Perché (e per chi) Faccio Video? Metodi, Scopi e Destinatari Ideali || Presentazione

Una traccia per capire cos’è la filosofia si trova qui ► http://bit.ly/2qTJzqr. La filosofia non e attuale, non può essere un sapere di moda e, se e quando lo diventa, risulta una caricatura di se stesso, non essendo più filosofia. Come scrivevo tempo fa, la filosofia è costitutivamente in ritardo sulla realtà in quanto è una riflessione su qualcosa, è sempre una meta-riflessione che sorge sul far della sera. Ciò che è essenziale del sapere e della tradizione, dunque della storia della filosofia, non è tanto ricordare chi ha detto cosa, ma utilizzare ogni singolo autore, ogni querelle, ogni scontro, ogni corrente come un pozzo cui attingere per dotarsi di un metodo. Continua a leggere

(2) Kant e il Criticismo come Filosofia del Limite e dei Fondamenti

Se con dogmatismo intendiamo una riflessione filosofica che accetta opinioni e dottrine senza interrogarsi preliminarmente sulla loro reale ed effettiva consistenza, comprendiamo meglio il motivo per cui il pensiero di Kant viene chiamato criticismo. Con criticismo si indica infatti un pensiero che fa della critica lo strumento per eccellenza. Conformemente all’etimologia greca, criticare significa valutare, giudicare, distinguere, etc.. Il compito della filosofia è dunque quello di interrogarsi programmaticamente sul fondamento di determinate esperienze chiarendo tre istanze primarie:

  • le condizioni che ne permettono l’esistenza, ossia le possibilità,
  • i titoli di legittimità e non-legittimità che li caratterizzano, ossia la validità e
  • i confini entro cui possono ritenersi validi, i limiti.

Il senso del limite e della finitudine è proprio ciò che giustifica il criticismo stesso, in quanto non ne sentiremmo l’esigenza se non esistessero dei termini di validità da fissare in ogni ambito. Chi ha accentuato il carattere del limite è stato proprio Nicola Abbagnano che durante il corso di Storia della Filosofia tenuto a Torino nel 1943-1944 coniò l’espressione ermeneutica della finitudine (cfr., Le origini storiche dell’esistenzialismo). Questa espressione, che inaugura e sintetizza l’interpretazione anti-idealistica di Kant, ritiene che i vari settori dell’esperienza umana siano delle colonne d’Ercole dell’umano; di conseguenza, il carattere finito e condizionato delle nostre possibilità esistenziali delimitano anche le possibilità epistemiche dell’individuo stesso. Tracciare il limite delle nostre esperienze non è una mossa scettica, come il lettore meno avveduto potrebbe supporre; si tratta proprio del contrario, del tentativo di fissarne la validità proprio a partire dalla circoscrizione dei suoi limiti.

In questo modo, “il riconoscimento e l’accettazione del limite diventa la norma che dà legittimità e fondamento alle varie facoltà umane, in quanto l’assunto di base della filosofia critica è di reperire nel limite della validità la validità del limite”, (Kant, Scritti morali, a cura di P. Chiodi, 1970, p.13).

Di conseguenza, ciò che fonda e garantisce la validità delle nostre conoscenze è proprio il dato originario su cui poggiano, l’essere finite, avere dei limiti fissati e normati dal’esperienza. In modo del tutto correlativo, Abbagnano sottolinea molto bene che ciò vale anche negli altri ambiti: “l’impossibilità dell’attività pratica di raggiungere la santità diventa la norma della moralità che è propria dell’uomo; l’impossibilità di subordinare la natura all’uomo diventa la base del giudizio estetico e teleologico”. La tensione, il legame che unisce e divide Kant e Hume è qui palpabile. Umano troppo umano, potremmo dire: invero, la rinuncia ad ogni evasione dai limiti che la natura umana pone al soggetto dipende proprio da Hume che ha rotto il suo sonno dogmatico. Ma ciò non significa affatto abbandonare il tentativo di fondare la validità delle attività umane.

