e mezzo fa, il tempo necessario alla luce per arrivare dalla Luna alla Terra.  Continua a leggere

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Forme delle Parti: il metodo comparativo nella biologia di Aristotele

L’ultima volta avevamo iniziato a parlare di genos e eidos in Balme. Ora facciamo un passo in avanti e vediamo all’opera il metodo “per parti”. Possiamo infatti svolgere la considerazione del genos animale tenendo fisse alcune basi strutturali per studiare le differenze che si pongono su queste basi:

(A) «vi sono in primo luogo le parti identiche per forma [ei{dei]: così il naso e l’occhio di un uomo sono identici al naso e all’occhio di un altro uomo, la carne alla carne, l’osso all’osso; lo stesso vale per il cavallo e per tutti quegli animali che definiamo identici tra loro per la forma: infatti, come il tutto sta al tutto, così ognuna delle parti sta a quella che le corrisponde [oJmoivw” ga;r w{sper to; o{lon e[cei pro;” to; o{lon, kai; tw’n morivwn e[cei e{kaston pro;” e{kaston]. In secondo luogo vi sono bensì parti identiche, ma che differiscono per eccedenza e difetto: sono quelle degli animali di cui è il medesimo il tipo [gevnoV]. Per ‘tipo’ intendo, ad esempio, ‘uccello’ o ‘pesce’; ognuno di essi presenta infatti una differenza secondo il tipo, e vi sono più specie di pesci e di uccelli. […] Alcuni animali non hanno parti identiche né per forma né secondo eccedenza e difetto, bensì esse presentano un rapporto di analogia, il rapporto cioè in cui sta l’osso con la spina, l’unghia con lo zoccolo, la mano con la chela, la squama con la penna: infatti ciò che la penna è nell’uccello, la squama lo è nel pesce»1. Continua a leggere

La classificazione degli animali: Balme su Genos e Eidos

Continua la saga dei miei appunti. Questa volta vi intrattengo un po’ con il nesso tra metafisica e biologia ben studiato da Balme (e Lennox). Cosa possiamo dire di Aristotele “tassonomista?” Innanzitutto credo questo. La tassonomia non è teoreticamente incompatibile con la modalità esplicativa utilizzata da Aristotele in biologia ma, sebbene alcuni risultati tassonomici puntuali siano presenti, la tassonomia in quanto tale è assente, e ciò per ragioni in parte relative allo stadio di sviluppo della scienza biologica, in parte all’atteggiamento conservativo che Aristotele assume nei confronti dei sistemi di denominazione incorporati nel linguaggio naturale degli uomini.

Una considerazione in tal senso della classificazione biologica mostrerà come siano in opera, in essa, analisi mereologiche atte a validare i raggruppamenti tassonomici. E che classificare non significa affatto spiegare. La spiegazione di un soggetto naturale coincide con la sua definizione d’essenza. La sua definizione d’essenza, nella misura in cui cattura il continuum di differenze riscontrabili nel range di un genos, incorpora gli attributi formali di quella continuità di piani ilemorfici che fanno capo alla parte centrale della sostanza. Insomma, con la mereologia della definizione si cattura l’essenza dell’individuo che ricade nella specie di un genere; la classificazione è dunque una pre-condizione alla ricognizione degli elementi che rientrano nelle definizioni (mostrare il punto con l’ausilio della critica alla dicotomia accademica di PA I.2-4). Continua a leggere

Il nesso Categorie-Metafisica Zeta: una via verso la sostanza

A settembre ho sostenuto il colloquio di passaggio d’anno ed è iniziato il mio secondo anno di dottorato. Ho studiato principalmente i problemi connessi con i libri centrali della Metafisica. A partire dai capitoli 7-9 del libro Zeta, che ho approfondito in connessione con la mia tesi di laurea sulla Fisica di Aristotele, sono passata al problema dell’universalità-individualità delle forme, alla definizione, allo statuto dei generi e delle specie, al nesso parte-tutto nella spiegazione dell’anima e delle sue facoltà.

