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Atene da Solone a Clistene: l’Illusione della Democrazia

Skyphos attico a figure rosse. Opera di Pistosseno. La lezione di musica, Cerveteri, 470-460 a.C. ca. (Credit:Museum von Schwerin).

In Omero ed Esiodo i detentori del potere giudiziario sono i basiléis, il cui compito è ricordare le thémistes, norme tradizionali di origine divina che presiedono alla vita della comunità. Nel momento in cui il desiderio di vedere conservato il patrimonio mitico corrente, sottraendolo all’arbitrio degli aedi, conduce alla stesura dei poemi omerici e alla composizione delle opere di Esiodo, si afferma la stessa esigenza anche a proposito delle consuetudini.  Continua a leggere

Severino Boezio: la Logica e la Prigione dell’Anima

Anicio Manlio Severino Boezio nacque nel V secolo, forse intorno al 480, da una famiglia di rango senatorio.  Quando venne proclamato console, nel 510, aveva già composto un commento alle Isagoge di Porfirio, testo molto diffuso nelle scuole del tempo, insieme al De musica e al De arithmetica. Durante il suo consolato lavorò ai commenti delle Categorie e dei trattati che componevano il trivium. Fino al XII secolo, infatti, la logica aristotelica esposta da Boezio (o da lui stesso tradotta) costituì il corpus – noto come logica vetus – di base per lo studio della disciplina. Continua a leggere

La dittatura del PIL e l'approccio di M. C. Nussbaum

ResearchBlogging.org

Da circa un secolo il PIL (Prodotto Interno Lordo) è il metodo usato per valutare lo stato di salute dell’economia e delle società. In termini macroeconomici, il PIL è il valore monetario totale di beni e servizi prodotti da parte di operatori economici in un lasso di tempo (generalmente un anno). Si tratta di beni e servizi destinati al consumo, agli investimenti e alle esportazioni; sono infatti esclusi i cosiddetti beni intermedi, ossia quei beni e servizi consumati e trasformati nel processo produttivo per ottenere nuovi beni e servizi.

Per quanto sia pratico ed efficace, l’approccio teorico PIL-Based ha numerose falle, in primis la sua indipendenza da quella che i greci chiamavano eudamimonia, dalla felicità, dal compimento di se stessi e della propria umanità o, più genericamente, dal miglioramento delle condizioni di vita per tutti gli abitanti di una nazione. Senza contare che simile approccio presta il fianco a pericolose distorsioni anche nei paesi più ricchi dove si registrano notevoli disparità tra le fasce medio-alte e la porzione più povera della popolazione.

Non siate pessimisti. Una via d’uscita esiste ed è quella proposta da Martha C. Nussbaum. Nel volume Creare capacità. Liberarsi dalla dittatura del Pil, Il Mulino, 2012, è fautrice di un approccio alternativo, assegnando il dovuto peso alle variabili che concorrono alla composizione della qualità della vita in una nazione. Questo significa che possiamo (e dobbiamo) smettere di essere schiavi del PIL.

Attraverso la Human Development and Capability Association (Hdca), Nussbaum intende richiamare l’attenzione sull’esistenza di un nuovo paradigma teorico: il Capability Approach, l’approccio della/delle capacità. Eliminando la distinzione tra paesi economicamente sviluppati e paesi in via di sviluppo (tutte le nazioni sono in via di sviluppo in quanto ciascuna di esse dispone di margini di miglioramento della qualità della vita), Nussbaum può porci la domanda fondamentale: che cosa può fare ed essere ciascuno di noi? Ogni individuo è un fine non un mezzo interno ad una catena produttiva; solo svincolandosi dalle catene è possibile vagliare al meglio le proprie opportunità. E non è una soluzione intellettualistica, credetemi.

Superando l’impostazione teorica di Amartya Sen, Nussbaum distingue tra capacità interne e capacità combinate. Le prime indicano le caratteristiche e le abilità acquisite e sviluppate attraverso l’interazione con l’ambiente economico, sociale, familiare e politico circostante, mentre le seconde sono date dalla somma delle capacità interne e dalle condizioni socio-politiche ed economiche in cui tali capacità possono essere, de facto, esercitate. In quest’ottica, non dovrebbe essere possibile immaginare una società che produca capacità combinate senza produrre capacità interne (ma nella realtà gli esempi ci sono eccome). Nussbaum stila poi una lista delle capacità minime che dovrebbero essere garantite per permettere ad ognuno di vivere e non solo di sopravvivere. Il vero fine delle istituzioni politiche “liberali” dovrebbe proprio essere il garantirle ad ognuno, operando su due livelli:

garantire una capacità ad una certa persona non è sufficiente a produrre stati interni di disponibilità ad agire. È almeno altrettanto necessario predisporre l’ambiente materiale ed istituzionale in modo che le persone siano effettivamente in grado di funzionare“, (Giustizia sociale e dignità umana. Da individui a persone, Il Mulino, 2002: 82).