Veniamo ora alle coordinate storico-culturali del criticismo, in prima istanza attraverso il confronto con l’empirismo. Come accade per ogni filosofo, il criticismo non è una scoperta o intuizione geniale di Kant, né i concetti che incontreremo nel suo pensiero escono da un cilindro magico. La filosofia è sempre figlia del suo tempo, affonda spesso le radici in un humus culturale determinato ed è un modo per affrontare, comprendere e/o esorcizzare il presente. Il kantismo si inserisce nell’orizzonte storico del pensiero contemporaneo, proprio essendo Kant un autore di cesura tra modernità e l’epoca successiva, nel senso che, pur essendo inquadrabile nelle coordinate della Rivoluzione Scientifica e della crisi delle metafisiche tradizionali, esso non può essere definito rimanendo all’interno di queste. Questo punto è molto importante in quanto Abbagnano tende invece a leggere Kant solo ed esclusivamente all’interno di queste due coordinate.

Vedremo che la situazione è un po’ più complessa e spesso Kant è un anticipatore di grandi dibattiti epistemologici del Novecento. La situazione culturale cui fa riferimento Abbagnano spiega comunque molto bene la genesi del criticismo: la crisi delle metafisiche tradizionali aveva posto alcuni problemi finendo per scardinare la vecchia enciclopedia del sapere facendo nascere, ad esempio, il problema di porre una morale autonoma rispetto alle speculazioni ontologiche (punto che viene messo in discussione quando l’etica non viene più dedotta dalla metafisica). Se da un lato il kantismo è in certo modo la prosecuzione dell’indirizzo critico che l’empirismo di Locke aveva impresso alla filosofia, dall’altro non può essere questa la sua cifra definitoria.

Kant ovviamente non condivide gli esiti scettici dell’empirismo e spinge fino al limite il problema delle condizioni di possibilità e di validità dei meccanismi conoscitivi, etici, estetici, etc.. Non si accontenta di una mera descrizione, come avevano fatto molti empiristi, né si accontenta di portare di fronte al tribunale della ragione l’intera dimensione umana come avevano fatto gli illuministiKant porta la ragione stessa dinanzi al tribunale della ragione per chiarirne le strutture, le dinamiche interne e le possibilità. Andare oltre l’illuminismo non significa emanciparsene, ovviamente. Kant è figlio dell’illuminismo – per usare una bela espressione di Abbagnano – in quanto i limiti della ragione possono essere tracciati solo dalla ragione stessa negando in questo modo validità a qualunque fede o esperienza extra-razionale. E non bisogna scomodare le opere maggiori per trovare conferme.

Nello scritto del 1765, I sogni di un visionario spiegati con i sogni della metafisica, Kant anticipa uno dei capisaldi della sua successiva filosofia critica: l’identificazione della metafisica con una forma di conoscenza del tutto priva di fondamento nella nostra esperienza possibile. La conoscenza deve rifuggire dalle mere “visioni”, cioè, potremmo dire, da un mondo fatto di entità prive di consistenza fisica, fatto, cioè, di puri “spiriti”; il Geisterseher è infatti uno che vede gli spiriti, come Swedenborg, il visionario contro cui il libro è scritto. Compito della critica sarà quello di evitare ogni forma di conoscenza da visionario, e cioè, possiamo dire usando il linguaggio che Kant stesso adotterà nella Critica della ragion pura, ogni forma di speculazione.

Una conoscenza teoretica è speculativa, scrive Kant nel paragrafo intitolato Critica di ogni teologia fondata su principi speculativi della ragione nella Dialettica trascendentale, “se si riferisce a un oggetto, o a tal concetto di un oggetto, a cui non si può giungere in veruna esperienza. Essa è contrapposta alla conoscenza naturale, che non si riferisce ad altri oggetti o predicati da quelli che possono esser dati in una esperienza possibile”. Opposta alla conoscenza speculativa è quindi la conoscenza della natura, come la metafisica è opposta alla fisica.

Ma cos’è una speculazione metafisica? La parola “speculazione”, con cui Kant caratterizza in generale la conoscenza metafisica, e in particolare quella parte che già per Aristotele costituiva il culmine di tale conoscenza, ovvero la filosofia prima (poi teologia secondo alcune interpretazioni), ha una lunga tradizione nella storia della filosofia. Il suo significato viene normalmente ricondotto a due diverse etimologie. Da un lato a speculum, che significa “specchio”: la conoscenza speculativa sarebbe perciò una forma di conoscenza puramente riflessiva, speculare, che ha il suo modello nella noesis noeseos aristotelica. Da un altro lato, “speculazione” vien fatto derivare da specula, che significa “vedetta”: la specula era la guardia che negli accampamenti romani controllava il territorio e avvisava dell’imminente arrivo del nemico. “Speculazione” sarebbe in questo caso una forma di conoscenza anticipativa, rivolta al futuro, preveggente.