Riassumo qui i punti principali di questo percorso. Da tempo gli studiosi hanno messo in evidenza l’influenza esercitata dal pensiero di Aristotele su quasi tutte le più importanti correnti filosofiche del Novecento (penso agli studi di Enrico Berti). Una tra le più rilevanti caratteristiche del pensiero aristotelico è la capacità di esaminare la molteplicità delle differenze dell’oggetto in esame e, al tempo stesso, cogliere l’unità e la complessità, pur rispettandone le articolazioni interne. Il punto fondamentale è raggiungere un’interpretazione coerentista tra l’ontologia “logica” delle Categorie e quella della Metafisica.

La teoria della sostanza sviluppata nei libri Z-H della Metafisica contiene un numero di problemi che possono essere raggruppati attorno a due nuclei principali. Il ruolo che la tesi esposta assume nelle altre scienze speciali da un lato, dall’altro il significato che assume all’interno dell’economia della Metafisica. Le argomentazioni che Aristotele svolge suggeriscono l’esistenza di sostanze prime coincidenti con forme particolari, ossia organismi naturali identificati mediante le potenzialità che costituiscono le loro proprietà funzionali e teleologiche. Dall’identificazione tra anima e forma e tra corpo e materia si giunge alla conclusione che avere un’anima significhi possedere le proprietà funzionali coincidenti con la forma; e che la relazione dell’anima con il corpo possa essere letta, come un caso, seppur particolare e problematico, del rapporto potenzialità-attualità. Inoltre, in Zeta viene posta al centro la forma, più precisamente delle forme di quegli enti che chiama sostanze prime nelle Categorie. L’obiettivo è una spiegazione di cosa sia responsabile delle loro caratteristiche/configurazioni fondamentali, proprie di una singola specie, e identiche in tutti gli individui che le appartengono. Attraverso un procedimento molto complesso giungerà a dire che causa della sostanzialità e principio della determinatezza sono in ogni cosa sempre la forma; suggerendo che sinolo, forma, materia sono modi possibili di pensare la sostanza dell’oggetto concreto, l’anima come forma del corpo non solo diventa argomento decisivo in questioni delicate come l’universalità o individualità delle forme stesse, ma è il punto da cui dobbiamo partire per comprendere cosa sia l’anima. La Metafisica fornisce il linguaggio tecnico di base per iniziare un’indagine sull’anima, ne circoscrive i parametri teorici di riferimento.

Nella dottrina della sostanza esistono tre piani distinti, tali da richiedere in prima istanza soluzioni indipendenti, ma interconnessi. Derivano tutti dalla relazione che intercorre tra ontologia logica propria delle Categorie ed ontologia scientifica della Metafisica. In ordine di generalità decrescente abbiamo: 1) rapporto tra metafisica generalis e metafisica specialis – in Paul Moraux, ad esempio; 2) il primato della sostanza e la scienza dell’essere in quanto essere; 3) il primato della forma sostanziale.

In questione è lo statuto della filosofia prima in quanto scienza e la possibilità di contrapporsi alle istanze platoniche fondate sulla relazione uno-molti. Attraverso la problematizzazione della questione sul primato della forma sostanziale si può avviare una prima linea di ricerca che muove dalle Categorie e pone al centro la seguente questione: in che modo la forma è sostanza prima nell’ontologia scientifica se le specie e i generi erano considerate sostanze seconde? E questo in che modo è connesso con l’universalità e particolarità delle forme?

Si tratta di impostare un’analisi strutturale della sostanza vagliando i candidati a tale ruolo in funzione dei criteri isolati, ma anche, come appare nel caso della materia, i criteri in funzione dei candidati stessi: quello che conta è, in ultima analisi, l’articolazione del concetto logico di sostanza ereditato dall’Organon e la sua fondazione metafisica: questa sembra essere anche, secondo Myles Burnyeat 2001, la ragione dell’intera struttura di Z. Le Categorie studiano l’essere un soggetto ultimo come un test del suo essere una sostanza prima: questo uomo e questo cavallo. Nell’ousiologia incontriamo un significativo approfondimento in merito all’articolazione interna dei soggetti categoriali: tra le determinazioni logiche viene infatti presa in esame quella del soggetto, fatto che comporta già a questo livello l’introduzione di un primo criterio di sostanzialità: l’essere un soggetto primo di inerenza e di predicazione. A questo aspetto del soggetto se ne affianca però immediatamente un altro, quello fisico, nel senso aristotelico del termine, di sostrato dei mutamenti, dal momento che ci si è collocati sul piano d’indagine dei composti.