Copertina Giustizia sociale e dignità umana

L’unione dei due aspetti, la capacità interna e quella esterna, è appunto chiamata capacità combinata. Parametri di giudizio basati sul PIL non potranno mai far valutare quali capacità combinate siano effettivamente a disposizione degli individui.

Questo approccio economicista soffre della stessa mancanza di attenzione all’individuo dell’utilitarismo, avversario principale della filosofia liberale. A differenza di Sen, Nussbaum elenca effettivamente dieci capacità (intese quindi come capacità combinate) che devono servire come criteri di valutazione. La visione dell’essere umano che Nussbaum difende, proprio per le sue potenzialità politiche, e che proviene da Aristotele e dal Marx dei Manoscritti economico-filosofici del 1944, è quella di un individuo naturale portatore di una dignità propria, che va oltre la pura sopravvivenza. La lista delle capacità di base così individuate comprende: vita, salute fisica, integrità fisica, sensi, immaginazione, pensiero, sentimenti, ragion pratica, appartenenza, vivere assieme ad altre specie, gioco, controllo del proprio ambiente. I termini sono vaghi e vanno riempiti proprio per essere adattati alle varie situazioni politiche e sociali. Si tratta di una stesura concettuale a grana grossa che intende prevenire le possibili obiezioni concernenti la scarsa adattabilità di questa lista alle varie culture presenti sul pianeta.

§1- Cura e paideia – Ora, per comprendere le soluzioni proposte da Nussbaum occorre ricordare tre temi fondamentali della sua riflessione politica:

(1) i bisogni e le cure,

(2) il rapporto fra pubblico e privato,

(3) la possibilità di stabilire principi o criteri universali che ovunque dovrebbero essere osservati per il rispetto della dignità umana.

Non siamo soli, in guerra tutti contro tutti: scelte efficaci di politica pubblica possono influire su tutti gli aspetti della vita di un individuo. Uno Stato che presenta un elevato valore del PIL pro-capite medio, ma che non riesce ad assicurare l’accesso all’istruzione a tutte le fasce della popolazione o che discrimina i propri cittadini in base alla religione, al sesso, alla provenienza geografica, secondo Nussbaum è uno Stato dove la qualità della vita non è garantita, in cui è impossibile raggiungere l’eudaimonia. Scrive Nussbaum: “il nostro mondo esige un pensiero più critico e una discussione più rispettosa”, capaci di liberarci dalla dittatura del PIL.

Questa istanza è approfondita in un secondo volume in cui Nussbaum denuncia con forza le ricadute di questo approccio sulla formazione scolastica e, più in generale, sull’educazione dei giovani (Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica, Il Mulino, 2014). La spinta al profitto ha infatti indotto molti leader mondiali a pensare che la scienza e la tecnologia siano le uniche cose che contino. In molte nazioni, tra i primi India e Cina, si tende a vedere la formazione universitaria solo in termini di vantaggi economici, quindi si favoriscono solo le facoltà scientifiche, perché producono risultati immediatamente visibili. Lo stato, le università, i dipartimenti vogliono solo una cosa: obiettivi immediati e materiali.

Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica

Il modello del mercato è diventato il parametro con cui si definisce l’istruzione. Un paradosso. L’ossessione della crescita economica ha portato cambiamenti pericolosi nei percorsi di studi, nella pedagogia nel sistema dei finanziamenti. Se le scelte di politica scolastica continuano nella stessa direzione i paesi di tutto il mondo produrranno generazioni di docili macchine anziché di cittadini consapevoli, in grado di pensare e criticare la tradizione, di comprendere i multiformi significati che si nascondono nelle dinamiche socio-economiche tra gruppi e individui. Gli studi umanistici vengono ridimensionati quasi ovunque nel mondo (alcune Università americane fanno eccezione, visto che inglobano le discipline umanistiche nel biennio anche quando il trend di studi se ne emancipa progressivamente). E la crisi non lesina gli aspetti umanistici della scienza.

Sul piano formativo la soluzione di Nussbaum è ovvia: non solo “socratica” ma soprattutto volta al potenziamento della cultura classica l’unica in grado di fornire quel metodo, quella forma mentis capaci di analizzare consapevolmente la differenza. Non la differenza di Deleuze, ma più prosaicamente quella differenza di valori, ideali, strutture dell’essere (passatemi il termine) che da un semplice “tecnico” non vengono colte. L’economia globalizzata ha bisogno “anche” di formazione operativa finalizzata a massimizzare la produttività, ma non ci può essere “solo” questa, come se fosse l’unica modalità educativa per i futuri cittadini del mondo.