La tradizione religiosa ha privilegiato il primo significato: speculare qui viene da specchio (speculum) e non da specula, scrive Tommaso d’Aquino nella Summa teologica citando Agostino, volendo significare che la speculazione è un’attività puramente riflettente e non preveggente. Lo speculum non predice, ma riflette senza aggiungere né distorcere. Questi due significati – speculum e specula –, però, non si escludono necessariamente. Il Geisterseher è infatti davvero uno “speculativo” in entrambi i significati della parola: è uno che vive in un mondo di “spiriti”, di entità prive di consistenza materiale, fisica, e che afferma di saper prevedere quel che accadrà (il testo di Kant su Swedenborg contiene vari esempi di questa capacità preveggente del visionario).

Qual è dunque il valore positivo della metafisica? Per Kant la metafisica di Wolff e Crusius è assimilabile alle visioni fantastiche di cui sopra. 

“Aristotele dice in un qualche luogo: “vegliando, noi abbiamo un mondo comune; ma sognando ciascuno ha il suo mondo”. A me sembra che si possa invertire l’ultima proposizione, e dire: quando di diversi uomini ciascuno ha il suo proprio mondo, è da presumere che essi sognino. Persuasi di ciò, di fronte agli architetti dei diversi mondi ideali campati in aria, dei quali ciascuno tranquillo occupa il suo mondo con esclusione degli altri, standosene l’uno nell’ordine delle cose che Wolff ha costruito con poco materiale di esperienza, ma più concetti surrettizi, e l’altro in quello che Crusius ha prodotto dal nulla con la magica forza di alcune parole, pensabile ed impensabile, noi, dinanzi alla contraddizione delle loro visioni, pazienteremo, finché questi signori sian usciti dal sogno. Poiché, quando una buona volta essi, a Dio piacendo, veglieranno completamente, cioè apriranno gli occhi ad uno sguardo che non esclude l’accordo con un altro intelletto umano, nessuno di essi vedrà nulla che, alla luce delle loro prove, non appaia anche a tutti gli altri evidente e certo, ed i filosofi abiteranno nello stesso tempo un mondo in comune, qual è quello che già da gran tempo hanno occupato i matematici; e questo importante avvenimento non può differirsi più a lungo, se è da credere a certi segni e presagi che son già comparsi da qualche tempo sull’orizzonte delle scienze”. 

La metafisica è la scienza dei limiti della ragione umana. I problemi che essa deve trattare sono quelli che stanno a cuore all’uomo e che cioè si limitano ai confini dell’esperienza. 

Qui trovi un interessante articolo di Carlo Sini sui Sogni di un visionario (tratto dall’Archivio on-line del Prof. Sini).

Cos’è lo Stoicismo? Uno sguardo sinottico sulle Tre Scuole

Lo stoicismo è uno dei movimenti intellettuali più importanti e fecondi del mondo antico, la cui influenza fu determinante per lo sviluppo di una filosofia romana (anche oggi esistono orientamenti di pensiero che si rifanno, più o meno direttamente, allo stoicismo). Data la longevità e grande varietà del movimento, gli studiosi sono soliti distinguerlo in tre fasi:

(1) la Stoà Antica, che occupa all’incirca il III secolo, dominata dalle figure di Zenone di Cizio, Cleante e Crisippo.

(2) La Stoà di Mezzo, che arriva fino al I secolo a.C., con Panezio e Posidonio, infine

(3) la Stoà Nuova o Romana, molto attiva fino al II secolo d. C., con Seneca, Epitteto e Marco Aurelio. Iniziamo con la Stoà Antica.

Il suo fondatore è un fenicio, Zenone di Cizico. Giunto ad Atene all’età di 22 anni circa, entrò nella scuola del platonico Polemone. Frequentò anche il megarico Stilpone e il cinico Cratete, incontri importanti per comprenderne il pensiero e, soprattutto, il socratismo. Nel 301-300 a. C. fonda ad Atene La Stoà (stoà poikìle, ossia portico dipinto), una scuola filosofica situata non ai margini ma nel centro della città, proprio nei pressi dell’agorà. Una scuola non aperta a tutti ma integrata nel tessuto sociale della polis e nel suo apparato educativo.