I percorsi con cui si può affrontare il problema sono molteplici. Qui mi limito a questo.

(a) Che cosa intende Aristotele con sostanza? Nelle Categorie gli esempi di sostanza prima – intesa come soggetto – sono questo uomo, questo cavallo (o un certo uomo, un certo cavallo, a seconda della traduzione). La sostanza prima è l’individuo singolo, mentre con sostanze seconde si intendono i generi e le specie. L’opposizione dominante è tra individuale e universale.

Se nel quinto libro delle Categorie si dice che i soggetti di base, atomici, ciò che è massimamente reale è l’individuo, nella Metafisica esplicitamente in almeno tre luoghi (Metafisica Zeta, 7, 1032b1-6; Zeta, 11, 1037a5-10, 1037a21-b7), ed implicitamente nel prosieguo del ragionamento, è l’eidos, la forma (o specie) ad essere detta sostanza prima (prima rispetto alla materia e al composto stesso, poiché è la causa che li determina entrambi).

Le due opere sembrano presentare posizioni inconciliabili intorno allo statuto della sostanza, soprattutto perché nel libro dodicesimo della Metafisica, Lambda, Aristotele scrive che la sostanza prima è la forma intesa come separata dal sensibile e, pertanto, è qualcosa di sovrasensibile, immobile ed eterna.

Gli interpreti si sono scatenati su questi argomenti. Mi limito a dirti cosa hanno fatto gli antichi. Con antichi intendo i commentatori medioplatonici e neoplatonici (cfr., Francesco Romano, Il Neoplatonismo, Carocci, 1998; Pierluigi Donini, Medioplatonismo e filosofi medioplatonici. Una raccolta di studi, in “Elenchos”,11 (1990), 79-93, e Pierluigi Donini, Le scuole, l’anima, l’impero: la filosofia antica da Antioco a Plotino, Rosenberg & Sellier, 1982). La tesi che Aristotele sembra esprimere in Metafisica Lambda risulta molto allettante per i neoplatonici. Questi pensatori la considerano valida in quanto proprio su di essa si appoggiavano per mostrare l’interpretazione concordista tra la filosofia di Platone e quella di Aristotele; se si considera l’universale intellegibile come superiore al particolare sensibile, allora Aristotele diventa molto simile a “un certo Platone”, quello caro al cristianesimo, per capirci. Ma gli antichi sono andati ben oltre.

La tradizione ci ha consegnato due argomenti che spiegano l’apparente contraddizione tra Categorie e Metafisica. Da un lato, servendosi di una distinzione espressamente spiegata da Aristotele (Lambda 1018 b 30-37), prendevano in considerazione due tipi di priorità: la sostanza di cui si parla nelle Categorie è “prima” in rapporto a noi e in senso cronologico, mentre la sostanza cui fa riferimento Metafisica Lambda è la sostanza “prima” per natura. Dall’altra, fornivano un’ulteriore giustificazione della conciliabilità delle due posizioni sostenendo una diversa posizione dei testi all’interno del disegno didattico dello Stagirita. Le Categorie sarebbero una sorta di introduzione alla filosofia ed esporrebbero ciò che è primo rispetto a noi, conformandosi al punto di vista di un principiante; la Metafisica, invece, si rivolgerebbe a un pubblico filosoficamente più maturo e adotterebbe pertanto il punto di vista di un sapere che si fonda su ciò che è primo in sé.