Aggiungerei a quanto dice Nussbaum che siamo prima uomini, poi cittadini e, infine, operatori economici. Non siamo tutto insieme senza che intervenga una gerarchia di valori a definirci, differenziandoci l’uno dall’altro. L’economia globalizzata ha bisogno anche di formazione operativa, finalizzata a massimizzare la produttività, ma questa non può essere solo l’unica modalità di formazione dei futuri cittadini del mondo e dei managers. La sfida che i mercati, la globalizzazione e i nuovi consumatori impongono non è “solo” quella di massimizzare i risultati immediati, il profitto a breve termine, ma “anche” di avere visioni strategiche di lungo periodo che solo una preparazione scolastica completa può dare. I mercati sono fatti da consumatori, non da masse anonime.

Aggiungo, ancora una volta rispetto al dettato originario della Nussbaum, che i consumatori siamo noi, più attenti all’atto economico ed etico dell’acquisto. Economia ed etica, ma non solo: gli individui in quanto consumatori hanno desideri, culture, esigenze, storie differenti. L’analisi comparativa della life history delle comunità è alla base delle proiezioni economiche future (almeno a breve termine). E questo non è un compito che va lasciato alla sociologia né soltanto (cosa terribile) all’analisi quantitativa dei mercati che, storicamente, ha mostrato la sua incapacità nel prevedere le crisi. Se anche nella finanza è necessaria un’analisi psicologica e qualitativa delle dinamiche sociali, allora la preparazione umanistica ci fornisce le chiavi per ricondurre a unità, a sistema coerente la diversità che, altrimenti, si disperderebbe nel caos.

Le variabili qualitative e umane devono essere poste al centro del capitalismo (e con questo sto andando un po’ oltre le intenzioni della Nussbaum). Ovviamente l’educazione è solo il primo passo. Se in Creare capacità Nussbaum aveva accennato alla funzione dello Stato come “garante” del tessuto fondamentale di uguaglianza tra gli uomini – accesso alle cure mediche, all’istruzione e ai servizi di base – questo non significa che la sua posizione faccia (pericolose) concessioni al comunitarismo. Il tema dei bisogni e delle cure ci permette di introdurre il nucleo centrale della riflessione di Nussbaum: criticare e quindi riformare la prospettiva filosofico-politica liberale (intesa come liberal) a partire da un punto d’osservazione interno, aderente ai suoi effettivi principi determinanti, costitutivi.

§2- La riforma “liberale” – Il fine è quello di andare oltre la lettera per realizzare il vero spirito del liberalismo (qui con liberalismo non si intende quello della scuola austriaca). Le concezioni politiche moderne e contemporanee adottano una stretta distinzione fra la razionalità e moralità degli individui rispetto alla loro naturalità. E’ un’operazione che si può rintracciare in Kant, e che, in special modo, caratterizza i contrattualismi: da Locke fino a Rawls. I protagonisti del patto alla base della società sono pensati come indipendenti dalle cure di altri individui, sia per il corpo che per la mente, e quindi adatti ad essere contraenti attivi e collaborativi. Non si tratta solo di includere all’interno di questa fondazione la situazione specifica di chi non potrà mai rientrare nel novero dei contraenti ideali, ma anche, e soprattutto, di sottolineare come questo requisito sia assurdo: tutti gli individui all’inizio e (speriamo) alla fine della loro vita, e per periodi di diversi anni, sono assolutamente dipendenti dalle cure altrui, e non possono assolutamente soddisfare le caratteristiche di razionalità e moralità richieste. Occorre una riformulazione della concezione dell’individuo alla base della filosofia politica, che tenga nel debito conto, non come fattore accidentale ma come aspetto essenziale, il bisogno di cure e l’inevitabile dipendenza dagli altri. Diversamente, il vero intento del liberalismo non potrà essere perseguito, infatti, esso

pone l’accento sul nostro desiderio che tutte le persone abbiano la possibilità di sviluppare l’intera gamma delle loro facoltà umane, a qualunque livello sia possibile date le condizioni a cui si trovino“, (Giustizia sociale e dignità umana. Da individui a persone, Il Mulino, 2002: 41).

Tenendo conto unicamente degli individui che possono scegliere razionalmente e perseguire in piena autonomia un proprio piano di vita, si impedirebbe a vasti strati di popolazione mondiale di poter vivere dignitosamente, permettendo loro solo di sopravvivere. In Perfectionist liberalism and political liberalism si capisce in dettaglio cosa intende. Alle posizioni di Isaiah Berlin e Joseph Raz tipiche del perfectionist liberalism contrapone il liberalismo di John Rawls.