Essendo uno straniero, Zenone non poteva possedere beni immobili in Atene, il che contribuì a determinare le caratteristiche del sodalizio filosofico che si stava creando attorno alla sua figura. A differenza del Giardino di Epicuro e dell’Accademia, il Portico non è un’istituzione organizzata e riconosciuta istituzionalmente, ma un gruppo di amici che si riunivano a parlare di filosofia sotto a un portico.

Zenone di Cizio.

Alla morte di Zenone il suo successore fu Cleante (262) che, a differenza del maestro, non spiccava per acume filosofico. Il terzo scolarca della Stoà Antica fu Crisippo di Soli, la cui produzione fu decisiva per organizzare in forma sistematica il patrimonio culturale della scuola. Conformemente ad una tendenza tipica del periodo ellenistico, gli stoici concepirono la filosofia in modo sistematico, accettando la distinzione – peraltro già diffusa nell’Accademia di Platone – tra logica, fisica ed etica. Tale tendenza è tuttavia in loro accentuata dagli stretti legami che le diverse parti della filosofia hanno fra di loro: le diverse discipline erano insegnate intrecciandone continuamente gli argomenti:

“[Gli stoici] rappresentano la filosofia come un animale, paragonando la parte logica alle ossa e ai nervi, l’etica ai muscoli, la fisica all’anima. O anche come un uovo: la logica è il guscio, dopo viene l’etica, la parte più interna è la fisica. O anche come un campo fertile, del quale la siepe di recinzione è la logica, il frutto è l’etica, il terreno o gli alberi la fisica. O infine ad una città ben costruita e amministrata secondo ragione”, (SVF II.38).

Meno corretto è invece attribuire allo stoicismo un interesse esclusivo o prevalente per i temi etici. Questo giudizio non è suffragato né dall’entità delle testimonianze, che ci mostrano interessi molto profondi in tutte e tre le parti della filosofia, né dalle affermazioni esplicite, che più di una volta pongono la fisica, intesa come contemplazione del mondo animato dal logos divino, come culmine dell’itinerario filosofico. Le radici dell’avversione di Zenone nei confronti di Epicuro non risiederebbero dunque qui, ma nel fatto che la filosofia del Giardino presentava un’immagine riduttiva dell’uomo per l’attenzione concessa al sensismo e all’individualismo del filosofo che sfocia immancabilmente nel solipsismo.

Vero è piuttosto che, così come in tutta l’antichità, la filosofia stessa veniva intesa inscindibil­mente come teoria e pratica di vita (quest’ultimo aspetto veniva evidenziato anche dal legame con la scuola socratica cinica). Questa coerenza impressionò favorevolmente anche i contemporanei, come ci è attestato dal decreto con il quale gli Ateniesi riconobbero allo straniero Zenone pubblici onori:

“poiché Zenone di Cizio, figlio di Mnasea, per molti anni è stato nella nostra città per far filosofia e per tutto il resto ha vissuto da uomo buono, e i giovani che andavano da lui, esortandoli alla virtù e alla moderazione, li spingeva alle cose migliori dopo aver offerto a tutti la propria vita come modello; con il favore del Fato ha decretato il popolo di dar lode a colui che era coerente con i discorsi che faceva con gli altri, a Zenone di Cizio, figlio di Mnasea, e attribuirgli una corona d’oro secondo la legge, in riconoscimento della virtù e della moderazione, e di costruirgli anche un sepolcro a spese pubbliche nel Ceramico“, (SVF I.7).

Un ruolo importante è giocato anche dalla totale separazione da precisi progetti politici e dalla tendenza ad astrarre dalle condizioni concrete delle persone: ciò rendeva l’ideale del sapiente stoico almeno in linea di principio accessibile non ad una élite ma a tutti (anche a donne e schiavi, ci precisano le fonti antiche [SVF III.253]). Degli scritti stoici nulla ci è giunto per intero, fatto salvo un inno a Zeus composto da Cleante, che ebbe una grande notorietà nel mondo antico, anche al di fuori dei confini dello stoicismo. Esso, benché in un lin­guaggio attento più all’effetto poetico che all’esattezza, percorre nel loro intreccio tutti i temi fondamentali della fisica e dell’etica stoica, e può dunque essere pensato come una specie di introduzione.