Leggendo le dottrine come espressione di due punti di vista diversi sulla realtà la contraddizione sparisce; infine è importante tener conto di un altro essenziale argomento a favore della conciliabilità. Le Categorie e la Metafisica trattano della sostanza all’interno di due orizzonti concettuali molto diversi tra loro. La Metafisica ha ormai assorbito l’ontologia elementare delle Categorie trasformandola in qualcosa di più completo di quello che i contemporanei indicano con ontologia formale; la Metafisica assorbe, infatti, le ricerche condotte nelle opere di filosofia naturale, in cui il soggetto viene inteso come sostrato – come ciò che letteralmente “sta sotto” e “soggiace” ai mutamenti che interessano le sostanze individuali – e presenta una ricerca di più ampio respiro che protremmo definire propriamente scientifica. Aristotele in quest’opera studia i principi e le cause (prime) della sostanza mostrandoci secondo quali criteri metafisici siano sostanze a pieno titolo gli organismi biologici e le forme a seconda del livello di analisi in cui ci muoviamo. Non è tutto.

(b) Che rapporto c’è tra la Metafisica e le scienze speciali in Aristotele? In nessuno dei suoi rami la scienza aristotelica prende a prestito da una scienza superiore, e tanto meno dalla metafisica, i propri principi e la garanzia della sussistenza dei propri oggetti: l’aspetto fondazionale deve essere al contrario inteso come dato dall’ordinamento e coordinamento regolato dei compartimenti scientifici speciali a livello metateorico; non quindi come l’accertamento di un campo super-fattuale la cui descrizione sia incontrovertibile, ma come luogo di raccordo dei diversi saperi in una prospettiva in linea di principio unificata e in linea di principio avente riscontro nel discorso comune e nelle consapevolezze pre-teoriche degli uomini.

Ciò comporta anche che ciascuna scienza prenda parte – a prescindere dalla sua fondazione metafisica – al discorso degli uomini intorno all’essere; essa risulta dunque sempre e al contempo scienza di e filosofia di un dato campo. Portando tutto questo alle estreme conseguenze con l’ausilio di un’ipotesi si potrebbe dire, come si esprime Aristotele in Metafisica Eta, 1, che se non vi fossero sostanze immobili (o se almeno non si potessero ipotizzare) la fisica verrebbe ad essere la filosofia prima; ovvero, si potrebbe aggiungere, l’attributo “sensibile” nel nesso “sostanza sensibile” sarebbe soltanto una determinazione tautologica del sostantivo, non veicolante alcuna informazione aggiuntiva. Filosofia prima non è dunque (contro ogni timore neopositivistico nei suoi confronti) immediatamente metafisica: è un titolo e non una scienza, anche se certamente (contro ogni arbitraria restrizione neopositivistica dei suoi ambiti) è un titolo per una scienza.

La ricerca che Aristotele compie nella Metafisica, in particolare nei libri centrali dell’opera (Zeta, Eta, Theta), mostra tuttavia come sia perfettamente possibile sospendere l’attributo sensibile e, a prescindere dall’attuale esistenza di enti soprasensibili, elaborare (in base potremmo dire alla loro mera pensabilità) una teoria della sostanza sensibile, che quindi in quanto tale non assuma l’attributo sensibile come dato, ma ne formuli la grammatica concettuale.

Se questo è il caso, come Aristotele si esprime, la filosofia prima sarà altro dalla fisica e sarà “universale proprio perché prima”. Risulta possibile, infatti, intendere questa tesi non come la proposta di una nominale conciliazione di teologia e ontologia (come fu spesso intesa in contesti in cui era forte l’influenza del kantismo), ma in un’ottica più semplice: se c’è, come c’è, la possibilità di sospendere la determinazione sensibile delle sostanze, allora è possibile anche dare una teoria della sostanza a meno di questa caratterizzazione, dunque una teoria con un grado maggiore di universalità e per ciò stesso logicamente anteriore nell’ordine delle discipline.