Liberalismo perfezionista è la traduzione (brutta) di perfectionist liberalism è stata definita da Charles Lamore nel 1987 come la famiglia di vedute che basano i principi politici su ideali che affermano di modellare la nostra concezione globale della vita buona, e non solo il nostro ruolo di cittadini. A partire dalla distinzione classica dei due tipi di libertà proposta da Berlin nei Due concetti di libertà del 1958, Raz pone al centro del suo liberalismo perfezionista sono l’autonomia e il pluralismo morale e l’approccio può essere in contrasto con il liberalismo politico, punto che non sfugge a Nussbaum.

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Joseph Raz fotografato nel 2009. Credits: wikipedia.

Raz in sostanza ci dice che la ragione guida le nostre scelte attraverso una giungla di possibilità spesso incompatibili tra loro che chiama valuable options (opzioni di valore). Visto che abbiamo a che fare con la volontà e le idee di benessere, ossia concetti individuali, la conclusione è ovvia: le opzioni di valore sono ontologicamente dipendenti dall’ambiente storico-sociale e, allo stesso tempo, universalmente intelligibili. Ma se dipendono dall’ambiente storico-sociale in cui di volta in volta ci troviamo, allora non possiamo soltanto e astrattamente porre a fondamento della teoria politica normativa la protezione e promozione dell’autonomia degli individui, come elemento essenziale di benessere (Principle of Autonomy). Ecco il problema (implicito in Raz a quanto ne so fino ad ora) della relativizzazione solipsistica delle valuable options  lo spinge a conclusioni paradossali, per un liberale, quali il rifiuto delle dottrine della neutralità statale, l’esclusione degli ideali individuali e quella strana variante di multiculturalismo che, forse, multiculturalismo non è. A queste tensioni teoriche Nussbaum risponde dicendo, nell’abstract del paper, che

the major liberal alternative to Berlin’s and Raz’s perfectionist liberalism, in the recent Anglo–American philosophical literature, is the view called “political liberalism.” This view was developed first by Charles Larmore in Patterns of Moral Complexity and The Morals of Modernity, with explicit reference to Berlin, but in most detail by John Rawls in his great book Political Liberalism (PL). I, too, hold a view of this type, having been convinced by the arguments of Larmore and Rawls. It seems worth exploring the reasons that led the three of us to prefer political liberalism to a view of Raz’s type”.

In Political liberalism (1993) Rawls ha rielaborato la sua teoria della giustizia in direzione di un liberalismo politico attento alla sfida del pluralismo, cioè impegnato a risolvere un problema: com’è possibile che esista e duri nel tempo una società stabile e giusta di cittadini liberi e eguali profondamente divisi da dottrine religiose, filosofiche e morali incompatibili, benché ragionevoli? Il liberalismo politico appare come la risposta più funzionale all’esigenza odierna di una società ordinata e fondata sul pluralismo e sulla giustizia. Con “giustizia” qui Rawls intende: (i) un sistema in cui ciascuno ha uguali diritti e libertà fondamentali, (ii) in cui le diseguaglianze sociali ed economiche devono soddisfare due condizioni. (iia) Essere associate a posizioni e cariche aperte a tutti, in condizioni di equa eguaglianza delle opportunità, e (iib) essere presenti in una società in cui si dà il massimo beneficio ai membri meno avvantaggiati della società. 

Questa la risposta di Nussbaum alle soluzioni di Berlin e Raz. Questa, a mio modo di vedere, la struttura di base di cui dovrebbe dotarsi uno stato liberale, uno stato in cui si garantiscono uguale accesso all’istruzione, ai servizi necessari e alla cura/salute di tutti. Solo su questa base si può ragionare di “stato minimo”, di mercato e di produzione (gerarchia che sovente manca negli pionieri del liberalismo radicale).

Paper: 

NUSSBAUM, M. (2011). Perfectionist Liberalism and Political Liberalism, in “Philosophy & Public Affairs”,, 39 (1), 3-45 DOI: 10.1111/j.1088-4963.2011.01200.x

Bibliografia essenziale:

Larmore, C., (1996) The Morals of Modernity, Cambridge University Press.

Larmore, C., (1987) Patterns of Moral Complexity, Cambridge University Press.

Raz, J., (1999) Engaging Reason: on the Theory of Value and Action, Oxford University Press.

–, (1998) “Multiculturalism”, Ratio Juris 3: 193-205.

–, (1994) Ethics in the Public Domain. Essays in the Morality of Law and Politics, Oxford University Press.

, (1987) Autonomy, Toleration, and the Harm Principle”, Issues in Contemporary Legal Philosophy, Oxford University Press: 313-333.

–, (1986) The Morality of Freedom, Clarendon Press.

–, (1982) “Liberalism, Autonomy, and the Politics of Neutral Concern”, Midwest Studies in Philosophy 7: 89-102.

, (1978) “Reasons for Action, Decisions and Norms”, Practical Reasoning, Oxford University Press: 128-143.

Rawls, J., (2012) Liberalismo politico, Einaudi.

–, (1971) A Theory of Justice, Cambridge University Press.