Immanentismo, materialismo e impegno nel mondo sono dunque le direttrici principali dello stoicismo nel periodo delle origini. Il rifiuto della filosofia dualistica di Platone va inteso proprio in questo quadro teorico. Come vedremo, ciò che Zenone si propone di dimostrare è proprio la possibilità di una filosofia aperta ai valori morali cari alla tradizione socratico-platonica, in grado di garantire la serenità e felicità interiore, senza per questo ricorrere a un supporto metafisico ed escatologico che abbia natura fondazionale.

Nonostante il grande successo goduto nell’antichità dalle scuole stoiche, la loro esatta ricostruzione presenta notevoli problemi. Solo lo stoicismo romano è ben documentabile (ci sono giunte alcune opere complete) ma per i periodi anteriori, indubbiamente più articolati e complessi, possediamo solo testimonianze: numerose sì, ma spesso poco esatte, ripetitive e provenienti da fonti avverse. Esse inoltre spesso non distinguono gli apporti dei diversi stoici (non di rado in dissenso tra loro), rendendo più difficile da recuperare proprio una delle caratteristiche dello stoicismo più ammirate nell’antichità, cioè l’assoluta coerenza del discorso filosofico.

In tale situazione, tracciare un quadro generale dello stoicismo antico equivale a privilegiare il pensiero di Crisippo. Egli era infatti considerato già dai suoi contemporanei il più autorevole tra gli stoici, avendo organizzato in un insieme coerente e completato (soprattutto nel settore logico) le dottrine non sempre concordanti dei suoi predecessori.

Libri? Parliamone! La Loggia di Annaliside su Telegram

Ecco il Gruppo Telegram che fa capo al canale YouTubehttps://t.me/Annaliside. Se sei interessato a farne parte, per dialogare con me e soprattutto con gli amici che si stanno riunendo attorno ai contenuti che pubblico sul canale, sei il benvenuto! Si parla di libri, di etica, politica, attualità e cultura in generale. Abbiamo in programma di leggere insieme un libro ogni  … due mesi (senza impegno, ci mancherebbe, nel senso che puoi decidere anche solo di seguire la discussione!), libro che ovviamente scegliete voi =) A presto!

Epicuro e Heidegger: Nichilismo, Felicità e Dominio della Tecnica

Tra il 1936 e il 1940 Heidegger tenne a Friburgo cinque corsi su Nietzsche (si pronuncia “Nice”, non “Niccc” o “Niz”, come spesso sento nei video su YouTube!). Il contenuto di questi corsi è poi confluito in due volumi pubblicati nel 1961 – intitolati appunto, Nietzsche – ma Heidegger ne anticipò alcuni punti salienti in un saggio, incluso nella raccolta Holzwege (1950) intitolato La sentenza di Nietzsche “Dio è morto”. Qui Heidegger dimostra che il nichilismo non è una corrente filosofica come le altre, nemmeno un momento della storia della filosofia. Si tratta invece del movimento di pensiero che attraversa l’epoca della metafisica da Platone a Nietzsche, l’intera storia dell’Occidente! Continua a leggere

Cosa si intende con Crisi del Criticismo Kantiano?

Alla fine del Settecento i contemporanei di Kant avevano piena consapevolezza dell’importanza del pensiero critico. La rivoluzione copernicana operata in campo filosofico viene ancora oggi spesso paragonata al cambiamento, in ambito politico, innescato dalla Rivoluzione Francese. Ma ciò non significa che l’elegante edificio kantiano non avesse problemi. Innanzitutto tieni presente che nessuno dei contemporanei di Kant pensava al suo pensiero come qualcosa di definitivo, men che meno come una formulazione definitiva del criticismo. Continua a leggere

Il Passato non Esiste! Pier Damiani VS Clemente Alessandrino

Un cronista dell’anno 1000 racconta che all’inizio del secolo la Terra si ricoprì di un manto di chiese. Nell’XI secolo si avvia un processo di crescita demografica, l’acqua trova impiego come fonte di energie, le tecniche agricole migliorano, i commerci riprendono. Anche nei monasteri riprende la vita culturale. Proprio verso l’anno 1000, Notker Labeone traduce in tedesco gli scritti logici di Boezio e a Montecassino Costantino Africano traduce dall’arabo i testi di Ippocrate e di Galeno. Le Categorie di Aristotele continuano ad essere il testo più commentato e studiato, ma circola anche il Timeo di Platone nella traduzione latina di Calcidio. Continua a leggere