E, inversamente, se si riesce a produrre una teoria della sostanza che spieghi la ragion d’essere della determinazione sensibile delle cose e non la assuma come data, si sarà con ciò trovato un nuovo piano di indagine. Vi è cioè un piano di invarianza più ampio, che comprende parimenti sostanze sensibili e non-sensibili e che permette di parlare di entrambe come sostanze; e questo piano andrà indagato già a livello di ontologia formale, anzi permetterà proprio di svincolare l’ontologia generale dall’epistemologia della fisica. Lo sforzo di Aristotele nei libri centrali della Metafisica è proprio nella direzione dell’elaborazione di una simile teoria. Insomma, il livello metafisico di indagine comincia già a livello di teoria della sostanza sensibile: la metafisica speciale può quindi essere intesa almeno in parte al modo anglosassone, come indagine sulla natura fondamentale di ciò che vi è, più che immediatamente come teoria delle sostanze immobili.

In questa direzione si può intendere il rapporto tra dottrina della sostanza sensibile e fisica nel senso aristotelico del termine: esse si differenziano non in virtù delle cose di cui parlano, ma del livello di analisi a cui queste sono considerate; in un caso la sostanza sensibile è considerata primariamente in quanto sostanza, nell’altro in quanto sostanza-sensibile. Qual è allora il significato epistemologico della sostanzialità prima dei viventi?

Se si accetta quanto ho detto in merito ai rapporti che intercorrono fra scienze speciali e metafisica, è possibile cogliere il significato epistemologico della tesi metafisica secondo cui i viventi sono sostanze in senso primo e più proprio. Mettendo provvisoriamente in parentesi l’argomentazione a sostegno di questa tesi, si può infatti già intuire come essa comporti una priorità della biologia nella determinazione dell’inventario degli oggetti esistenti: le procedure messe in campo da questa scienza per circoscrivere ed analizzare i suoi oggetti devono risultare in qualche senso paradigmatiche per l’intero campo delle altre scienze.

La nostra descrizione del mondo, quindi, deve assumere i viventi come soggetti primi e come portatori delle altre determinazioni categoriali possibili (quantitative, qualitative, spaziali, temporali etc.): in particolare, poi, non è pensabile una parafrasi di questa descrizione nei termini del discorso che noi chiameremmo “fisico”, relativo cioè alla teoria dei moti (locali) ed ai soggetti di tali moti. Questa priorità della descrizione biologica (a grana grossa, non certamente molecolare) del mondo, alla luce di quanto detto, non significa che scienza prima e filosofia prima vengano a coincidere, ma significa che la dottrina, che la biologia produce, della sostanza sensibile animata presenta uno statuto privilegiato nella formulazione della teoria della sostanza in generale.

Pur trattando per un certo tratto delle stesse cose le due discipline hanno differenti livelli di analisi, ed assumono differenti determinazioni come date; la differenza nell’ambito di determinazioni ad oggetto non comporta inoltre che in un caso si tratti di scienza in senso stretto (la biologia, ad esempio ) e nell’altro (la teoria generale della sostanza) di filosofia: entrambe le discipline sono al contempo scienza di e filosofia di un certo dominio, che perciò non ricade univocamente sotto la categoria dei fatti o dei concetti, ma è costituito da un campo di determinazioni concettualmente indagabili, in un caso su un certo livello epistemico e nell’altro su un livello superiore o, eventualmente, ultimativo.

La priorità epistemologica della biologia (e della psicologia su cui questa si fonda per la definizione di vivente) si misura allora nel fatto che l’applicazione dei criteri di identità per gli oggetti biologici dà, con buona approssimazione, il medesimo risultato che discende dall’utilizzo dei criteri di identità metafisici (ovvero i viventi); o meglio, si misura nel fatto che l’articolazione esplicativa, che la biologia offre dei propri oggetti, risponde, come un correlato epistemologico, ai requisiti posti dalla metafisica per quegli oggetti di scienza che si debbono qualificare come sostanze.

Siccome poi i criteri metafisici si presentano come ultimativi, e forniscono quindi la mappatura definitiva e l’articolazione in unità di un campo di determinazioni non qualsiasi, bensì proprio della determinazione fondamentale di esistere, si può dire che la grammatica secondo cui il paradigma psicologico della biologia attribuisce nomi propri ai propri oggetti teorici (come ogni altra scienza fa) venga a porsi in un nesso di continuità, ancorché articolato e complesso, con la grammatica di attribuzione dei nomi propri agli oggetti pre-teorici, la cui chiarificazione è oggetto della metafisica, e risulti in questo modo definitiva.

Ciò che la metafisica aggiunge alla considerazione delle sostanze viventi è dunque un corpo di ragioni che, entrando a far parte della loro stessa concettualizzazione, spingono a ritenere che esse siano più degli oggetti di ogni altra scienza degli esistenti attuali: quelle determinazioni che invece restano vincolate a quadri scientifici particolari e non passano sul piano metafisico, che stipulativamente costituisce il piano di invarianza ultimativo nella considerazione degli enti, per ciò stesso sono in qualche modo ridotte; si scopre invece che l’essere vivente è una determinazione che resiste ad ogni tentativo riduzionistico. E ciò offre certamente un’ulteriore dimensione costitutiva del concetto di vivente.

A questo punto la nostra cassetta degli attrezzi è sufficientemente piena e possiamo concludere con qualche riflessione su ontologia e metafisica in Aristotele. Ritengo sia un esito necessario in quanto questi termini non hanno un significato univoco nel linguaggio comune, men che meno in filosofia. Ontologia o metafisica? Un punto di vista aristotelico è un interessante saggio di E. Berti contenuto in Significato e Ontologia (a cura di Bianchi-Bottani), Franco Angeli, 2003: 25-38.
È ormai comunemente riconosciuto che la filosofia analitica a differenza del neopositivismo logico, non nutre più alcun pregiudizio ostile nei confronti della metafisica, ma la considera una disciplina filosofica tra le altre, non solo degna di essere coltivata, ma in un certo senso anche dotata di una particolare nobiltà, a causa della sua antica origine e della sua ricca storia”.

In apertura dell’articolo Berti si chiede che cos’è la metafisica all’interno della filosofia analitica e cerca di capire che cosa possiamo trarre dall’insegnamento di Aristotele. Quali generi di sostanze esistono? Sostanze, tropi, eventi, stati di cose? Numeri e altri oggetti matematici? Mondi possibili? Oggetti passati e futuri? I problemi ontologici sarebbero invece il problema degli universali, dei criteri di identità, il realismo o l’idealismo. La metafisica avrebbe il compito preliminare di stabilire che cosa esiste, mentre l’ontologia dovrebbe stabilire quali sono i criteri tramite cui noi assegniamo l’esistenza a qualcosa. Aristotele non conosceva il termine metafisica (il titolo dell’opera è posteriore e rimanda, letteralmente, a metà tà physikà, quelle cose (che vengono) dopo la fisica). Il termine ontologia è stato coniato nel XVII secolo; in Aristotele il concetto di ente in quanto ente, con cui di solito si indica l’oggetto dell’ontologia, è introdotto solo per unificare tutti gli oggetti di cui si ricercano le cause prime, ai quali si applicano i principi delle dimostrazioni e in cui si distinguono i diversi tipi di sostanze e le sostanze dagli accidenti. Dell’ente in quanto ente si devono ricercare i principi e le cause prime e questo è il vero oggetto della metafisica.

I problemi tipici dell’ontologia analitica, ossia quali cose esistono, quali tipi di oggetti siano universali, numeri ed eventi ad esempio, sono trattati da Aristotele nelle Categorie e nei Topici. Anche nella Fisica e in alcuni libri della Metafisica. Ma questi secondo Aristotele non sono i problemi principali della metafisica intesa come scienza delle cause prime la quale verte essenzialmente sulla sostanza di cui cerca cause prime e principi. La Metafisica di Aristotele non è una teologia, come dice Heidegger, e qui Berti dimostra molto bene il punto.

Accentuare il carattere non teologico della metafisica di ispirazione aristotelica permette di distinguere il che cosa c’è (ontologia) dal perché e secondo quali cause questo qualcosa c’è (metafisica). La ricerca delle cause, della natura ultima della realtà, la metafisica per Aristotele, oggi forse è monopolio delle scienza: la biologia si interroga sulle cause e la natura ultima della vita, la fisica e astrofisica si interrogano sull’origine di tutto e sul big bang. Forse riflettere sulla metafisica significa riflettere sul rapporto filosofia e scienza. Concludo con le parole di Berti:

e poi ci si domanda perché ad un certo punto si è prodotto il big bang. Aristotele era schierato a favore dell’eternità del mondo, ma riteneva ugualmente necessaria una causa prima del movimento di questo, cioè la prima causa motrice. Probabilmente a queste domande può ancora rispondere la fisica, o per la fisica sono domande senza senso? E poi, insomma, dobbiamo proprio credere che a tutte le domande debba sempre rispondere la fisica? Dobbiamo essere tutti fisicalisti come Carnap e, mi sembra, anche Quine? In tal caso la vera metafisica rischia proprio di essere la fisica. Infine è legittimo chiederci dove andrà a finire tutto questo, cioè l’universo, ma anche la storia e quindi l’uomo, ciascun uomo, per esempio ciascuno di noi. […] Queste sono le cosiddette “domande di senso” […] Aristotele avrebbe chiamato tutto questo causa finale. Di tutto questo oggi si occupa, come sappiamo, l’etica. […] Qualcuno ha detto, mi sembra Toulmin, che “la medicina ha salvato la vita all’etica”, alludendo alla nascita della bioetica; forse si potrà dire anche che l’etica ha salvato la vita alla filosofia, alludendo alla metafisica”, (cit., p. 36).

Divagazioni Metafisiche (2): dal soggetto categoriale alla definizione d’essenza

Seconda parte del viaggio nella Mappa di Burnyeat. Eravamo arrivati alle soglie del capitolo in cui “tutto cambia”. Il capitolo terzo di Metaph. Z fa da cerniera tra l’ontologia delle Categorie e l’ousiologia metafisica dei capitoli successivi; si tratta di un dato che le interpretazioni più tecnicizzanti (quali quella di Frede-Patzig, Wedin e soprattutto Burnyeat) non fanno altro che enfatizzare e porre come chiave di volta delle proprie ricostruzioni: il capitolo terzo del libro assolve a una funzione programmatica per ogni indagine ulteriore.

L’intero sviluppo dell’ousiologia di Z, infatti, prende le mosse dalla messa in parentesi metodologica – operata in Z,2 – del problema “popolazionale” (quali sono le sostanze?) a favore del problema criteriologico (quale è il criterio in base al quale un ente è detto sostanza). Posto questo, in Z,3 sono distinti i diversi modi (o specificazioni logiche) – tre o quattro a seconda della identificazione o differenziazione di universale e genos – in cui si dice la sostanza (soggetto, essenza, genere o universale) e sono aperte le tre linee argomentative che strutturano il seguito del libro: a opinione di Burnyeat si tratta di direzioni concettualmente indipendenti e parallele, per quanto in ultima analisi convergenti, a un livello ulteriore e metafisico, nell’affermazione della sostanzialità prima della forma. Tali linee si diramano nelle sezioni centrali del trattato e costituiscono l’impalcatura di base della mappatura del libro Z disegnata da Burnyeat. Continua a leggere

Divagazioni Metafisiche (1): il soggetto categoriale in Aristotele

Frequentare il Dottorato di Ricerca può portare a seguire molte vie contemporaneamente. Intraprendi una ricerca e poi il supervisore decide di “fermarti” spegnendo gli entusiasmi magari dicendo: “stia attenta che affrontare questi argomenti tutti insieme può essere rischioso”. In pratica, dopo essermi laureata sul commento di Tommaso d’Aquino alla Fisica di Aristotele mi sono letteralmente lanciata sulla Metafisica, i libri centrali sulla sostanza, per essere precisi. Inizio con Z,7-9 e poi subito verso le parti della definizione e l’essenza. Ora non so se riuscirò a far quadrare il cerchio, ovvero a costruire un’interpretazione complessiva che tenga conto di Metafisica, biologia e De anima; in ogni caso mi esercito su questo blog 🙂

M. Burnyeat è uno degli studiosi che più amo in questo momento. Riassumo a seguire quello che ho capito della sua interpretazione.  Continua a leggere